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AgID Allegato 2 – Formati (edizione 2020)

AgID Allegato 2 – Formati (edizione 2020); acquisito il 22/10/2026

 
   
 
 
Formati di file e riversamento  
Allegato 2 al documento 
“Linee Guida sulla 
formazione, gestione e 
conservazione dei documenti 
informatici”. 
  


 
Sommario 
1.1 Definizioni fondamentali 3 
1.1.1 File, flussi digitali e buste-contenitori 4 
1.1.2 Filesystem e metadati 5 
1.1.3 Metadati e identificazione del formato 8 
1. 2 Tassonomia 9 
1.2.1 Tipologie di formati 9 
1.2.2 Classificazione di formati 11 
1.2.3 Formati generici e specifici 14 
2.1 Documenti impaginati 21 
2.1.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 33 
2.2 Ipertesti 34 
2.2.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 41 
2.3 Dati strutturati 42 
2.3.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 52 
2.4 Posta elettronica 53 
2.4.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 55 
2.5 Fogli di calcolo e presentazioni multimediali 55 
2.5.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 59 
2.6 Immagini raster 60 
2.6.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 74 
2.7 Immagini vettoriali e modellazione digitale 77 
2.7.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 84 
2.8 Caratteri tipografici 84 
2.8.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 86 
2.9 Audio e musica 87 
2.9.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 92 
2.10 Video 93 
2.10.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 102 
2.11 Sottotitoli, didascalie e dialoghi 103 
2.11.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 108 
2.12 Contenitori e pacchetti di file multimediali 108 
2.12.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 131 
2.13 Archivi compressi 132 
2.13.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 138 
2.14 Documenti amministrativi 138 
2.15 Applicazioni e codice sorgente 142 
2.16 Applicazioni crittografiche 142 
3.1 Valutazione di interoperabilità 147 
3.2 Indice di interoperabilità 149 
3.3 Riversamento 150 
  

 
1 Introduzione 
1. Il presente documento fornisce indicazioni iniziali sui formati dei file con cui 
vengono rappresentati i documenti informatici oggetto delle presenti linee guida.  I 
termini indicati in azzurro, alla prima occorrenza all’interno di questo testo, sono 
definiti nel Glossario delle presenti Linee guida. 
2. I formati descritti sono stati scelti tra quelli che possono maggiormente garantire 
il principio dell’interoperabilità tra i sistemi di gestione documentale e 
conservazione e in base alla normativa vigente riguardante sp ecifiche tipologie di 
documenti. Va tuttavia segnalato che non tutti i formati di file nel presente 
documento sono leggibili da qualsivoglia elaboratore , a seconda della 
configurazione degli applicativi installati. Questo perché, nel caso di finalità 
specifiche e settoriali (come avviene ad esempio per i file multimediali), alcuni 
formati di file sono utilizzabili solo dopo l’installazione di software applicativi 
specifici per l’attuazione delle suddette finalità. 
3. È bene precisare che, rispettando il principio di interoperabilità e cercando di 
mitigare il rischio di “obsolescenza tecnologica”, i formati consigliati tra quelli 
elencati elencati –inclusi quelli per finalità specifiche , cfr. §1.2.3– sono quanto più 
possibile “aperti”, liberamente utilizzabili e non coperti da brevetto. Sono inoltre 
reperibili online diversi software applicativi open-source in grado di leggere tali file. 
Tra i formati elencati 
4. Tra i formati elencati nel presente Allegato, vi sono anche quelli non consigliati 
per finalità di interoperabilità, archiviazione o conservazione; essi sono presenti 
nell’elenco perché formati già ampiamente diffusi nella pubblica amministrazione e 
quindi non ignorabili per quanto riguarda il loro trattamento e il riversamento da 
questi formati verso formati più interoperabili. 
5. Il presente A llegato, per la natura stessa dell’argomento trattato, viene 
periodicamente aggiornato su lla base dell’evoluzione tecnologica e 
dell’obsolescenza dei formati e potrà essere pubblicato online sotto forma di Avvisi, 
ovvero di un registro dei formati sul sito istituzionale dell’Agenzia per l’Italia 
Digitale
1.  
1.1 Definizioni fondamentali 
Si faccia riferimento al Glossario delle presenti linee guida per la definizione dei 
termini non ulteriormente introdotti in questa sezione. 
 
1 Qui di seguito indicata anche, per brevità, come Agenzia, ovvero come AGID. 

 
1.1.1 File, flussi digitali e buste-contenitori 
1. Dal punto di vista tecnologico un documento informatico è rappresentato da un 
file, ovvero da un flusso binario (stream); in linea di principio un flusso binario di 
dimensione finita può essere contenuto in un file. Il parametro progettuale più 
importante associato a un file è la sua dimensione (espressa in byte o suoi multipli). 
Per un flusso binario, che invece può non avere una dimensione predeterminata, si 
parla invece del suo data-rate (ovvero bit-rate, quando espresso in bit o suoi multipli), 
cioè la media temporale dei bit contenuti dal flusso nell’arco di un secondo. 
2. La capacità di poter produrre, elaborare o trasmettere flussi entro un data -rate 
massimo attraverso un canale di comunicazione digitale costituisce la banda 
dell’elaboratore ovvero del canale — in inglese bandwidth . In questo capitolo ci 
interessiamo prevalentemente ai documenti informatici rappresentati mediante file, 
mentre sarà presa in considerazione la rappresentazione mediante flussi binari nel 
caso di alcuni file multimediali (cfr. §§2.9–2.12). 
3. In alcuni casi il documento informatico è rappresentato da un insieme di file 
distinti, organizzati in un pacchetto di file, in inglese (file) package. 
4. L’algoritmo che permette di rappresentare un documento informatico mediante 
un’evidenza quale un file tramite un’operazione di codifica , o encoding, definisce 
dunque il formato del file; l’operazione inversa, per estrapolare dai dati binari di un 
file –codificato in un dato formato–  nel contenuto informativo del documento, è 
chiamata decodifica ( decoding). Formati diversi necessitano di codificatori e 
decodificatori specifici, che in una parola (soprattutto quando entrambi, per un 
formato specifico, sono implementati da una singola componente applicativa) sono 
abbreviati in codec. 
5. Esistono una moltitudine di formati di file per rappresentare i docum enti 
informatici ma, a seconda del contenuto del documento e delle esigenze specifiche 
di gestione e conservazione dello stesso, alcuni formati sono più adatti di altri. 
Alcuni formati possono essere utilizzati per codificare documenti di una sola 
tipologia (ad es. formati di file per immagini, generalmente, non possono codificare 
documenti audio); altri formati, invece, vengono usati per una o più finalità di 
codifica tra le seguenti: 
• codificare documenti di tipologie diverse (ad es. sia testi, che immagin i, che 
audio); 
• codificare più documenti insieme nel medesimo file (ad es. scopo principale 
dei formati di archiviazione); 
• codificare documenti di una medesima tipologia (ad es. video) usando però 
algoritmi di codifica diversa. 

 
I formati di file che assolvo no ad una o più delle suddette funzioni sono chiamati 
(formati) busta, o (formati) contenitori — in inglese, rispettivamente, (file) wrappers 
o containers. Le due tipologie di documento si utilizzano prevalentemente formati 
contenitori sono i documenti che richiedono funzioni crittografiche avanzate (cfr. 
§2.16) e i file multimediali (immagini, suono, video, cfr. §§2.6–2.12). 
6. Alcuni formati contenitori, infine, imbustano al loro interno, in un unico file -
busta, pacchetti di più file precostituiti secondo un determinato formato di 
pacchetto di file. È questo il caso, ad esempio, dei formati OpenDocument e 
Microsoft® OOXML (cfr. §2.1 e §2.5), ovvero delle immagini virtuali di filesystem 
(cfr. §2.13). 
1.1.2 Filesystem e metadati 
1. I file sono solitamente archiviati una base di dati chiamata filesystem , ove i file 
con maggiore parentela fra loro (altrimenti detta locality of  reference, ovvero “ affinità 
per referenza”) sono collocati nel medesimo nodo dell’albero: la cartella (ovvero 
folder o directory in inglese). 
2. All’interno di un filesystem, ai file possono essere associate altre informazioni che 
ne completano l’esistenza all’interno dello stesso, anche se tali informazioni non 
fanno parte del contenuto binario del file propriamente detto ; tali informazioni 
sono chiamate per questo motivo metadati (in inglese metadata) “esterni” del file. 
3. Esistono molteplici formati di filesystem, che variano a seconda delle tecnologie 
di stoccaggio, di specifiche finalità. Alcuni di questi formati sono open-source; altri 
sono codificati in standard; altri ancora sono protetti da brevetti e/o copyright. 
4. I metadati esterni rappresentabili in un dato filesystem possono differire anch’essi 
–per qualità, numero, sintassi e funzionalità – a seconda del formato  di filesystem, 
ma di solito comprendono almeno: 
• il nome del file, cioè una stringa di caratteri (di lunghezza variabile entro un 
limite massimo finito) che identifica univocamente il file all’interno della 
medesima cartella. Sussistono limitazioni differenti circa i caratteri ammessi 
nel nome e la sua lunghezza massima, a seconda dei diversi formati di 
filesystem considerati; 
• la posizione virtuale del file all’interno del filesystem, chiamato “percorso del 
file” (path) — “locale” in quanto relativo al filesystem che lo ospita; 
• la dimensione del file sopra definita, espressa da un numero intero di byte (o 
suoi multipli); 

 
• la data e l’ora relativa all’ultimo istante in cui il sistema informatico che 
gestisce il filesystem ha rilevato una modifica del file — chiamata “data di 
modifica” del file. 
5. La concatenazione ordinata del percorso di un file e del suo nome prende il nome 
di percorso completo del file (pathname). Invece la parte, opzionale, del nome del file 
costituita, scorrendo i caratteri del nome da sinistra a destra, a part ire dall’ultima 
occorrenza del carattere punto ‘ .’ in poi (codice ASCII 2E 16 in esadecimale) è 
chiamata –quando esiste– “estensione” del file. 
6. A titolo esemplificativo, fanno parte dei metadati esterni di un file anche i 
seguenti: 
• la data e l’ora creazione del file (che, a seconda della tipologia di filesystem 
può, con diversi gradi di ambiguità, coincidere con il momento di prima 
comparsa del file sul filesystem specifico, ovvero il momento della creazione 
del file sul suo filesystem di origine, o altro); 
• la data e l’ora relativa al più recente accesso in lettura sul file avvenuto nel 
filesystem specifico; 
• un identificativo più o meno univoco dell’utente informatico che è il 
proprietario virtuale del file (rispetto agli altri utenti virtuali del si stema) —  
chiamato l’owner del file; 
• una serie di attributi che istruiscono i sistemi informativi che gestiscono 
l’intero filesystem di appartenenza circa la possibilità di autorizzare 
determinate operazioni sullo specifico file, a seconda sia dell’operazione da 
compiere che dell’utenza informatica che presenta tale richiesta; per ogni file, 
tali metadati costituiscono o sono una parte del cosi ddetto insieme dei suoi 
permessi (permissions), ovvero una vera e propria lista dei controlli d’accesso 
(ACL); 
• un’etichetta che stabilisce il tipo di formato file (o container) impiegato per 
la codifica del documento; una cui codifica universalmente riconosciuta 
MIME 
type – cfr. RFC-2046 e RFC-3023). 
7. È importante esplicitare che le “date” sopra descritte , pur  non assolvono a 
requisiti di integrità, precisione e immutabilità nel  tempo solo per il fatto di 
rappresentare una data e un’ora in un filesystem, non producendo dunque, a priori, 
la stessa validità giuridica di marcature temporali elettroniche qualificate ai sensi del 
Regolamento (UE) No 910/2014. 
8. Come anticipato in §1.1.1, il documento informatico può essere rappresentato da 
un insieme di file distinti, organizzati in un pacchetto di file –in inglese (file) package– 
ove l’affinità per referenza  tra di essi è realizzata, a seconda del formato del 
pacchetto, mediante una o più delle seguenti tecniche: 

 
• Parentela stretta dei file all’interno del filesystem realizzata definendo un 
sottoalbero riservano a contenente l’intero pacchetto. I file del pacchetto 
sono tutti contenuti nella cartella -radice del pacchetto ovvero in sue 
sottocartelle e, tipicamente, è escluso da tale sottoalbero qualunque file non 
appartenente al pacchetto. Esempi di forma ti che utilizzano questa tecnica 
sono le firme elettroniche avanzate nel formato ASiC (§2.16), il formato di 
master interoperabile ( IMF), i pacchetti per il cinema digitale ( DCP), e  i 
pacchetti XDCAM (per tutti, §2.12). 
• Sintassi dei nomi – rigida o parziale – per file ed eventuali sottocart elle 
costituenti il pacchetto. Formati che utilizzano esclusivamente questa tecnica 
sono le impronte crittografiche detached (§2.16) e i pacchetti video organizzati 
in sequenze di fotogrammi (quali ad esempio i master per la distribuzione del 
cinema digitale, DCDM, §2.12). 
• Presenza di un “indice di pacchetto”, generalmente rappresentato da un file 
che ha sia un nome  che una posizione controllate e che contiene i pathname  
degli altri file costituenti il pacchetto . Tale indice assolve spesso a scopi 
aggiuntivi, come ad esempio consolidare in un unico punto i metadati esterni 
del pacchetto o dei singoli file (§ 1.1.3), che altrimenti potrebbero essere 
accidentalmente alterati (o persi) spostando il pacchetto da un filesystem ad 
un altro. In questi casi il file indice prende anche il nome di file- manifesto, 
ovvero sidecar file. Formati che utilizzano esclusivamente questo metodo sono 
i pacchetti di siti web (indice con nome non  obbligatorio index.html, §2.2), 
alcuni tipi di firme elettroniche avanzate ASiC (tramite la cartella -indice 
META-INF, §2.16), i già menzionati pacchetti IMF e DCP (che utilizzano più 
di un file con funzioni di indice, §2.12). 
• Riferimento mediante identificativi unici (UID) assegnati a ciascun file del 
pacchetto, quali ad esempio le loro impronte crittografiche. Esempi di 
formati che utilizzano questo metodo sono le firme elettroniche  avanzate 
CAdES e XAdES detached (§2.16), le marche temporali detached e i già menzionati 
pacchetti IMF e DCP. 
• Consolidamento di tutti e soli i file del pacchetto in un file- archivio (§2.13). 
Esempi che utilizzano questo metodo sono i documenti  nei formati 
OpenDocument e Microsoft ® OOXML (cfr. §2.1 e §2.5), gli applet Java e i 
pacchetti applicativi per dispositivi mobili con sistemi operativi Android e 
iOS
® (§2.15), le firme elettroniche ASiC (§2.16) e, in senso lato, i file PDF 
(versione 1.7 e successive) quando imbustano altri documenti al loro interno 
sotto forma di “allegati PDF” (§2.1). 
9. La tipologia di regole sintattiche che stabilisce come implementare i primi due 
metodi sopra elencati costituisce la naming convention del formato di pacchetto. La sua 
efficacia è ridotta quando non coadiuvata da ulteriori controlli di integrità del 

 
pacchetto, in quanto l’affinità per referenza è generalmente difficile da far rispettare 
tecnicamente (a meno di usare uno stretto controllo dei permessi di “sola-lettura”, 
ovvero archiviare su dispositivi logicamente immodificabili) . Per questo motivo la 
naming convention si affianca spesso ad altri metodi quali quelli ai punti dal 3 al 5 del 
sopracitato elenco. 
1.1.3 Metadati e identificazione del formato 
1. Abbiamo già parlato in § 1.1.2 dei metadati esterni, che servono a descrivere 
meglio un file ma sono fortemente dipendenti dal filesystem ove il file è archiviato 
in un dato momento. Inoltre, tali metadati possono essere soggetti a modifiche che 
non pregiudicano l’integrità del file stesso. 
2. Più importanti ancora sono perciò i cosiddetti metadati “interni” di un file, cioè 
informazioni descrittive del file che sono codificate nel suo formato stesso. A 
seconda del formato impiegato, la presenza di questi metadati interni può essere 
obbligatoria o facoltativa. Facendo parte del contenuto binario di un file, la modifica 
di tali metadati compromette l’integrità del documento informatico.  
3. Il riconoscimento (in modalità automatica o manuale) del formato di file 
impiegato per rappresentar e un documento informatico può avvenire attraverso 
alcune modalità, tra cui le più diffuse sono tramite metadati interni ovvero esterni: 
a) L’estensione nel nome del file, anche se tale associazione: 
• non è resiliente —  è solitamente banale rinominare un file 
cambiandone l’estensione [ovvero crearne direttamente il nome] con 
un’estensione non corrispondente al formato utilizzato (es. un file di 
testo semplice con codifica ASCII denominato con estensione .doc , 
che invece è prerogativa dei documenti di Microsoft
® Word);   
• non è biunivoca — una medesima estensione può essere usata nel 
nome di file codificati in formati diversi (es. l’estensione .log, usata per 
rappresentare file di registro codificati in maniera diversa), ovvero un 
dato formato viene associato a file con una molteplicità di estensionI 
(es. i certificati elettronici in formato X.509 con codifica DER, 
rappresentati con diverse estensioni tra cui .crt ovvero .cer). 
b) La “tipologia MIME” (MIME type) del formato di file, anche se tale associazione 
gode di svantaggi simili all’estensione, in quanto: 
• soprattutto se espressa come metadato esterno (si veda §1.1.2), non è 
resiliente a variazioni o rimozioni del medesimo in maniera non 
controllata; 

 
• sia nel caso in cui sia espressa come metadato interno che come 
metadato esterno del file, potrebbe descrivere il formato in modo 
comunque ambiguo. 
c) La presenza di metadati interni al file, espressi in “campi” che si trovano in 
posizioni specifiche (prefiss ate ovvero ricalcolabili) all’interno del file 2. L a 
lettura di tali campi permette di dedurre il formato del file in maniera più 
diretta e affidabile. Molti formati impiegano, specificatamente a questo 
scopo, una stringa prefissata di pochi caratteri (generalmente dai 2 ai 6), posta 
all’inizio del file, chiamata magic number e che ne identifica univocamente
3 il 
tipo di file. 
 
1. 2 Tassonomia 
1.2.1 Tipologie di formati 
1. L’evolversi delle tecnologie e la crescente disponibilità e complessità 
dell’informazione digitale ha indotto la necessità di gestire sempre maggiori forme 
di informazione digitale (testo, immagini, filmati, ecc.) e di disporre di funzionalità 
specializzate per renderne più facile la creazione e la modifica. 
2. Questo fenomeno porta all’aumento del numero di formati disponibili e dei 
corrispondenti programmi necessari per codificarli, decodificarli e gestirli in ogni 
modo. 
3. Segue una sommaria e non esaustiva catalogazione dei più diffusi formati di file 
e pacchetti, secondo il loro specifico utilizzo (“tipologia”). A fianco di ogni tipologia 
di formati sono indicati i formati pertinenti oggetto del presente Allegato; qualora 
l’estensione di file associata al formato sia diversa –a meno di maiuscole/minuscole– 
dall’eventuale acronimo del nome del formato stesso, essa sarà indicata affiancata al 
nome tra parentesi (e.g., il formato PDF non avrà un’estensione indicata tra 
parentesi in quanto la sua estensione predefinita è già .pdf). 
• Documenti impaginati (§2.1) — PDF, Microsoft
® OOXML (.docx) e Word 
(.doc), OpenDocument Text ( .odt), Rich-Text Format ( .rtf), EPUB, 
PostScript™ ( .ps), Adobe® InDesign® Markup Language (.idml); 
 
2 La parte iniziale ovvero quella terminale di un file contengono spesso gran parte dei campi utili a contenere i 
metadati interni (e quindi anche a identificare il formato) del file; quando presenti, queste parti sono chiamate, 
rispettivamente, header (impropriamente tradotto come “intestazione”) e footer del file. 
3 Il magic number può anche identificare l’allineamento delle word, che le architetture dei microprocessori e i sistemi 
operativi implementano diversamente per varie ragioni. Alcuni magic number n otevoli sono indicati, per i rispettivi 
formati, nel §2. 

 
• Ipertesti (§2.2) — XML, dialetti e schemi XML  ( .xsd, .xsl), HTML ( .html, 
.htm), fogli di stile per XML/HTML (.xsl, .xslt, .css), Markdown (.md); 
• Dati strutturati  (§2.3) — SQL, CSV, Microsoft ® OOXML ( .accdb) e Access 
(.mdb), OpenDocument Database (.odb), JSON, Linked OpenData (.json-ld), 
JWT4; 
• Posta elettronica (§2.4) — .eml, .mbox; 
• Fogli di calcolo  (§2.5) — Microsoft® OOXML ( .xlsx) e Excel ( .xls), 
OpenDocument Spreadsheet (.ods); 
• Presentazioni multimediali (§2.5) — Microsoft® OOXML (.pptx) e PowerPoint 
(.ppt), OpenDocument Presentation (.odp); 
• Immagini raster  (§2.6) — JPEG ( .jpg, .jpeg), TIFF ( .tif, .tiff), PNG, GIF, 
OpenEXR ( .exr), JPEG2000 ( .jp2k, .jp2c, .jp2), DICOM, Adobe ® DNG, 
Adobe® Photoshop® (.psd), DPX, ARRIRAW (.ari); 
• Immagini vettoriali e modellazione digitale (§2.7) — SVG, Adobe® Illustrator® 
(.ai), Encapsulated PostScript™ ( .eps); 
• Modelli digitali  (§2.7) — StereoLithography ( .stl); Autodesk® DWG™, 
DXF™, DWF™, FBX™.  
• C aratteri tipografici (§2.8) — OpenType (.otf), TrueType (.ttf), Web Open 
Font (.woff, .woff2); 
• Suono (§2.9) — Waveform RIFF / Broadcast Wave (.wav, .bwf), MP3, audio 
RAW ( .pcm, .raw, .snd), AIFF ( .aiff, .aifc, .aif), FLAC, MusicXML™ 
(.music.xml), MIDI (.mid); molteplici codec audio; 
• Video (§2.10) — formati video delle famiglie MPEG2 e MPEG4; molteplici 
codec video; 
• Sottotitoli (§2.11) — TTML/IMSC/EBU-TT (.ttml, .dfxp, .xml), EBU STL; 
• Contenitori multimediali (§2.12) — MP4, MXF, MPEG2 Transport/Program 
Stream (.vob, .ts, .ps), AVI RIFF (.avi), Matroska ( .mkv), QuickTime (.mov, 
.qt), WebM; 
• Pacchetti multimediali (§2.12) — pacchetto di master interoperabile ( IMF, 
IMP); pacchetto per il cinema digitale ( DCP); master per la distribuzione 
cinematografica (DCDM); pacchetti Digital Intermediate basati su sequenze di 
fotogrammi (.exr/.dpx; .wav),  ACES metadata file (.amf); pacchetto XDCAM; 
• Archivi compressi (§2.13) — TAR, ZIP, GZIP, 7-Zip (.7z), RAR, TAR compresso 
(.tgz, .t7z, …) , ISO9660 (.iso), VMware® Disk (.vmdk), Apple Disk Image 
(.dmg); 
• Documenti amministrativi (§2.14) — fattura elettronica, fascicolo sanitario 
elettronico, response SAML SPID, segnatura di protocollo; 
 
4 Il Java Web Token (JWT) è in realtà un formato di flusso digitale, che può essere banalmente contenuto in un file, cfr. 
§2.3. 

 
• Applicazioni e codice sorgente (§2.15) — eseguibili Microsoft® (.exe, .com), 
applet Java ( .jar); pacchetti applicativi Windows® (.msi), Android ( .apk), 
macOS® (.pkg), iOS® (.ipa); librerie statiche ( .a, .lib) e dinamiche ( .so, .dll, 
.dylib); script interpretabili ( .sh, .?sh, .bat, .cmd, .py, .perl, .js, .go, .r, …) ; 
codice sorgente in vari linguaggi di programmazione (.c, .cpp, .h, .java, .asm, 
…).  
• Applicazioni crittografiche (§2.16) — certificati elettronici (.cer, .crt, .pem), 
chiavi crittografiche (.pkix, .pem), marcature temporali elettroniche (.tsr, .tsd, 
.tst), impronte crittografiche ( .sha1, .sha2, .md5, …) ; per le firme e i sigilli 
elettronici avanzati: buste crittografiche XAdES (.xml), CAdES (.p7m, .p7s), 
PAdES (.pdf), contenitori ASiC (.zip); KDM (.kdm.xml). 
1.2.2  Classificazione di formati 
1. L’evolversi delle tecnologie e la crescente disponibilità e complessità 
dell’informazione digitale ha indotto la necessità di gestire sempre maggiori forme 
di informazione digitale (testo, immagini, filmati, ecc.) e di disporre di funzionalità 
specializzate per renderne più facile la creazione e la modifica. 
2. Gli standard tecnologici vengono incontro a tali esigenze, permettendo di definite 
regole di codifica e decodifica di un documento informatico, affinché sia 
rappresentato tramite un file , un flusso digitale , ovvero un pacchetto di file (tutti 
oggetti del presente allegato) . Gli standard tendono a stabilizzare le specifiche 
tecniche dei formati di file –sia nel tempo che rispetto alle tecnologie di produzione, 
trasmissione e archiviazione– ma la loro importanza nel cristallizzare tali specifiche 
in una forma precisa serve ad impedire la nascita di varianti “esotiche” o dialetti non 
controllati del medesimo formato che, alla lunga, ne riducano l’interoperabilità (cfr. 
più avanti). 
3. Un esempio su tutti: la mancata standardizzazione dei codec usati nei formati -
busta multimediali (§ 2.12), specialmente dei file video, che spesso conduce 
all’impossibilità di riprodurre un filmato ritenuto compatibile con il sistema 
informativo a causa del riconoscimento della sola estensione del file da parte di 
svariate applicazioni (che al massimo può servire a identificare il formato 
contenitore), senza invece un’adeguata verifica del possesso dei codec adatti a 
riprodurne le essenze. 
4. Gli standard migliori sono quelli che possono essere facilmente estesi, rivisti o 
aggiornati nel tempo per adattarsi all’immanente obsolescenza  tecnologica. T ra 
questi inoltre, eccellono gli standard che sono ab initio disegnati con il preciso scopo 
di evolvere a lungo termine; per questo motivo essi sono detti formati “compatibili 
in avanti” o anche “future-proof ”. 

 
5. Esempi di questi standard “ virtuosi”, sono l’XML e il JSON; il PDF e 
l’OpenDocument per i documenti impaginati; il TIFF (e il DNG), il PNG e il DPX per 
le immagini raster; l’SVG e il DXF per i modelli vettoriali; il TTML per i dialoghi; l’MXF 
e l’MP4 come contenitori multimediale; l’IMF come pacchetto di file multimediali. 
6. I formati di file sono soggetti a revisioni allo scopo di includere caratteristiche 
evolutive; a questo scopo gli standard corrispondenti vengono “ versionati” con 
diverse tassonomie, cioè incrementandone progressivamente i numeri delle revisioni 
(possibilmente in gerarchie di non più di 2-4 componenti numeriche– ovvero 
utilizzando l’anno o una data più precisa di riferimento, ovvero mediante sia numeri 
progressivi che date). 
7. Quando non sono più fatti evolvere in favore di un formato differente (e quindi 
vengono progressivamente abbandonati), il formato diventa quiescente ed 
eventualmente viene “deprecato” in favore di un altro standard. 
8. Sebbene sia tecnicamente possibile continuare a produrre e riprodurre file in un 
formato deprecato, il progresso tecnologico, o per meglio dire l’obsolescenza tecnologica, 
condannerà tali file a non essere più definitamente leggibili, a causa della mancanza 
di applicativi che ne implementino la decodifica (a meno di non coinvolgere risorse 
economiche solitamente sproporzionate al bisogno di accesso ai dati contenuti). 
Quando ciò accade  ed è riconosciuto in maniera manifesta , si parla di formati 
“obsoleti”. 
9. Esistono varie classificazioni per le tipologie di formati, le quali sono spesso 
determinanti –ancor più delle loro peculiarità tecniche – per la scelta d’uso di un 
formato in favore di altri, ovvero per prendere decisioni ragionate circa il 
riversamento da un formato verso un altro (cfr. §3.3). 
10. Tali classificazioni, elencate brevemente qui sotto, sono per lo più dicotomiche 
(cioè del tipo presenza o assenz a di una determinata caratteristica) e indipendenti 
fra loro. Accanto ad ogni classificazione è riportato un modificatore in grassetto, il 
cui significato è riferito all’indice di interoperabilità introdotto nel §3.2. Un formato 
più essere: 
a) uno standard de facto (+2) quando questioni contingenti (anche fa loro 
correlate), quali l’efficienza in casi d’uso reali, l’autoregolazione dei mercati 
di riferimento, l’efficacia tecnica, ne hanno determinano una larghissima e 
non trascurabile diffusione, per lo meno in settori di riferimento. Un formato 
può essere invece uno standard de iure (+3), quando esistono normative che 
ne obblighino, o per lo meno ne raccomandino, l’uso in determinati contesti 
amministrativo-legali e settori di riferimento . Rappresentano esempi di tali 
normative le Linee guida di cui il presente Allegato è parte integrante (in 
quanto già Regole Tecniche) ovvero, a livello comunitario, alcune Decisioni 
di Esecuzione (
UE). Sono standard de iure, inoltre, tutti i formati codificati 
come tali dalle organizzazioni nazionali, comunitarie e internazionali che 
hanno il compito di definire standard e linee guida nei settori di riferimento 

 
dei formati stessi (come, ad esempio, ISO, ITU, UNI, CEN, SMPTE, ecc.). Infine, 
un formato può anche non rappresentare alcuno standard ( 0), ma tale 
caratteristica tendenzialmente lo esclude dall’elenco dei formati virtuali 
contenuti nel presente Allegato. 
b) aperto (+3) ovvero chiuso (0) a seconda che esista o meno, e sia resa 
pubblicamente disponibile, una “specifica tecnica” del medesimo: la 
documentazione che descrive dettagliatamente, come minimo, la procedura 
di formazione e di lettura di file in quel formato e, possibilmente, 
l’elaborazione e i suoi possibili scenari di utilizzo , spesso descritti 
organicamente mediante operational patterns (in italiano: schemi operativi). 
c) proprietario (variabile) o non proprietario (+4), a seconda che sia stato creato 
da un’organizzazione privata –che dunque ne detenga la proprietà 
intellettuale– ovvero quando la gestione delle sue specifiche non è controllata 
in tale ambito (quindi possibilmente rilasciata a l pubblico dominio, o 
comunque gestita da un organismo di standardizzazione).  In particolare, i 
formati proprietari possono essere liberi (+3) ovvero limitati; in quest’ultimo 
caso la limitazione potrebbe permettere soltanto l’utilizzo libero di file già 
codificati in tale formato ma non la produzione di nuovi file ( +2), ovvero 
limitare anche la lettura dei file formattati secondo tale formato  (0); 
potrebbero essere possibili anche altri tip i di vincoli (pagamento di royalty , 
sottoscrizione di contratti di riservatezza o contratti vincolanti relativamente 
a particolari utilizzi quali lo sfruttamento commerciale, ecc.). 
d) estendibile (+2) o non estendibile (0) qualora esso sia stato concepito ab initio 
per ammettere revisioni che ne aumentino progressivamente le funzionalità. 
I formati non  estendibili, quindi, possono comunque essere soggetti a 
revisioni, che però potrebbero, per tali formati, richiedere una re-
ingegnerizzazione o un adattamento più difficoltoso rispetto a formati 
estendibili, probabilmente anche a scapito delle compatibilità di cui al punto 
precedente. 
e) livello del modello per i metadati (da 0 a +3) che segue l’analoga 
classificazione emanata nelle Linee guida nazionali per la valorizzazione del 
patrimonio informativo pubblico, emanate dall’Agenzia per l’Italia Digitale, ove al 
livello 1 vengono attribuiti 0 punti e così via via fino al livello 4 cui sono 
attribuiti 3 punti. Tale valore è indicato, per i formati descritti al §1.2.3, nelle 
loro tabelle riassuntive. 
f) non robusto (0) ovvero parzialmente robusto (+1) a seconda che il file 
comprenda meccanismi per verificare l’eventuale perdita di integrità di un file 
(o pacchetto di file); completamente robusto (+2), invece, qualora tale 
meccanismo sia presente e consenta, inoltre, di leggere correttamente le parti 
integre del file. 

 
g) dipendente (0) ovvero indipendente dal dispositivo (+4) a seconda che esso 
richieda o meno specifici componenti hardware, firmware o  software per 
essere creato o letto. 
h) i formati il cui standard prevede by design  che un applicativo in grado di 
interpretare una data revisione possa anche leggere file formattati con 
revisioni precedenti (eventualmente entro un limite massimo) si dicono retro-
compatibili. Quelli per cui gli applicativi disegnati al momento in cui una data 
revisione sia corrente possano leggere anche file formattati in base a revisioni 
successive del medesimo standard si dicono invece “ compatibili in avanti”
5 
(0). 
i) testuale (0) se, rappresentando ogni word di un file come caratteri testuali, sia 
possibile estrapolarne il contenuto informativo tramite lettura manuale e non 
automatizzata di tali caratteri —  a seguito di uno sforzo di interpretazione di 
entità variabile, ma comunque proporzionato alle capacità  intellettive di un 
tecnico di settore. Si parla, in alternativa, di formato binario (binary) (0 ) 
quando il processo è generalmente possibile solo mediante interpretazione 
automatizzata, “bit a bit”, del contenuto digitale del file da parte di un 
algoritmo di parsing. 
1.2.3 Formati generici e specifici 
1. In ottica di interoperabilità è necessario, per le PP.AA., individuare un elenco di 
formati di file (e, mutatis mutandis, di formati di contenitori, pacchetti di file, flussi 
digitali e codec) per i quali vi sia no obblighi o raccomandazioni in merito al 
riconoscimento o alla produzione in tali formati. Tale elenco non può presentare 
un unico tipo di obblighi e raccomandazioni , in quanto le organizzazioni di 
categoria, avendo necessità amministrative e operative differenti, utilizzano 
tecnologie digitali –e di conseguenza formati di file e applicazioni che li elaborano– 
estremamente variegate. 
2. È auspicabile che i formati raccomandati nel presente Allegato siano adottati con 
modalità analoghe anche dagli enti privati –quando non già obbligatori per effetto 
di altre leggi – allo scopo di incrementare l’interoperabilità nello scambio di 
documenti informatici tra settore pubblico e privato. Per questo motivo queste 
Linee guida individuano, dall’insieme di formati di cui al §2: 
 
5 A titolo di esempio, un formato potrebbe essere progettato affinché, in uno schema di versionamento del tipo “m.n” (ove m sia 
il numero ‘maggiore’ della versione e n il numero ‘minore’) vi sia retrocompatibilità totale in scrittura di almeno k  versioni 
precedenti, nonché estendibilità (in lettura) per tutte le revisioni minori della stessa versione. Ad esempio, per k=2, questo significa 
che un file codificato nella versione 3.12 di un dato formato, ad esempio, potrà essere prodotto anche da applicativi che producano 
file codificati con le versioni 4 e 5; inoltre ad un applicativo in grado di leggere la versione 3.12 sarà richiesto di poter  leggere file 
di qualunque ver sione 3 (anche se eventuali funzionalità aggiuntive introdotte in revisioni minori successive alla 3.12, pur non 
“onorabili” dall’applicativo, non dovranno pregiudicarne la possibilità di aprire il file).  

 
a) una categoria generale di formati, rispetto ai quali tutte  le PP.AA. e le 
organizzazioni sul territorio nazionale, 
a. sono in grado di leggere file prodotti in questi formati, 
b. seguono le indicazioni riportate nella tabella riassuntiva del formato  
per quanto concerne la produzione di nuovi documenti in questi 
formati; 
b) diverse categorie specifiche o speciali, diversificate in base al settore 
merceologico o alla natura del documento informatico rappresentabile, verso 
le quali sono identificati ulteriori obblighi e raccomandazioni solo verso le 
PP.AA. che, in quanto utenti professionali ,6  trattano documenti di  quella 
tipologia nell’ambito ristretto, o comunque delimitato, di quella categoria 
specifica. Tali categorie possono essere di riferimento anche per soggetti 
privati che trattano professionalmente i medesimi documenti informatici. 
3. L’appartenenza di un formato di file alla categoria generale piuttosto che a una o 
più categorie speciali è indicata nelle tabelle riassuntive dei formati contenute nel 
§2, possibilmente differenziata per la lettura ovvero la scrittura (cioè la formazione) 
di documenti in tali formati. 
4. Come indicato nelle Linee guida di cui il presente Allegato è parte integrante, 
qualora un formato di file sia indicato come generico , ma una sua particolare 
applicazione in un determinato settore specialistico fornisca anche un formato di 
file specifico, ovvero una variazione strutturale del medesimo formato generico (ad 
es. dialetti, specializzazioni,  varianti, schemi operativ i, profili, specifiche tecniche 
particolari o aggiuntive), la specializzazione del formato prevale su quella generale. 
5. Ad esempio, nel caso di un documento informatico  contenente informazioni 
fiscali relative a una prestazione, cessazione di beni o servizi, le organizzazioni non 
devono produrlo in un qualsiasi tipo di file XML (che è altresì un formato generico 
per dati strutturati , anche di codesto tipo , cfr. §2.3); ne è garantita, invece la 
produzione sotto forma di fattura elettronica nello specifico formato FatturaPA (cfr. 
§2.14), individuato dal legislatore come il dialetto XML per quell’utilizzo specifico. 
6. Si precisa che, sempre in analogia con l’indice di interoperabilità introdotto nel 
§3.2, il caso di pacchetti e contenitori di file va sempre considerato congiuntamente 
con tutte le sue parti costituenti: cioè, per i pacchetti di file, il formato del pacchetto 
in se, insieme ai formati di tutti i file costituenti il pacchetto stesso; per i contenitori 
di file, il formato della busta in se, insieme ai formati di tutti i flussi e i codec di tutte 
le essenze imbustate nel contenitore. 
 
6 Il termine “utente professionale” va inteso ai sensi del Regolamento ( UE) No 1807/2018 (regolamento “FFnpD”) 
del Parlamento europeo e del Consiglio relativa a un quadro applicabile alla libera circolazione dei dati non personali 
nell’Unione Europea. 

 
7. Ad esempio, si co nsideri un contenitore multimediale7 i cui formati della busta 
(e.g. MP4, §2.12) e quello delle essenze audio e sottotitoli (e.g., rispettivamente, WAVE 
e EBU STL, § 2.9) sono contenute nella categoria generale, mentre il codec usato 
nell’essenza video (e.g. XDCAM EX) non è presente in nessun elenco, trattandosi di 
un codec chiuso e proprietario. In effetti un documento elettronico  così formato 
non è riproducibile integralmente, a meno di non avere a disposizione 
nell’applicativo d’utilizzo (riproduttore multimediale) il codec proprietario XDCAM, 
la cui disponibilità pubblica è, ad oggi, limitata e potrebbe ridu rsi sensibilmente in 
futuro, a causa dell’obsolescenza del codec rispetto alle tecnologie degli applicativi, 
della scadenza di licenze d’uso e brevetti, nonché delle sorti dell’organizzazione che 
li detiene. In questo esempio, dunque, il documento elettron ico non può 
considerarsi un file codificato, nella sua interezza, in un formato interoperabile : lo 
sono le tracce audio, sottotitoli e il contenitore che le imbusta, ma non lo è la traccia 
video e, quindi, non lo è il documento informatico nella sua interezza. 
2. Tipi di file 
1. Si faccia riferimento al Glossario delle presenti linee guida per la definizione dei 
termini non ulteriormente introdotti in questa sezione.  
La sezione mantiene la medesima suddivisione per tipologie di formato delineata in 
§1.2.1. Per ciascun formato di file, pacchetto di file, busta o codec, ne vengono 
ricapitolate le caratteristiche principali in una tabella sinottica, recante: 
• nome abbreviato, acronimo ovvero pseudonimo del formato (in alto a 
sinistra). 
• 
TIPOLOGIA DI FORMATO (in alto a destra)  — in particolare se si tratti di un 
formato di file, di busta/contenitore, di pacchetto di file, di flusso, ovvero un 
codec per essenze multimediali. 
• icona del formato (in alto a destra) — riferimento visivo, a scopo di mera 
indicazione o suggestione, della riproduzione grafica di un’icona specifica per 
 
7 Questi file sono, comunemente ma in maniera inesatta , chiamati «file video», perché l’essenza più importante 
contenuta al loro interno è quella video, ovvero in questo caso «file ‘MP4’» in quanto si esplicita il solo formato della 
busta, ignorando i codec delle essenze al suo interno, perché la busta è spesso –impropriamente– il solo oggetto cui 
venga una visibilità tecnica, verso l’utente, da parte del sistema operativo e di archiviazione che conserva e processa 
il file. Tuttavia, tali contenitori possono avere più tracce video, audio, sottotitoli — talvolta persino file di altri formati 
in allegato. L’integrità di tali file, che ne consente un utilizzo pieno sotto ogni aspetto tecnico, amministrativo e 
giuridico, è legata perciò alla possibilità di aprire e decodificare non solo la busta e una traccia video , ma tutte le 
essenze ivi contenute. Per questo motivo è importante sottolineare la presenza di essenze di più tipologie diverse al 
suo interno, ciascuna potenzialmente codificata con un codec diverso, da cui l’esigenza di nominare correttamente 
questi file come «contenitori multimediali». 

 
la tipologia in oggetto (così come implementata  nelle GUI dei principali 
sistemi operativi o software applicativi, per la riproduzione di detto formato). 
• nome completo del formato. 
• estensione di file — se più di una, la prima è da considerarsi raccomandata 
per la generazione dei file, mentre le altre sono estensioni meno 
comunemente usate, per le quali si raccomanda la capacità di lettura in t ale 
formato. Nel caso dei pacchetti di file, sono invece indicate le estensioni dei 
formati di file che compongono obbligatoriamente il pacchetto (escludendo 
tutte le tipologie di formati ammessi dal pacchetto ma che non devono essere 
obbligatoriamente presenti all’interno). 
• Tipologia MIME (per i formati di file e busta) — per i formati di file vengono 
indicati i possibili tipi MIME, come definiti in RFC-6838, per l’identificazione 
del formato a prescindere dall’estensione; qualora presenti più di un tipo 
MIME, il primo è sempre da intendersi quale preferenziale (e dunque 
raccomandato per la creazione di file in questo formato) . Nel caso di 
pacchetti di file, sono invece indicati i tipi MIME usati dai file che 
compongono il pacchetto. Una lista aggiornata di tipi MIME registrati si può 
trovare al seguente indirizzo internet: www .digipres.org/formats/mime-types. 
• Derivato da (opzionale) — eventuali formati di file, buste, pacchetti o codec di 
cui il formato è un’evoluzione ovvero, come nel caso di XML, ne rappresenti 
un dialetto. Possono essere indicati qui, per contenitori e pacchetti di file 
multimediali, l’applicabilità a uno o più schemi operativi. 
• Magic number (per i formati di file e busta) — L’eventuale codice, definito nel 
Glossario e in § 1.1.3, viene indicato nella sua codifica ASCII così; qualora i 
caratteri del magic number contengano caratteri speciali non alfanumerici e non 
diacritici, essi potranno essere indicati, in toto  o in parte, in notazione 
esadecimale, come ad esempio 0x1A3F (2 byte). 
• Profili (per i soli codec) — Molti codec posseggono parametri di compressione 
che sono usati per “tarare” l’algoritmo a diverse esigenze. Alcuni di questi 
parametri possono essere impostati –in maniera più o meno rigida– su valori 
determinati a priori, andando a costituire de lle pre-selezioni che prendono il 
nomi di “profili”, “livelli” o altro (a seconda del tipo di codec). Se rilevante o 
vincolante a livello di codec, può essere indicata qui la compa tibilità di un 
codec con uno più schemi operativi (anche se uno schema operativo viene 
tecnicamente rafforzato al livello di contenitore o di p acchetto di file). 
Quando utile per distinguere ulteriormente i tipi di profilo fra loro , da un 
punto di vista puramente grafico, possono essere usati anche alcuni colori. 
• Codice FourCC (per i soli codec ) — definito in RFC -2361
 (oltre che in  
www.fourcc.org) e nel Glossario, è usato per indicare una stringa identificativa 
di al più 4 caratteri alfanumerici minuscoli, indicata così, per distinguere i 

 
codec audio e video  usati nelle essenze per alcuni tipi di formati di busta 
multimediale (§2.12). 
• Sviluppato da — Nome dell’organizzazione di standardizzazione, azienda, 
dicasterio governativo di competenza, società o comunità che ne deti ene la 
proprietà intellettuale (formati proprietari), ovvero che ne mantiene lo 
sviluppo (formati non proprietari). 
• Tipologia di standard — viene brevemente elencato se il formato sia 
codificato in qualche tipo di standard, se sia o meno aperto, proprietario (con 
eventuali licenze d’uso), testuale/binario, retrocompatibile, estendibile, 
robusto e dipendente dal dispositivo. Qualora non espressamente indicato in 
tale casella (rispetto alla classificazione delle tipologie di formato di cui a l 
§1.2.1), viene implicitamente assunto che il formato sia: 
a) non codificato in alcuno standard, né de iure né de facto, 
b) chiuso, 
c) proprietario con licenza d’uso vincolante sia in lettura che in scrittura, 
d) non estendibile, 
e) possegga modello per i metadati di livello 1, 
f) non robusto, 
g) indipendente dal dispositivo. 
• Livello metadati — Il “livello del modello per i metadati”, come introdotto 
nelle Linee guida nazionali per la valorizzazione del patrimonio informativo pubblico  
emesse dall’Agenzia per l’Italia Digitale, che si riferisce alla classificazione dei 
metadati supportati nativamente dal formato. Si precisa che la classificazione 
di ciascun formato in un dato livello si riferisce all’opportunità di valorizzare 
tutti i metadati, obbligatori e facoltativi, come previsti dalle specifiche 
tecniche del formato stesso riportate nella tabella, alla sezione Riferimenti). 
Qualora non vengano valorizzati tutti i metadati facoltativi, la classificazione 
può attestarsi a un livello inferiore. Altresì, non viene considerata, ai fini di 
tale classificazione, la valorizzazione custom di eventuali metadati “riservati” a 
casi d’uso non riportati dalle specifiche (quali, ad esempio, campi riempiti da 
singoli fornitori con metadati di loro propria rilevanza e sintassi). Nel caso di 
pacchetti di file, la classificazione si riferisce ai metadati complessivamente 
presenti nell’insieme di file minimi costituenti il pacchetto. 
• Revisione — viene indicata qui la versione dello standard di riferimento per 
le 
PP.AA.; la  “versione di riferimento” va intesa , salvo indicazione contraria 
in Revisione, come la versione più recente tra quelle supportate, nel senso 
che: 

 
♦ per le organizzazioni che leggono file in questo formato, è obbligatoria 
la leggibilità di file creati con questa versione e, con tutte le precedenti 
con cui tale versione è descritta come retrocompatibile (cfr. §1.2.2);8 
♦ per le organizzazioni che producono documenti in tale formato , è 
obbligatoria la produzione di nuovi documenti in tale versione ovvero –
qualora non tecnicamente praticabile – con una qualunque versione 
precedente rispetto alla quale la versione indicata in Revisione sia 
descritta come retrocompatibile ( cfr. § 1.2.29 ), ovvero –qualora non 
tecnicamente praticabile neanche ciò – con una qualunque versione 
successiva rispetto alla quale, però, la quella indicata in Revisione sia 
descritta come compatibile in avanti. 
• Riferimenti — sono qui elencate tutte le normative di riferimento (sotto 
forma di leggi,  regolamenti tecnici, linee guida  o standard) nonché – in 
mancanza o a complemento di altro– best pratices e indirizzi di siti web ove sia 
resa disponibile altra utile documentazione ufficiale; 
• Conservazione —  Sono date indicazioni in merito all’utilizzo del formato 
per la conservazione di cui alle presenti Linee guida. In alcuni casi, il formato 
può essere adottato per la conservazione dei documenti informatici purché 
siano adottate specifiche configurazioni, eventualmente indicate qui. Infine, 
è indicato in questo campo (con la dicitura “cfr. §2.8”), l’eventuale attenzione 
all’uso di caratteri tipografici non interoperabili. 
• Racc. per la lettura  — raccomandazioni per le 
PP.AA. relativamente alla 
capacità di leggere documenti informatici nel dato formato, oltre che 
eventuali obblighi normati dalle Linee guida di cui questo Allegato è parte 
integrante; 
• Racc. per la scrittura — raccomandazioni per le 
PP.AA. relativamente alla 
capacità di f ormare documenti informatici nel dato formato, oltre che 
eventuali obblighi previsti dalle Linee guida di cui questo Allegato è parte 
integrante. In tale sezione sono collocate anche indicazioni in merito all’uso 
di tale formato per la conservazione, così come trattata nelle presenti Linee 
guida. 
Ciascun formato può essere ulteriormente descritto, particolarmente riguardo alle 
raccomandazioni e agli eventuali obblighi, in una parte discorsiva successiva alla 
tabella sinottica. 
 
8 Se, ad esempio, è raccomandata la versione 3.0 di un dato formato di file, che è definito come una variante della 
versione 2.0 tale che qualunque lettore in grado di leggere la 3.0 leggerà anche la 2.0, l’obbligo in lettura si applica 
anche alla versione 2.0. 
9 Se, utilizzando il precedente esempio, è raccomandata la versione 3.5 di un dato formato di file ma qualunque 
applicazione in grado 

 
2. Si rimanda al Regolamento (UE) No 679/2016 (“GDPR”) del Parlamento europeo 
e del Consiglio in materia di trattamento dei dati personali che, rappresentati in un 
documento informatico, possono essere soggetti a pseudonimì a, come metodologia 
atta a proteggerli, aggiornarli, cancellarli. La scelta dei formati di file da utilizzare 
può discendere anche dall’implementazione di tecnologie e procedure allo scopo di 
ottemperare agli obblighi imposti in capo al GDPR. 
3. Si rimanda al Regolamento ( UE) N o 1807/2018 (regolamento “ FFnpD”) del 
Parlamento europeo e del Consiglio relativa a un quadro applicabile alla libera 
circolazione dei dati non personali nell’Unione Europea, per quanto riguarda 
ulteriori considerazioni in merito sia alla localizzazione geografica dei documenti 
informatici, alla loro portabilità e alle distinzioni tra utilizzo e utenti professionali di 
dati non personali. 
4. Si rimanda alle Linee guida sull’accessibilità  e alle Linee guida di design  per le 
considerazioni sulla rappresentazione di elementi testuali e grafici nei do cumenti 
elettronici, cui le PP.AA. si attengono per la produzione di documenti informatici. 
Come mero esempio, tali considerazioni possono riguardare i criteri di scelta: 
• delle famiglie di caratteri tipografici (§2.8) e del loro corpo; 
• dell’inclusione di un elemento grafico come immagine vettoriale (§ 2.6) 
ovvero raster (§2.7). 
5. Il primo criterio di scelta è di particolare pertinenza con la formazione dei 
documenti informatici, in quanto in moltissime tipologie elencate nel §2 (non solo 
i documenti impaginati, bensì anche le pagine web, i fogli di calcolo, le presentazioni 
multimediali, le immagini vettoriali e la modellazione digitale, nonché i sottotitoli) il 
tipo di carattere è parte integrante del documento perciò, qualora il carattere 
tipografico non sia presente o non sia interpretabile dal sistema informativo che 
visualizza il documento, ciò può comportare una difformità o addirittura 
l’impossibilità di leggere lo stesso. 
6. Nel caso di documenti la cui rappresentazione o utilizzo (si pensi, ad esempio, 
non soltanto a documenti impaginati, bensì a documenti multimediali) dipendano 
dalle caratteristiche tecniche del formato scelto e delle modalità con cui il 
documento viene specificatamente formato, le considerazioni di cui alle sopracitate 
Linee guida saranno valutate allo scopo di incrementare l’interoperabilità e 
l’accessibilità dei documenti. 
7. Proprio in considerazione dei precedenti 2, 4, 5 e 6, le 
PP.AA. possono includere 
nella valutazione di interoperabilità (cfr. §3.1) le considerazioni relative alla scelta dei 
formati dei file, delle modalità con cui i documenti ve ngono formati usando 
determinati formati (profili, impostazioni o configurazione del sistema di 
formazione del file, ecc.). 
8.  Nel caso di formati di file che permettano di scegliere i caratteri tipografici da 
utilizzare salvando tali scelte come parte del documento informatico stesso, qualora 

 
i caratteri tipografici non facciano anch’essi parte del documento informatico, le 
PP.AA. adotteranno tutte le misure necessarie per la scelta di caratteri tipografici di 
uso comune, affinché la visualizzazione del d ocumento sia il più possibile 
indipendente dai caratteri tipografici. 
9. La raccomandazione di cui al punto 8 viene richiamata, nelle successive schede 
tecniche dei formati di file, mediante l’indicazione del capitolo sui caratteri 
tipografici, cioè con la semplice dicitura “cfr. §2.8”, alla voce “Livello metadati”. 
2.1 Documenti impaginati 
1. I formati “orientati alla pagina”, o “impaginati”, suddividono un documento 
informatico in unità separate chiamate fogli, in quanto il loro utilizzo primario è la 
carta stampata, come mezzo di origine (tramite scansione di documento cartaceo) 
ovvero di destinazione (tramite stampa). Non tutti i documenti impaginati sono 
però concepiti per la stampa, esibendo anzi caratteristiche tipiche del mondo 
digitale, quale la possibilità di allegare contenuti multimediali o anche di altro genere, 
così come di collegamenti di tipo 
URL a altre posizioni nella rete internet, intranet o 
in altro sistema di gestione dei documenti, in modo che l’utente possa accedervi 
tipicamente dopo aver attivato il collegamento di riferimento. 
2. La pagina va inoltre considerata come un’entità virtuale — dunque non legata alla 
bidimensionalità e staticità di una superficie fisica di stampa. Con l’eccezione di 
alcuni formati nati ed evoluti esclusivamente nell’ambito della stampa tradizionale, 
e.g. il formato PostScript®, che dunque sono tecnicamente vincolati a rappresentare 
esclusivamente elementi direttamente stampabili (quali testi, disegni, immagini 
statiche), i formati più evoluti quali il PDF possono rappresentare dati multimediali, 
elementi interattivi o persino includere altri file all’interno di un documento 
impaginato (si legga la sezione corrispondente). 
3. In formati di questo tipo viene descritta anche la “presentazione” (cioè la 
rappresentazione visuale) dei contenuti informativi all’interno delle pagine, 
utilizzando stili di visualizzazione di ipertesti (cfr. §2.2), immagini (raster o vettoriali, 
cfr. §2.6 e §2.7) e altre tecniche tipografiche, quali i caratteri tipografici (§ 0), che 
possono essere riferiti sia internamente nel medesimo file e che contiene dunque, al 
suo interno, un insieme completo o parziale di glifi. 
 
PDF FORMATO DI FILE 
Nome completo Portable Document Format 
 Estensione/i .pdf 
Magic number %PDF 
Tipo MIME application/pdf 
Sviluppato da Adobe Systems 

 
Tipologia di 
standard aperto (2.0)/proprietario (libero 1.7), estendibile, de jure  
Livello 
metadati 4 
Derivato da Adobe® PostScript® 
Revisione 2.0  (2017) 
Riferimenti Famiglie di standard 32000 e 19005 della 
ISO/IEC: 
• 32000-2:2017, PDF v2.0 
• 32000-1:2008, PDF v1.7 
• 19005-1:2005, PDF/A-1  (V1.4) 
• 19005-2:2011, PDF/A-2  (V1.7) 
• 19005-3:2012, PDF/A-3  (V1.7) 
• Adobe, Supplement to PDF v1.7 Extension 3, 
©2008 
• Adobe, Document management – PDF 1.7, ©2008 
• ISO 24517-1:2008, PDF/E-1  (V1.6) 
• ISO 15930-1:2001, PDF/X-1 e PDF/X-1a  (V1.4) 
• ISO 15930-8:2010, PDF/X-5  (V1.6) 
• ISO 14289-1:2014, PDF/UA-1  (V1.4) 
• ISO/CD 14289-2, PDF/UA-2  (V2.0) 
• ISO 16612-2:2010, PDF/VT-1 e PDF/VT-2  (PDF/X-
4 e /X-5) 
• ISO/CD 16612-3, PDF/VT-3  (PDF/X-6)  (V2.0) 
Conservazione Sì, solo profili PDF/A e PDF/B; 
altrimenti, cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Generico con riconoscimento obbligatorio 
(v1.x). 
Racc. per la 
scrittura 
Raccomandata: v1.7+. Obbligatoria: v1.4+. 
Profili raccomandati (leggere 
raccomandazioni più sotto): PDF/A-2a, PDF/A-
2u, PDF/A-2b, PDF/A-1a, PDF/A-1b. 
Profili PDF/A e PDF/B adatti alla 
conservazione. 
 
4. Il formato PDF è il “principe” dei formati per documenti impaginati. Nato come 
formato proprietario (sviluppato da Adobe Corporation), è stato rapidamente 
adottato come standard de facto per la produzione digitale del cartaceo ; nel 2008 è 
diventato uno standard de iure, con il nome di ISO 32000-1 (PDF versione 1. 7); 
successivamente rivisto nel 2017, con il nome di ISO 32000-2 (PDF versione 2.0). Il 
formato PDF è estremamente versatile in quanto è stato continuamente aggiornato 
nel tempo aggiungendo nuove funzionalità. Allo stato attuale (PDF versione 2.0) è 
possibile includere nel documento evidenze di vario tipo (incluse immagini, audio, 
video, modelli tridimensionali animati), imbustare all’interno del file di qualsivoglia 
formato sotto forma di “allegati”, sovraimprimere graficamente alle pagine moduli 
interattivi che permettono all’utente compilazione libera o vincolata (per poi 
salvarne un’istanza con i campi riempiti) . È anche p ossibile proteggere un 
documento PDF con password o firme elettroniche e usare la crittografia per 

 
limitarne la lettura o la modifica, anche se tale protezione è aggirabile con appositi 
strumenti software. 
5. L’apposizione di firme e  sigilli elettronici su documenti in formato PDF è 
effettuata mediante la busta crittografica PAdES (cfr. § 2.16), mentre il servizio 
fiduciario elettronico costituto dalla convalida di documenti in formato PAdES è 
sancito dalla normativa comunitaria. 
6. Il PDF è uno standard “modulare”, nel senso che sono stati definiti profili diversi 
che introducono insiemi aggiuntivi di nuove funzionalità (quali quelle sopra 
elencate), ovvero vincolano alcune di esse allo scopo di migliorare l’interoperabilità 
del documento PDF in specifici ambiti. I profili possono prevedere sotto -profili 
con ulteriori specifiche (additive o vincolanti), chiamati livelli di conformità. Si noti 
inoltre che un file PDF può essere conforme a più livelli ( profili o sotto -profili) 
contemporaneamente. I profili e sotto -profili ufficialmente riconosciuti sono i 
seguenti: 
• PDF/A (archival)  —  Profilo particolarmente adatto alla creazione di 
documenti di cui deve essere garantita la leggibilità in caso di archiviazione a 
lungo termine e conservazione. Si divide in due sotto-profili: 
o 
PDF/A-1  —  Basato su PDF versione 1.4,  impedisce al file di 
contenere (graficamente o come allegati) niente altro che testi, 
ipertesti, immagini raster o vettoriali; sono in particolar modo vietati i 
moduli con contenuti variabili (e.g. codice Java eseguibili) , Infine, i l 
formato contenere al suo interno tutti i caratteri tipografici utilizzati.   
 PDF/A-1a (accessible)  —  Specifica “forte” del sotto -profilo 
PDF/A-1, ove ad ogni contenuto non testuale del file è garantita 
piena coerenza semantica e accessibilità  (p.es. ogni immagine 
deve avere un commento, ed ogni glifo un codice U NICODE); 
questo consente non solo una visualizzazione del file a lungo 
termine, ma anche un suo utilizzo da parte di parser e di lettori 
del documento per persone diversamente abili. 
 PDF/A-1b (basic)  —   Specifica “debole” del sotto -profilo 
PDF/A-1, ove non è richiesta la presenza di dati semantici come 
in PDF/A-1a.  
o PDF/A-2  —  Basato su PDF versione 1. 7, è dotato di tre livelli di 
conformità: 
 PDF/A-2a  —  analogo a PDF/A-1a. 
 PDF/A-2b  —  analogo a PDF/A-1b. 
 PDF/A-2u  —  analogo a PDF/A-2b, ma con il vincolo 
aggiuntivo che tutti i caratteri impiegati devono essere codificati 
in base alla mappatura U
NICODE. 

 
o PDF/A-3  —  Sotto -profilo poco usato che aggiunge, rispetto a PDF/A-
2, la possibilità di allegare file di qualsiasi tipo. 
• PDF/E (engineering)  —  Profilo  dedicato all’inclusione di disegni e altri dati 
tecnici nel PDF (versione 1.6), quali informazioni geografiche, e modelli 
grafici tridimensionali interattivi. 
• PDF/H (health)  —  Inclusione di dati sanitari (sotto forma di XML) quali 
referti, sondaggi, testi di laboratorio o altri sistemi diagnostici. 
• PDF/X (graphics exchange)  —  Interscambio professionale di contenuti grafici 
(sia raster che vettoriali, cfr. §2.6 e §2.7 rispettivamente) 
o PDF/X-1  —  Sotto -profilo basato su PDF versione 1.3. 
 PDF/X-1a  —  Variante in cui devono essere incluse tutte le 
fonti tipografiche, mentre i colori sono codificati in spazio -
colore CMYK o come colori spot10. 
o PDF/X-3  —  Sotto-profilo (basato su PDF versione 1.3) che include 
capacità colorimetriche avanzate, come ad esempio ammettere, oltre a 
colori spot, spazi-colore CMYK, CIELAB, RGB (calibrati o meno), profili 
ICC. 
o PDF/X-4  —  Ulteriore evoluzione del sotto -profilo PDF/X-3 (basato 
su PDF versione 1.4) che include anche le trasparenze. 
o PDF/X-5  —  Ulteriore evoluzione del sotto -profilo PDF/X-5 (basato 
su PDF versione 1.6), con una ulteriore distinzione: PDF/X-5g, 
PDF/X-5pg e PDF/X-5n. 
• PDF/UA (universal accessibility)  —  Profilo dedicato all’accessibilità universale, 
che comprende ad esempio l’ordine con cui devono comparire commenti e 
note, le didascalie per i contenuti extra meno accessibili (ad es. foto o video), 
i requisiti per permettere a tecnologie di accessibilità  di gestire tutte le parti 
del documento (incluse quelle criptate). 
• 
PDF/VT (variable and transactional printing )  —  Profilo dedicato a PDF che 
andranno stampati con parti variabili da tiratura a tiratura  (ad es. il numero 
seriale progressivo in ogni esemplare a tiratura limitata). 
o PDF/VT-1  —  Variante in cui tutte le parti sono auto -contenute in un 
singolo file PDF (compatibile con PDF/X-4). 
o PDF/VT-2  —  Variante in cui è contemplato l’uso di elementi grafici 
contenuti in file esterni (compatibile con PDF/X-5) 
 
10 Un colore spot è indicato digitalmente da un semplice codice corrispondente, nei plotter e stampanti professionali, 
ad un particolare inchiostro che viene inserito appositamente. I colori spot possono prevedere qualità colorimetriche 
non visibili digitalmente (p.es. colori lucidi, opachi, metallizzati, perlati, ruvidi), così come essere associati, in 
particolari processi di stampa, a lavorazioni completamente diverse nella zona dell’impaginato digitalmente indicata 
come da stampare con un dato color spot. 

 
 PDF/VT-2s  —  Ulteriore variante in cui sono ammessi 
contenuti presi da flussi digitali esterni al PDF stesso (p.es. dati 
provenienti da un sensore). 
7. Come riportato nella scheda tecnica del formato PDF, a prescindere dalla 
tipologia di contenuto (e quindi dall’eventuale conformità con altri profili), la 
produzione di file in formato PDF privilegia, ove disponibile, la più recente versione 
conforme allo ISO 32000-2, adottando preferenzialmente i suoi i profili di 
accessibilità, con il seguente ordine di preferenza: PDF/A-2a, PDF/A-2u, PDF/A-2b. 
Qualora non siano disponibili strumenti per la produzione di documenti PDF 
conformi alla versione 2.0, si utilizza la versione più recente disponibile, preferendo 
le versioni conformi allo ISO 32000-1  (PDF versione 1.7 e successive), in nessun 
caso inferiori al PDF versione 1.4, adottando i profili di accessibilità con il seguente 
ordine di preferenza: PDF/A-1a, PDF/A-1b. La ragione principale di tale ordine di 
preferenza risiede nella maggiore versatilità del PDF versione 1.7 e successive nel: 
• includere documenti (anche non in formato PDF), come allegati  al PDF 
stesso; 
• permettere l’utilizzo di campi modulo senza incidere sulla validità di firme o 
sigilli elettronici senza invalidare l’integrità del documento stesso, né 
tantomeno delle firme o sigilli elettronici 
PAdES eventualmente apposti; 
8. L’obbligo di cui al precedente capoverso può essere disatteso per i documenti 
PDF prodotti per essere specificatamente modificati ovvero “compilabili” in un 
momento successivo alla loro produzione, come ad “modelli” o template  per 
procedimenti amministrativi  di varia natura.  Tuttavia, le PP.AA. producono il 
documento compilabile e modificabile in formato PDF , usando versioni e profili 
adeguati, tenendo conto che una volta compilati o redatti in forma definitiva, tali 
file costituiranno documenti informatici (nel senso della rilevanza degli atti, fatti o 
dati giuridicamente rilevanti contenuti nella versione modificata o compilata) . Si 
raccomanda, ad esempio, di utilizzare per file PDF compilabili o modificabili, 
solamente caratteri tipografici tra quelli interoperabili “standard” definiti nel §2.8. 
9. I documenti che sono immodificabili salvo per la compilazione di campi vuoti o 
l’apposizione di firme o sigilli elettronici d evono essere prodotti in formato PDF 
versione almeno pari a 1.7, sfruttando i campi modulo e la loro robustezza, come 
già esposto al punto 7. 
 
WORD® 2007 FORMATO DI FILE 
Nome completo WordProcessingML OOXML Extension 
 Estensione/i .docx,  .dotx 
Specializzazione 
di XML imbustato dentro ZIP 
Tipo MIME application/vnd.openxmlformats-officedocument.wordprocessingml.document 
application/vnd.openxmlformats-officedocument.wordprocessingml.template 

 
Sviluppato da Microsoft Corporation;  ISO;   ECMA 
Tipologia di 
standard 
proprietario (libero), estendibile, de 
facto, testuale 
Livello metadati 3 
Derivato da Office Open XML;  Microsoft® Word ®   
Revisione 11.1  (2018) 
Riferimenti • Microsoft, Word extensions to OOXML 
(.docx) file format v11.1  (2018) 
• officeopenxml.com, Anatomy of a 
WordProcessingML file 
Conservazione Sì, solo profilo Strict;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Generico con riconoscimento obbligatorio 
Racc. per la 
scrittura 
Vedasi capoversi 10 e 11 per la 
conservazione. 
 
9. La suite di applicativi Microsoft® Office®, dalla versione 2007 in poi, utilizza un 
formato di file unico per i suoi applicativi principali, chiamato Open Office XML 
(OOML, descritto più genericamente in §2.5). Il formato consiste in un pacchetto di 
file, suddiviso in più cartelle, imbustato e compresso con un algoritmo ZIP e 
presentato come un unico file. I file all’interno del pacchetto compress o sono 
prevalentemente in formato XML e utilizzano il dialetto WordprocessingML , 
riservato ai documenti di videoscrittura elaborati dall’applicativo Word® per definire 
l’intera struttura e il contenuto del documento. Eventuali documenti allegati (p.es. 
immagini, video, audio o altri file) sono inseriti, all’interno di opportune cartelle, nel 
loro formato nativo. L’estensione del documento compresso per gli impaginati 
normali (senza macro attive) è .docx, mentre altri tipi di documenti (p .es. modelli di 
documento, impaginati con macro attive) sono indicati semplicemente con estensioni 
diverse. 
10. Come per altri formati basati su 
OOXML, si consiglia la produzione di documenti 
con il profilo Strict, che è più restrittivo ma consente di eliminare alcune estensioni 
“proprietarie” che possono ridurre l’interoperabilità del formato stesso.  
11. Il documento è adatto alla conservazione solo se:  
• sono utilizzati esclusivamente caratteri tipografici “standard” (cfr. § 2.8 
capoverso 2), 
• è privo di contenuti dinamici ad eccezione di campi compilabili o campi-
firma, 
• è privo di contenuti audiovisivi (suoni, video), 
• eventuali immagini o altri conten uti multimediali sono contenute 
direttamente nel documento e non mediante collegamenti a file esterni al 
documento. 
Si consiglia inoltre
 di effettuare un controllo sull’intera accessibilità del documento. 
 

 
MS-DOC FORMATO DI FILE 
Nome completo Microsoft® Word ® Binary File 
Format  Estensione/i .doc,  .dot 
Magic number 0xD0CF11E0A1B11AE1 
Tipo MIME application/msword 
Sviluppato da Microsoft Corporation 
Tipologia di 
standard proprietario (libero), estendibile, de facto, binario, deprecato  
Livello 
metadati 3 
Derivato da Microsoft® Compound File Binary format;  Corel® WordPerfect™ 
Revisione 8.1  (2018) 
Riferimenti • Microsoft, [MS-DOC]: Word (.doc) binary 
file format v8.1  (2018) 
Conservazione No;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Obbligatorio con riversamento raccomandato 
Racc. per la 
scrittura 
Sconsigliato 
 
12. Il formato binario Word,® utilizzato come formato principale fino alle versione 
2003 d a codesto applicativo di videoscrittura, è una variante specializzata del 
formato Compound File Binary, proprietario di Microsoft Corporation (cfr. § 2.5); 
utilizza l’estensione .doc per il documenti impaginati normale, e la cambia in caso 
di varianti, quali ad esempio i modelli di documento (estensione .dot). Il formato 
contiene in un unico file i metadati, i contenuti testuali, ipertestuali e gli allegati 
dell’impaginato, senza offrire efficaci meccanismi di controllo dell’integrità. Inoltre, 
le revisioni al documento vengono in generale salvate come modifiche differenziali 
in coda al file, contribuendo ad ingrandire la dimensione del file e, al tempo stesso, 
renderne più complessa l’apertura e l’interpretazione da parte degli applicativi di 
videoscrittura. Per questa mancanza di robustezza (soprattutto in caso di documenti 
di dimensioni molto grandi a causa di contenuti multimediali allegati), l’azienda 
proprietaria del formato decide di cambiare strategia, adottando un nuovo formato 
per tutti i documenti della suite applicativa Office,® a partire dalla versione 2007 , 
anche se il “formato .doc“ è pienamente supportato dalle nuove versioni. In caso di 
produzione di nuovi documenti impaginati tramite Word® si raccomanda l’uso del 
nuovo, sopra descritto formato basato su Open Office XML. 
 
ODT FORMATO CONTENITORE 
Nome completo Open Document Text   
 Estensione/i .odt 
Specializzazione 
di XML imbustato dentro ZIP 
Tipo MIME application/vnd.oasis.opendocument.text 
Sviluppato da Organization for the Advancement of Structured Information Standards  

 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, binario 
Livello metadati 3 
Derivato da — 
Revisione 1.2  (2015) 
Riferimenti Famiglia di standard 26300 della ISO/IEC: 
• ISO/IEC 26300-1:2015, ODF for Office 
Applications v1.2 – Part 1: OpenDocument 
Schema 
• ISO/IEC 26300-3:2015, ODF for Office 
Applications v1.2 – Part 3: Packages 
• OASIS, Open Document Format for Office 
Applications (OpenDocument), v1.2  (2015) 
Conservazione Sì;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Generico con riconoscimento obbligatorio 
Racc. per la 
scrittura 
Fortemente raccomandato 
 
13. Il formato OpenDocument Text (ODT) è una particolare implementazione del 
più generale formato OpenDocument (cfr. §2.5). Esso è il formato di default usato 
dall’applicazione di videoscrittura Writer della suite open source LibreOffice , ma è 
ampiamente supportato da molti altri applicativi di videoscrittura. Come per l’Open 
Office XML, anche tale formato è costituito da una busta compressa ZIP contenente 
un pacchetto di file che descrive la composizione del documento, cui componenti 
principali sono in formato XML. 
 
RICHTEXT FORMATO DI FILE 
Nome completo Rich Text Format 
 Estensione/i .rtf 
Magic number {\rtf1 
Tipo MIME text/rtf,  application/rtf 
Sviluppato da Microsoft 
Tipologia di 
standard 
proprietario (libero), de facto, 
binario, deprecato 
Livello 
metadati 1 
Derivato da Rich-Text;  Enriched Text 
Revisione 1.9.1  (2008) 
Riferimenti • Microsoft, Word 2007: Rich Text Format 
(RTF) Specification v1.9.1  (2008) 
• RFC-1521 
Conservazione No;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Generico con riconoscimento consigliato 
Racc. per la 
scrittura 
Non raccomandato 
 

 
14. Rich Text Format (RTF) è un formato di proprietà di Microsoft utilizzato come 
formati interoperabile di documenti impaginati. Il formato supporta un numero 
molto ridotto di caratteristiche grafiche e tipografiche, e una possibilità limitata 
relativamente a ipertesti e allegati multimediali, a fronte di una semplicità strutturale 
conforme con lo scopo della sua introduzione. Nonostante sia ancora supportato 
dai principali applicativi di videoscrittur a (inclusi quelli installati di default nei 
principali sistemi operativi), ma seguito della standardizzazione e apertura di formati 
ben più evoluti e completi (cfr. quelli basati su OOXML e OpenDocument) e, se ne 
sconsiglia l’uso per la produzione di nuovi documenti. 
 
EPUB FORMATO DI FILE 
Nome completo EPUB 
 Estensione/i .epub 
Specializzazione 
di HTML, CSS, XML, SVG, … imbustati dentro ZIP 
Tipo MIME application/epub+zip 
Sviluppato da International Digital Publishing Forum 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de facto 
Livello metadati 3;  cfr. §2.8 
Derivato da Open eBook publication structure;  
XHTML;  CSS 
Revisione 3.1  (2017) 
Riferimenti Famiglia di standard 30135 della ISO/IEC: 
• ISO/IEC 30135-1:2014, EPUB Part 1: EPUB3 
overview 
• ISO/IEC 30135-3:2014, EPUB Part 3:content 
documents 
• ISO/IEC 30135-5:2014, EPUB Part 5: media 
overlay 
• www.idpf.org/epub 
Conservazione No; cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Generico con riconoscimento consigliato 
Racc. per la 
scrittura 
Raccomandato nell’editoria digitale 
 
15. Il formato EPUB è costituito da un pacchetto di file che descrivono, 
complessivamente, una documento paginato comprensivo dei suoi allegati 
multimediali, compressi con compressione ZIP in un unico file con estensione .epub. 
I documenti prediletti da questo formato si chi amano anche eBook, in quanto si 
prestano ad una visualizzazione prevalentemente elettroica su dispositivi con diverse 

 
capacità di visualizzazione grafica, anche notevolmente ridotta, come ad esempio 
smartphone e tablet (inclusi gli ‘eBook reader’ specializzati).11 
All’interno di questo pacchetto, i metadati interni del documento sono contenuti in 
file XML, il contenuto testuale in uno o più file HTML, le sue impostazioni 
tipografiche in uno o più file CSS, e gli eventuali elementi grafici in file immagini di 
vari formati aperti (PNG, SVG, ecc.). La versatilità grafica dell’eBook è ottentuta da 
questo formato sfruttando le  caratteristiche di adattamento ed “ elasticità” dei 
contenuti HTML dotati di opportuni “stili” CSS (cfr. § 2.2) basati su profili di 
dispositivo apposito.  
 
INDESIGNML FORMATO DI FILE 
Nome completo Adobe® InDesign® Markup 
Language  
 Estensione/i .idml 
Specializzazione 
di XML imbustato dentro ZIP 
Tipo MIME application/x-indesign+xml 
Sviluppato da Adobe Systems 
Tipologia di 
standard 
proprietario (libero), de facto, 
testuale 
Livello metadati 4 
Derivato da Adobe® InDesign® file format  (.indd) 
Revisione 8.0  (2012) 
Riferimenti • Adobe, IDML File Format Specification , 
v8.0  (2012) 
• Adobe, InDesign® Developer Documentation 
Conservazione No; cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Specifico; non raccomandato se non in 
editoria digitale 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; raccomandato (al posto di 
.indd) nel settore dell’editoria digitale 
InDesign 
 
16. Adobe® InDesign® è uno degli applicativi più diffusi per l’editing grafico, ma è 
un applicativo commerciale non aperto, come il formato nativo e binario per i suoi 
impaginati (estensione .indd). Tale formato è inoltre altamente instabile in quanto 
Adobe, che lo mantiene, lo cambia in continuazione da una variante all’altra del 
software. Per ridurre i rischi di interoperabilità dovuti all’estrema variabilità del 
formato nativo “.indd”, Adobe ha introdotto una variante del formato basato su 
XML e chiamato InDesign
® Markup Language (estensione .idml). Tale versione, oltre 
ad essere testuale ed estendibile, è anche parzialmente pubblicata sul sito Adobe, ed 
 
11 Ad esempio lo stesso eBook visualizzato su due dispositivi elettronici con display tecnicamente diversi (un ‘e-paper’ 
monocromatico da 800×600 punti a 167dpi, rispetto a un LCD a colori da 1920×1080 — cfr. §2.6) potrebbe essere 
visualizzato con caratteri tipografici simili (magari di dimensioni diverse) e con una diversa distribuzione di caratteri 
su ogni linea allo scopo di rendere l’esperienza di lettura più agevole e  la fruibilità più simile a quella di un libro su 
carta stampata. 

 
è perciò consigliato come il formato d’elezione –al posto del formato nativo – per 
tutte le organizzazioni che archivino impaginati creati con InDesign®. 
 
POSTSCRIPT™ FORMATO DI FILE 
Nome completo PostScript® 
 Estensione/i .ps 
Magic number %!PS 
Tipo MIME application/postscript 
Sviluppato da Adobe Systems 
Tipologia di 
standard 
proprietario (libero), de facto, 
binario, deprecato 
Livello metadati 1 
Derivato da Lisp 
Revisione 3  (1997) 
Riferimenti • Adobe, PostScript® language reference, 3rd 
ed.  (1999) 
• Adobe, PostScript® language reference 
supplement: Adobe® PostScript® 3™ version 
3010 and 3011 Product Supplement, 30 
August 1999 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Raccomandato per l’editoria digitale 
Racc. per la 
scrittura 
Sconsigliato 
 
17. Il formato PostScript™ deve il suo nome all’omonimo linguaggio di descrizione 
di pagine professionale. Come per i formati contenenti codici scritti in un linguaggio 
di programmazione, questo formato di file contiene un elenco ordinato di istruzioni 
in tale linguaggio PostScript™ (linguaggio di tipo pseudo -binario) che, eseguite una 
dopo l’altra da una stampante o altro dispositivo capace di interpretarle, hanno come 
effetto la stampa di un documento esattamente identico. Il PostScript™ è stato per 
anni uno dei linguaggi di riferimento per il trasporto e la conservazione di 
documenti finalizzati alla stampa  digitale, sia di tipo testuale che grafico. La 
versatilità del formato è anche parte del motivo per cui lo standard PDF è basato 
su PostScript™ . Ai formati per la produzione di documenti impaginati o altri tipi di 
stampa digitale, è tuttavia richiesto di supportare anche ipertesti e contenuti non 
strettamente stampabili (suono, video ,ecc.), per i quali tale formato, risultando 
dunque inadeguato, diviene obsoleto. Nonostante la grande varietà di documenti 
attualmente presenti salvati in questo formato (per  il quale la capacità di lettura è 
ancora fortemente raccomanda alle organizzazioni di settore tecnico -editoriale), si 
sconsiglia di produrne degli altri, preferendovi formati più moderni. Gli applicativi 
dedicati alla formazione del documenti in tali formati al posto del PostScript™, così 
come gli applicativi di riversamento dal PostScript™ in questi formati devono 
tuttavia essere adeguatamente configurati affinché i documenti mantengano le 
caratteristiche di riproducibilità e qualità che il formato PostScript™ garantisce per 

 
sua natura, permettendo al contempo di includere funzionalità moderne nel 
documento, quali contenuti ipertestuali e multimediali. Esempi di tali funzionalità 
sono la rappresentazione delle immagini in modalità vettoriale o, qualora le 
immagini siano di tipo raster, garantire qualità equivalente (ad esempio mediante 
algoritmi di compressione senza perdita); cfr. §2.6 e §2.7. 
 
LATEX FORMATO DI FILE 
Nome completo LaTeX  
 Estensione/i .tex 
Specializzazione 
di TeX 
Tipo MIME application/x-tex 
Sviluppato da comunità open source 
Tipologia di 
standard 
aperto (licenza LPPL), estendibile, de 
facto, testuale 
Livello metadati 1 
Derivato da TEX 
Revisione 2ε 
Riferimenti • www.latex-project.org 
• github.com/latex3 
• ctan.org  (Comprehensive TEX Archive 
Network) 
Conservazione No;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Specifico; raccomandato per testi tecnico-
scientifici 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; nessuna raccomandazione 
 
18. LATEX è la specializzazione più comunemente più usat a del linguaggio di 
impaginazione testi denominato T EX, inventato nel 1979 da Donald Knuth . La 
versione attualmente in uso è la 2 ε (denominata LATEX2ε). In realtà, l’albero 
“glottologico” del TEX comprende dialetti derivati direttamente dal linguaggio -
madre TEX, così come dal LATEX stesso, come ad esempio AMS-LATEX. 
Come suggerisce il nome stesso, LATEX è particolarmente efficace per la 
produzione di pubblicazioni tecnico-scientifiche pronte per la stampa e conformi a 
norme redazionali e tipografiche professionali. Ciò che ne ha determinato 
particolare diffusione nella comunità scientifica internazionale (nonostante la sua 
obsolescenza rispetto sia a linguaggi per ipertesti più evoluti come l’XML e a formati 
di documenti impaginati “WYSIWYG”,12 che permettono una visualizzazione diretta 
dei contenuti) sta, in prima istanza, nella capacità – innata nel T EX e 
contemporaneamente potenziata e semplificata nel LATEX– di descrivere complesse 
formule matematiche, la cui tipografia è rigorosamente rappresentata con leggibilità 
superiore ad applicativi di videoscrittura da “ufficio”. Il linguaggio, di per sé, si limita 
 
12 Acronimo dall’inglese «what you see is what you get» (parafrasabile in «esattamente così come lo vedi»). 

 
a descrivere la distribuzione di testi e ipertesti (immagini, tabelle, 
formule/equazioni, bibliografia, note, così come i loro riferimenti)  all’interno del 
documento, contornati da tag che si riferiscono a template esterni contenenti le regole 
stilistiche e tipografiche da rispettare (come ad esempio le fonti, cfr. § 2.8). Il 
documento LATEX è, in questo senso, analogo al codice sorgente di un linguaggio 
di programmazione o scripting (cfr. § 2.15): ha bisogno di essere compilato  per 
produrre un documento informatico consultabile e completamente impaginato, che 
si raccomanda sia prodotto sempre nel formato PDF o comunque –ove ciò non sia 
possibile– in uno dei formati raccomandati in questo paragrafo  per la produzione 
di documenti impaginati. 
È attualmente in sviluppo una revisione maggiore delle specifiche, denominata 
LATEX3, che modifica diversi aspetti (sia dal punto di vista lessicale che grafico), 
allo scopo di attualizzare questo linguaggio e integrarlo con le tecnologie allo stato 
dell’arte nel campo della tipografia, dell’editoria e della multimedialità che, 
semplicemente, non esistevano negli anni ’80 e la cui integrazione nel T EX e nei 
dialetti derivati è solo parzialmente avvenuta, non senza numerose difficoltà 
tecniche. 
2.1.1 Raccomandazioni per la produzione 
di documenti 
1. Il formato raccomandato per la produzione di documenti informatici in senso 
stretto (quindi, tra le altre cose, non più modificabili) il formato raccomandato è il 
PDF/A-1 per via della maggiore “superficie di interoperabilità”; il PDF in generale è 
comunque il formato più raccomandato per i documenti impaginati, inclusi quelli 
che devono rimanere parzialmente compilabili o commentabili (come i moduli delle 
procedure amministrative). 
2. Le caratteristiche avanzate quali l’apposizione di firme e sigilli elett ronici anche 
multipli (si veda il formato 
PAdES, § 2.16), l’inclusione di documenti (anche in 
formati diversi) come allegati di un unico file PDF , l’inclusione di essenze 
multimediali e modelli bi- o tri-dimensionali manipolabili in tempo reale all’interno 
del documento, lo rendono particolarmente versatile in molteplici occasioni. 
3. Per quanto riguarda i formati di documenti impaginati che possono essere 
revisionati e modificati, o dai quali si possono derivare altri documenti, si 
raccomanda siano prodotti in formato OpenDocument ( .odt), interoperabilmente 
utilizzabile dai principali applicativi di videoscrittura e, laddove non sia possibile, nel 
formato 
OOXML (.docx), ma con profilo Strict. Nel caso di documenti semilavorati 
a carattere temporaneo e non definitivo è consigliabile anche l’utilizzo di formati 

 
puramente “virtuali” quali quelli delle suite collaborative di fornitori di servizi in 
Cloud qualificati. 
4. Per applicazioni specifiche, come l’editoria, la grafica o le pubblicazioni tecnico-
scientifiche, possono essere raccomandabili anche altri formati definiti in questa 
sezione purché, in fase di conservazione, si valuti sempre l’interoperabilità del 
documento finito (a scopo di distribuzione attraverso vari mezzi di comunicazione) 
e della sua sorgente così (come generata da applicativi di videoscrittura o altro), in 
quanto tali requisiti potrebbero portare a differenti raccomandazioni di formato. 
2.2 Ipertesti 
1. Rientrano in questa categoria tutti i documenti, prevalentemente testuali, che 
contengono ipertesti, quali ad esempio riferimenti ad oggetti esterni (di tipo URI, 
URL o altro), ovvero codici di markup per rappresentare digitalmente insieme astratti 
di dati e loro ontologie. 
 
XML FORMATO DI FILE 
Nome completo Extensible Markup Language 
 Estensione/i .xml 
Magic number <?xml 0x20 
Tipo MIME application/xml,  text/xml 
Sviluppato da World Wide Web Consortium 
Tipologia di 
standard 
aperto, estendibile, retrocompatibile, 
de iure, testuale 
Livello 
metadati 4 
Derivato da SGML 
Revisione 1.0, 5a edizione 
Riferimenti • W3C Recommendation XML 1.0 (5th Ed.),  2013 
• www.w3.org/standards/xml 
• validator.w3.org 
Conservazione Sì, se conservato insieme a un XML 
Schema  
Racc. per la 
lettura 
Generico; subordinato ad eventuali, 
ulteriori obblighi o raccomandazioni di 
conformità con schemi/dialetti. 
Racc. per la 
scrittura 
Generico; subordinato ad eventuali, 
ulteriori obblighi o raccomandazioni di 
conformità con schemi/dialetti. 
 
2. Il principale tipo di sintassi è costituito dall’Extensible Markup Language (XML), la 
cui caratteristica aggiuntiva è di essere facilmente human readable . L’XML è 
estendibile in quanto: 
• possono essere definite in continuazione nuove etichette; 

 
• più dizionari di etichette possono essere usati con un approccio modulare 
all’interno del medesimo file XML mediante l’utilizzo dei namespace (“spazi di 
nomi”) sui nomi delle etichette; 
• è possibile definire, in XML stesso, sintassi specializzate mediante schemi 
(.xsd) o dialetti (.dtd); 
• un medesimo documento XML (come file unico ovvero pacchetto costituito 
da più file XML) può essere logicamente composto da parti distinte, ciascuna 
delle quali utilizza etichette e regole sintattiche definite da diversi namespace o 
schemi, mentre le diverse parti possono referenziarsi l’un l’altra sfruttando 
diversi meccanismi sintattici (p.es. 
XQuery e XPath). 
3. Numerosi formati di file oggetto del presente Allegato che utilizzano il linguaggio 
XML impiegano un dialetto specializzato al loro contenuto; essi sono: 
• OpenDocument e Microsoft® OOXML  (cfr. § 2.1 e §2.5), 
• XHTML, XSD, XSL, XSLT, MathML   (§2.2), 
• SVG  (§2.7), 
• tutti i formati descritti in §2.14 (FatturaPA, CDA2, asserzione SPID, 
…), 
• MusicXML  (§2.9), 
• IMSC1, TTML, e EBU-TT  (§ 2.11) 
• alcuni file obbligatori nei pacchetti IMF e DCP, nonché ACESclip  
(§2.12), 
• KDM e firme elettroniche XAdES  (§2.16). 
4. Nota Bene : Alcuni dei formati basati su XML  sopraelencati mantengono 
l’estensione .xml del linguaggio madre, altri usano le proprie (e.g. .html/.htm, .svg, 
.ttml, .kdm). Si raccomanda che le Pubbliche Amministrazioni che producano 
documenti informatici in qualunque formato basato su XML non descritto dal 
presente Allegato ma che utilizzasse (in base alle proprie linee guida, specifiche 
tecniche, raccomandazioni o best p ractices) un’estensione “propria” diversa da .xml, 
laddove fosse consentito dall’uso applicativo delle applicazioni che elaborano file in 
tali formati, di “appendere” l’estensione .xml  alla propria. Questo accorgimento 
manterrà ed esporrà l’estensione propria del formato a livello di UI, consentendo ai 
sistemi operativi privi di applicazioni specifiche per interpretare tali formati di aprire 
e visualizzare tali file come fossero normali file XML. 
Esistono moltissime altre estensioni di XML  che, pur non desc ritte qui, possono 
essere utilizzate e integrate in documenti XML  per mezzo dell’estendibilità del 
namespace. 
 
HTML FORMATO DI FILE 
Nome completo Hypertext Markup Language 
 Estensione/i .html,  .htm 
Magic number <!DOCTYPE 0x20;  <head> 
Tipo MIME text/html 

 
Sviluppato da World Wide Web Consortium 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, testuale 
Livello 
metadati 2 
Derivato da XML 
Revisione 5.2 
Riferimenti • W3C Recommendation HTML 5.2,  2017 
• validator.w3.org 
• W3C Recommendation XML 1.0 (5th Ed.),  2013 
Conservazione Sì, se conservato insieme al/i CSS;  
cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Generico con riconoscimento obbligatorio 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; raccomandato HTML5 per 
contenuti web 
 
5. Un particolare dialetto di XML è HT ML (ufficialmente codificato come XML 
puro a partire dalle sue versioni “XHTML” e “HTML5”), che serve a rappresentare il 
contenuto di pagine web. In questo caso HTML (.htm, .html) è affiancato dal CSS, 
linguaggio specifico per descrivere i fogli di stile che trasformano i componenti 
logici di una pagina in elementi grafici (la cosiddetta “presentazione” della pagina). 
6. Il CSS può essere iniettato direttamente all’interno dell’HTML, oppure venire 
referenziato da esso in dei file esterni (estensione .css). 
7. Sia XML, che HTML, che CSS sono tutti standard del W3C. Più in generale, una 
pagina web è un esempio di pacchetto d i file (cfr. §1.1.2) costituito, come minimo, 
da un solo indice HTML, più eventualmente altri file in vari formati (anche non 
inclusi in questo Allegato), quali ad esempio HTML, CSS, WOFF, JavaScript, ecc. 
 
XHTML FORMATO DI FILE 
Nome completo Extensible Hypertext Markup 
Language 
 Estensione/i .xhtml,  .html 
Specializzazione 
di XML 
Tipo MIME application/xhtml+xml 
Sviluppato da World Wide Web Consortium 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, testuale 
Livello metadati 2 
Derivato da HTML 
Revisione 1.1 
Riferimenti • W3C Recommendation XHTML™ Basic 1.1 (2nd 
Ed.),  2010 
• W3C Recommendation XHTML™ 1.0 (2nd Ed.),  
2018 
• validator.w3.org 
• W3C Recommendation XML 1.0 (5th Ed.),  
2013 

 
Conservazione Solo se conservato insieme al/i CSS 
Racc. per la 
lettura 
Generico con obbligo di riconoscimento 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; raccomandato HTML5 per 
contenuti web 
 
8. L’HTML, originariamente (e fino a HTML 4.01), non era una specializzazione di 
XML; prima di introdurre la versione 5, è stato fatto dal W3C un tentativo di 
standardizzazione intermedio che ha portato ad un’altra versione di HTML, 
chiamato XHTML (a sua volta ramificato in due dialetti distinti –Strict e Transitional– 
sono i più diffusi, e in diverse versioni). Data la sua diffusione tale linguaggio (che 
condivide le estensioni di file con le versioni ufficiali di 
HTML) è stato incluso in 
questo elenco.  
 
XSD FORMATO DI FILE 
Nome completo XML Schema Definition 
 Estensione/i .xsd 
Specializzazione 
di XML 
Tipo MIME application/xml 
Sviluppato da World Wide Web Consortium 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, testuale 
Livello metadati 4 
Derivato da XML 
Revisione 2.0 
Riferimenti • W3C Recommendation XSL Schema Part 0: 
Primer, 2nd Ed.,  2004 
• W3C Recommendation XSL Schema Part 1: 
Structures, 2nd Ed.,  2004 
• W3C Recommendation XSL Schema Part 1: 
Datatypes, 2nd Ed.,  2004 
Conservazione Sì 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; per la convalida di documenti in 
XML 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; per la condivisione di sintassi 
e dialetti XML 
 
9. Questo formato è in grado di descrivere, sempre in linguaggio XML la sintassi e 
la grammatica associata ad un particolare schema , che esso stesso definisce. Un 
documento XML può perciò essere convalidato in maniera automatica rispetto ad 
un dato schema, per verificare se ne rispetta tutti i criteri sintattici. Analogamente, 
un file XSD può essere usato per produrre in XML una strut tura di dati o, più in 
generale, una procedura.  In entrambe i casi (convalida o produzione di un 
documento XML rispetto ad uno schema), questa architettura consente di 
riutilizzare lo stesso algoritmo o applicativo, ma con la flessibilità aggiuntiva di poter 

 
cambiare le regole sintattiche e grammaticali in automatico non appena viene 
cambiato lo schema di riferimento su file XSD. 
 
XSL FORMATO DI FILE 
Nome completo Extensible Stylesheet Language 
 Estensione/i .xsl 
Specializzazione 
di XML  (namespace xsl) 
Tipo MIME text/xsl 
Sviluppato da World Wide Web Consortium 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, testuale 
Livello metadati 4 
Derivato da XML 
Revisione 2.0 
Riferimenti • W3C Working Draft XSL Requirements, v2.0,  
2008 
• W3C Recommendation XSL Requirements, 
v1.1,  2006 
• www.w3.org/Style/XSL/ 
Conservazione Sì 
Racc. per la 
lettura 
Generale; raccomandato per la 
visualizzazione di XML 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; raccomandato per la costruzione 
di presentazioni grafiche di documenti in 
formato XML 
 
10. Un documento esistente in formato XML può essere trasformato in un altro 
documento, sia esso in XML o in qualunque altro formato, specificando le regole 
di traduzione mediante trasformazioni descritte – sempre in linguaggio XML – e 
raccolte in: 
• File per la descrizione del linguaggio di stile (in caso si tratti di un linguaggio 
diverso da XML) o del dialetto (in caso si tratti di una specializzazione di 
XML) — in 
XSL (.xsl). 
 
XSLT FORMATO DI FILE 
Nome completo Extensible Stylesheet Language Transformations 
 Estensione/i .xslt 
Specializzazione 
di XML  (namespace xsl) 
Tipo MIME application/xslt+xml,  text/xml 
Sviluppato da World Wide Web Consortium 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, testuale 
Livello metadati 3 
Derivato da DSSSL 
Revisione 2.0 

 
Riferimenti • W3C Recommendation XSL Transformations 
(XSLT) v2.0, 2007 
Conservazione Sì 
Racc. per la 
lettura 
Generale; raccomandato per la 
visualizzazione di XML 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; raccomandato per la costruzione 
di presentazioni grafiche di documenti in 
formato XML 
 
• File per la descrizione delle trasformazioni del linguaggio di stile, che 
permette regole più complesse che, ad esempio, possono includere il 
traversamento della struttura XML del documento di partenza (tramite i 
sopracitati metodi xQuery e xPath) — XSLT (.xslt). 
 
CSS FORMATO DI FILE 
Nome completo Cascaded Style Sheet 
 Estensione/i .css 
Magic number — 
Tipo MIME text/css 
Sviluppato da World Wide Web Consortium 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, testuale 
Livello 
metadati 2 
Derivato da — 
Revisione 3 
Riferimenti • W3C Recommendation CSS 2.1 Specification,  
2011 
• W3C Recommendation CSS Basic User Interface 
module level 3 (CSS3 UI),  2018 
• W3C Recommendation CSS Color module level 
3,  2018 
• W3C Recommendation CSS Media Queries,  2012 
• validator.w3.org 
Conservazione Sì;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Generale; raccomandato per visualizzare 
pagine web 
Racc. per la 
scrittura 
Generale; raccomandato per la 
presentazione di documenti sotto format 
di pagine web 
 
11. Il formato CSS effettua trasformazioni stilistiche di un documento HTML per 
permettere al suo contenuto di essere visualizzato graficamente, tramite un web 
browser, inclusi gli adattamenti “dinamici” del contenuto stesso. Una pagina web 
viene così rapprese ntata da vari file, tra i quali spiccano quelli delle seguenti due 
tipologie: 
• il contenuto vero e proprio della pagina (testi, ipertesti e altri tipi di riferimenti 
ad altre pagine o contenuti), formato in HTML; 

 
• la “presentazione” dei suddetti contenuti, formata in CSS. 
12. Possono esistere più documenti CSS che adattano il medesimo contenuto a 
dispositivi di visualizzazione (p.es. stampa, monitor a bassa risoluzione, monitor ad 
alta risoluzione, dispositivi touch-screen, dispositivi per contenuti accessibili di vario 
tipo, …), ovvero adattano più contenuti diversi uniformandone lo stile. La versione 
di linguaggio CSS da usare dipende dall a versione HTML del contenuto: si 
raccomanda 
CSS3 per HTML5, ovvero CSS2 per XHTML. 
 
MARKDOWN FORMATO DI FILE 
Nome completo Markdown 
 Estensione/i .md 
Magic number — 
Tipo MIME text/markdown 
Sviluppato da John Gruber,  Aaron Swarz 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, testuale 
Livello 
metadati 2 
Derivato da — 
Revisione 0.28  (2017) 
Riferimenti • RFC-7763,  RFC-7764 
• spec.commonmark.org 
Conservazione Sì, se conservato insieme agli oggetti 
da esso riferiti 
Racc. per la 
lettura 
Generale; raccomandato per produzione di 
testi e ipertesti pubblicati online 
Racc. per la 
scrittura 
Generale; raccomandato per produzione di 
testi e ipertesti pubblicati online 
 
13. Markdown (“md”) è un linguaggio di markup pensato per scrivere contenuti 
testuali insieme ad una limitata quantità di ipertesti e di capacità “presentazionali”. 
La sintassi semplificata del markdown è pensata per rendere il contenuto di un 
ipertesto accessibile e traducib ile, in automatico, in linguaggi e sintassi che ne 
permettono un’adeguata presentazione e trasmissione, come ad esempio HTML, 
EPUB, OOXML, PDF o altro. Nella previsione che sempre più servizi delle PP.AA. 
saranno prodotti e accessibili online, il markdown si configura dunque come il 
linguaggio d’elezione per l’archiviazione a breve e lungo termine di questi contenuti, 
che sono perciò resi indipendenti dalla pagina web o dal file ove possano 
temporaneamente essere rappresentati. Gli ipertesti in mar kdown si prestano ad 
essere conservati, nella loro sintassi originale, sia all’interno di basi di dati generiche 
(cfr. § 2.3) che in documenti infor matici indipendenti, sottoforma di file con 
estensione .md. 
 
 
 

 
MATHML FORMATO DI FILE 
Nome completo MathML 
 Estensione/i .mml,  .xml 
Specializzazione 
di XML 
Tipo MIME text/mathml,  text/mathml-renderer[*] 
Sviluppato da World Wide Web Consortium 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, testuale 
Livello metadati 4 
Derivato da XML 
Revisione 3.0  (2014) 
Riferimenti • ISO/IEC 40314:2016, MathML version 3.0, 
2nd Ed. 
• W3C Recommendation MathML version 3.0, 2nd 
Ed.,  2014 
• W3C Math Home 
Conservazione Sì;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; obbligatorio per testi tecnico-
scientifici basati su XML 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; fortemente raccomandato per 
testi tecnico-scientifici; obbligatorio 
per quelli basati su XML 
 
14. MathML è un dialetto di XML adatto alla rappresentazione di formule 
matematiche generiche; tale estensione di XML viene dunque utilizzata per testi 
scientifici in qualsivoglia documento informatico basato su XML, suoi dialetti (e.g. 
XHTML) o linguaggi “imparentati” (e.g. HTML). 
2.2.1 Raccomandazioni per la produzione 
di documenti 
1. Si raccomanda di usare per gli ipertesti i formati più aperti, interoperabili e 
indipendenti dall’applicativo utilizzato, come ad esempio l’XML (con i suoi dialetti) 
e il markdown. Nel caso specifico di documenti destinati ad uso tramite internet o 
intranet, la scelta ricadrebbe naturalmente sulle versioni più recenti di HTML (HTML5) 
e XHTML, anche se tali linguaggi da un lato mantengono una dipendenza dal formato 
del documento (“pagina web”), dall’altro sono largamente dipendenti – per la loro 
visualizzazione– da altri file che ne descrivono la rappresentazione grafica (e.g. stili 
XSLT/XSLT e fogli di sitel CSS). Si invita dunque ad una scelta adeguata alle finalità 
del documento. 
2. I documenti in formato XM L sono adatti alla conservazione soltanto se 
accompagnati dal loro schema XML (XSD). Le pagine web possono essere mandate 

 
in conservazione soltanto quando completamente statiche, combinando il 
“contenuto vero e proprio” in formato HTML  (incluso XHTML), con la parte 
“presentazionale” in formato CSS. Le pagine web con contenuto dinamico (ad 
esempio codice JavaScript lato client) non sono adatte alla conservazione a meno di 
non conservare l’intero contenuto JavaScript (incluse le librerie eventualmente 
richiamate – cfr. §2.15) che, a sua volta, non deve riferirsi esternamente ad alcun 
altro documento. 
2.3 Dati strutturati 
1. In questa sezione si descrivono brevemente alcuni formati dedicati al trasporto 
di dati strutturati, intendendo con questa accezione riferirsi a formati ove la 
tipologica di contenuto non è predeterminata a propri. Esempi di applicazioni che 
fanno uso di dati strutturati sono le basi di dati (per le quali rappresentno qui i 
formati SQL e quelli relativi all’applicativo Microsoft ® Access®). Si sottolinea che 
l’adeguatezza di una base di dati alla normativa vigente in materia di protezione dei 
dati personali (p.es. pseudonimìa) e privacy può essere indipendente dal formato di 
file adottato, mentre è fortemente caratterizzata dai criteri architett urali adottati 
durante la fase progettuale. 
 
SQL FORMATO DI FILE 
Nome completo Structured Query Language 
 Estensione/i .sql 
Specializzazione 
di Datalog query language 
Tipo MIME application/sql 
Sviluppato da International Organization for 
Standardization 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, testuale 
Livello metadati 4 
Derivato da Datalog 
Revisione SQL:2016 
Riferimenti • RFC-6922 
Famiglia di standard 9075 della ISO/IEC: 
• ISO/IEC 9075-1:2016, SQL Part 1 – 
framework 
Conservazione Sì 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; raccomandato per basi di dati 
relazionali 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; raccomandato per basi di dati 
relazionali 
 

 
2. I file SQL servono a contenere configurazioni e tabelle per basi di dati relazionali, 
complete o parziali,  sotto forma del loro linguaggio di programmazione  comune. 
Ogni file SQL descrive la formazione della base di dati, “da zero” o a partire da una 
base supposta già esistente: fornendo un tale file ad un gestore di basi di dati 
vengono perciò costituite le sue tabelle. Vice versa, una o più tabelle possono essere 
archiviate effettuandone uno “scarico” (dump in inglese) in un file SQL che descrive 
come il contenuto dello scarico può essere formato, da zero, in un nuovo gestore di 
basi di dati che interpreti il medesimo linguaggio. A tale scopo bisogna dunque 
specificare che SQL è in realtà un ceppo linguistico, da cui sono derivati molteplici 
dialetti di SQL, differenziati a seconda dell’applicativo –commerciale o meno– che 
funge da gestore di basi di dati. Si raccomanda quindi, per l’archiviazione a lungo 
termine e l’interscambio, di utilizzare sempre il formato SQL  standardizzato dalla 
ISO (e riportato in tabella). 
3. Ove non possibile, va sempre indicata la versione esatta del linguagg io SQL 
adottato, incluso preferenzialmente il nome e la versione completa dell’applicativo 
di gestione (MySQL, Microsoft® SQL™, ecc.).  
 
ACCESS® 2007 FORMATO DI FILE 
Nome completo Microsoft® Access ® Connectivity 
Engine  Estensione/i .accdb 
Magic number 0x00010000 Standard ACE DB 
Tipo MIME application/msaccess 
Sviluppato da Microsoft Corporation 
Tipologia di 
standard proprietario (chiuso), de facto, binario 
Livello 
metadati 3 
Derivato da MS-MDB 
Revisione 2017 
Riferimenti • Microsoft, Which Access® file format 
should I use? – the .accdb file format  
(2019) 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; raccomandato per piccole basi di 
dati 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; sconsigliato 
 
4. Il formato proprietario usato da Microsoft per il suo gestore di basi di dati Access®, 
a partire dalla versione 2007, permette di archiviare non soltanto tabelle, ma anche 
righe di codice SQL e dati nonstrutturati. Tuttavia, esseno il formato proprietario e 
a sorgente chiusa, viene elencato qui in caso vi siano organizzazioni con basi di dati 
basati sugli applicativi Microsoft, affinché migrino i dati un un formato non 
proprietario ovvero, qualora non altrimenti possibile, dal vecchio formato .mdb (si 
legga più avanti) a quello attuale .accdb. 

 
 
MS-MDB FORMATO DI FILE 
Nome completo Microsoft® Access® Binary file 
format  Estensione/i .mdb 
Magic number 0x00010000 Standard Jet DB 
Tipo MIME application/msaccess 
Sviluppato da Microsoft Corporation 
Tipologia di 
standard 
proprietario (chiuso), de facto, 
deprecato, binario 
Livello 
metadati 3 
Derivato da — 
Revisione 2017 
Riferimenti • Microsoft, Which Access® file format 
should I use? – the .mdb file format  
(2019) 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Generico; valutare riversamento in formato 
aperto 
Racc. per la 
scrittura 
Sconsigliato; valutare un riversamento in altro formato 
 
5. Il formato proprietario MDB è stato usato in precedenza da Microsoft per il suo 
gestore di basi di dati Access,® fino alla versione 2003. È ora un formato deprecato. 
 
ODB FORMATO CONTENITORE 
Nome completo Open Document Format for 
Database 
 Estensione/i .odb 
Specializzazione 
di XML imbustato dentro ZIP 
Tipo MIME application/vnd.oasis.opendocument.[data]base 
Sviluppato da Organization for the Advancement of Structured Information Standards 
Tipologia di 
standard 
aperto, estendibile, de iure, binario, 
deprecato 
Livello metadati 3 
Derivato da — 
Revisione 1.2  (2015) 
Riferimenti Famiglia di standard 26300 della ISO/IEC. 
• OASIS, Open Document Format for Office 
Applications (OpenDocument), v1.2  (2015) 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Generico; raccomandato solo a scopo di 
riversamento 
Racc. per la 
scrittura 
Sconsigliato; valutare riversamento in 
altro formato 
 
6. Specializzazione del formato OpenDocument per la rappresentazione di basi di 
dati, ODP è un formato deprecato e va perciò evitata la produzione di nuovi file; 

 
inoltre, si consiglia di valutare il r iversamento di basi di dati pre esistenti in questo 
formato. 
 
JSON FORMATO DI FILE 
Nome completo JavaScript Object Notation 
 Estensione/i .json 
Specializzazione 
di JavaScript 
Tipo MIME application/json 
Sviluppato da dominio pubblico 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, testuale 
Livello metadati 4 
Derivato da JavaScript 
Revisione 2018 
Riferimenti • RFC-8259 
• ECMA-404 
• json.org 
• ISO/IEC 8825-8:2018, ASN.1 encoding rules, 
part 8:  JSON 
Conservazione Sì, se adottato insieme a uno schema 
JSON 
Racc. per la 
lettura 
Generico; obbligatorio; eventualmente 
subordinato a ulteriori obblighi di 
conformità con determinati schemi. 
Racc. per la 
scrittura 
Fortemente raccomandato per documenti 
contenenti dati sia strutturati che non 
strutturati; eventualmente subordinato a 
ulteriori obblighi di conformità con 
determinati schemi. 
 
7. Il formato  JavaScript Object Notation  (JSON) è un altro formato estremamente 
versatile ed estendibile che, come XML, è usato in moltissimi ambiti informatici e 
viene dunque impiegat o per svariate applicazioni. Come definito nello standard 
RFC-8259 del 2018, in un file JSON le evidenze informatiche sono rappresentat e 
gerarchicamente in più livelli: 
• Ogni livello (compresa la “radice”) è delimitato da parentesi graffe ‘{’ e ‘}’. 
• In ogni livello, ogni elemento (tranne l’ultimo) è separato dal successivo da 
una virgola ‘,’. 
• Ogni elemento è costituito da una coppia nome–valore, separati fra loro da 
due punti ‘:’, ove il nome è sempre una stringa (delimitata da virgolette ‘"’) e 
il valore può essere: 
o anch’esso una stringa (delimitata da virgolette ‘"’); 
o un numero intero o in virgola mobile13; 
 
13 Sono ammessi segni ‘+’ e ‘-‘, punto decimale ‘.’ e un numero arbitrario di cifre, ma non notazioni scientifiche (e.g. 
quella esponenziale). 

 
o un booleano rappresentato dalle parole chiavi ‘true’ ovvero ‘false’; 
o un array di valori, delimitato da parentesi quadre ‘[’ e ‘]’, separati (tranne 
l’ultimo) da virgole ‘,’ e con ciascun valore essendo di un qualsiasi tipo 
in questo elenco, 
o un oggetto JSON (cioè sottolivello di questa medesima struttura); 
o un tipo di dato che non indica nulla, rappresentato dalla parola chiave 
‘null’. 
• Tra i caratteri di delimitazione14 sopra elencati, possono essere aggiunti un 
qualsivoglia numero di caratteri di spaziatura e interruzione di linea 
(soprattutto nella rappresentazione di tale struttura dati in un file ), ottenendo 
un’equivalenza del medesimo contenuto. 
• L’ordine degli elementi al medesimo livello di un array o di una struttura 
JSON è indifferente. 
8. Un esempio di documento informatico rappresentato in formato JSON è dato 
dal seguente elenco di attributi di identificazione elettronica: 
{ 
    "id":"cae8877c-e533-4d8a-9f38-d7f219392b1f", 
    "firstName":"Mario", 
    "lastName":"Rossi", 
    "fiscalCode":"RSSMRA75L01H501A", 
    "phoneNum":["+393201234567","+393398901234"], 
    "children":[ 
        "id":"cae8877c-e533-4d8a-9f38-d7f219392b1f", 
        "firstName":"Luigi", 
        "lastName":"Bianchi", 
        "fiscalCode":"RSSMRA75L01H501A", 
        "phoneNum":["+393332468013"], 
        "children":[ 
            ………… 
        ], 
        "alive?":true 
    ], 
    "alive?":no 
} 
9. Un vantaggio di JSON rispetto a XML è la semplicità della sintassi che, pur non 
offrendo capacità avanzate quali i namespace o la possibilità di “attraversare” la 
struttura ad albero (offerte da XML), dispone di una struttura più semplice da 
interpretare –soprattutto da parte di processi automatici – senza perdere la 
caratteristica fondamentale della leggibilità da parte dell’uo mo. Un impiego 
particolare di JSON è in alcuni tipi di basi di dati che necessitano uno scambio di 
tabelle potenzialmente grandi e complesse ma non necessariamente relazionate fra 
 
14 Indicati, in questo elenco e come al solito nell’Allegato, mediante caratteri a spaziatura fissa. 

 
loro: in tali casi viene solitamente considerata una rappresentazione di interscambio 
mediante JSON piuttosto che i formati nativi dei altri tipi di basi di dati (p.es. SQL). 
Un’ulteriore caratteristica del JSON nel rappresentare basi di dati è che ogni dato 
può avere una struttura completamente diversa dagli altri; per questo mot ivo tale 
formato è ideale per l’archiviazione l’elaborazione, in automatico, di dati cosiddetti 
“non strutturati”. 
 
JSON-LD FORMATO DI FILE 
Nome completo JavaScript Object Notation for Linked Data 
 Estensione/i .jsonld 
Specializzazione 
di JSON 
Tipo MIME application/ld+json 
Sviluppato da dominio pubblico 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, testuale 
Livello metadati 2 
Derivato da JavaScript 
Revisione 2014 
Riferimenti • W3C Recommendation JSON-LD 1.0,  2014 
• W3C Recommendation JSON-LD 1.0 Processing 
Algorithms and API,  2014 
Conservazione Sì 
Racc. per la 
lettura 
Generico; obbligatorio; eventualmente 
subordinato ad obblighi di conformità a 
schemi. 
Racc. per la 
scrittura 
Fortemente raccomandato per documenti 
contenenti Open Data generati con 
procedure automatizzate 
 
10. Un particolare dialetto di JSON è costituito da JSON-LD, che segue una sintassi 
più rigida organizzata per poter gestire dati strutturati e collegati fra loro da relazioni 
astratte il più generiche possibili. Nell’ambito delle 
PP.AA., ad esempio, l’utilizzo di 
questo formato è –al pari di altri contenuti in questo Allegato – fortemente 
consigliato per la generazione di Open Data, particolarmente attraverso procedure 
automatizzate. 
 
CSV FORMATO DI FILE 
Nome completo Comma-Separated Value 
 Estensione/i .csv 
Magic number — 
Tipo MIME text/csv 
Sviluppato da dominio pubblico 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, testuale 
Livello 
metadati 1 
Derivato da tabelle preformattate in FORTRAN77 

 
Revisione 2005 
Riferimenti • RFC-4180 
• RFC-7111 
• W3C Recommendation Model for tabular data 
and metadata on the Web,  2015 
• dati.gov.it 
Conservazione Sì 
Racc. per la 
lettura 
Generale; obbligatorio 
Racc. per la 
scrittura 
Raccomandato per documenti contenenti 
dati strutturati leggibili dall’uomo 
(inclusi gli Open Data) 
 
11. Uno dei formati più semplici per la rappresentazione di dati fortemente strutturati 
è il CSV che è un file testuale ove i dati sono rappresentati in una tabella: 
• Ogni riga della tabella è una linea del file, delimitata da un’opportuna 
evidenza di fine linea. 
• Le colonne, all’interno di ogni linea, si distinguono perché delimitate da 
caratteri specifici (ad esempio la virgola ‘,’ che da il nome al formato, ma sono 
possibili anche altre combinazioni di caratteri di interpunzione o di 
spaziatura). 
• Opzionalmente, la prima linea del file (indicata con un carattere iniziale 
particolare e con la medesima distinzione in colonne del resto delle linee) 
costituisce una legenda circa il significato dei valori delle colonne. 
12. Il formato 
CSV è uno dei formati d’elezione per la rappresentazione degli Open 
Data, il cui archivio nazionale per i dati aperti pubblici è dati.gov .it. 
 
JWT CODEC 
Nome completo JSON Web Token 
 Estensione/i — 
Specializzazione 
di JSON 
Tipo MIME application/jwt 
Sviluppato da pubblico dominio 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, binario 
Derivato da JSON 
Revisione 2016 
Riferimenti • RFC-7797 
• jwt.io 
• ISO/IEC 29500-6:2017 
• RFC-7515 
• RFC-7516 
Conservazione Sì, se da JSON-LD o conservato insieme 
a schema 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; consigliato per flussi digitali 
in richieste POST 

 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; consigliato per flussi digitali 
in richieste POST 
 
13. Il JSON Web Token (JWT), definito dall’RFC-7797, è un codec15 utilizzato per 
documenti informatici già organizzati in una struttura JSON; tale codifica ottimizza 
la dimensione dell’evidenza informatica e consente di trasferirla come un flusso 
digitale (cfr. §1.1.1) in tempo reale o attraverso un canale che permette un insieme 
limitato di caratteri — ad esempio inserendo l’evidenza in richieste HTTP di tipo 
POST. Il JWT (analogamente al JSON-LD) richiede che nella struttura JSON testuale 
possano essere presenti alcuni elementi, facoltativi ma dal significato predefinito, 
che semplificano il trasporto e la decodifica dell’evidenza JWT stessa. 
Lo standard JWT include un sistema di controllo della propria integrità e può, 
facoltativamente, essere accompagnato da cifratura (per la confidenzialità), da 
apposizione di firma o sigillo elettronico nel pacchetto, o da entrambe. Le evidenze 
informatiche JWT firmate son o, impropriam ente, chiamate JSON Web Signature  
(JWS) e definite nell’ RFC-7515; le evidenze informatiche JWT cifrate sono, 
impropriamente, chiamate JSON Web Encryption (JWE) e definite nell’RFC-7516. 
 
OOXML FORMATO CONTENITORE 
Nome completo Office Open XML 
Estensione/i .docx,  .xlsx,  .pptx,  … 
Specializzazione 
di XML imbustato dentro ZIP 
Tipo MIME — 
Sviluppato da Microsoft Corporation 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, testuale 
Livello metadati 4;  cfr. §2.8 
Derivato da OpenXML;  Microsoft® COM Structured 
Storage 
Revisione 12.0  (2019) 
Riferimenti • ISO/IEC 29500-1:2016, fundamentals and 
markup language reference 
• ISO/IEC 29500-2:2012, open packaging 
conventions 
• ISO/IEC 29500-3:2015, markup compatibility 
and extensibility 
• ISO/IEC 29500-4:2016, transitional 
migration features 
• ECMA-376: Office Open XML File Formats, 
5th ed., 2016 
• officeopenxml.com 
Conservazione Sì, solo profilo Strict;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
— 
 
15 Per la precisione, la codifica binaria è ottenuta mediante algoritmo Base64, specificato in RFC-4648. 

 
Racc. per la 
scrittura 
— 
 
14. Vengono elencati due formati contenitore utilizzati dalle principali suite di 
applicativi per ufficio:  Microsoft ® Office® e LibreOffice. Tali buste contengono in 
realtà un pacchetto di file che rappresenta, complessivamente, un documento 
informatico (testo impaginato, foglio di calcolo, presentazione, basi di dati, 
contenuto multimediale,  o altro) mediante più file strutturati in un filesystem 
virtuale, con gerarchie di cartelle predeterminate. Il pacchetto, una volta formato in 
memoria, viene poi compresso in un unico file mediate algoritmi noti (tra quelli 
elencati in § 2.13), o loro varianti. I file contenuti nel pacchetto descrivono sia i 
metadati interni del documento, che parte del documento informatico  stesso: ad 
esempio testi, collegamenti ipertestuale e la loro rappresentazione grafica 
(impaginazione, colore, tipografia, ecc.) e sono tipicamente in formato XML.  
Eventuali contenuti ipertestuali (pagine web, immagini, suono, video, contenitori 
crittografici ecc.) sono rappresentati da file in altri formati –tipicamente aperti o 
proprietari ma liberi – (
HTML, PNG, WAV, PEM, ecc.) a seconda della necessità. Il 
pacchetto di file viene di solito formato e archiviato nello storage soltanto previa 
compressione in un unico file, mentre al caricamento da parte di un applicativo 
viene scompattato in memoria. La strutturazione in un pacchetto di file consente 
una migliore gestione del documento particolarmente nei casi di dimensioni elevate 
del file: una lieve modifica parziale di un documento informatico molto grande 
comporta la modifica di un sottoinsieme di file costituenti il pacchetto, non di tutti, 
perciò lo sforzo computazionale si riduce, così come i rischi di corruzione dell’intero 
file in caso di problemi durante la scrittura di file così grandi. 
 
15. Office Open XML16 (OOXML) è il contenitore generico utilizzato prevalentemente 
dalle versioni più recenti (dalla 2007 in poi) della suite applicativa Microsoft® Office,® 
che si specializza a seconda della tipologia di documento da contenere (e di 
applicativo della suite). Un documento in formato OOXML è in realtà costituito da 
un pacchetto di fi le che sono poi compressi in un’un ica busta ZIP (cfr. § 2.13), 
rinominata con estensione differente a seconda della specializzazione. 
16. In questo A llegato sono descritte tre specializzazioni di OOXML ai documenti 
impaginati ( .docx, § 2.1), ai fogli di calcolo e  alle presentazioni multimediali 
(rispettivamente .xlsx e .pptx, §2.5) 
 
 
 
 
 
16 Da non confondersi con OpenOffice.org XML  — formato simile utilizzato da versioni obsolete dell’omonima suite 
applicativa. 

 
 
OPENDOCUMENT FORMATO CONTENITORE 
Nome completo Open Document Format for Office 
Applications 
Estensione/i .odt,  .ods,  .odp,  .odg,  .odi,  
.odf 
Specializzazione 
di XML imbustato dentro ZIP 
Tipo MIME — 
Sviluppato da Organization for the Advancement of Structured Information Standards 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, binario 
Livello metadati 4 
Derivato da — 
Revisione 1.2  (2015) 
Riferimenti Famiglia di standard 26300 della ISO/IEC: 
• ISO/IEC 26300-1:2015, ODF for Office 
Applications v1.2 – Part 1: OpenDocument 
Schema 
• ISO/IEC 26300-3:2015, ODF for Office 
Applications v1.2 – Part 3: Packages 
• OASIS, Open Document Format for Office 
Applications (OpenDocument), v1.2  (2015) 
Conservazione Sì;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
— 
Racc. per la 
scrittura 
— 
 
17. OOXML è dotato di vari “profili”, che possono essere più o meno interoperabili. 
Per tutti i documenti della P.A., si consiglia perciò il profilo Strict, che è più restrittivo, 
ma consente di eliminare alcune estensioni “proprietarie” che possono ridurre 
l’interoperabilità dei formati. 
 18. Come per OOXML, anche OpenDocument è un contenitore generico di quelli 
sopraelencati, per archiviare documenti prodotti da suite applicative open source —  
prima fra tutte LibreOffice. 
In questo allegato sono descritte alcune specializzazioni di OpenDocument ai 
documenti impaginati (.odt, §2.1), ai fogli di calcolo e alle presentazioni multimediali 
(rispettivamente .ods e .odp, §2.5), ai  
 
CFB FORMATO CONTENITORE 
Nome completo Compound File Binary file format 
Estensione/i .doc,  .xls,  .ppt,  .pst;  .aaf,  … 
Magic number 0xD0CF11E0A1B11AE1 
Tipo MIME — 
Sviluppato da Microsoft Corporation 
Tipologia di 
standard 
proprietario, estendibile, de facto, 
binario, deprecato 

 
Livello 
metadati — 
Derivato da Microsoft® COM Structured Storage 
Revisione 9.0  (2018) 
Riferimenti • Microsoft, [MSD-CFB]: Compound File Binary 
file format v9.0  (2018) 
Conservazione No;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
— 
Racc. per la 
scrittura 
— 
 
19. CFB è invece il contenitore di file su cui Microsoft ® si è basata per le versioni 
obsolete della suite Office® (cfr. § 2.1 e §2.5). È anche il formato contenitore da cui 
deriva AAF (cfr. §2.12). Il formato CFB rappresenta all’interno un pacchetto di file 
organizzati in un filesystem virtuale vagamento ispirato al FAT 17 (anziché in un 
archivio compresso come fanno altri formati). Una delle principali problematiche 
del CFB, soprattutto nel caso d i documenti informatici di grandi dimensioni, è 
ereditata proprio dal FAT, essendo caratterizzato dall’estrema facilità con file 
contenuti del pacchetto soffrono di frammentazione interna. Ad un livello più 
superficiale, ogni applicativo della suite Micros oft® Office® versione ‘2003’ o 
antecedenti utilizza una propria serie ti tipi di file, dotati di estensioni differenti (p.es. 
.doc,  .xls ,  .ppt, …, cfr. § 1.1.2), ma tutti basati su CFB ;18 a partire dalla versione 
‘2007’ la suite ha abbandonato i formati basati su CFB in favore di quelli basati su 
OOXML (Office Open XML), producendo nuovi formati, stavolta strutturalmente 
differenti ma gemellati ai precedenti per via delle estensioni di file, ottenute quasi 
sempre aggiungendo una semplice ‘x’: .docx,  .xlsx,  .pptx, ….  
2.3.1 Raccomandazioni per la produzione 
di documenti 
1. La scelta dei formati di file per conservare dati strutturati quali grandi e piccole 
basi di dati è soggetta non soltanto alla tipologia dei dati “a riposo”, ma anche agli 
 
17 Acronimo di File Allocation Table, dal nome dell’evidenza informatica, contenuta (o replicata più volte) in dispositivo 
di storage a blocchi inizializzato con tale filesystem, per indicizzarne tutti i file contenuti e i loro metadati esterni (cfr. 
§1.1.2). Esistono diversi filesystem basati su FAT  — alcuni aperti ( FAT16, FAT32), altri coperti da licenze d’uso di 
proprietà di Microsoft Corporation (exFAT). Per ulteriori dettagli consultare it.wikipedia.org/wiki/File_Allocation_Table  
e i collegamenti ipertestuali ivi contenuti.  
18 A ciascuno di tali formati si affiancano delle varianti, st rutturalmente identiche, per rappresentare specializzazioni 
dei medesimi documenti, quali ad esempio i “modelli di documento” ( template, in inglese), per i quali cambia solo 
l’estensione del file (tipicamente una ‘t’ in sostituzione dell’ultimo carattere: p.es. .dot e .xlt). 

 
aspetti “dinamici” legati alla loro generazione e riutilizzo. Sono perciò coinvolti 
aspetti fortemente quantitativi sui dati, quali: 
• dimensione informatica delle evidenze “a riposo”, 
• capacità dei flussi informatici “in transito” (banda richiesta e sue variazioni 
statistiche in base alla distribuzione geografica e cronologica, valutata su più 
scale di grandezza e indici statistici); 
• previsioni sul ciclo di vita (generazione, modifiche, trasporto, archiviazione, 
distruzione); 
• considerazioni in merito a conservazione e interoperabilità in generale (a 
livello europeo e nazionale); 
• considerazioni in merito alla protezione dei dati, con particolare riferimento 
a: 
o dati personali e privacy: cfr. Regolamento ( UE) N o 679/2016 
(“GDPR”) del Parlamento europeo e del Consiglio e il D.Lgs. 
101/2018; 
o trattamento da parte di infrastrutture critiche e fornitori di servizi 
essenziali: cfr. il D.Lgs. 65/2018 e la Direttiva ( UE) N o 1148/2016 
(“NIS”) da esso recepita. 
2. Si raccomanda perciò alle PP.AA. di effettuare un’adeguata valutazione di 
interoperabilità, che tenga in considerazione anche dei sopracitati aspetti. 
2.4 Posta elettronica 
 
EML FORMATO DI FILE 
Nome completo Electronic Mail Format 
 Estensione/i .eml 
Magic number — 
Tipo MIME application/email 
Sviluppato da comunità open source 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de facto, testuale 
Livello 
metadati 1 
Derivato da RFC-822 
Revisione 2008 
Riferimenti • RFC-5322 
• RFC-2822 
• US Library of Congress, Email (EMF)  
(2014) 
Conservazione Sì;  cfr. §2.8 

 
Racc. per la 
lettura 
Generico; obbligatorio per singoli 
messaggi email 
Racc. per la 
scrittura 
Generico; obbligato per singoli messaggi 
email 
 
1. Il formato EML rappresenta interamente l’evidenza informatica costituente un 
singolo messaggio di posta elettronica MIME, così come definito negli standard 
RFC-5322 e RFC-2822. 
 
MBOX FORMATO CONTENITORE 
Nome completo “default” mbox database format 
 Estensione/i .mbox 
Specializzazione 
di EML 
Tipo MIME application/mbox 
Sviluppato da comunità open source 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de facto, testuale 
Livello metadati 3 
Derivato da sistema operativo UNIX 
Revisione 2005 
Riferimenti • RFC-4155 
• RFC-2822 
• en.wikipedia.org/wiki/Mbox 
Conservazione Sì;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Generico; raccomandato per caselle di 
messaggi email 
Racc. per la 
scrittura 
Generico; raccomandato per caselle di 
messaggi email 
 
2. Così come EML rappresenta, integralmente un singolo messaggio di posta 
elettronica, il formato MBOX può usarsi per contenervi diversi messaggi di posta 
elettronica, organizzati su più livelli. 
 
MS-PST FORMATO DI FILE 
Nome completo Microsoft® Outlook® Personal 
Folder file  Estensione/i .pst 
Magic number 0xD0CF11E0A1B11AE1 
Tipo MIME application/vnd.ms-outlook 
Sviluppato da Microsoft Corporation 
Tipologia di 
standard 
proprietario (libero), estendibile, de 
facto, binario 
Livello 
metadati 3 
Derivato da Microsoft® Compound File binary format 
Revisione 7.0  (2018) 
Riferimenti • Microsoft, [MS-PST]: Outlook Personal 
Folders (.pst) file format v7.0  (2018) 
Conservazione No;  cfr. §2.8 

 
Racc. per la 
lettura 
Generico; raccomandato per importare 
rubriche, ecc. 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; raccomandata migrazione 
dell’applicativo e, successivamente, 
dell’intero formato 
 
3. Il formato proprietario usato in Microsoft ® Outlook® (applicativo di rubrica 
messaggi e contatti) è un’alternativa al formato MBOX per memorizzare non soltanto 
intere caselle di posta (a loro volta strutturabili in sottocartelle), ma anche per 
memorizzare altre tipologie di dati utilizzabili in Outlook®, quali ad esempio schedari 
dei contatti, note personali, ecc. Il formato PST è an ch’esso costituito da un 
pacchetto di file compressi in un unico file. 
2.4.1 Raccomandazioni per la produzione 
di documenti 
1. Si raccomanda di utilizzare il formato EML per archiviare un singolo messaggio 
di posta elettronica, ovvero il formato MBOX per l’archiviazione di più messaggi 
ovvero di un’intera casella di posta elettronica. 
 
2.5 Fogli di calcolo e presentazioni multimediali 
1. Per formati di file maggiormente utilizzati per gli applicativi integrativi “da 
ufficio” si rimanda alle considerazioni già fatte in § 2.1 relativamente agli applicativi 
di videoscrittura ad essi affini, in particolare quelle al capoverso 10 del paragrafo in 
merito all’utilizzo delle fonti tipografiche. 
 
EXCEL® 2007 FORMATO DI FILE 
Nome completo SpreadsheetML OOXML Extension 
 Estensione/i .xlsx,  .xltx 
Specializzazione 
di XML imbustato dentro ZIP 
Tipo MIME application/vnd.openxmlformats-officedocument.spreadsheetml.sheet 
Sviluppato da Microsoft Corporation 
Tipologia di 
standard 
proprietario (libero), estendibile, de 
facto 
Livello metadati 3 
Derivato da Office Open XML;  Microsoft® Excel ®   
Revisione 16.0  (2018) 

 
Riferimenti • Microsoft, Excel (.xlsx) extensions to 
SpreadsheetML file format v16.0  (2018) 
• officeopenxml.com, Anatomy of a 
SpreadsheetML file 
Conservazione Sì, solo profilo Strict;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Generico con riconoscimento obbligatorio 
Racc. per la 
scrittura 
Raccomandato nel profilo Strict 
 
2. SpreadsheetML è il dialetto XML usato nei file di metadati all’interno di un 
pacchetto compresso in formato OOXML (§2.3), specializzato per la 
rappresentazione di fogli di calcolo  (estensione .xlsx). È stato introdotto con la 
versione 2007 di Microsoft® Office®, ma è compatibile con moltissimi altri applicativi. 
L’unico profilo raccomandato di OOXML per SpreadsheetML è Strict. 
3. Si segnala che Microsoft ® Excel® presenta un glitch  (i.e. un bug  volutamente 
introdotto) considerando erroneamente l’anno 1900 d.C. come bisestile; il formato 
SpreadsheetML (profilo Transitional), di per sé, non corregge questo 
comportamento, permettendo il salvataggio, nelle celle di un foglio di calcolo, della 
data inesistente del 29 febbraio 1900. Tale inesattezza è però imputabile ad Exce l® 
e non inficia la capacità di altri applicativi che fanno uso di codesto formato di file 
(p.es. Google Documents) di adeguarsi ad un corretto calcolo degli anni bisestili 
(correggendo automaticamente le date inesatte nei fogli di calcolo). 
 
POWERPOINT® 2007 FORMATO DI FILE 
Nome completo PresentationML OOXML Extension 
 Estensione/i .pptx,  .ppsx,  .potx 
Specializzazione 
di XML imbustato dentro ZIP 
Tipo MIME application/vnd.openxmlformats-officedocument.presentationml.presentation  
Sviluppato da Microsoft Corporation 
Tipologia di 
standard 
proprietario (libero), estendibile, de 
facto 
Livello metadati 3 
Derivato da Office Open XML;  Microsoft® 
PowerPoint ®   
Revisione 15.0  (2018) 
Riferimenti • Microsoft, PowerPoint (.pptx) extensions 
to OOXML file format v15.0  (2018) 
• officeopenxml.com, Anatomy of a 
PresentationML file 
Conservazione Sì, solo profilo Strict;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Generico con riconoscimento obbligatorio 
Racc. per la 
scrittura 
Raccomandato nel profilo Strict 
 

 
3. PresentationML è il dialetto XML usato nei file di metadati 
all’interno di un pacchetto compresso in formato OOXML (§2.3), 
specializzato per la rappresentazione di presentazioni multimediali 
(estensione .pptx). È stato introdotto con la versione 2007 di 
Microsoft® Office®, ma è compatibile con moltissimi altri applicativi. 
L’unico profilo raccomandato di OOXML per Presentat ionML è 
Strict. 
 
 
MS-XLS FORMATO DI FILE 
Nome completo Microsoft® Excel ® Binary file 
format  Estensione/i .xls 
Magic number 0xD0CF11E0A1B11AE1 
Tipo MIME application/vnd.ms-excel 
Sviluppato da Microsoft Corporation 
Tipologia di 
standard proprietario (libero), estendibile, de facto, deprecato, binario  
Livello 
metadati 3 
Derivato da Microsoft® Compound File binary format 
Revisione 8.0  (2018) 
Riferimenti • Microsoft, [MS-XLS]: Excel Binary file 
format (.xls) structure v8.0  (2018) 
Conservazione No;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Obbligatorio con riversamento raccomandato 
Racc. per la 
scrittura 
Sconsigliato 
 
5. Il foramto XLS è una specializzazione usata nei file di metadati all’interno di un 
pacchetto compresso in formato CFB (§2.3), specializzato per la rappresentazione 
di fogli di calcolo (estensione .xls). È stato utilizzato, come formato principale per 
tali documenti fino alla versione 2003 di Microsoft ® Office®, ma è compatibile con 
moltissimi altri applicativi. Nonostante l’obbligo per le PP.AA. di accettare e aprire 
documenti in questo formato, si raccomanda di non formarne altri esemplari e di 
valutare il riversamento di fogli di calcolo preesistenti in altro formato della stessa 
tipologia: in quest’ordine, OpenDocument Spreadsheet ( .ods) ovvero 
SpreadsheetML (.xlsx). 
 
MS-PPT FORMATO DI FILE 
Nome completo Microsoft® PowerPoint ® Binary 
format  Estensione/i .ppt 
Magic number 0xD0CF11E0A1B11AE1 
Tipo MIME application/vnd.ms-powerpoint 

 
Sviluppato da Microsoft Corporation 
Tipologia di 
standard proprietario (libero), estendibile, de facto, deprecato, binario  
Livello 
metadati 3 
Derivato da Microsoft® Compound File binary format 
Revisione 6.0  (2018) 
Riferimenti • Microsoft, [MS-PPT]: PowerPoint (.ppt) 
Binary file format v6.0  (2018) 
Conservazione No;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Obbligatorio con riversamento raccomandato 
Racc. per la 
scrittura 
Sconsigliato 
 
6. Il foramto PPT è una specializzazione usata nei file di metadati all’interno di un 
pacchetto compresso in formato CFB (§2.3), specializzato per la rappresentazione 
di presentazioni mult imediali (estensione .ppt ). È stato utilizzato, come formato 
principale per tali documenti fino alla versione 2003 di Microsoft ® Office®, ma è 
compatibile con moltissimi altri applicativi. Nonostante l’obbligo per le PP.AA. di 
accettare e aprire documenti in questo formato, si raccomanda di non formarne altri 
esemplari e di valutare il riversamento di presentazioni preesistenti in altro formato 
della stessa tipologia: in quest’ordine, OpenDocument Presentation (.odp) ovvero 
PresentationML (.pptx). 
 
ODS FORMATO CONTENITORE 
Nome completo Open Document Format for Office Spreadsheets 
 Estensione/i .ods 
Specializzazione 
di XML imbustato dentro ZIP 
Tipo MIME — 
Sviluppato da Organization for the Advancement of Structured Information Standards 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, binario 
Livello metadati 3 
Derivato da — 
Revisione 1.2  (2015) 
Riferimenti Famiglia di standard 26300 della ISO/IEC. 
• OASIS, Open Document Format for Office 
Applications (OpenDocument), v1.2  (2015) 
Conservazione Sì;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Generico con riconoscimento obbligatorio 
Racc. per la 
scrittura 
Fortemente raccomandato 
 
7. Il formato OpenDocument Spreadsheet è una specializzazione dell’omonimo 
formato (§2.3) per rappresentare fogli di calcolo (estensione .ods ). È attualmente 

 
utilizzato dalla suite open source di applicativi da ufficio LibreOffice, anche se è 
pienamente utilizzabile in Microsoft® Office®, in OpenOffice.org e in altri applicativi 
che elaborano documenti di questo tipo. 
 
ODP FORMATO CONTENITORE 
Nome completo Open Document Format for Presentations 
 Estensione/i .odp 
Specializzazione 
di XML imbustato dentro ZIP 
Tipo MIME — 
Sviluppato da Organization for the Advancement of Structured Information Standards 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, binario 
Livello metadati 3 
Derivato da — 
Revisione 1.2  (2015) 
Riferimenti Famiglia di standard 26300 della ISO/IEC. 
• OASIS, Open Document Format for Office 
Applications (OpenDocument), v1.2  (2015) 
Conservazione Sì;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Generico con riconoscimento obbligatorio 
Racc. per la 
scrittura 
Fortemente raccomandato 
 
8. Il foramto OpenDocument Presentation è una specializzazione dell’omonimo 
formato (§2.3) per rappresentare fogli di calcolo (estensione .odp). È attualmente 
utilizzato dalla suite open source di applicativi da ufficio LibreOffice, anche se è 
pienamente utilizzabile in Microsoft® Office,® in OpenOffice.org e in altri applicativi 
che elaborano documenti di questo tipo. 
2.5.1  Raccomandazioni per la 
produzione di documenti 
1. Si raccomanda alle PP.AA. la produzione di fogli di calcolo e presentazioni 
multimediali in formati aperti e consistenti con gli applicativi “da ufficio” più diffusi 
sul territorio nazionale e comunitario: in particolare, si individua nei formati derivati 
da OOXML (profilo Strict) e da OpenDocument le alternative più valide. 
2. Nel caso di documenti semilavorati a carattere temporaneo e non definitivo è 
consigliabile anche l’utilizzo di formati puramente “virtuali” quali quelli delle suite 
collaborative di fornitori di servizi in C loud qualificati,19 purché tali formati siano 
 
19 Si veda a tale proposito le Circolari AGID No2/2018 e No3/2018. 

 
interoperabili e disponibili su sistemi informativi senza vincoli o particolari requisiti 
tecnologi (ad esempio, totalmente fruibili attraverso browser web). 
2.6 Immagini raster 
1. Si dicono raster tutte le immagini che sono descritte come un insieme finito di 
punti (pixel) virtuali disposti regolarmente su una griglia rettangolare. Il numero di 
punti lungo i due lati del rettangolo (lunghezza e larghezza) costituiscono le 
dimensioni dell’immagine, mentre il numero di bit necessari a rappresentare le 
caratteristiche di ciascun pixel (espresso in bit/pixel) è chiamata profondità o ( bit-
)depth dell’immagine. Tali caratteristiche sono tipicamente le coordinate-colore (code-
values) di ciascun pixel secondo un tipo di codifica matematica ove ogni possibile 
colore rappresentabile dalle immagini ( gamut) è definito dalle coordinate di uno 
spazio-colore astratto, all’interno del quale la gamut dell’immagine rappresenta una 
varietà discreta. 
2. A seconda delle esigenze di conservazione possono essere utili o necessari 
riferimenti che permettono di correlare la distribuzione spaziale dei pixel di 
un’immagine raster con dimensioni fisiche. Alcuni formati di file descrivono tali 
informazioni mediante metadati interni, che possono essere facoltativi o meno. La 
scelta del formato di file per usi professionali dipende spesso dalla possibilità di 
creare e, successivamente,  fruire di tali metadati, rilevanti sia per raster che 
provengono da oggetti reali (come nel caso di fotografie, scansioni digitali e 
diagnostica medica), che per immagini di sintesi usate per la produzione oggetti reali 
(p.es. stampe o modelli di altro tipo). 
3. In alcuni casi sono indicati le dimensioni equivalenti dell’immagine in unità di 
misura fisiche (lunghezza, larghezza, profondità; ovvero aree, volumi); in altri casi è 
indicata la risoluzione espressa come densità di punti per unità di misura line are, 
quali punti/pollice (“dpi”, cioè dots per inch ) ovvero pixel/cm (nel caso dei raster i 
termini “punto” e “pixel” sono spesso intercambiabili). 
4. Il numero di bit usati per rappresentare il colore dei pixel è chiamata profondità 
di colore (colour-depth) e coincide con l’intera profondità dell’immagine raster qualora 
la sola caratteristica rappresentata sia il colore dei pixel. 
5. Altre volte sono rappresentate una o più di altre caratteristiche del pixel (in 
alternativa o in aggiunta al colore), quali: 
• trasparenza (chiamata anche “alfa”, alpha in inglese), 
• densità ottica, 
• riflettanza, 
• intensità radiante, 

 
• velocità angolare o lineare, 
ciascuna di queste caratteristiche del pixel (inclusa ciascuna coordinata dello spazio-
colore) sono chiamat e, individualmente, “canali” dell’immagine; il numero di bit 
usati per rappresentare ciascun canale (qualora sia uguale per tutti i canali) permette 
di specificare la profondità dell’immagine, alternativamente, in bit/canale. 
6. Ad esempio, un’immagine raster a colori che usa il tipico modello colorimetrico 
rosso-verde-blu e un canale alfa, tutti a 16 bit/canale (4 canali in tutto: RGBα) ha 
dunque una profondità complessiva di 64bit/pixel e una profondità -colore di 48 
bit/pixel. 
7. Molti formati di immagini raster possono –opzionalmente o obbligatoriamente– 
implementare algoritmi di compressione dati per ottenere una minore occupazione 
di spazio. Tali algoritmi sono lossless ovvero lossy, a seconda che la compressione sia 
reversibile (cioè sia possibile, decomprimendo, ritornare punto per punto 
all’immagine originale) o meno. 
8. Un’altra possibilità per le immagini raster è una rappresentazione mediante sotto-
campionamento, cioè utilizzando una codifica con un modello di spazio-colore a 3 
componenti (anzic hé un modello RGB), ove il primo canale ( luminanza) ha una 
risoluzione spaziale piena (cioè è codificato per ogni punto dell’immagine), mentre 
gli altri due canali, detti complessivamente di crominanza,
20 sono codificati con una 
minore risoluzione. 
9. I formati di immagini raster maggiormente diffusi per usi non professionali, quali 
ad esempio web e fotografia amatoriale, sono:  PNG,  JPEG (.jpg, .jpeg),  TIFF (.tif, 
.tiff),  GIF.  
10. I formati di immagini raster diffusi per vari usi professionali quali grafica, stampa 
industriale, fotografia e cinematografia, si differenziano dai precedenti per un ampio 
supporto –ed effettivo utilizzo– di metadati interni, prevalentemente di tipo 
colorimetrico. Tra questi formati si annoverano:  OpenEXR (.exr), Adobe® DNG 
(.dng), JPEG2000 (.jp2k, .jp2c), DPX, Adobe® Photoshop® (.psd), ARRIRAW (.ari). 
 
PNG FORMATO DI FILE 
Nome completo Portable Network Graphics 
 Estensione/i .png 
Magic number 0x89 PNG 0x0D0A1A0A 
Tipo MIME image/png 
Sviluppato da ACME 
Tipologia di 
standard aperto, de iure, binario, muto 
Livello 
metadati 3 
 
20 Tali canali codificano le differenze cromatiche da un colore neutro –di solito qualche tipo di verde– la cui intensità 
è rappresentata dalla sola luminanza. Gli spazi -colore di questo tipo (p.es. Y ’cBcR e Y’uv) sono nati per permettere la 
retrocompatibilità del segnale televisivo analogico a colori con quello in bianco e nero, affiancati da altre tecnologie 
indipendenti, quali il sotto-campionamento. 

 
Derivato da — 
Revisione 1.2,  2a edizione 
Riferimenti • ISO/IEC 15948:2004 
• W3C Recommendation PNG Specification (2nd 
Ed.), 2003 
• RFC-2083 
• www.libpng.org 
Conservazione Sì 
Racc. per la 
lettura 
Generico; con riconoscimento obbligatorio 
della v1.0 
Racc. per la 
scrittura 
Generico; fortemente raccomandato per 
immagini a 16 ovvero 48 bit/pixel (più 
eventuale trasparenza) senza particolari 
obblighi relativi ad altri metadati 
 
11. Il formato PNG è particolarmente raccomandato per la rappresentazione di 
immagini raster  che non hanno bisogno di essere accompagnate da metadati 
particolarmente complessi (come quelli colorimetrici, geometrico-fisico o ottici). La 
versione 1.0 di questo formato (cfr. RFC-2083) –ancora largamente utilizzata e, per 
questo motivo, ammessa parimenti per la produzione di nuovi documenti  raster– 
supporta un insieme ristrettissimo di metadati, per la cui mancanza il formato di 
questa versione è poco usato in ambit i professionali . Sono invece supportate 
nativamente le profondità di 24 e 48 bit/pixel in tricromia, la trasparenza sotto 
forma di un ulteriore canale “alfa”, nonché uno dei pochi formati non professionali 
ad ammettere la compressione dell’immagine mediant e algoritmo lossless. La 
versione 1.2 del formato introduce alcuni metadati più professionali che 
permettono, ad esempio, di specificare autori e brevi descrizioni, orari di modifica, 
così come metadati colorimetrici (quali le coordinate di cromaticità delle primarie 
RGB e del punto di bianco, profili ICC integrati, dimensioni fisiche dell’immagine, 
ecc.). 
 
JPEG FORMATO DI FILE 
Nome completo JPEG File Interchange Format  
(JFIF)  Estensione/i .jpg,  .jpeg 
Magic number 0xFFD8,  0xFFD8FFE00010 JFIF 0x0001 
Tipo MIME image/jpg,  image/jpeg 
Sviluppato da Joint Photographic Experts Group 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, binario 
Livello 
metadati 4 
Derivato da — 
Revisione 2012 
Riferimenti • ITU-T Recommendation T.81, 1992 
• ITU-T Recommendation T.871,  2011 
• www.jpeg.org/jpeg 
• www.exif.org/Exif2-2.PDF 

 
Conservazione Sì, solo per immagini formate 
nativamente in JPEG 
Racc. per la 
lettura 
Generico con riconoscimento obbligatorio 
Racc. per la 
scrittura 
Generico; fortemente raccomandato per 
immagini fotografiche senza particolari 
vincoli qualitativi 
 
12. Il formato JPEG è un altro “pilastro” storico per le immagini raster, permettendo 
una loro rappresentazione generica e, soprattutto, estremamente compatta per via 
dell’uso di un algoritmo di compressione lossy , in cui alcuni parametri algoritmici 
sono selezionabili in fase di formazione del file, permettendo così un bilanciamento 
tra “qualità” dell’immagine 21  e dimensione del file . Le immagini sono inoltre 
codificate sempre in uno spazio-colore del tipo Y’uv e sotto-campionate; non sono 
supportate le tr asparenze. Nonostante queste carenze lo standard EXIF estende il 
formato per la sola rappresentazione di metadati interni, tra i quali possono essere 
presenti: 
• informazioni sull’hardware o software usato per creare o modificare 
l’immagine (p.es. modello di fotocamera, ottiche , flash e altra 
apparecchiatura, con i loro parametri di scatto); 
• data, ora ed eventuale posizione geografica della creazione; 
• nome o altre caratteristiche dell’autore; 
• eventuali licenze d’uso dell’immagine (Copyright©, Creative Commons, ecc.); 
• informazioni colorimetriche (spazio -colore, punto di bianco, profilo ICC, 
ecc.); 
• eventuale proiezione piana di uno spazio curvo (p.es. equi- rettangolare, 
altrimenti detta ‘latitudine/longitudine’ o, più impropriamente, “360°”). 
13. Qualora si disponga delle medesime immagini in un formato di maggiore qualità 
(in termini di risoluzione, di assenza di compressione lossy , o altro), si consiglia di 
non riversare mai in JPEG il medesimo contenuto (a meno che non si tratti di una 
seconda copia per altri scopi). 
 
TIFF FORMATO DI FILE 
Nome completo Tagged Image File Format 
 Estensione/i .tiff,  .tif 
Magic number II 0x2A00;   MM 0x002A 
Tipo MIME image/tiff 
Sviluppato da Adobe Systems 
Tipologia di 
standard 
proprietario (libero), estendibile, de 
iure, binario 
 
21  Da intendersi qui come fedeltà dell’immagine compressa (con perdite dovute alla compressione) rispetto 
all’immagine originale non compressa. Tale quantità è misurata con opportune metriche, tra cui quelle basat e sul 
rapporto segnale-rumore percepito, o pSNR. 

 
Livello 
metadati 4 
Derivato da — 
Revisione 2004 
Riferimenti • Adobe, TIFF™ Revision 6.0,  1992 
• www.adobe.io/open/standards/TIFF 
Famiglia di standard 12234 della ISO: 
• ISO 12234-2:2001, TIFF/EP 
• ISO 12234-3:2016, XMP 
• ISO 12639:2004, TIFF/IT 
• RFC-2306, TIFF-F 
• RFC-3949, TIFF-FX  
• www.exif.org/Exif2-2.PDF 
Compressione Sì, senza compressione 
Racc. per la 
lettura 
Generico con riconoscimento obbligatorio 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico per l’editoria; raccomandato 
per la produzione di immagini raster 
finali 
 
13. Il formato  TIFF è il capostipite dei formati raster professionali , pur essendo 
ancora considerato appartenente alla categoria dei formati generali per le immagini 
raster. Nato con poche varianti e metadati prevalentemente per rappresentare 
immagini pronte sia per l’invio telematico (tramite fax) che per la stampa 
professionale –monocromatica o “offset” – è stato successivamente esteso dalla 
Adobe, fino a diventare uno standard aperto e de iure, con moltissime caratteristiche 
aggiuntive: 
• segmentazione dell’immagine nel file per linee ovvero per riquadri;22 
• segmentazione a più livelli sovrapposti;23 
• spazi-colore con un qualsivoglia numero di canali (inclusa la trasparenza, o 
canale alfa); 
• metadati aggiuntivi circa la rappresentazione spaziale (unità di misura, ecc.); 
• metadati aggiuntivi circa le condizioni ideali per la visualizzazione 
(caratteristiche del monitor) o per la stampa professionale (intento di 
rappresentazione, codici di particolari colori “spot”, ecc.); 
• compressione secondo vari algoritmi, generalmente lossless. 
Infine, anche nelle immagini TIFF –come per le JPEG– possono essere inseriti 
metadati EXIF. 
 
GIF FORMATO DI FILE 
Nome completo Graphic Image file Format  
 
22 Utili per ottimizzarne l’archiviazione su alcuni storage, la trasmissione attraverso specifici canali, la robustezza in 
caso di corruzione. 
23 Utile per immagini in fase di post -produzione, cioè quando sono semilavorati le cui modifiche devono essere 
reversibili. 

 
Estensione/i .gif 
Magic number GIF89a;  GIF87a 
Tipo MIME image/gif 
Sviluppato da CompuServe 
Tipologia di 
standard 
deprecato, proprietario (libero), de 
iure, binario, muto 
Livello 
metadati 1 
Derivato da — 
Revisione 89a  (1989) 
Riferimenti • W3C, Graphics Interchange Format™, ©1990 
CompuServe 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Generico con riconoscimento obbligatorio 
Racc. per la 
scrittura 
Sconsigliato, tranne che in due casi 
legati al web 
 
14. Il formato GIF venne introdotto nella fine degli anni ’80 per rappresentare 
immagini fotorealistiche quando le capacità dei computer di visualizzare 
simultaneamente molti colori erano limitate. Alcune delle novità tecniche di questo 
formato sono sopravvissute sino ad oggi, tanto che vi sono ancora molti casi d’uso 
soprattutto nelle pagine web. Anche se esistono oggi formati molto più adeguati per 
le immagini fotorealistiche , il formato , implementando fra le altre cose un ana 
compressione lossless, è ancora tecnicamente v alido per immagini con le seguenti 
caratteristiche: 
• numero colori fino a un massimo di 256, scelti da una tavolozza con  32 bit 
di profondità;24 
• supporto per una trasparenza assente ovvero totale, 25 senza diversi gradi di 
opacità; 
• supporto per più immagini che si alternano in sequenza (con cadenza 
preselezionata) per rappresentare uno sprite dotato di caratteristiche di 
animazione basilari (si parla, in questo caso di “GIF animate”);26 
Le immagini con bassissimi requisiti di animazione, trasparenza e numero di colori 
(tipicamente loghi o porzioni di elementi grafici minimalisti), come quelle che si 
trovano in diversi siti web, spesso salvate in questo formato. 
 
24 La tavolozza è quella di un generico modello RGB con 8 bit/canale, per un totale di 2 8+8+8 =232 ≈16.8 milioni di 
colori. 
25 Nel GIF la trasparenza è rappresentata da uno dei 256 colori della tavolozza, che può essere indicato come tale nei 
metadati interni. 
26 Le GIF animate sono ancora vincolate ad avere un massimo di 256 colori per fotogramma (inclusa la trasparenza), 
anche se i colori scelti possono cambiare da fotogramma a fotogramma.  

 
16. A causa della sua obsolescenza, se ne sconsiglia l’uso per nuove immagini, salvo 
in cui l’immagine da archiviare sia destinata all’uso in pagine web e rientri, nella sua 
forma originaria (o formato di partenza) all’interno dei vincoli sopraelencati. 
 
EXR FORMATO DI FILE 
Nome completo OpenEXR™    
 Estensione/i .exr 
Magic number v/1 0x01 
Tipo MIME image/x-exr 
Sviluppato da Industrial Light and Magic 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de facto, binario 
Livello 
metadati 4 
Derivato da — 
Revisione 2013 
Riferimenti • www.openexr.com/documentation 
• WetaDigital, The Theory of OpenEXR Deep 
Samples, 2013 
Conservazione Sì, senza compressione  
Racc. per la 
lettura 
Speciale; raccomandato in ambito 
cinetelevisivo 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; raccomandato in ambito 
cinetelevisivo 
 
17. Il formato OpenEXR è stato recentemente inventato ed è oggi mantenuto, dalla 
comunità dei creativi dell’animazione cinematografica ma, a causa della sua 
versatilità e del supporto per un numero qualsiasi e facilmente estendibile di 
metadati, è oggi fortemente consigliato per la produzione di immagini raster – sia 
finali che, soprattutto, semilavorati– per la grafica e la produzione cinetelevisiva. A 
causa del formato specifico, non è richiesto il suo riconoscimento al di fuori delle 
organizzazioni dei sopracitati settori. 
18. OpenEXR supporta immagini raster con le seguenti caratteristiche: 
• segmentazione dell’immagine in vari modi diversi (per linee, a tasselli, per 
strati); 
• supporto di più spazi -colore, inclusi astratti con un numero qualsivoglia 
elevato di canali (ciascuno associato ai propri metadati); 
• supporto per un numero qualsivoglia elevato di livelli, ciascuno dotato dei 
propri metadati; 
• data, ora ed eventuale posizione geografica della creazione; 
• nome o altre caratteristiche dell’applicazione creatrice, ovvero dell’autore (se 
umano); 
• eventuale supporto di vari algoritmi di compressione (sia lossy che lossless); 
• supporto di metadati interni la cui tassonomia rientra in namespace estendibili. 

 
19. Inoltre, grazie alla versatilità nel numero di liv elli e di canali di colore (e la 
possibilità di identificarli ciascuno con un nome), è possibile memorizzare nei punti 
di un’immagine raster salvata in OpenEXR non soltanto il colore, quanto piuttosto 
informazioni relative ad altre caratteristiche tecniche , fisiche o cinetiche 
dell’immagine, rappresentabili punto per punto. Esempi sono: 
• il cosiddetto “ deep EXR”, ove più livelli sovrapposti mantengono una dei 
medesimi oggetti a diversi gradi di “profondità” rispetto ad immagini piane; 
• le texture, che sono comuni raster, le cui coordinate cartesiane sono chiamate 
(u,v), che rappresentano una “pelle” da avvolgere intorno ad una superfice 
artificiale tridimensionale (come quelle rappresentate in formati descritti in 
§2.7) mediante una trasformazione conforme che prende il nome, appunto, 
di mappa uv. 
20. In alcuni casi, l’immagine tradizionalmente costituita da un raster ove i punti 
rappresentano dei colori è contenuta in un primo livello, mentre in altri livelli sono 
rappresentate altre quantità relative alla medesima immagine. Due esempi, 
estremamente riduttivi, di tali quantità, utili particolarmente nella produzione di 
effetti speciali digitali ( VFX) e nell’animazione in CG (dall’inglese, “computer-
grafica”), sono: 
• velocity map, ove i 2 o 3 canali (u,v,w) associati ad ogni punto rappresentano le 
componenti cartesiane della velocità istantanea del punto della superfice; 
• optical map, ove i canali (uno o più) associati ad ogni punto rappresentano 
caratteristiche ottiche del materiale in quel punto, quali ad esempio 
opacità/trasparenza, riflettanza, assorbanza, emittanza, ecc. 
21. Per quanto riguarda i metadati intern i, purtroppo, la mancanza di un registro 
unificato è causa del proliferare incontrollato degli stessi: unica pecca per un 
formato altrimenti validissimo e fortemente consigliato per la produzione di qualsiasi 
tipo di immagine raster. 
 
JPEG2000 FORMATO DI FILE 
Nome completo JPEG 2000 
 Estensione/i .png 
Magic number 0x89 PNG 0x0D0A1A0A 
Tipo MIME image/jp2 
Sviluppato da Joint Photographic Experts Group 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, binario 
Livello 
metadati 3 
Derivato da — 
Revisione 2020/1 

 
Riferimenti • RFC-3745 
Famiglia di standard 15444 della ISO: 
• ISO 15444-1:2016 
• ISO 15444-2:2004 
• ISO 15444-6:2013 
• ISO 15444-6:2011 
• ISO 15444-12:2015 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; raccomandato nell’elaborazione 
professionale di immagini in vari ambiti 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; raccomandato nell’elaborazione 
professionale di immagini in vari ambiti 
 
22. Il formato JPEG2000 utilizza una compressione basata su trasformata wavelet , 
cosiddetta multi- risoluzione, poiché l’evidenza informatica ivi rappresentata 
codifica prima i dettagli “grossolani” (cd. a bassa frequenza) dell’immagine, poi i 
dettagli via via più “fini” (cd. ad alte frequenze). A fronte di una maggiore 
complessità nella produzione (i.e. nella com pressione) dell’immagine, il vantaggio 
tecnologico offerto da questo formato risiede nel fatto che la decodifica successiva 
dell’immagine (i.e. la sua decompressione) può avvenire anche non integralmente e 
interrompersi a un certo livello. In tal caso viene riprodotta una versione “a banda 
ristretta”, cioè a risoluzione inferiore dell’immagine originale, in quanto sono state 
usate componenti a bassa frequenza. L’usodel formato è dunque preferibile laddove 
l’utilizzo professionale sia vincolato da uno o più dei seguenti fattori: 
• immagini di dimensioni molto grandi, comparate a 
• basse capacità computazionali del dispositivo di visualizzazione; 
• canale di comunicazione tra lo storage ove è archiviata l’immagine e il 
dispositivo di visualizzazione. 
 
DICOM FORMATO DI PACCHETTO 
Nome completo Digital Imaging and Communications in Medicine  
 Estensione/i  
Magic number 128 byte qualsiasi, seguiti da 
DICM 
Tipo MIME image/dicom 
Sviluppato da National Electrical Manufacturers 
Association 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, binario 
Livello 
metadati 2 
Derivato da — 
Revisione 2018 
Riferimenti • dicom.nema.org/medical/dicom, PS3.10 
• dicom.nema.org/medical/dicom, capitolo 7 
Conservazione Sì, se lo sono tutti i file del pacchetto 

 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; raccomandato in ambio 
diagnostica sanitaria 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; raccomandato in ambio 
diagnostica sanitaria  
 
23. Il formato DICOM consente di aggiungere alle immagini raster diversi metadati 
relativi all’aspetto sanitario del loro contenuto, quali ad esempio un elenco di 
metadati facoltativi e non esaustivi comprende: 
• il nome degli specialisti che hanno eseguito l’acquisizione, l’elaborazione o la 
refertazione, 
• il nome e modello delle apparecchiature di acquisizione e parametri 
elettronici, fisico-chimici, meccanici impiegati per un dato esame diagnostico, 
• la data, l’ora e il nome della struttura ove sia stato effettuato l’esame 
diagnostico, 
• eventuali commenti sul pacchetto di immagini nella sua interezza (ad esempio 
il testo del referto), sulla specifica immagine, o su una porzione della stessa. 
 
DNG FORMATO DI FILE 
Nome completo Adobe® Digital Negative 
 Estensione/i .dng 
Specializzazione 
di TIFF/EP 
Tipo MIME image/x-adobe-dng 
Sviluppato da Adobe Systems 
Tipologia di 
standard 
proprietario (brevettato), estendibile, 
de iure, binario 
Livello metadati 4 
Derivato da TIFF™ 
Revisione 10.1.0.0  (2017) 
Riferimenti • Adobe, Digital Negative (DNG) 
Specification v1.4.0.0, 2012 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; raccomandato in ambito 
fotografico e cinetelevisivo 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; raccomandato in ambito 
fotografico e cinetelevisivo 
 
24. Il formato DNG (“negativo digitale”) di Adobe consiste in una specializzazione 
del formato TIFF, dotato di diverse estensioni relative alla quantità di metadati di 
accompagnamento (che include, tra l’altro, l’intera gamma di metadati EXIF e XMP) 
ma soprattutto consente di memorizzare immagini grezze (“raw”) provenienti da 
sensori digitali con diverse caratteristiche elettroniche e geometriche. La procedura 
di conversione effettuata a monte permette di transcodificare un’immagine raster 
altrimenti memorizzata in formati di file per lo più proprietari del costruttore della 
fotocamera o cinepresa, media nte un applicativo che, al momento della 

 
transcodifica, comprende il formato nativo e le informazioni sullo specifico modello 
dell’apparato di acquisizione. Il risultato è un’immagine visivamente fedele, identica 
all’originale, ma archiviata in un formato aperto e interoperabile, non più soggetto 
all’obsolescenza tecnologica né dell’apparato di acquisizione originario, né del 
formato di file proprietario di origine. 
 
PSD FORMATO DI FILE 
Nome completo Adobe® Photoshop® Standard 
Baseline file  Estensione/i .psd 
Magic number 8BPS 
Tipo MIME image/x-psd 
Sviluppato da Adobe Systems 
Tipologia di 
standard 
proprietario (libero), estendibile, de 
facto, binario 
Livello 
metadati 4 
Derivato da — 
Revisione 2016 
Riferimenti • www.adobe.com 
• FSDeveloper.com, Adobe Photoshop File 
Formats Specification  2006 
• github.com/layervault/psd.rb 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Specifico; obbligatorio in ambito beni 
culturali e comunicazione 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; obbligatorio in ambito beni 
culturali e comunicazione 
 
25. Il formato nativo di Adobe Photoshop ® si è evoluto notevolmente nel tempo e 
comprende attualmente la possibilità non solo di archiviare immagini a più livelli e 
con elevatissima variabilità tecnica,
27  ma anche informazioni vettoriali e 
tridimensionali di complemento alle immagini raster, che coadiuvano il loro utilizzo 
in molteplici contensti industriali, quali il design, la computer grafica (
CG), 
l’architettura e la postproduzione cinetelevisiva. Si raccomanda l’utilizzo di questo 
formato per la creazione di semilavorati, particolarmente quando vadano elaborati 
dal particolare software applicativo in oggetto. Per l’archiviazione a lungo termine e 
la conservazione invece, si consiglia di riversare il co ntenuto in altri formati più 
aperti e interoperabili (quali OpenEXR, DNG o TIFF). 
 
ARRIRAW FORMATO DI FILE 
Nome completo ARRIRAW 
 Estensione/i .ari 
Magic number ARRI 0x12345678;   ARRI 0x78563412 
 
27 Si segnala la presenza un dialetto del formato PSD specificatamente per archiviazione e riutilizzo di immagini di 
grandissime dimensioni: il Photoshop Large Format (formato molto simile all’originario, che adotta l’estensione di file 
.psb). 

 
Tipo MIME image/arriraw 
Sviluppato da Arnold & Richter Cine Technik GmbH 
Tipologia di 
standard 
proprietario (libero), estendibile, de 
iure, binario 
Livello 
metadati 4 
Derivato da — 
Revisione 2018 
Riferimenti • documentazione registrata SMPTE RDD30:2014 
• documentazione registrata SMPTE RDD31:2014 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; riprese cinematografiche 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; sconsigliata la produzione al 
di fuori dell’ambito cinematografico 
 
26. Il formato ARRIRAW è un formato proprietario della ARRI GmbH, ma aperto, 
utilizzato attualmente come formato nativo “raw” per le sue cineprese digitali, che è 
stato candidato per diventare standard SMPTE. Nonostante si tratti di un formato 
proprietario, ne è un esempio virtuoso, in quanto esso supporta più tipologie di 
codifiche di immagine, nonché di metadati avanzati a contorno dell’immagine stessa, 
quali le informazioni colorimetriche (codifica dello spazio -colore, parametri di 
correzioni impostati direttamente sulla cinepresa, importati una tantum  da file, 
ovvero comunicati in tempo reale da un’applicazione con connessione di rete diretta 
sulla cinepresa), quelle relative all’area attiva del fotogramma, alla velocità di ripresa 
mediante TimeCode (il formato ne supporta fino a 7 tipi
 differenti e indipendenti 
fra loro), ai metadati di produzione, ecc. In teoria, il formato ARRIRAW potrebbe 
essere utilizzato per produrre nuove immagini raster in una miriade di codifiche e 
di formati. 
 
DPX FORMATO DI FILE 
Nome completo Digital Picture Exchange 
 Estensione/i .dpx 
Magic number SDPX,   XPDS 
Tipo MIME image/x-dpx 
Sviluppato da Society of Motion Picture and 
Television Engineers 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, binario 
Livello 
metadati 4 
Derivato da Kodak® Cineon™ 
Revisione 2.0  (2014) 
Riferimenti • standard SMPTE ST268:2014 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Specifico; obbligatorio in ambito 
cinetelevisivo 

 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; nessuna raccomandazione 
 
27. Il formato DPX (originariamente sviluppato da Kodak come evoluzione del 
formato Cineon ® usato nell’omonimo scanner digitale per le pellicol e 
cinematografiche 35mm e successivamente divenuto uno standard SMPTE) permette 
la rappresentazione di immagini raster con differenti caratteristiche tecniche, oltre a 
un considerevole numero di metadati. L’attuale versione 2.0 suddivide i metadati in 
quattro categorie: generici, cinematografici, televisivi e “utente”. Tra i metadati delle 
categorie cinetelevisive vi è la possibilità di rappresentare indicazioni per collocare 
con precisione l’immagine come fotogramma di una particolare sequenza video, 
quali: 
• numerazione del fotogramma relativa all’inizio della sequenza, 
• TimeCode (con relativi framerate e modalità di scansione del fotogramma, cfr. 
§2.10), 
• KeyKode™ del forogramma rispetto al rullo di pellicola fotochimica da cui 
è stato scansionato digitalmente (con relativa film-speed). 
28. Il formato si presta dunque ad una rappresentazione di documenti video 
mediante pacchetti di file, ove ciascun fotogramma è archiviato in un file separato 
(cfr. pacchetto 
DI basato su DPX, cfr. § 2.12). In linea di principio il formato DPX 
ammette tra i metadati anche quelli che associano colorimetria digitale rappresentata 
nel raster dalla densitometria dell’emulsione di partenza (da cui il fotogramma è 
stato scansionato) o di destinazione ( sulla quale s’intende possa essere stampato 
digitalmente), anche se pochissimi applicativi per la postproduzione cinematografica 
ne fanno realmente uso.
 Nonostante il DPX sia stato l’indiscusso formato di 
riferimento per la produzione, postproduzione e archiviazione digitale di contenuti 
cinematografici sin dall’avvento del Digital Intermediate (
DI, cfr. §2.12), tre fattori 
ne hanno rapidamente ridotto l’importanza: 
• il dec lino della produzione cinematografica su pellicola e la consistente 
riduzione di processi di scansione digitale di tali pellicole (ora quasi 
esclusivamente effettuati a scopo di restauro e conservazione); 
• il mancato utilizzo di moltissimi metadati rappresentabili nel formato 
DPX da 
parte di gran parte dei software applicativi, che avrebbe invece incrementato 
l’efficacia di tale formato; 
• la comparsa di nuovi standard tecnologici per la rappresentazione  
dell’immagine digitale, quali ad esempio l’elevata latitudine di posa (
HDR). A 
tale scopo l’SMPTE sta sviluppando una nuova versione più moderna del 
formato DPX. 

 
29. Mentre si obbliga agli enti tecnici operanti nel settore della postproduzione, 
archiviazione e conservazione cinematografica di leggere immagini n el formato 
DPX, allo scopo di preservare l’accessibilità a contenuti provenienti da archivi in 
pellicola già digitalizzati o archivi digitali di DI basati su DPX, si raccomanda 
fortemente di considerare formati alternativi, quali ad esempio OpenEXR, ovvero  
i pacchetti di master interoperabile (IMF, cfr. §2.12). 
 
ACES  
Nome completo Academy Color Encoding System 
 Estensione/i .exr,  .mxf,  .amf,  .clf 
Tipologie MIME image/exr, application/mxf 
Sviluppato da Academy of Motion Picture Arts and 
Sciences 
Tipologia di 
standard 
aperto, estendibile, retrocompatibile, 
de iure 
Derivato da — 
Revisione 1.1.0  (2018) 
Riferimenti Standard e bollettini tecnici dell’AMPAS: 
• TB-2014-012, ACES version 1.0 component 
names 
Famiglia di standard ST2065 della SMPTE: 
• ST2065-1:2012, Academy Color Encoding 
Specification 
• ST2065-4:2013, ACES image container file 
layout  
• ST2065-5:2016, mapping ACES into MXF 
container 
• ST2067-50:2018, IMF – Application #5: ACES 
• www.oscars.org/aces 
• www.acescentral.com 
• W. Arrighetti, ‘The ACES: a professional 
color-management framework for 
production, post-production and archival 
of still and motion pictures’, Journal of 
Imaging, Vol.3, No4, pp.189−225, MDPI, 
2017 
Conservazione Sì 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; consigliato in post-produzione 
cinetelevisiva 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; consigliato in post-produzione, 
archiviazione e conservazione di 
contenuti cinetelevisivi in ACES 
 
30. Il sistema Academy Color Encoding System  (ACES), standard SMPTE introdotto 
dall’AMPAS, permette di descrivere in maniera unificata gli spazi -colore e i processi 
produttivi di elaborazione e trasporto del colore digitale nelle applicazioni 
professionali in campo cinetelevisivo. ACES si prefigge come una possibile 
soluzione alla rappresentazione di immagini raster (e video) catturate da dispositivi 

 
e camere con molteplici colorimetrie (spesso proprietarie), al trasporto di metadati 
colorimetrici tra processi dominati da svariati vendor , e visualizzabili con una 
moltitudine di tecnologie di vis ualizzazione (p.es. LED, OLED, plasma, ecc., così 
come HDR+, Dolby Vision ,® HLG, ecc.). Il trasporto di file codificati con la 
colorimetria ACES può avvenire sia con il formato OpenEXR con l’aggiunta di 
specifici vincoli e metadati
28 (standard ST2065-4), sia imbustando una sequenza di 
fotogrammi, già nel formato EXR, all’interno di un contenitore MXF (cfr. standard 
ST2065-5 e § 2.12) anch’esso con determinati vincoli e metadati.  Ulteriori 
informazioni colorimetriche in ACES possono essere rappresentate 
accompagnando, il contenuto audiovisivo in un pacchetto di file contenente uno o 
più sidecar file nel formato 
AMF (cfr. §2.12). 
2.6.1 Raccomandazioni per la produzione 
di documenti 
 
1. Come già discusso sopra  all’inizio della sezione, i formati di immagini raster 
vanno distinti innanzi tutto tra le finalità generiche e specializzate — queste ultime 
differenti a seconda dell’ambito: sanità, architettu ra e urbanistica, grafica e 
pubblicità (inclusa la produzione online), intrattenimento (inclusi l’animazione o CG, 
così come produzione, postproduzione ed effetti speciali cinetelevisivi). 
2. Per i formati generici ( PNG, JPEG, TIFF, GIF) sussiste in generale l’obbligo di 
riconoscimento. Nonostante tale obbligo in merito ai formati generali, le singole 
PP.AA., qualora accettino documenti informatici in formati di immagini raster 
generici tra quelli sopra elencati per un loro procedimento amministrativo o a scopo 
di conservazione, possono decidere di limitare ulteriormente l’accettazione di tali 
formati ad un loro sottoinsieme, specificatamente allo scopo di ridurre o uniformare 
i formati dei documenti. 
3. Per la produzione di immagini raster, invece, la  scelta dell’uno piuttosto che 
dell’altro formato generico, ovvero di uno di tali formati invece di uno specializzato, 
deve essere motivata da motivazioni tecniche ovvero da una valutazione di 
interoperabilità. In particolare si raccomanda: 
• Il formato 
TIFF per immagini raster – generate o riversate in tale formato – 
dove la rappresentazione fedele del documento sia un vincolo tecnico o 
giuridico e dove la capacità di complementare l’immagine con trasparenze, 
 
28 Il vincolo principale è nell’assenza di compressione e nella codifica nello spazio-colore ACES2065-1 (standard 
ST2065-1); devono inoltre essere presenti alcuni metadati colorimetrici facoltativi del formato OpenEXR, più un 
metadata booleano specifico di ACES. 

 
livelli aggiuntivi e un certo livello di “metadati tecnici” (e.g. spazio -colore, 
impostazioni di stampa o scansione, raccordo con dimensioni fisiche di 
rappresentazione, etc.) costituisca un valore aggiunto. 
• Il formato JPEG per la produzione di immagini originali e rettangolari il cui 
scopo sia meramente r appresentativo e non probatorio; il livello di 
compressione per la produzione di tali immagini sarà dunque scelto in 
maniera adeguata a non compromettere lo scopo rappresentativo del 
documento. 
• Il formato JPEG per il riversamento di immagini raster  rettangolari ove la 
conservazione della qualità originale dell’immagine non costituisca un 
impedimento giuridico o non sia un vincolo esatto; in particolar modo si 
preferisca tale formato per immagini di provenienza fotografica, scegliendo 
anche in questo caso un adeguato livello di compressione. 
• Il formato 
PNG per immagini raster – generate o riversate in tale formato–  
ove sia importante il mantenimento della qualità –rispettivamente massima o 
originale– solo relativamente ad una rappresentazione su schermi digitali non 
professionali. Sono un esempio di tale esigenza la produzione di immagini o 
fotografie digitali per l’utilizzo su pagine web o sulle GUI di software 
applicativi, così come loghi e altri simboli grafici, spesso coadiuvati da effetti 
di trasparenza. 
• Il formato GIF per immagini raster che soddisfano i requisiti del formato 
precedente (PNG) salvo l’appartenenza all’ambito fotografico, ma abbiano in 
più almeno una delle seguenti caratteristiche tecniche: 
o utilizzo di un numero complessivo di valori colorimetrici non 
superiore a 256; 
o assenza di trasparenze, ovvero 
o impiego di soli due livelli di trasparenza: ‘trasparenza totale’ e ‘opacità 
totale’; 
o piccola animazione costituita da pochi fotogrammi, riprodotti 
ciclicamente o una sola volta, ove ogni fot ogramma soddisfi le 
precedenti caratteristiche. 
4. Per quanto riguarda settori specifici, si raccomanda invece l’utilizzo di formati 
specializzati nei settori produttivi di riferimento, quali editoria, grafica, pubblicità, 
sanità, edilizia, architettura, intrattenimento, produzione cinetelevisiva. Si 
raccomandano perciò le seguenti adozioni: 
• Il formato OpenEXR (anche detto, colloquialmente, “
EXR”) per immagini 
raster relative a produzione, postproduzione, archiviazione e soprattutto 
conservazione di contenu ti cinetelevisivi, pubblicitari, videoludici, 
animazione e beni culturali — che si tratti di semilavorati, master o 

 
documenti definitivi. Il formato sia inoltre corredato adeguatamente dal più 
ampio spettro possibile di metadati a scopo archivistico. 
• Formato DICOM per tutte le immagini diagnostiche di provenienza sanitaria, 
adeguatamente corredato dai metadati di produzione e refertazione, 
• Formato JPEG2000 per le immagini raster di grandi dimensioni di 
competenza territoriale (e.g. immagini satellitari, dem aniali, catastali), 
urbanistico e militare. 
• Formato DNG per scatti provenienti da fotocamere o cineprese digitali —  
siano essi generati o riversati dai formati nativi in tale formato. 
• Formato DPX per fotogrammi provenienti direttamente da scansioni digitali 
di pellicole cinematografiche non ulteriormente elaborate (per le quali si 
preferisce un riversamento nel formato OpenEXR durante le fasi della 
postproduzione). 
• Formato ARRIRAW per le immagini provenienti dal girato originale di 
cinecamere ARRI (quali quelle della famiglia ALEXA ovvero AMIRA) — salvo 
quando esigenze di produzione cinetelevisiva richiedano che le camere 
formino il loro girato direttamente in formati video che adottano 
compressione lossy. 29 
• Formato PSD per immagini definitive provenienti da, ovvero semilavorati 
destinati all’elaborazione da parte di software di fotoritocco specializzati che 
supportino tale formato — nativamente o per compatibilità. 
5. Tra i formati sopra individuati, il PNG e le varianti di TIFF e OpenEXR ( EXR) 
senza ausilio di compressione, ovvero con algoritmi di compressione privi di perdita 
(lossless), sono i formati più adatti alla conservazione. Possono essere adatti alla 
conservazione anche il formato JPEG ovvero le varianti di TIFF e EXR che adottino 
algoritmi di compressione, ma solo qualora le immagini siano state nativamente 
generate in codesti formati (p.es. provenienti da fotocamere ovvero scanner digitali). 
Sono dunque esclusi dalla conservazione i riversamenti di immagini in formati che 
aggiungono (o cambiano) algoritmi di compressione adottati. Gli eventuali algoritmi 
di compressione adottati in conservazione devono tuttavia essere algoritmi aperti, 
previsti e pienamente descritti nelle specifiche tecniche dei formati stesso (ovvero 
nelle cui specifiche tecniche sono riportati i nomi degli standard relativi a codesti 
algoritmi di compressione). 
 
29  Ad esempio, contenitori QuickTime o MXF  (§2.12) che imbustano video Apple ® ProRes® ovvero Avid ® 
DNxHD™, cfr. § 2.10. 

 
2.7 Immagini vettoriali e modellazione digitale 
1. Si chiamano vettoriali le immagini rappresentate nel file mediante una 
descrizione algoritmica della geometria e del colore che le compone, utilizzando 
tecniche descrittive più o meno complesse. I modelli multidimensionali sono una 
generalizzazione delle immagini vettoriali utilizzando tre o più dimensioni (a 
prescindere dal p roblema della visualizzazione, che è spesso demandato alle 
applicazioni più o meno specializzate).  
2. La descrizione delle immagini vettoriali è fatta in uno spazio geometrico virtuale, 
mediante coordinate tipicamente adimensionali, sebbene nei metadati interni di 
alcuni tipi di file impiegati, e/o nelle informazioni metriche usate dalle primitive, 
possono essere presenti riferimenti a dimensioni reali. Anche la rappresentazione di 
caratteristiche quali colore, trasparenze o riflettanze può avven ire mediante una o 
più delle seguenti tecniche: 
• coordinate di spazi -colore riferiti ad ambienti a luce emessa o riflessa (in 
inglese, rispettivamente, output -referred o scene-referred), ovvero ad altri tipi di 
colorimetrie. 
• etichette di colore che rimandan o a specifici cataloghi di vernici o altri 
coloranti (p.es. “blu cobalto”, “Pantone
®33M”, “smalto dorato”, ecc.), 
• etichette che rimandano a cataloghi di materiali, tipicamente specifici per 
applicazione o riferiti altrove mediante file o etichette che rima ndano a basi 
di dati esterne (p.es. “mogano laminato”, “calcestruzzo”, “cristallo 
smerigliato”, “ebano lucido”, “lino”, “tartan”, ecc.). 
3. La potenziale multidimensionalità rappresentata in questi file, e la loro 
caratteristica intrinseca di descrivere im magini scomposti in oggetti distinti 
(tipicamente primitive geometriche con caratteristiche aggiuntive quali 
nomi/etichette, colori, trasparenze, collegamenti logici ad altri oggetti, ecc.) 
consente di salvare anche informazioni circa l’animazione – automatica o 
programmabile– di alcuni oggetti rispetto ad altri. 
4. I formati di file più usati e specifici per immagini vettoriali sono: SVG, Adobe
® 
Illustrator® (.ai), Encapsulated PostScript™ ( .eps). 
5. I modelli digitali sono un’estensione delle immagini vettoriali (cfr. §2.7) ma a spazi 
con tre o più dimensioni. Anche in questo caso gli oggetti virtuali sono descritti in 
maniera geometrica e corredati da metadati. Le applicazioni principali per questi file 
sono la progettazione edile e industriale, l’architettura, l’intrattenimento e le scienze 
in genere. 
6. I formati di file più usati per modelli bi-  e tridimensionali sono ben distinti tra 
categorie aperte e categorie chiuse (sia rispetto alle specifiche che rispetto alla 
proprietà intellettuale — cfr. §2.7): 

 
Tra i primi ci sono Autodesk® DXF, Autodesk® FBX, Blender (.blend), Wavefront 
OBJ, Google SketchUp (.skp), Stereolitography (.stl); tra i secondi, invece, figurano 
Autodesk® AutoCAD® (.dwg), Autodesk® Maya® (.ma, .mb), Autodesk® 3ds Max® 
(.3ds), Maxon® Cinema4D (.c4d). 
 
SVG FORMATO DI FILE 
Nome completo Scalable Vector Graphics 
 Estensione/i .svg,  .svgz 
Specializzazione 
di XML  (namespace svg) 
Tipo MIME image/svg+xml,  image/svg+xml+zip 
Sviluppato da World Wide Web Consortium 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de jure, testuale 
Livello metadati 4 
Derivato da — 
Revisione 1.1  (second edition) 
Riferimenti • W3C Recommendation SVG 1.1 (2nd Ed.), 16 
agosto 2011 
• github.com/W3C/svgwg 
Conservazione Sì;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Generico; obbligatorio 
Racc. per la 
scrittura 
Generico; fortemente raccomandato 
 
7. Il formato SVG, basato su XML, descrive un’immagine vettoriale componente per 
componente, utilizzando l’estendibilità del linguaggio per “etichettare” 
opzionalmente alcune parti di queste componenti affinché possano essere 
referenziate da altri documenti o applicativi (ad es., una pagina web in HTML e il suo 
foglio di stile CSS allo scopo di migliorare l’interattività con le immagini vettoriali). 
Data la sua versatilità e l’apertura dello standard è il formato fortemente 
raccomandato per l’uso, la trasmissione e la conservazione di tut te le immagini 
vettoriali. 
C’è una nuova versione proposta per essere la futura SVG 2.0; essa supporta alcune 
caratteristiche quali l’animazione dei componenti. Tale versione, tuttavia, non è allo 
stato attuale raccomandata. 
 
ILLUSTRATOR FORMATO DI FILE 
Nome completo Adobe® Illustrator® artwork 
 Estensione/i .ai 
Specializzazione 
di PDF,  Encapsulated PostScript™ 
Tipo MIME application/illustrator 
Sviluppato da Adobe Systems 
Tipologia di 
standard proprietario (libero), de facto, binario 
Livello metadati 3 

 
Derivato da Adobe® Encapsulated PostScript™,  
Adobe® PDF 
Revisione 2019 
Riferimenti • Adobe Developer Support, Adobe 
Illustrator File Format Specification, 
1998 
Conservazione No;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Specifico; nessuna raccomandazione 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; non raccomandato salvo che per 
scambio di semilavorati (a breve termine) 
tra reparti di design 
 
8. Il formato proprietario dell’applicativo di disegno vettoriale Adobe® Illustrator® è 
in realtà un contenitore di un tipo specializzato di documento PDF ovvero di 
Encapsulated PostScript ™ , contenente estensioni particolari interpretabili 
dall’applicativo. Il formato è evoluto parecchio con le versioni successive di 
Illustrator®, che però  ha sempre mantenuto la retrocompatibilità totale. Essendo 
l’applicativo molto diffuso tale formato è qui indicato perché è uno standard di 
riferimento per documenti in particolari ambiti (editoria e grafica pubblicitaria).  
Mentre è un formato consigliato per dei semilavorati (qualora vadano elaborati 
tramite Illustrator®), si sconsiglia di utilizzarlo per la produzione di documenti 
destinati alla conservazione, valutando piuttosto un riversamento dei documenti 
esistenti in altro formato più interoperabile (e.g. 
SVG). 
 
ENCAPSULATED POSTSCRIPT FORMATO DI FILE 
Nome completo Encapsulated PostScript® 
 Estensione/i .eps 
Specializzazione 
di PostScript® 
Tipo MIME image/eps,  application/eps 
Sviluppato da Adobe Systems 
Tipologia di 
standard 
proprietario (libero), de facto, 
binario, deprecato 
Livello metadati 1 
Derivato da PostScript® 
Revisione 3.0  (1992) 
Riferimenti • Adobe, Encapslutated PostScript File 
Format Specifications, v3.0  (1992) 
Conservazione No;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Specifico; raccomandato nei reparti di 
design 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; non raccomandato 
 
9. Il formato EPS (Encapsulated PostScript™)  è un dialetto del linguaggio 
PostScript™ (cfr. § 2.1) con alcune distinzioni, come ad esempio la rappresentazione 
di un oggetto all’intero di una regione rettangolare confinata in una singola pagina 

 
e la possibilità di memorizzare una “pre- visualizzazione” raster (cd. preview) 
dell’intero contenuto. Di fatto, il formato è utilizzato il più delle volte per 
rappresentare singoli disegni o immagini da allegare successivamente a documenti 
PostScript™ impaginati ovvero, per via dell’apertura del formato, importarlo in altri 
applicativi di elaborazione vettoriale. Dato che il contenuto del documento è 
descritto nel linguaggio omonimo, orientato alle primitive di stampa, i file EPS non 
descrivono le immagini vettoriali come “oggetti” nell’accezione moderna, non 
supportando scenari di utilizzo più modulari o estendibili, come invece permette la 
scelta di formati più evoluti, quali ad esempio l’ SVG. Il formato Encapsulated 
PostScript™ è dunque raccomandato in lettura per aprire documenti già esistenti, 
ma si sconsiglia la produzione di altri documenti in tale formato, invitando inoltre 
le PP.AA. a valutare il riversamento dei file   esistenti in altri formati interoperabili 
(e.g. SVG). 
 
ODG FORMATO DI FILE 
Nome completo Open Document Graphics 
 Estensione/i .odg 
Magic number XML imbustato dentro ZIP 
Tipo MIME application/vnd.oasis.opendocument.graphics 
Sviluppato da Organization for the Advancement of Structured Information Standards  
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, binario 
Livello metadati 3 
Derivato da — 
Revisione 1.2  (2015) 
Riferimenti Famiglia di standard 26300 della ISO/IEC: 
• ISO/IEC 26300-1:2015, ODF for Office 
Applications v1.2 – Part 1: OpenDocument 
Schema 
• ISO/IEC 26300-3:2015, ODF for Office 
Applications v1.2 – Part 3: Packages 
• OASIS, Open Document Format for Office 
Applications (OpenDocument), v1.2  (2015) 
Conservazione No;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Generico; raccomandato solo a scopo di 
riversamento 
Racc. per la 
scrittura 
Sconsigliato 
 
10. Il formato ODG è il dialetto del formato OpenDocument (cfr. § 2.3) per le 
immagini vettoriali; è incluso in questo elenco prevalentemente perché è 
completamente aperto ed è un necessario complemento agli altri dialetti, anche se il 
suo principale impiego è come allegato presente all’interno di testi impaginati (.odt), 
fogli di calcolo (.ods) e presentazioni multimediali (.odp). 
 
 

 
DXF FORMATO DI FILE 
Nome completo AutoCAD® Drawing Interchange 
Format 
 Estensione/i .dxf 
Magic number —   /  AutoCAD Binary DXF 
0x0D0A1A00 
Tipo MIME image/vnd.dxf 
Sviluppato da Autodesk 
Tipologia di 
standard 
proprietario, libero, de facto, testuale 
e binario 
Livello 
metadati 2 
Derivato da — 
Revisione 2020/1 
Riferimenti • Autodesk, DXF Reference, 2011 
Conservazione No;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Specifico; nessuna raccomandazione  
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; sconsigliato in 
archiviazione/conservazione 
 
11. Pur trattandosi di un formato testuale (che descrive gli oggetti che compongono 
il modello o l’immagine mediante primitive grafiche) DXF permette una compressione 
facoltativa allo scopo di ridurre l’occupazione digitale del file. Tuttavia il numero di 
primitive grafiche utilizzate in questo formato non permette una rappresentazione 
con il medesimo livello semantico o di dettaglio tecnico di altri formati (p.es. i colori 
o i materiali); di conseguenza il formato non è completamente interoperabile con 
essi o con i loro applicativi. 
 
DWF FORMATO DI FILE 
Nome completo AutoCAD® Design Web Format 
 Estensione/i .dwfx,  .dwf 
Magic number — 
Tipo MIME model/vnd.dwf,  drawing/dwf,  image/dwf 
Sviluppato da Autodesk 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, testuale 
Livello 
metadati 3 
Derivato da Open Packaging Convention 
Revisione 6.0 
Riferimenti • Autodesk Knowledge Network, About DWF and 
DWFx Files 
• ISO/IEC 29500-2:2012 
Conservazione No;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Specifico; raccomandato in applicazioni 
CAD 

 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; raccomandato per scambio e 
archiviazione di disegni e modelli 
tecnici in ambito CAD 
 
12. Il formato DWF è stato specificatamente pensato per l’interoperabilità; è infatti 
basato, dalla versione 6.0,  sullo standard ISO/IEC 29500-2 dell’open packaging  (lo 
stesso usato da OOXML, §2.3), e dunque costituito da un file ZIP contenente più file 
differenti (XML per la descrizione del modello; PNG per le preview e le texture). Pur 
trattandosi di un formato testuale (che descrive gli oggetti che compongono il 
modello o l’immagine mediante primitive grafiche ) il medesimo formato permette 
anche la compressione allo scopo di ridurre l’occupazione digitale del file. È spesso 
utilizzato come formato di interscambio  e, tra tutti i formati imparentati, è quello 
con le specifiche più aperte, perciò è utilizzabile anche per archiviazione e 
conservazione. 
 
DWG FORMATO DI FILE 
Nome completo Autodesk® AutoCAD® Drawing 
 Estensione/i .dwg,  .dwt 
Magic number AC1032  (le ultime cifre variano 
con versione) 
Tipo MIME application/acad,  image/vnd.dwg 
Sviluppato da Autodesk 
Tipologia di 
standard proprietario, libero, de facto, binario 
Livello 
metadati 2 
Derivato da — 
Revisione DWG 2018 
Riferimenti • Autodesk, AutoCAD .dwg file format 
• Open Design, Specification for .dwg, 
v5.4.1  (2018) 
Conservazione Sì;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Specifico; nessuna raccomandazione 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; sconsigliato in 
archiviazione/conservazione 
 
13. Il formato DWG è anch’esso proprietario ma ampiamente utilizzato per lo 
scambio di immagini vettoriali (prevalentemente bidimensionali) nel campo del 
disegno tecnico e dell’architettura. 
 
FBX FORMATO DI FILE 
Nome completo Autodesk® FBX®    
  Estensione/i .fbx 
Magic number AC1032 
Tipo MIME model/vnd.fbx 
Sviluppato da Autodesk 

 
Tipologia di 
standard 
proprietario (libero), chiuso, 
estendibile, de facto 
Livello 
metadati 3 
Derivato da — 
Revisione 2019 Extension 2 
Riferimenti • Autodesk Knowledge Network, Autodesk FBX 
Files 
• Blender Foundation, FBX Binary file 
format specification 
Conservazione Sì;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Specifico; raccomandato per modelli di 
progettazione 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; sconsigliato in 
archiviazione/conservazione 
 
14. Il formato FBX, proprietario e chiuso ma completamente libero nel suo utilizzo, 
è utilizzato da vari applicativi di modellazione tridimensionale (ambito CAD e altro) 
prevalentemente come formato di interscambio. La sua estrema versatilità e il 
supporto del formato da part e di diversi applicativi professionali lo renderebbero 
adatto anche per archiviazione e conservazione, se non fosse per l’assenza di 
specifiche tecniche condivise. 
 
STL FORMATO DI FILE 
Nome completo Stereolithography file format 
 Estensione/i .stl 
Magic number solid;  — 
Tipo MIME model/stl,  model/x.stl-ascii|binary 
Sviluppato da 3D Systems (Albert-Battaglin 
Consulting Group) 
Tipologia di 
standard 
proprietario (libero), estendibile, de 
facto 
Livello 
metadati 1 
Derivato da — 
Revisione 2.0  (2009) 
Riferimenti • J.D. Hiller, H. Lipson, STL 2.0: a 
proposal for a universal multi-material 
additive manufacturing file format,  2009 
• all3dp.com/what-is-stl-file-format-extension-
3d-printing 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Specifico; obbligatorio nel campo della 
stampa 3D 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; raccomandato nel campo della 
stampa 3D 
 
15. Il formato STL (da non confondersi con l’omonimo formato per sottotitoli, cfr. 
§ 2.11) è uno dei tanti standard de facto  ed interoperabili per la modellazione 

 
tridimensionale industriale; recentemente si è affermato come formato d’elezione 
per la trasmissione di modelli per produzione tramite le tecniche di “stampa 3D” o 
stereolitografia. In quanto formato completamente aperto si consiglia il suo utilizzo 
per la produzione di prototipi con tale destinazione d’uso o loro archiviazione, 
anche se la mancanza di caratteristiche p iù avanzate (adatte alla prototipazione 
professionale (e.g. in ambito ingegneristico) non lo rendono un candidato ideale per 
qualunque modello tridimensionale. 
2.7.1 Raccomandazioni per la produzione 
di documenti 
1. Si raccomanda la creazione di immagini vettoriali e modelli tridimensionali in 
formati aperti ed interoperabili: per le immagini vettoriali sullo standard SVG del 
W3C viene adottato in un numero sempre crescente di contesti ed è oltretutto in 
continuo aggiornamento con nuove funzionalità.  
2.8 Caratteri tipografici 
1. Un esempio specializzato di immagine vettoriale –in questo caso bidimensionale 
e monocromatica– è costituita dal singolo “glifo” (i.e. carattere tipografico), per il 
quale possono essere rappresentate forme distinte nello stesso file. All’interno di un 
file di fonti tipografiche (font in inglese) esiste una tabella ove, per un sottoinsieme 
di tutti i possibili caratteri tipografici rappresentabili da un sistema operativo (e 
codificati mediante codici numerici negli standard ASCII, UNICODE, ovvero UTF-8 
e UTF-16), è contenuta la rappresentazione vettoriale del glifo corrispondente al 
carattere. In un file di fon t ai caratteri può corrispondere più di un glifo, che 
rappresenta varianti di quel carattere a seconda del tipo (e.g. tondo o corsivo), del 
peso (e.g. sottile, regolare, grassetto, nero), di altri fattori stilistici (e.g. numerali 
vecchio stile o meno) e, in alcuni casi, della dimensione/grandezza del carattere per 
tener conto del cosiddetto “aggiustamento ottico”. In alcuni casi tali variazioni 
stilistiche dei glifi sono mantenute in file separati (ad esempio un file per ciascuna 
combinazione di tipi e pesi), che vanno a costituire dunque un “pacchetto di font” 
(cfr. definizioni date in §1.1.2). 
2. Le seguenti famiglie di caratteri tipografici –organizzati in macro-tipologie– sono 
considerati “standard” da diversi organi di settore (come il W3C
) — si leggano le 
raccomandazioni più sotto: 

 
• “bastoni”:  sans -serif, Arial, Helvetica, Tre buchet, Verdana, Lucida Sans, 
Comic Sans; 
• con grazie:  serif, Times, Times New Roman, Palatino, Georgia; 
• larghezza fissa:  monospace, Courier, Courier new, Lucida Console; 
• simboli:  Symbol, Zapf  Dingbats, Webdings, Wingdings. 
3. I caratteri tipografici di cui al punto precedente sono chiamati, all’interno delle 
Linee guida di cui questo Allegato fa parte , “font interoperabili” . Le PP.AA. che 
producono documenti informatici il cui contenuto dipende anche dai caratteri 
tipografici impiegati, si impegnano a prendere le misure tecnico -organizzative del 
caso (inclusa l’effettuazione di una valutazione di interoperabilità, cfr. §3.1), affinché 
la produzione di tali documenti includa i caratteri tipografici utilizzati nel file stesso 
ovvero sia costituito da un pacchetto di file contenente anche i caratteri tipografico. 
Qualora ciò non sia tecnicamente possibile , le PP.AA. si adoperano per utilizzare 
solamente caratteri tipografici interoperabili. 
4. I formati più diffusi e interoperabili di font tipografici sono 
d) TrueType (.ttf) e la sua evoluzione, OpenType (.otf), utilizzati negli applicativi 
dei principali SO tradizionali e mobile; 
e) Web Open Font Format (.woff, .woff2), usati per le pagine web. 
 
OPENTYPE FORMATO DI FILE 
Nome completo OpenType® 
 Estensione/i .otf 
Magic number OTTO 0x00 
Tipo MIME font/otf,   application/x-font-otf 
Sviluppato da Microsoft,  Adobe,  Apple,  Google 
Tipologia di 
standard proprietario (libero), de iure, binario 
Livello 
metadati 3 
Derivato da TrueType® 
Revisione 1.8.3 
Riferimenti • ISO/IEC 14496-22:2015 
• Microsoft OpenType® specifications 1.8.3  
(2018)  
• RFC-2361 
Conservazione Sì 
Racc. per la 
lettura 
Generico; obbligatorio 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; obbligatorio 
 
 
TRUETYPE FORMATO DI FILE 
Nome completo TrueType®  Estensione/i .ttf 

 
Magic number true 0x00 
Tipo MIME font/ttf,   application/x-font-ttf 
Sviluppato da Apple,  Microsoft 
Tipologia di 
standard proprietario (libero), de facto, binario 
Livello 
metadati 1 
Derivato da Adobe Type-1 
Revisione 1994 
Riferimenti • Apple Developer, TrueType™ Reference 
Manual 
• Microsoft Typography webpage 
Conservazione Sì 
Racc. per la 
lettura 
Generico; obbligatorio 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; valutare utilizzo del formato 
OpenType 
 
 
WOFF FORMATO CONTENITORE 
Nome completo Web Open Font Format 
 Estensione/i .woff2;  .woff 
Magic number wOF2;   wOFF 
Tipo MIME font/woff2,   application/font-woff 
Sviluppato da Mozilla Foundation,  Opera Software,  
Microsoft 
Tipologia di 
standard proprietario (libero), de iure, binario 
Livello 
metadati 1 
Derivato da OpenType® 
Revisione 2.0 
Riferimenti • W3C Recommendation, WOFF 2.0,  2018 
• W3C Recommendation, WOFF 1.0,  2012 
• github.com/W3C/woff 
Conservazione Sì 
Racc. per la 
lettura 
Specifico; raccomandato per tipografia di 
contenuti web 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; raccomandato per caratteri 
nonstandard in pagine web 
 
2.8.1 Raccomandazioni per la produzione 
di documenti 
1. Sia per l’utilizzo applicativo che per quello web  si fanno le seguenti due 
raccomandazioni: 

 
a) Qualora di adoperino caratteri tipografici standard (come indicati all’inizo 
della sezione) i punti seguenti non costituiscono più raccomandazioni. 
b) Si includano sempre i file dei caratteri tipografici utilizzati n el documento 
(quando tali caratteri possono essere imbustati nel formato del documento),30 
ovvero si formi un pacchetto  di file (cfr. § 1.1.1) che co mprenda anche tali 
caratteri tipografici. 
c) Qualora i caratteri tipografici siano utilizzati per rappresentare testi scritti 
(come semplice collezione di simboli), scegliere solo caratteri tipografici che 
contengano un numero sufficiente di glifi a rappresen tare almeno i caratteti 
alfanumerici, di interpunzione e diacritici del linguaggio utilizzato , della 
lingua italiana e di quella inglese inglese. 
d) Ottemperare, se possibile, alla raccomandazione  1. per i caratteri 
alfanumerici, di interpunzione e diacritici di tutte le lingue dell’Unione 
Europea;31 
e) Qualora dei caratteri tipografici non standard siano utilizzati per 
rappresentare testi scritti, mettere in atto tutte le metodiche tecniche e 
operative previste dai formati di file e di pacchetti utilizzati affinché, nel caso 
in cui i file dei caratteri tipografici non siano disponibili, l’applicativo usato 
per visualizzare, stampare o riprodurre il documento possa effettuare 
sostituzioni dei caratteri tipografici
32 con altri caratteri standard, senza che 
ciò risulti in una variazione sostanziale del contenuto informativo del 
documento. 
2. Per ogni altra considerazione riguardo l’uso dei caratteri tipografici nei documenti 
informatici si rimanda alle Linee guida sull’accessibilità e alle Linee guida di design , 
anch’esse emanate dall’Agenzia per l’Italia Digitale. 
2.9 Audio e musica 
1. La rappresentazione digitale dei segnali audio è divisa in due categorie: quella per 
“forme d’onda” e quella, più indiretta, per metada ti. Nel primo caso il segnale 
sonoro è rappresentato mediante un’approssimazione digitale dell’onda sonora, 
registrata o riprodotta. In fase di registrazione del sonoro la forma d’onda si ottiene 
mediante campionamento (misurato in numero di campioni per secondo, o sample 
rate) e quantizzazione (misurato in bit per campione); il prodotto di tali misure 
 
30 Come accade, ad esempio per alcuni tipi di file PDF (§2.1) di pacchetti IMF ovvero DCP (§2.12). 
31 Le raccomandazioni 1. e 2. servono a confermare, a priori, che il carattere tipografico può potenzialmente 
rappresentare altri caratteri tipografici e alfabetici qualora il testo andasse modificato ovvero tradotto in altra lingua. 
32 Tali sostituzioni possono avvenire anche a catena, purché terminino sempre con un carattere tipografico standard 
(denominato, in inglese, fallback font). Si consideri, come esempio, la seguente catena di sostituz ioni tipografiche: 
Minion Pro > Minion Std > Noto Serif  > Albertina > Times New Roman > Times > serif. 

 
costituisce il data-rate audio (anche detto bit-rate perché misurato in bit per secondo). 
Un file o un flusso audio può rappresentare le forma d’onda di più sorgenti sonore 
contemporaneamente — dette “canali”. 
2. I campioni audio di una forma d’onda possono subire una compressione digitale 
allo scopo di rid urne le dimensioni occupate. I formati più noti per la 
memorizzazione di tali segnali audio sono il Waveform RIFF (.wav), MP3, F LAC, 
OGG e Broadcast Wave (.bwf). 
3. Nel secondo caso, invece, il file contiene una rappresentazione temporale di suoni 
pre-campionati (che possono essere contenuti nel medesimo file, o riferendosi a file 
esterni contenenti le loro forme d’onda) e degli eventuali effetti associati a tali 
campioni ovvero alla loro riproduzione. L’applicazione principale per tali file è la 
rappresentazione di brani musicali, ove il timbro di ciascuno strumento è associato 
a banche dati generiche di suoni (che obbediscono a standard quali General MIDI) 
ovvero salvato come forma d’onda esterna, mentre il file audio contiene la partitura 
completa, nota per nota. Appartengono a questa tipologia i file musicali registranti 
uno standard quale il MIDI (.mid). 
 
WAV FORMATO CONTENITORE 
Nome completo [Broadcast] Waveform 
File  Estensione/i .wav,  .bwf,  .rf64 
Magic number WAVE,  RIFF 
Tipo MIME audio/wave 
Sviluppato da IBM;  Microsoft 
Tipologia di 
standard proprietario, libero, de iure, binario 
Livello 
metadati 3 
Derivato da Resource Interchange File Format (RIFF) 
Revisione 2018 
Riferimenti • Microsoft, Multimedia Data Standards 
Update  (1994) 
• RFC-2361 
• EBU Recommenation R111  (2007) 
• EBU – Tech 3285-1, Broadcast Wave (BWF)  
(2011) 
• EBU – Tech 3306 , RF64  (2018) 
• soundfile.sapp.org/doc/WaveFormat 
Conservazione Sì, senza compressione 
Racc. per la 
lettura 
Generico; obbligatorio per audio qualunque 
Racc. per la 
scrittura 
Generico; fortemente raccomandato per audio qualunqu e 
 
 
 
 

 
MP3 FORMATO DI FILE / CODEC 
Nome completo MPEG-1, Layer 3   
 Estensione/i .mp3 
Magic 
number/FourCC 0xFFFB30;  ID3  /  mp3 
Tipo MIME audio/mpeg 
Sviluppato da Moving Pictures Expert Group 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, binario 
Livello 
metadati 4 
Derivato da MPEG-ES 
Revisione 1998 
Riferimenti • ISO/IEC 11172-3:1993 
• ISO/IEC 13818-3:1998 
• mpgedit.org/mpgedit/mpeg_format/MP3Format.html 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Generico; obbligatorio 
Racc. per la 
scrittura 
Generico; raccomandato per contenuti 
musicali 
 
 
AIFF FORMATO DI FILE 
Nome completo Audio Interchange File Format   
 Estensione/i .aiff,  .aifc,  .aif 
Magic number AIFF;  AIFC 
Tipo MIME audio/aiff 
Sviluppato da Moving Pictures Expert Group 
Tipologia di 
standard 
proprietario (libero), estendibile, de 
facto, binario 
Livello 
metadati 3 
Derivato da Electronic Arts® Interchange File 
Format  (IFF) 
Revisione 1.3  (1991) 
Riferimenti • Apple Developer, Audio Interchange File 
Format: “AIFF” 
• www-
mmsp.ece.mcgill.ca/Documents/AudioFormats/AIFF 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Nessuna raccomandazione 
Racc. per la 
scrittura 
Nessuna raccomandazione 
 
 
FLAC FORMATO DI FILE / CODEC 
Nome completo Free Lossless Audio Codec 
Estensione/i .flac 

 
Magic 
number/FourCC fLaC  /  FLAC 
 
Tipo MIME audio/flac 
Sviluppato da comunità open source 
Tipologia di 
standard 
aperto (licenze GNU GPL e BSD), de facto, 
binario 
Livello 
metadati 3 
Derivato da — 
Revisione 1.3.2  (2017) 
Riferimenti • xiph.org/flac 
Conservazione Sì 
Racc. per la 
lettura 
Specifico; raccomandato 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; raccomandato 
 
 
RAW FORMATO DI FILE 
Nome completo Audio “Raw” 
 Estensione/i .pcm,  .raw,  
.sam,  … 
Magic number — 
Tipo MIME audio/basic 
Sviluppato da comunità open source e altri vendor 
Tipologia di 
standard aperto, de facto, muto, binario 
Livello 
metadati 1 
Derivato da — 
Revisione — 
Riferimenti • www.fmtz.com/misc/raw-audio-file-formats 
• en.wikipedia.org/wiki/Au_file_format 
• www-
mmsp.ece.mcgill.ca/Documents/AudioFormats/AU 
Conservazione Sì 
Racc. per la 
lettura 
Specifico; raccomandato per le 
registrazioni ambientali 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; raccomandato per le 
registrazioni ambientali 
 
 
VORBIS CODEC 
Nome completo Vorbis  
 Profili — 
Codice FourCC vorb 
Sviluppato da comunità open source 
Tipologia di 
standard aperto, de facto 


 
Derivato da — 
Revisione 2015 
Riferimenti • Xiph.Org, Vorbis I specification,  2015 
• xiph.org/vorbis 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Specifico; raccomandato 
Racc. per la 
scrittura 
Nessuna raccomandazione 
 
 
MUSICXML FORMATO DI FILE 
Nome completo MusicXML™   
 Estensione/i .musicxml 
Specializzazione 
di XML 
Tipo MIME application/vnd.recordare.musicxml 
Sviluppato da W3C Music Notation Community Group 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de facto, testuale 
Livello metadati 4;  cfr. §2.8 
Derivato da MakeMusic® MusicXML,  MuseData™,  
Humdrum™ 
Revisione 3.1  (2017) 
Riferimenti • W3C Community Group Final Report, 
MusicXML 3.1,  2017 
• www.musicxml.com 
Conservazione Sì 
Racc. per la 
lettura 
Specifico; raccomandato per le partiture 
musicali 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; fortemente consigliato per 
partiture musicali 
 
 
MIDI FORMATO DI FILE 
Nome completo Musical Instrument Digital 
Interface  Estensione/i .mid,  .midi 
Magic number MThd 
Tipo MIME audio/midi,  application/x-midi 
Sviluppato da MIDI Manufacturers Association (MMA) 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de facto, binario 
Livello 
metadati 1 
Derivato da — 
Revisione 1.1 

 
Riferimenti • www.midi.org/specifications 
• McGill, Standard MIDI-File Format Spec. 
1.1. 
• McGill, Standard MIDI Files (“SMF”). 
• RFC-6295 
• General MIDI (“GM”) Specifications: GM1, 
Roland® GS, Yamaha® XG, GM2. 
Conservazione Sì, purché adottando solo strumenti 
General MIDI 
Racc. per la 
lettura 
Specifico; obbligatorio per la 
riproduzione di musica strumentale; 
raccomandato per partiture musicali 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; raccomandato per partiture 
musicali con orchestrazione 
rappresentabile da questo standard 
 
2.9.1 Raccomandazioni per la produzione 
di documenti 
1. Per quanto riguarda la creazione di documenti audio (di entrambe le categorie 
elencate all’inizio della sezione) si raccomanda la scelta di formati interoperabili ed 
aperti: di conseguenza tutti i formati elencati –ad eccezione di AIFF– soddisfano tale 
caratteristica. Il wave, essendo in realtà un contenitore, è poi soggetto alla scelta del 
codec per rappresentare il contenuto audio. In questo caso si raccomandano codec 
aperti (come il “raw” non compresso, ovvero il 
PCM o il μ-law). La scelta di formati 
“raw,” sebbene dettata spesso da esigenze contingenti, andrebbe evitata in quanto 
tali formati sono notoriamente muti (cfr. § 1.2.2) e quindi può essere difficile 
ricostruire le caratteristiche, sia ambientali che tecniche, di registrazione e di 
campionamento. 
2. Resta appannaggio delle singole organizzazioni valutare i parametri qualitativi in 
merito ai codec audio impiegati (ove sussistano come parametri variabili), tenendo 
conto ancora una volta di eventuali vincoli normativi, amministrativi e tecnologici. 
La scelta a priori dei parametri qualitativi può aiutare a standardizzare un processo 
e verificare che t utti gli organi coinvolti possano leggere o scrivere file con tali 
parametri. 
3. Tra i formati sopra individuati, il 
WAV (con codifica PCM non compressa) e tutti i 
formati “ raw” senza ausilio di compressione  sono i formati più adatti alla 
conservazione. Nei casi in cui non si può evitare la compressione della forma 
d’onda, può essere adottato anche il formato FLAC. 

 
2.10 Video 
1. Un file (ovvero un flusso) video strictu sensu rappresenta una sequenza ordinata di 
immagini raster (dette fotogrammi — frame in inglese) riprodotte ad una velocità 
temporale fissa, espressa in numero di fotogrammi al secondo (alle volte si usa la 
sigla “fps” o, più impropriamente, l’unità di misura H ertz, “Hz”). Per il resto si 
applicano al video le stesse descrizioni relative alle immagini raster: risoluzione, 
profondità di colore, colorimetria, ecc. 
2. Anche nel video, come per le immagini statiche e l’audio, è possibile implementare 
diversi algoritmi di compressione allo scopo di ridurre le dimensioni del file ovvero 
del flusso digitale . Qu ando la compressione riguarda individualmente e 
separatamente ogni singolo fotogramma si parla di compressione intra-frame (che è 
concettualmente identica a quell a applicata alle immagini raster); quando la 
compressione utilizza le informazioni residue di un fotogramma (calcolate rispetto 
ai fotogrammi precedenti o antecedenti) si parla invece di compressione inter-frame. 
3. Quest’ultima tipologia di compressione u tilizza modelli matematici e statistici 
tipicamente più sofisticati di quelli usati nella prima tipologia, il che rende spesso 
l’operazione di codifica più lunga e laboriosa di quella di decodifica.  Per il motivo 
di cui al punto precedente, la compressione  inter-frame è raccomandata per  
applicazioni ove la tecnologia, le tempistiche e i costi si distribuiscano  in modo da 
avere una generazione del video più lunga, laboriosa e in generale dispendiosa , a 
fronte di una minore complessità di decompressione a car ico d ei dispositivi 
riproduttori
33. 
4. Al contrario, la compressione intra -frame, isolando ogni fotogramma in 
un’evidenza compressa a se stante, pur non fornendo in generale gli stessi rapporti 
di compressione di quella inter -frame, la rendono spesso –ma non sempre – 
preferibile in due particolari casi d’uso: 
• quando sia frequente la riproduzione casuale del documento video, che 
consiste nel saltare da un punto all’altro della timeline
34  (discontinuità 
temporale) piuttosto che riprodurla sequenzialmente; 
• quando il documento debba potersi modificare (cioè aggiungendo, inserendo, 
sostiutendo o eliminandone sue parti dalla timeline) senza alterarne la qualità.  
5. Algoritmi di compressione intra -frame molto diffusi – non necessariamente 
associati a specifici formati di file–  includono l’MJPEG, l’AVC-Intra (di proprietà di 
 
33 La compressione inter -frame favorisce dunque gli scenari d’uso ove la codifica (compressione) è effettuata una 
tantum da dispositivi centralizzati e computazionalmente potenti, a fronte di una riproduzione (decompressione) in 
serie, effettuata da una moltitudine di dispositivi riproduttori “ consumer” con caratteristiche tecnologiche inferiori 
(inclusa la necessità di risparmio energetic o). Un esempio tipico è la riproduzione cine -televisiva o in streaming on-
demand, ove i riproduttori spaziano dai televisori ai tablet, agli smartphone. 
34 La timeline verrà definita in §2.12. 

 
Panasonic®), la famiglia di codec proprietari ProRes ® della Apple®, i vari video -
codec (“VC”) della SMPTE e il derivato proprietario dal codec VC-3: la famiglia 
DNxHD® della Avid®. 
6. Algoritmi di compressione inter-frame largamente diffusi sono invece MPEG-2, 
MPEG-4, H.264 (e una sua variante proprietaria: AVCHD), X AVC (detto anche 
impropriamente “H.265”) e la famiglia XDCAM™ , anch’essa proprietaria e da non 
confondere con i formati del pacchetto di file usato nella medesima famiglia di 
prodotti (e in questo Allegato indicato in maniera tipograficamente diversa come 
“XDCAM”, cfr.  §2.12). 
 
HEVC  /  H.265 CODEC 
Nome completo High Efficiency Video Coding 
 Profili Main, High;  13 livelli 
Codice FourCC hevc,  h265,  x265 
Sviluppato da Joint Collaborative Team on Video 
Coding  (JCT-VC) 
Tipologia di 
standard 
proprietario (royalty per varie 
tipologie d’uso), de iure 
Derivato da MPEG-H Part 2 
Revisione 2018 
Riferimenti • ISO/IEC 23008-2:2017 
• ISO/IEC 23008-2/Amd-1:2018 
• ITU-T Recommendation H.265  (2018) 
• ETSI TS-126-114 v15.7.0  (2019) 
• x265.org/hevc-h265 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Generale; raccomandato 
Racc. per la 
scrittura 
Generale; sconsigliato per archiviazione 
 
 
H.264  /  AVC CODEC 
Nome completo Advanced Video Coding  Profili 21 profili e 20 livelli 
Codice FourCC h264,  x264,  avc1,  davc,  vssh,  v264 
Sviluppato da Joint Collaboration Team on Video 
Codec  (JCT-VC) 
Tipologia di 
standard 
proprietario (royalty per uso 
commerciale), de iure 
Derivato da MPEG-4 Part 2 (Visual),  H.263 
Revisione 2014 
Riferimenti • ISO/IEC 14496-10:2014 
• ITU-T Recommendation H.264  (2019) 
• ETSI TS-126-114 v15.7.0  (2019) 
• x265.org/hevc-h265 
Conservazione Sì, purché con profili e livelli 
almeno “High”  

 
Racc. per la 
lettura 
Generale; obbligatoria la lettura 
Racc. per la 
scrittura 
Generale; raccomandato per archiviazione 
o conserva- zione di contenuti non 
cinetelevisivi ovvero master 
cinetelevisivi già sottoposti a 
elaborazione finale  
 
 
MP4V CODEC 
Nome completo MPEG-4 Part 2 
MPEG-4 Visual  
Profili 21 profili  (tra cui SP, ASP, 
SStP) 
Codice FourCC mp4v,  mp42,  avc1,  v264 
Sviluppato da Video Coding Experts Group  (VCEG), 
Moving Picture Experts Group  (MPEG) 
Tipologia di 
standard 
proprietario (royalty per uso 
commerciale), de iure 
Derivato da H.263,  MPEG-2 Part 2 
Revisione 2014 
Riferimenti • ISO/IEC 14496-2:2004 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Generale; obbligatoria la lettura 
Racc. per la 
scrittura 
Generale; raccomandato per archiviazione 
non a lungo termine; sconsigliato in 
conservazione ovvero quando sono 
necessari ulteriori metadati 
 
 
H.263 CODEC 
Nome completo H.263  (XviD) 
 Profili vari profili 
Codice FourCC h263,  s263 
Sviluppato da Video Coding Experts Group 
Tipologia di 
standard 
proprietario (royalty per uso 
commerciale), de iure 
Derivato da MPEG-2 Part 2 
Revisione 2006 
Riferimenti • ITU-T Recommendation Y.4414/H.263  (2005) 
• ETSI TS-126-141 v15.0.0  (2018) 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Generale; obbligatoria la lettura 
Racc. per la 
scrittura 
Generale; sconsigliata la produzione 
 
 
 
 

 
MPEG2 CODEC 
Nome completo MPEG-2 Part 2 
 Profili 7 profili e 4 livelli 
Codice FourCC mp2v 
Sviluppato da Video Coding Experts Group, 
Moving Picture Experts Group 
Tipologia di 
standard aperto, de iure 
Derivato da MPEG-1 
Revisione 2018 
Riferimenti • ISO/IEC 13818-2:2013 
Conservazione Sì 
Racc. per la 
lettura 
Generale; obbligatoria la lettura 
Racc. per la 
scrittura 
Generale; sconsigliato per archiviazione 
e conserva-zione di contenuto 
cinetelevisivo professionale 
 
 
DNXHD CODEC 
Nome completo DNxHD®  /  DNxHR™  35 
 Profili vari bit-rate in Mb/s / 
LB,SQ,HQ,444,HQX 
Codice FourCC AVdn 
Sviluppato da Avid 
Tipologia di 
standard 
proprietario (licenza commerciale), de 
facto 
Derivato da SMPTE VC-3 
Revisione Codecs LE 2.7.3  (2018) 
Riferimenti • www.avid.com 
• avid.force.com 
Famiglia ST2019 di standard/raccomandazioni 
SMPTE: 
• ST2019-1:2014 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; consigliato in post-produzione 
cinetelevisiva 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; sconsigliato per 
archiviazione/conservazione 
 
7. Il codec audio/video proprietario, indicato semplicemente  come DNxHD®, 
dotato di compressione lossy e intra-frame, consiste in una specializzazione di alcuni 
profili del codec aperto VC-3 standardizzato dalla SMPTE (descritto altrove in questa 
sezione), adattato per l’utilizzo nella post-produzione non- lineare di documenti 
audiovisivi professionali. In particolar modo le essenze audio video sono vincolate 
a un insieme discreto di risoluzioni spaziali, profondità di colore, framerate e bit-rate 
costanti o variabili, ottimizzati per contenuti in risoluzione HD (1920×1080 punti, 
 
35 I nomi commerciali dei codec sono acronimi di ‘Digital Nonlinear Extensible High Definition’ e ‘High Dynamic 
Range’ rispettivamente. 

 
si parla in questo caso di codec DNxHD®) e l’UltraHD 4K (3840×2160, si parla in 
questo caso di codec DNxHR™ ) che andranno successivamente montati e post -
processati (ad esempio tramite operazioni di color -grading –in HDR o meno – 
compositing), possibilmente mediante operazioni “non-distruttive”, cioè riducendo il 
più possible l’impatto che tali procedimenti di post-produzione avranno sulla qualità 
del documento masterizzato. La produzione del formato è chiusa e proprietaria, 
sebbene sia uno standard de facto del settore cinetelevisivo che diversi app licativi 
hardware e software sono in grado sia di produrre che di riprodurre. Nella loro 
declinazione nativa, le essenze audio/video con codec DNxHD® sono imbustate in 
un contenitore MXF (descritti nel § 2.12) anch’esso dotato di particolari metadati. 
Tali metadati coadiuvano e semplificano il collegamento logico delle essenze 
audiovisive che, contenute in file separati , vengono associate insieme 
temporalmente da parte degli applicativi di montaggio non -lineare. È tuttavia 
possibile imbustare essenze DNxHD® n altri formati wrapper , come ad esempio il 
QuickTime. 
 
PRORES CODEC 
Nome completo ProRes®  
 Profili Proxy,  LT,  422,  HQ,  
4444,  XQ,  RAW 
Codice FourCC apco, apcs, apcn, apch, ap4h, ap4x, aprh/aprn 
Sviluppato da Apple Incorporated 
Tipologia di 
standard 
proprietario (royalty per la 
produzione), de facto 
Derivato da Apple Intermediate Codec 
Revisione 2018 
Riferimenti • Apple, ProRes White Paper  (2018)  
• Apple, ProRes RAW White Paper  (2018) 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; raccomandato nel montaggio 
cinetelevisivo 
Racc. per la 
scrittura 
Sconsigliato per l’archiviazione o 
conservazione. 
 
8. L’Apple ProRes® è un codec audio/video proprietario dotato di compressione 
lossy e intra -frame, specializzato anch’esso per il montaggio non -lineare di 
documenti audiovisivi professionali. È dotato di diversi profili cui sono associate 
profondità di colore e bit -rate predeterminati (mentre non vi sono vincoli alla 
risoluzione o al framerate come accade per altri codec) 
 
AV1 CODEC 
Nome completo AOMedia Video 1 
 Profili 3 profili e 10 livelli 
Codice FourCC av01 
Sviluppato da Alliance for Open Media 

 
Tipologia di 
standard aperto, de facto 
Derivato da VP9,  VP10 
Revisione 2018 
Riferimenti • aomediacodec.github.io/av1-spec 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; raccomandato per contenuti in 
streaming web 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; sconsigliato per 
archiviazione/conservazione 
 
 
DASH  /  VP9 CODEC 
Nome completo Video Partition structured video codec #9 
 Profili — 
Codice FourCC VP90 
Sviluppato da Google 
Tipologia di 
standard proprietario (libero), de facto 
Derivato da VP8 
Revisione 2014 
Riferimenti • Google, VP9 bitstream & decoding process 
specification v0.6  (2016) 
• ISO/IEC 14496-12:2015  
• ISO/IEC 14496-12:2015 /Amd 2:2018 
• Standard SMPTE ST2086:2014 
• www.webmproject.org/vp9 
• github.com/webmproject/vp9-dash 
Conservazione Sì 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; raccomandato per contenuti in 
streaming web 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; sconsigliato per 
archiviazione/conservazione 
 
 
CINEFORM CODEC 
Nome completo SMPTE Video Codec #5 
 Profili 3 profili e 10 livelli 
Codice FourCC CFHD 
Sviluppato da Society of Motion Picture and Television Engineers 
Tipologia di 
standard aperto, de iure 
Derivato da GoPro® CineForm™ 
Revisione 2016 
Riferimenti Famiglia ST2073 di standard SMPTE: 
• ST2073-1:2014,  RP2073-2:2017,  ST2073-
3:2015,  ST2073-4:2015,  ST2073-5:2015,  
ST2073-6:2015  
• gopro.github.io/cineform-sdk 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; consigliato in post-produzione 
cinetelevisiva 

 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; sconsigliato per 
archiviazione/conservazione 
 
 
VC-3 CODEC 
Nome completo SMPTE Video Codec #3 
 Profili –,  HQ 
Codice FourCC AVdn 
Sviluppato da Society of Motion Picture and Television Engineers 
Tipologia di 
standard aperto, de iure 
Derivato da SMPTE VC-2 (“Dirac Pro”) 
Revisione 2002 
Riferimenti Famiglia ST2019 di standard/prassi SMPTE: 
• ST2019-1:2014,  RP2019-2:2016,  ST2019-
4:2014 
Conservazione Sì 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; consigliato in post-produzione 
cinetelevisiva 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; consigliato in post-produzione 
cinetelevisiva 
 
 
HDCAM CODEC 
Nome completo HDCAM 
 Profili –,  SR [Lite],  SQ,  HQ;  
diversi bitrate 
Codice FourCC — 
Sviluppato da Society of Motion Picture and Television Engineers 
Tipologia di 
standard proprietario (libero), de iure 
Derivato da Sony HDCAM™ 
Revisione 2005 
Riferimenti • Standard SMPTE ST367M:2001 Type D-11 HDCAM 
picture compression and data stream 
format 
• Standard SMPTE ST368:2002, for digital 
television tape recording – 12.65mm Type 
D-11 format 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; consigliato per riprodurre e 
riversare repertori in nastri digitali 
HDCAM™  (formato D-11) 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; sconsigliato per la produzione 
di nastri 
 
 
DIRAC Pro CODEC 
Nome completo SMPTE Video Codec #2  “Dirac 
Pro”  
Profili –,  SR [Lite],  SQ,  HQ 

 
Codice FourCC Bbcd 
Sviluppato da Society of Motion Picture and Television Engineers 
Tipologia di 
standard aperto, de iure 
Derivato da BBC “Dirac” 
Revisione 2016 
Riferimenti Famiglie ST2042 e ST2047 di standard SMPTE: 
• ST2042-1:2090,  RP2042-2:2009,  RP2042-
3:2010,   
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; consigliato in post-produzione 
cinetelevisiva 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; sconsigliato per archiviazione/conservazione 
 
 
XAVC CODEC 
Nome completo XAVC™ 
 Profili H.264 livello 5.2 
Codice FourCC Xavc 
Sviluppato da Sony 
Tipologia di 
standard 
proprietario (royalty per uso 
commerciale), de facto 
Derivato da MPEG-2, H.263, MPEG-4 Part 2 
Revisione 2018 
Riferimenti • www.xavc-info.org, XAVC profiles and 
Operating Points v1.20  (2016) 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; consigliato in post-produzione 
cinetelevisiva 
Racc. per la 
scrittura 
Da non utilizzare per la produzione di 
documenti. 
 
 
XDCAM CODEC 
Nome completo XDCAM™ 
 Profili DVCAM,  IMX,  SD,  EX,  HD422,  
HD,  SD422 
Codice FourCC xdv1,  xdv2,  …,  xdv9,  xdva 
Sviluppato da Sony 
Tipologia di 
standard 
proprietario (royalty per uso 
commerciale), de facto 
Derivato da MPEG-4 Part 2,  MPEG-2 Part 2,  DV 
Revisione 2018 
Riferimenti • sonybiz.net 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; consigliato in post-produzione 
cinetelevisiva 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; sconsigliato per 
archiviazione/conservazione 
 

 
 
BRAW FORMATO DI FILE 
Nome completo Blackmagic RAW 
 Profili XXXXX 
Codice FourCC Braw 
Sviluppato da Blackmagic Design 
Tipologia di 
standard proprietario 
Derivato da CinemaDNG™ 
Revisione 2018 
Riferimenti • www.blackmagicdesign.com 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; consigliato in post-produzione 
cinetelevisiva 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; sconsigliata la produzione 
 
 
AVC-INTRA CODEC 
Nome completo AVC-Intra™ 
 Profili 2 bit-rate e 6 risoluzioni 
Codice FourCC ai[5|1][p|q|2|3|5|6] 
Sviluppato da Sony 
Tipologia di 
standard 
proprietario (royalty per uso 
commerciale), de iure 
Derivato da MPEG-4 Part 10 
Revisione 2014 
Riferimenti • prassi raccomandata SMPTE RP2027:2012 
• ISO/IEC 14496-10:2014 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; raccomandata la lettura 
Racc. per la 
scrittura 
Da non utilizzare per la produzione di 
documenti. 
 
9. AVC-Intra deriva dal profilo High 10 Intra di H.264. 
 
MJPEG FORMATO DI FILE / CODEC 
Nome completo Motion JPEG 
 Profili A,  B 
Codice FourCC mjpg,  mjpa,  mjpb 
Sviluppato da comunità open source 
Tipologia di 
standard aperto, de facto 
Derivato da JPEG 
Revisione 1998 
Riferimenti • RFC-2435 
Conservazione Sì 
Racc. per la 
lettura 
Generico con obbligo in lettura 

 
Racc. per la 
scrittura 
Generico; consigliato per contenuti non 
cinetelevisivi che non necessitano di 
ulteriori metadati  
 
10. Il formato MJPEG, come recita il suo stesso acronimo, «Motion JPEG», è un 
formato video ove l’essenza video è codificata come una sequenza di immagini 
raster nel formato JPEG, adottando dunque una compressione lossy e intra-frame. 
Nonostante il formato sia datato, la sua semplicità di codifica lo rende ancora 
raccomandato in tutti gli utilizzi non professionali ove il documento informatico 
non abbia particolari requisiti di qualità (o comunque requisiti di qualità non 
superiore a quella della compressione 
JPEG scelta per l’essenza MJPEG). 
2.10.1 Raccomandazioni per la 
produzione di documenti 
1. I file e i flussi multimediali – e in particolar modo quelli video – contengono 
evidenze con caratteristica peculiare rispetto a tutte le altre tipologie di file: i flussi 
video (compressi o meno che siano) hanno una dimensione dig itale elevata e, 
tipicamente, richiedono anche una banda passante minima in caso vadano formati, 
riprodotti o addirittura elaborati in tempo reale. Pe questo motivo le scelte dei 
formati avranno un’elevata variabilità in base alla finalità d’uso e ai vinco li 
tecnologici ad esse collegati.
36 
2. Lo strumento della valutazione di interoperabilità (cfr. §3.1) può venire in contro 
alla risoluzione ex ante delle problematiche di cui al punto precedente, allo scopo di 
individuare prima i codec da usare per far fronte a tutte le esigenze e vincoli 
(normativi, amministrativi e tecnologici) in merito al documento video , durante il 
corso di tutto il suo ciclo vita. 
3. Ciò detto, i codec da preferire per creare nuove evidenze video di uso generico –
cioè avulse da casi d’uso peculiari di specifici settori quali la produzione, 
postproduzione e conservazione dei contenuti audiovisivi – sono quelli aperti e 
standard de iure, quali:
 
 
36 Ad esempio, un’evidenza video potrebbe essere usata da un certo numero di utenze poco dopo la sua formazione, 
che richiedono tecnologie di elaborazione in tempo reale, a fronte delle quali è necessaria la produzione o la 
transcodifica in un codec ad elevato rapport o di compressione. Potrebbe anche esserci un vincolo di conservazione 
dell’evidenza originale piuttosto che di quella elaborata, che potrebbe avere o meno diversi requisiti di qualità. A 
fronte di questa seconda finalità, potrebbe essere pensato un procedimento per cui l’evidenza originale viene formata 
impiegando un codec senza compressione e la massima risoluzione possibile, mentre il file elaborato segue un ciclo 
vita diverso, al termine del quale possa o debba essere distrutto. Qualora anche il file ela borato vada conservato, 
potrebbe essere necessario prevedere un solo flusso, a fronte del quale andrebbe effettuata una scelta diversa riguardo 
alla transcodifica intermedia, allo scopo di assolvere ai vincoli qualitativi iniziali.
 

 
• MPEG4 Part-10 (colloquialmente indicato con il nome di “H.264”) in quanto 
largamente diffuso soprattutto negli apparati di riproduzione software e 
hardware. Tale codec è da preferirsi per contenuti già montati e ricondotti ad 
una risoluzione e una qualità accettabile per tutto il ciclo vita del documento. 
• MPEG2 Part-2 qualora il ciclo vita del documento video e le sue finalità d’uso 
impongano privilegiare la semplicità computazionale dell’algoritmo di 
decompressione rispetto a fattori quali la q ualità o la dimensione binaria 
dell’evidenza. 
• Qualunque codec senza compressione, ovvero con una compressione priva 
di perdite. In tali casi sono valutabili tutte le rappresentazioni del documento 
video mediante sequenze di file (cfr. §2.12), ove i singoli file adottano formati 
con i medesimi requisiti di interoperabilità (cfr. § 2.6) inclusa l’assenza di 
compressione ovvero la compressione lossless. 
4. Nel caso di esigenze specifiche, si possono valutare anche altri codec, quali ad 
esempio: 
• VP9 (anche detto “
DASH”) qualora il contenuto sia stato generato per 
applicazioni multipiattaforma (prevalentemente online) e non sia soggetto ad 
ulteriori modifiche. 
• VC-3 (in particolar modo la sua variante “commerciale”: l’Avid
® DNxHD®) 
qualora il contenuto sia destinato al mont aggio video (incluse successive 
archiviazioni del girato originale) e in assenza di ulteriori vincoli tecnologici. 
5. Resta appannaggio delle singole organizzazioni valutare i parametri qualitativi in 
merito ai codec audio impiegati (ove sussistano come parametri variabili), tenendo 
conto ancora una volta di eventuali vincoli normativi, amministrativi e tecnologici. 
La scelta a priori dei parametri qualitativi può aiutare a standardizzare un processo 
e verificare che tutti gli organi coinv olti possano leggere o scrivere file con tali 
parametri. 
6. I codec video più adatti alla conservazione – comunque tutti dotati di 
compressione con perdita– sono l’MPEG-4 Part-10 
2.11 Sottotitoli, didascalie e dialoghi 
1. Astrattamente, esiste una terza rappresentazione del suono legata ai dialoghi  
(rispetto a quelle descritte in §2.9) che consiste nella trascrizione più o meno letterale 
di ciò che una o più voci esprimono in una linea temporale, più eventualmente altre 
informazioni di contesto e ambiente.  

 
2. La necessità di rappresentare il parlato in una forma leggibile è prevalentemente 
legata a quattro casi d’uso, in alcuni casi concorrenti fra loro: 
a) conservare dialoghi in forma scritta, eliminando la complessità tecnica o 
giuridica di conservare una registrazione multimediale degli stessi; 
b) arricchire un dialogo con ulteriori informazioni quali, ad esempio, il nome (o 
la qualifica) dei partecipanti, il momento esatto e la consecutio  temporale con 
cui le frasi sono pronunciate; 
c) complementare il dialogo con informazioni relative all’ambiente o al 
contesto, a beneficio di spettatori ipoudenti o non -udenti, come nel caso di 
riproduzioni audiovisive; 
d) fornire la traduzione di testi e dialoghi in lingue diverse da quella o quelle 
determinate preventivamente per i destinatari individuati per un particolare 
contenuto audiovisivo. 
3. Le trascrizioni giuridiche ottemperano complessivamente ai casi d’uso 1 e 2 (e 4 
in caso di testimoni stranieri, ove siano effettuate da traduttori giurati). Invece le 
trascrizioni di dialoghi in ambito cinetelevisivo – chiamate in inglese, nella loro 
accezione più generale, timed-text– si dividono tradizionalmente in tre categorie:  
• sottotitoli (in inglese subtitles, abbreviati in “subs”) — ottemperano al solo caso 
d’uso 4; 
• sottotitoli per non- udenti (in inglese deaf  or hard- of-hearing, ovvero 
DHH) —  
ottemperano al solo caso d’uso 3; 
• didascalie (in inglese closed captions, ovvero CC) — ottemperano al caso d’uso 
2 sebbene, sovente combinati con tipologie di sottotitoli di cui sopra, 
ottemperino anche ai casi 3 o 4. 
4. Il settore dell’intrattenimento sta venendo rivoluzionato dalla compar sa di 
innovativi servizi di fruizione tramite internet dei contenuti audiovisivi sotto forma 
di flussi multimediali (i cosiddetti servizi SVOD, cioè streaming video on -demand); tali 
servizi consentono, tra le altre cose, una localizzazione37 molto più puntuale, precisa 
e multilingua, che li rende ancora più pervasivi e globali. 
5. La normativa di riferimento per sottotitoli e didascalie dal punto di vista di 
accessibilità e qualità (soprattutto quando sono mostrate in sincronia e 
sovraimpressione, rispettivamente, con essenze audio e video) è regolamentata in 
particolare dalla norma ISO/IEC 20071-23 del 2018. 
 
TTML FORMATO DI FILE 
Nome completo Timed Text Markup Language    
 
37 La localizzazione è un processo riadattamento incrociato (in inglese versioning) di un contenuto rispetto a molteplici 
territori. Quando ciò riguardi il solo adattamento linguistico (anziché comprendere anche aspetti culturali, religiosi, 
giuridici) di audiovisivi, si parla più semplicemente di riedizione , che comprende il video, il doppiaggio  per l’audio e la 
sottotitolazione (trascrizione di dialoghi e didascalie). 

 
Estensione/i .ttml,  .dfxp 
Specializzazione 
di 
XML  (namespace tt, tt[p|s|m] e 
altri) 
Tipo MIME application/ttml+xml 
Sviluppato da 
World Wide Web Consortium 
Society of Motion Picture and 
Television Engineers 
Tipologia di 
standard 
aperto, estendibile, retrocompatibile, 
de iure, testuale 
Livello 
metadati 4 
Derivato da Distribution Format Exchange Profile 
(DFXP) 
Revisione 1.0  (2018) 
Riferimenti • W3C Recommendation TTML 2,  2018 
• W3C Recommendation TTML 1 (3rd Ed.),  2018 
• ETSI EN-303-560 v1.1.1  (2018) 
Famiglia 2052 di standard/raccomandazioni 
SMPTE: 
• OV2052-0:2013 
• ST2052-1:2013 
• ISO/IEC 14496-30:2018 
• EBU – Tech 3380, EBU-TT-D subtitling 
distribution format v1.0.1  (2018) 
Conservazione Sì;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; obbligatorio in campo 
cinetelevisivo 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; raccomandato in campo 
cinetelevisivo 
 
6. Il formato TTML (precedentemente chiamato DFXP) è, ad oggi, la declinazione più 
generica e completa relativamente alle possibilità tecniche e operative di aggiungere 
ad un documento audiovisivo una o più trascrizioni differenti. Il formato, adottato 
sempre di più come standard a livello europeo (de iure: cfr. norma EN-303-560 della 
ETSI) e internazionale 38 supporta qualunque tipo di lingua scritta  e sue eventuali 
caratteristiche diacritiche ( , integrando informaz ioni sulla presentazione dei 
sottotitoli all’interno del riquadro del video (posizione, 39  colore, dimensione, 
parametri tipografici completi), relativamente all’asse temporale (apparizione, 
scomparsa e altri effetti di animazione).  
 
IMSC1 FORMATO DI FILE 
Nome completo Internet Media Subtitles and 
Captions  
Estensione/i .ttml 
 
38 Esistono diversi standard de facto, quali ad esempio le Linee guida di NETFLIX sulla sottotitolazione (in inglese). 
39 È anche possibile specificare la profondità (“ Z-depth”) rispetto alla parallasse nel caso di sottotitoli su contenuti 
stereoscopici (S3D). 

 
Specializzazione 
di TTML 
Tipo MIME application/ttml+xml 
Sviluppato da World Wide Web Consortium 
Tipologia di 
standard 
aperto, estendibile, retrocompatibile, 
de iure, testuale 
Livello 
metadati 4 
Derivato da W3C Timed Text Markup Language, 
versione 2 
Revisione 1.1  (2018) 
Riferimenti • W3C Recommendation, TTML profiles for IMSC 
1.1,  2018 
• Netflix, What does a properly formatted 
TTML file look like? 
• Netflix, Italian Timed Text Style Guide,  
2018 
Conservazione Sì;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; raccomandato in campo 
cinetelevisivo 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; raccomandato in campo 
cinetelevisivo 
 
7. Il W3C ha deciso di standardizzare ulteriormente il generico formato TTML, 
derivando perciò le specifiche IMSC1 adottate, tra le altre cose dal formato di master 
interoperabile ( IMF, cfr. § 2.12). IMSC1 ha due profili: uno ove i sottotitoli sono 
rappresentati mediante solo testo, l’altro ove sono sottotitolo è rappresentato da 
un’immagine (tipicamente nel formato PNG con supporto completo del canale alfa, 
cfr. §2.6). L’esigenza di introduzione di questo profilo è stata necessaria per il 
diffondersi di notevoli dialetti di TTML da parte di diversi organi di 
standardizzazione, che hanno portato il formato or iginale –originariamente 
disegnato per essere il più interoperabile possibile–  a creare notevoli problemi di 
compatibilità.40 Il profilo IMSC1, oltretutto, è stato concepito anche per ottemperare 
ad esigenze proprie della distribuzione dei contenuti, quali l’adattamento dei 
dialoghi a diverse revisioni del contenuto audiovisivo, alla riedizione dei dialoghi in 
altre lingue o secondo esigenze diverse (cfr. distinzioni fra le varie tipologie di 
dialoghi sincronizzati all’inizio della sezione), alla transcodifica dei sottotitoli in altro 
formato. 
 
EBU-TT FORMATO DI FILE 
Nome completo EBU Timed Text  (EBU-TT) 
 Estensione/i .xml 
Specializzazione 
di XML  (namespace ebutt[m|s|dt]) 
 
40 Tale problema si è aggravato per il fatto che – come accade anche per molti altri formati di file per sottotitoli e 
didascalie– vi è un elevato riutilizzo della medesima estensione di file per formati anche mo lto diversi fra loro, cfr. 
§1.1.3. 

 
Tipo MIME application/ttml+xml 
Sviluppato da European Broadcasting Union 
Tipologia di 
standard 
aperto, estendibile, retrocompatibile, 
de iure, testuale 
Livello 
metadati 2 
Derivato da W3C Timed Text Markup Language, 
versione 1 
Revisione 1998 
Riferimenti Famiglia 33X0 di standard tecnici EBU  
(2017): 
• Tech 3350, part 1: subtitling format  
v1.2 
• Tech 3360, part 2: mapping EBU STL to EBU-
TT  v1.0 
• Tech 3370, part 3: mapping EBU STL to EBU-
TT  v1.0 
• Tech 3380, subtitling distribution 
format  v1.0.1  (2018) 
• Tech 3390, part M: metadata definitions  
v1.0 
Conservazione No;  cfr. §2.8 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; obbligatorio in campo 
cinetelevisivo 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; raccomandato il campo 
cinetelevisivo ove richiesto da 
applicativi o capitolati 
 
8. La EBU ha adattato il formato TTML agli specifici vincoli del mondo 
dell’audiovisivo, definendo così una specifica del medesimo formato, chiamato 
EBU-TT. 
Analogamente, anche la SMPTE, ha definito una specifica TTML per i medesimi scopi, 
chiamata SMPTE-TT, che però è stata adottata prevalentemente dalla versione  dei 
pacchetti per il cinema digitale ( DCP) e quindi raccomandata  in altra sezione di 
questo Allegato ad essi dedicata, cfr. §2.12. 
 
STL FORMATO DI FILE 
Nome completo EBU Subtitling Data Exchange 
Format  Estensione/i .STL 
Magic number 0x3?3?3? STL 
Tipo MIME — 
Sviluppato da European Broadcasting Union 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, binario 
Livello 
metadati 1 
Derivato da — 
Revisione 1.0  (1991) 
Riferimenti • EBU – Tech 3264  (1991) 

 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; raccomandato in campo 
cinetelevisivo 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; sconsigliato per la produzione 
e archiviazione 
 
9. Il formato STL (da non confondersi con l’omonimo formato per modelli 3D per 
applicazioni stereolitografiche, cfr. §2.7) è stato per anni lo standard di riferimento 
in campo cinetelevisivo, perciò un grandissimo numero di contenuti risultano dotati 
di sottotitoli e didascalie in questo formato, in svariate lin gue. Il formato tuttavia 
contiene solo indicazioni relative ai TimeCode ove i sottotitoli appaiono e 
scompaiono, al testo della lingua e a pochissime indicazioni visive su come 
presentare i sottotitoli, peraltro ampiamente non sempre utilizzate o rispettate dagli 
applicativi rispettivamente di creazione e riproduzione video. 
2.11.1 Raccomandazioni per la 
produzione di documenti 
1. Per la produzione di sottotitoli e didascalie in ambito cinetelevisivo , così come 
per finalità di conservazione,  si raccomanda l’utilizzo del formato TTML del W3C, 
conforme al profilo IMSC1 e senza la specifica di caratteri tipografici esterni. 
2.12 Contenitori e pacchetti di file multimediali 
1. La registrazione e riproduzione di immagini e suoni contemporaneamente 
necessita innanzi tutto del sincronismo tra gli elementi costituenti un flusso 
multimediale. Per questo motivo tali flussi o file (a seconda del livello di astrazione 
adattato) sono disposti in una “linea temporale virtuale” ( timeline, in inglese) che 
adotta un riferimento temporale autonomo
41 chiamato TimeCode.  
2. Un esempio di sintassi per un TimeCode sincronizzato con un flusso video 
digitale (la cui unità indivisibile è il fotogramma) è, ad esempio, “ 04: 23: 56: 07”42. 
Un esempio di sintassi per un TimeCode sincronizzato con un flusso audio digitale 
 
41 Per analogia, mentre la datazione di un’evidenza informatica mediante marcatura temporale è un riferimento 
temporale “assoluto”, la temporizzazione di uno specifico punto della timeline è un riferimento temporale “relativo”, 
che diviene assoluto solo nel momento in cui la riproduzione della timeline inizia ad un determinato istante temporale. 
42 Leggasi «4 ore, 23 minuti, 56 secondi e 7 fotogrammi» (i fotogrammi si azzerano al secondo in base al numero di 
fps, cfr. §2.10). 

 
(la cui unità indivisibile è il campione sonoro) è, ad esempio, “ 00: 06: 32. 01436”43. 
Più in generale i TimeCode sono normati da standard di riferimento , quali la 
raccomandazione BT.1366 della ITU, la famiglia di standard ST12 della SMPTE, la EBU 
Tech 3097. 
3. Nel caso multimediale un flusso o file contiene spesso evidenze informatiche 
diverse per audio, video, e altri tipi di metadati (quali ad esempio sottotitoli, 
informazioni per i non udenti, uno o più TimeCode di riferimento, ecc.), che sono 
complessivamente chiamate essenze. Esse –ciascuna potenzialmente codificata con 
parametri e algoritmi diversi – sono racchiuse in un unico file contenitore, il quale 
ne facilita il sincronismo (eventualmente grazie alla presenza di una o più essenze 
TimeCode) e le descrive allo scopo di migliorarne la riproduzione o l’utilizzo. 
4. Le essenze possono a loro volta contenere più canali. Nel caso dell’audio essi sono 
associati ad un particolare dispositivo di riproduzione ovvero alla direzione spaziale 
della sorgente sonora, p.es. canale dei totali sinistra (
Lt), canale centrale ( C), canale 
degli effetti a bassa frequenza ( LFE), canale per il surround di destra ( Rs). Nel caso 
di immagini statiche o video, i canali possono codificare un singolo canale cromatico 
dello spazio-colore riprodotto (cfr. §2.6), ad es. rosso (
R), verde (G), blu (B) ovvero 
uno di due stereogrammi (occhio destro e occhio sinistro): 
5. Così come un a partitura musicale descrive per prima cosa tutti gli strumenti 
coinvolti e contiene le informazioni – sia comuni che specifiche per ogni parte – 
affinché un’orchestra possa rieseguire il brano, allo stesso modo un contenitore 
multimediale può contenere uno o più dei seguenti fattori (la cui presenza possibile 
e/o obbligatoria dipende dallo specifico formato della busta, cfr. §1.1.1): 
• informazioni globali circa il documento multimediale (e.g. titolo del 
film/brano, nome dell’autore/regista, anno di produzione, durata nominale, 
livello di censura, data/ora di masterizzazione del file, ecc.); 
• numero e tipologia delle essenze presenti e loro suddivisione in “tracce” per 
la riproduzione; per ciascuna essenza possono essere presenti altri metadati 
come, ad esempio: 
o nome o altro tipo di descrizione dell’essenza; 
o codec dell’essenza (ad esempio tramite codice FourCC); 
o velocità dell’essenza video (fotogrammi/secondo) o audio 
(campioni/secondo); 
o nome e numero di canali dell’essenza video (e.g. RGB, RGBα, CMYK, 
…; occhio destro/sinistro) o audio (e.g. monoaurale, stereo, 
quadrifonico, ‘5.1’, ‘7.1’, Dolby-E
®, ‘22.1’, Dolby® Atmos™, …);  
o in caso di essenza multi-canale, eventuale nome dei singoli canali; 
 
43 Leggasi «6 minuti, 32 secondi e 1436 ca mpioni» (i campioni si azzerano al secondo in base al sample rate: p.es. 
44100Hz, cfr. §2.9). 

 
o profondità digitale dell’essenza immagine/video (bit/pixel) o audio 
(bit/campione); 
o data-rate minimo, medio e/o massimo di ciascun essenza. 
o lingua utilizzata per il parlato nell’audio (se presente) ovvero nei 
sottotitoli; 
• 1 essenza video (nel caso di video stereoscopic o potrebbe essere presente 
un’unica essenza con due canali , ovvero due essenze video distinte — una 
per ciascun o stereogramma, associati rispettivamente  all’occhio destro e 
sinistro; 
• 3 essenze audio (e.g. ‘suoni ed effetti’, ‘colonna sonora italiana’, ‘colonna 
sonora inglese’); 
• 5 essenze sottotitoli (e.g. ‘sottotitoli in italiano’, ‘sottotitoli in italiano per non-
udenti’, ‘didascalie in inglese , ‘sottotitoli in francese’, ‘didascalie in tedesco 
per non-udenti’). 
• 1 essenza TimeCode
44. 
6. Come primo vantaggio, l’utilizzo di un formato contenitore consente ad 
applicazioni di conservazione e archiviazione di estrapolare molte informazioni da 
un file complesso e di grandi dimensioni (quale spesso è il file multimediale) senza 
dover implementare tutti i possibili codec necessari per decodificarne le essenze 
audio\video (cosa necessaria, invece, per poter riprodurre il file). Inoltre, il formato 
contenitore separa molto nettamente, al suo interno, le evidenze informatiche delle 
singole essenze, permettendone un’estrapolazione segmentata, molto più efficace e 
spesso anche con economia di spazio di archiviazione e tempi di elaborazione. 
7. In alcuni casi di pertinenza multimediale, ad esempio, una o più essenze vengono 
ricodificate allo scopo di alternarne il data-rate o semplicemente per cambiare il 
codec utilizzato: si parla in tal caso, di transcoding delle essenze. Quando si cambia 
una o più essenze per un file multimediale ( ad esempio per togliere una colonna 
sonora non più necessaria, aggiungere una traccia sottotitoli, ovvero sostituire una 
traccia video monoscopica con una stereoscopica) si parla di re-wrapping. Quando 
infine si cambia il formato di busta contenente l’intero file multimediale, ma 
mantenendo invariate le essenze, si parla di trans-wrapping — che è tipicamente 
un’operazione molto meno computazionalmente onerosa. 
 
44 Un esempio in cui sono presenti più tracce TimeCode è q uando sono necessari più riferimenti temporali diversi 
(allo scopo di sincronizzare il flusso con altri sistemi informativi o altri flussi): ad esempio potrebbe essere presente 
un TimeCode “assoluto” espresso in orario diurno sulle 24 ore e uno “relativo” a un inizio temporale arbitrario 
rappresentato da “00: 00: 00: 00”.
 

 
 
Figura 1    Esempio di una timeline semplice di un file multimediale con una traccia video 
(monoscopica) e una traccia audio biaurale (2 canali stereo). 
 
Figura 2    Esempio di una timeline di un file multimediale più complesso, con 9 tracce 
video (di cui una stereoscopica), 18 tracce audio mono o biaurali (cioè a 1 o 2 canali), 1 
traccia TimeCode e diverse tracce sottotitoli nascoste. 
8. Un’alternativa all’impiego di buste multimediali (cfr. §1.1.1) come sopra descritta 
è costituita dall’organizzazione delle singole essenze in file separati, poi riorganizzati 
in un pacchetto di file, ove le essenze siano logicamente associate fra loro i n vari 
modi, come definito nel §1.1.2. Esempi di pacchetti multimediali sono ad esempio 
il pacchetto di master interoperabile (IMP), il pacchetto per il cinema digitale (DCP) 
e il pacchetto XDCAM, cfr. §2.12. 
9. Per quanto riguarda le essenze video –nel caso di semilavorati o master di elevata 
qualità– è spesso preferito l’impiego della sola naming convention, ove ogni 
fotogramma del video è contenuto in un file separato, mentre i file sono numerati 
in sequenza cronologica (rispetto alla loro timeline relativa), costituendo dunque un 
pacchetto chiamato “sequenza di fotogrammi” (frame sequence, ovvero frame-per-file in 
inglese). Formati di immagini raster spesso adottati per tali sequenze di fotogrammi 
sono l’OpenEXR, il DPX (§2.6), così come il TIFF (soprattutto nei pacchetti DCDM), 
e il CinemaDNG (§2.12). 
 
 


 
MXF FORMATO CONTENITORE 
Nome completo Material Exchange Format  
 Estensione/i .mxf 
Magic number — 
Tipo MIME application/mxf 
Sviluppato da Society of Motion Picture and 
Television Engineers 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, binario 
Livello 
metadati 4 
Derivato da — 
Revisione 2018  
Riferimenti • RFC-4539  (2006) 
Documenti SMPTE, prevalentemente standard 
(‘ST’): 
• base:  ST377;  EG41, EG42 
• schemi operativi:  ST378, ST390–393, 
ST407, ST408 
• contenitori:  ST379, ST381–389, ST394, 
ST405 
• registri e dizionari di metadati:  
ST380, ST436;  RP210, RP224 
• www.smpte.org 
Conservazione Sì, solo usando codec adatti alla 
conservazione 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; obbligo in lettura in tutti i 
settori audiovisivi 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; raccomandato per la produzione, 
lo scambio e l’archiviazione di contenuti 
cinetelevisivi 
 
10. Il formato contenitore MXF è stato introdotto dalla SMPTE in un tentativo di 
standardizzare un formato per contenuti e flussi (cfr. § 1.1.1) audiovisivi 
professionali che fosse utilizzabile lungo l’intera filiera cinetelevisiva, supportando 
il maggior numero di procedimenti: dalla produzione dei contenuti (camere digitali 
e animazione), attraverso tutte le fasi della post-produzione, sino alla distribuzione 
su diverse piattaforme (cinema digitale, televisio ne digitale terrestre e satellitare, 
streaming via internet, ecc.) e successiva archiviazione. Il formato MXF  è 
regolamentato da diversi standard dell’SMPTE (fare riferimento alla tabella qui 
sopra), ma il principale fra loro è l’ST377. Il contenitore è professionale in quanto 
estremamente flessibile nell’ imbustare più essenze di tipologie differenti, e 
supportare un’ampia gamma di metadati interni, associabili a diversi livelli semantici 
del contenuto, incluse specifiche posizioni della  timeline)45. I metadati supportati 
sono estendibili: oltre ad una serie di metadati minimi supportati, la SMPTE mantiene 
 
45 Metadati associabili a particolari posizioni della timeline  sono, ad esempio, commenti e annotazioni di montatori, 
coloristi, tecnici digitali o assistenti alla regia; l’elenco delle persone reali (e.g. ospiti, attori) ovvero finzionali 
(personaggi) inquadrati in quel momento. 

 
un registro ove ad ogni semantica è associato un codice binario ( UL, ovvero unified 
label in inglese). Il registro è consultabile applicativamente o interattivamente sul sito 
smpte-ra.org, ovvero direttamente sotto forma di XML  (§2.2). Per supportare 
molteplici casi di utilizzo, procedure di elaborazione e di tecnologie di stoccaggio e 
trasporto dei contenuti e dei flussi multimediali, le essenze stesse possono essere 
disposte in una molteplicità di strutture differenti all’interno dell’evidenza 
informatica complessiva. Ad esempio, la registrazione simultanea e in tempo reale, 
nel medesimo file MXF, di due flussi video provenient i da una cinepresa 
stereoscopica e di flussi audio provenienti da più microfoni disposti in scena, 
prevede che le essenze audio e video siano disposte in ma niera “interlacciata”: il 
contenitore MXF avvolge perciò, sequenzialmente, ciascun fotogramma, seguito 
dalle essenze audio relative alla durata del medesimo fotogramma, seguito dal 
fotogramma successivo e così via. 
 
Figura 3    Tassonomia degli schemi operativi del formato MXF: sulle ascisse è rappresentata la complessità 
della timeline (indicata con un numero ordinale); sulle ordinate quella dei pacchetti (indicata con una lettera 
minuscola). 
11. Per completare la descrizione di insieme del formato MXF , la SMPTE fornisce 
degli schemi operativi (operational patterns in inglese, abbreviati in OP), per i quali si 
invita a far riferimento ai relativi standard in tabella (oltre che allo standard 
principale 
ST377). In questi schemi operativi una timeline è astratta ulteriormente 
separando la suddivisione (e la “complessità”) delle sue tracce e canali, dall’insieme 
di file (“pacchetti materiali”) da cui è logicamente composta. In una tale tassonomia 
un contenuto multimediale (un’unica timeline) è rappresentato da un pacchetto di 
contenitori MXF , ciascuno contenente una o più essenze. La costruzione della 
AND AND
OR OR OR
1 2 3
a
b
c

 
timeline logica del contenuto a partire dai file MXF costituenti può avvenire in modi 
diversi, la cui complessità dipende da una duplice organizzazione virtuale. Da una 
parte vi è quella delle essenze lungo la timeline (cfr. l’elenco alfabetico per righe, di 
complessità crescente, in Figura 2): 
a. ogni istante della timeline è riferito a una o più essenze contenute in un unico 
file; 
b. ogni istante della timeline è riferito a più essenze contenute in uno o più file; 
46 
c. vi sono due o più timeline alternative47, ciascuna delle quali è riferita a una o 
più essenze contenute in uno o più file; 
Dall’altra vi è l’organizzazione di come le varie essenze della timeline siano 
distribuite in un pacchetto di uno o più file (cfr. l’elenco numerico per colonne, di 
complessità crescente, nella medesima Figura 2): 
1. il pacchetto contiene essenze usate interamente e della medesima durata della 
timeline;
48 
2. il pacchetto contiene più sequenze di essenze, usante interamente, adiacenti 
fra loro lungo la timeline;49 
3. il pacchetto contiene più sequenze di essenze, ciascuna delle quali (contenuta 
in file differenti) può essere usata parzialmente o interamente.50 
12. Ad esempio, lo schema operativo OP1a corrisponde a quello della singola clip 
audio\video con le cui essenze sono tutte di pari durata51, dove cioè un singolo file 
contiene all’interno l’audio, il video  e gli eventuali sottotitoli e può quindi essere 
riprodotto autonomamente dall’inizio alla fine. Lo schema operativo OP3c, invece, 
prevede un montaggio asincrono tra le varie tracce, con i contenuti potenzialmente 
estratti da essenze di durata più lunga e contenuta in diversi file del pacchetto e, in 
più, la possibilità che vi siano più montaggi alternativi tra cui scegliere . Gli schemi 
operativi permettono di indicare queste differenti tipologie mediante metadati nei 
file MXF costituenti il pacchetto, ma anche di vincolarli logicamente fra di loro, cosa 
particolarmente utile sia nel caso in cui i file perdano l’affinità per referenza  
 
46  Nel gergo del montaggio audiovisivo , si dice che tali essenze sincronizzate sono ‘in gang ’ (letteralmente, 
“raggruppate”) fra loro. 
47 La selezione di una delle timeline alternative, o il passaggio dall’una all’altra, non fanno parte dello schema operativo, 
anche se ciò è solitamente computo in automatico dall’applicazione che riproduce il contenuto, ovvero da una scelta 
manuale dello “spettatore”. 
48 In questo caso la timeline è fatta da una sola sequenza (o “taglio”), la cui riproduzione coinvolge per intero le 
essenze di uno o più file. 
49 In questo caso la timeline è fatta da più sequenze (o “tagli”), fra loro contigue nel tempo, come avviene nel caso 
d’uso della playlist. 
50 Questo è lo scenario tipico usato nel montaggio audiovisivo, ove porzioni di clip “sorgenti” sono montate in una 
timeline, tipicamente separate da tagli netti. 
51 Un altro schema operativo non descritto in Figura è l’OP-Atom: una variante dell’OP1a ove le essenze sono inoltre 
tutte auto-contenute in un singolo file. 

 
(venendo archiviati in percorsi differenti o non stabili nel tempo), sia nel caso di 
successive modificazioni del contenuto. In quest’ultimo caso, modifiche parziali del 
contenuto multimediale vengono effettuate sui soli file MXF che contengono le 
essenze interessate, senza ricostruire o modificare il contenuto nella sua interezza. 
Più avanti sono descritti alcuni pacchetti di file che implementano proprio questa 
flessibilità degli schemi operativi del contenitore MXF: il formato di master 
interoperabile (IMF) e il pacchetto di cinema digitale (
DCP). 
13. Per tutti i motivi sopra esposti il contenitore MXF è fortemente raccomandato 
come formato contenitore d’elezione per la produzione e il riversamento di 
qualunque contenuto multimediale (audio, video, dialoghi), accomp agnato 
ovviamente da una scelta adeguata dei codec da impiegare. 
 
MP4 FORMATO CONTENITORE 
Nome completo MPEG-4, Part 14 
 Estensione/i .mp4,  .m4a,  .m4v 
Magic number 0x00000000 ftyp 
Tipo MIME video/mp4,  audio/mp4 
Sviluppato da Society of Motion Picture and 
Television Engineers 
Tipologia di 
standard 
aperto, estendibile, retrocompatibile, 
de iure, binario 
Livello 
metadati 3 
Derivato da Apple® QuickTime™,  MPEG-4 Part 12 
Revisione 2018 
Riferimenti • ISO/IEC 14496-14:2018 
• ISO/IEC 14496-12:2015 
• RFC-4337  (2006)  
• mp4ra.org 
Conservazione Sì 
Racc. per la 
lettura 
Generico; obbligatorio 
Racc. per la 
scrittura 
Generico; altamente consigliato per la 
produzione audiovisiva generica di 
contenuti auto-consistenti 
 
14. La parte 14 del gigantesco standard MPEG -4 della ISO, ma anche contenuta 
nella RFC-4337 (più colloquialmente chiamata MP4) descrive  uno standard de iure  
derivato moltissime sue caratteristiche dal format o Apple QuickTime (si legga 
sotto). Per questo motivo, e anche a causa della sua elevata versatilità sia nel numero 
e tipologie di essenze supportate al suo interno, che per la capacità di includere 
molteplici metadati interni nel file, è obbligatoria la c apacità di leggere tale 
contenitore da parte di qualunque organizzazione, mentre è fortemente consigliato 
di adottarlo per la produzione di documenti solo video o audiovisivi — laddove non 
sia preferibile un formato con gradi di interoperabilità ancora mag giori — quale 
IMF ad esempio  (sotto descritto). 

 
 
IMF FORMATO DI PACCHETTO 
Nome completo Interoperable Master Format 
 Estensione/i [.pkl|cpl],  .xml,  .mxf,   … 
Tipologie MIME application/xml,  /mxf,  … 
Sviluppato da Society of Motion Picture and Television 
Engineers 
Tipologia di 
standard 
aperto, estendibile, retrocompatibile, de 
iure 
Livello 
metadati 4 
Derivato da SMPTE Digital Cinema Package 
Revisione 2019 
Riferimenti Famiglia di standard ST2067 della SMPTE: 
• base:  ST2067-1,  ST2067-2:2013,  ST2067-
3:2016, ST2067-5:2012,  ST2067-101:2017,  
ST2067-102:2014,  ST2067-200:2018; 
• audio:  ST2067-6:2012,  ST2067-8:2013; 
• applicazioni:  ST2067-10,  ST2067-20:2013,  
ST2067-21:2016,  ST2067-30:2013,  ST2067-
40:2017,  ST2067-50:2018 
• SMPTE RDD47:2019, Isochronous Stream of XML 
Documents (ISXD) plugin 
• SMPTE Report, TTML features for IMF Data 
essence, 2012 
• www.smpte.org 
• www.imfug.com 
Conservazione Sì, con Applicazioni IMF che usano codec conservabil i  
Racc. per la 
lettura 
Speciale; obbligatorio per il trattamento e 
l’interscambio di master e semilavorati 
cinetelevisivi 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; obbligatorio per interscambio, 
archiviazione e conservazione di contenuti 
cinetelevisivi. 
 
15. Il formato master interoperabile ( IMF) è descritto dalla famiglia di standard 
ST2067 della SMPTE ed è nato dall’esigenza condivisa dai maggiori studi cinetelevisivi 
del mondo di gestire e conservare contenuti audiovisivi in maniera organizzata e 
attenta all’impatto che tale tipo di documenti , –per effetto delle loro grandi 
dimensioni informatiche – hanno nei pr ocessi di produzione, trasferimento , 
archiviazione, localizzazione e distribuzione internazionale. Una metodologia che è 
stata seguita nell’individuazione di tale formato è quella di massimizzare il riutilizzo 
di porzioni di contenuti audiovisivi che sono identici fra l’oro, archiviate nello stesso 
formato di pacchetto. Ciò avviene immancabilmente nelle riedizioni del medesimo 
contenuto (in caso di doppiaggio e altri adattamenti), nonché quando lo stesso 
master viene trasferito tra più enti durante le fasi di post-produzione, distribuzione 
e archiviazione. 

 
16. Un documento informatico in tale formato è chiamat o ‘pacchetto master 
interoperabile’ (IMP) e comprende sempre dei contenuti multimediali rappresentati 
nel tempo lungo una timeline (cfr. §2.10 articolo 1), chiamata composizione. 
17. IMF utilizza ampiamente le caratteristiche di estendibilità offert e dal formato 
XML (usato per file sidecar di un IMP, che ne contengono i metadati globali) , così 
come l’interoperabilità della busta MXF e dei suoi schemi operativi, per contenere 
le essenze aud io, video, oltre ai dialoghi e ad altri metadati “temporali” (cioè 
localizzati cronologicamente in punti specifici della timeline). 
18. Un IMP contiene sempre almeno i seguenti file XML: 
• un ‘elenco di impacchettamento’ (PKL, packing list in inglese), che contiene il 
nome completo di un dato  pacchetto, l’UID ad esso associato e altri suoi 
metadati, oltre nome, dimensione, impronta crittografica (cfr. §2.16) e UID 
associati a ciascuno dei file facenti parte dell’IMP; 
• una ‘scaletta della composizione’ (CPL,  composition playlist  in inglese)  che 
descrive come la timeline del contenuto sia composta  a partire dalle risorse 
(file) indicizzate nella PKL del medesimo pacchetto e, opzionalmente, anche 
da PKL di altri pacchetti. 
19. Un pacchetto master interoperabile è un pacchetto di file in base alla definizione 
data in §1.1.1, ma la sua CPL, potendo riferirsi anche ad altre PKL oltre alla propria, 
può descrivere il contenuto di una composizione utilizzando anche contenitori 
multimediali appartenenti ad altri IMP. Un pacchetto IMF che faccia uso di altre PKL 
oltre la propria viene chiamato ‘pacchetto complementare’ (supplemental package, in 
inglese),52 in quanto dipende da uno o più IMP differenti dal proprio. Il caso d’uso 
degli IMP complementari è quello di riedizioni o adattamenti successivi del 
medesimo contenuto, quali: 
• doppiaggio (i.e. cambio della lingua parlata); 
• aggiunta, o cambio, di timed text (i.e. sottotitoli di vario tipo, cfr. § 2.11); 
• sostituzione di cartelli e altre parti di video ove vada inserito un testo in una 
lingua differente (texted), o ne vada aggiunto ove non era presente (textless); 
• riedizione di parti del contenuto audiovisivo per altre finalità di adattamento; 
• aggiunta o sostituzione di marche, loghi, o interi titoli di testa o di coda; 
• sostituzione dell’intero contenuto con altre codifiche con diverse specifiche 
tecniche (ad esempio video stereoscopico, HDR/WCG, HFR; 53  audio con 
diverso numero di canali, ecc.). 
20. IMF ammette anche altri tipi di file sidecar opzionali, sempre in XML, quali: 
 
52 In tal caso la CPL di un pacchetto complementare si dice essere un versioning file (VF) — mentre invece un pacchetto 
IMF che si riferisce soltanto alla propria PKL (e qundi ai suoi file MXF ), si dice essere – almeno tecnicamente– nella 
‘versione originale’ (OV). 
53 Acronimi commerciali che stanno rispettivamente per high dynamic range, wide colour gamut e high frame rate. 

 
• un ‘elenco dei profili d’uscita’ (OPL, output profile list in inglese), che contiene 
informazioni tecniche su come generare file multimediali auto-consistenti in 
altri formati di file, incluse informazioni sul formato video (risoluzione, 
rapporto d’aspetto, ritagli e ingrandimenti) e audio (numero di canali e lingue 
impiegate) da utilizzare;54 
• una ‘mappa di composizione accessoria’ (SCM, sidecar composition map), che può 
racchiudere commenti, annotazioni, ovvero metadati “globali” associabili 
all’IMP nella sua interezza —  particolarmente utile ai fini dell’archiviazione a 
lungo termine di qualunque tipi di informazione accessoria riguardo al  
contenuto audiovisivo stesso. 
21. Gli eventuali sottotitoli, così come i metadati associabili a particolari punti della 
timeline (cosiddetti “locali”) sono entrambi rappresentati come tracce in un IMP, 
venendo codificati in XML imbustati ciascuno in file MXF facenti parte del 
pacchetto. Il dialetto XML dei sottotitoli è sempre TTML o sue ulteriori 
specializzazioni (cfr. §2.11). 
22. Gli altri tipi di metadati locali sono codificabili in file XML senza ulteriori vincoli 
di specializzazione, associati a particolari istanti della timeline e raggruppati in uno 
o più buste. Ciascun siffatto contenitore di metadati costituisce un flusso isocrono di 
documenti XML (ISXD). Si racco manda di avere un file MXF separato per ogni 
tipologia macroscopica di metadati.55 
23. Allo scopo di incrementare l’interoperabilità, accanto agli standard che 
descrivono i componenti generici di IMF , ve ne sono altri che descrivono i suoi 
schemi operativi, chiamati “Applicazioni”. In questi documenti vengono descritti 
ulteriori vincoli tecnici che armonizzano gli IMP formati per determinate finalità, 
come ad esempio i codec da usare per le essenze, la loro risoluzione, le specifiche 
sugli spazi-colore e altre informazioni colorimetriche, la suddivisione delle tracce 
audio multicanale in “campi sonori”, la compressione audio -video, il for mato dei 
sottotitoli, e così via. Molte di queste Applicazioni sono diventate standard di 
consegna per diversi attori del mercato cinetelevisivo, soprattutto nel campo 
SVOD 
(distribuzione a consumo via etere/satellite/internet). 
24. Sebbene IMF resti un formato specifico per i settori cinetelevisivi, all’interno di 
questi è fortemente raccomandata la produzione di documenti in questo formato : 
sia nei casi di documenti “semilavorati”, per i quali siano cioè previsti ulteriori 
 
54 Bisogna ricordare che, sebbene IMF  sia un formato adatto per la post -produzione e l’archiviazione, il suo uso 
principale è come master cinetelevisivo, da i ntendersi successivamente convertito in formati specifici agli scopi di 
post-produzione, distribuzione e conservazione. 
55 Ad esempio 4 file MXF per contenere 4 differenti ISXD: uno con l’elenco dei nomi di attori e/o personalità presenti 
in ad ogni cambio di scena; uno con informazioni di produzione ad ogni cambio scena (illuminazione, ottiche, 
parametri delle configurazioni della cinepresa); uno con parametri relativi al restauro fotogramma per fotogramma 
(difetti fisici della pellicola sia riparati che so lo individuati, finestra del fotogramma completo da cui è estratto il 
fotogramma cinetelevisivo, ecc.); uno con informazioni di postproduzione e visualizzazione in tempo reale 
(correzione del colore in 
HDR, parametri degli effetti speciali, coordinate giroscopiche della camera, ecc.). 

 
adattamenti quali mo ntaggio, doppiaggio o altro; sia qualora il contenuto sia 
destinato ad archiviazione a lungo termine e conservazione. Le PP.AA. di settore sia 
adoperano per adottare il formato IMF per tali scopi nel minor tempo possibile. 
25. Per le organizzazioni che manipolano un elevato numero di IMP, si raccomanda 
l’uso di un applicativo di gestione dei contenuti che –sfruttando i file sidecar di cui 
all’articolo 18– consenta una migliore razionalizzazione degli storage contenenti tali 
contenuti, tramite il tracciamento completo dei file costituenti ogni pacchetto IMP. 
 
MATROSKA FORMATO CONTENITORE 
Nome completo Matroska 
 Estensione/i .mkv,  .mka,  .mks,  .mk3d 
Magic number 0x1A45DFA3 
Tipo MIME video/x-matroska,  audio/x-matroska 
Sviluppato da comunità open source 
Tipologia di 
standard 
aperto (licenza  CC BY 4.0), de facto, 
binario 
Livello 
metadati 3 
Derivato da Multimedia Container Format (MCF), 
Extensible Binary Meta Language (EBML) 
Revisione 1.4.9  (20 aprile 2017) 
Riferimenti • www.matroska.org 
• github.com/Matroska-Org 
• matroska-org.github.io 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Generale con obbligo in lettura 
Racc. per la 
scrittura 
Generale; raccomandato per la produzione 
non cinetelevisiva di contenuti 
cronologicamente continui 
 
26. Il contenitore Matroska è un altro formato estremamente versatile capace di 
contenere molteplici essenze di vario tipo. Se ne raccomanda inoltre l’uso in tutti i 
campi della produzione audiovisiva, salvo nei casi d’uso specifici della post -
produzione o sua archiviazione, dove so no preferibili formati contenitori più 
professionali, quali MXF ovvero MP4. 
 
WEBM FORMATO CONTENITORE 
Nome completo WebM 
 Estensione/i .webm,  .weba 
Magic number 0x1A45DFA3 
Tipo MIME video/webm,  audio/webm 
Sviluppato da Google;  On2 Technologies 
Tipologia di 
standard 
proprietario (licenza tipo BSD), de 
facto, binario 
Livello 
metadati 1 
Derivato da Matroska,  VP9 (video),  Vorbis (audio) 

 
Revisione 2018 
Riferimenti • www.webmproject.org 
• www.matroska.org 
• www.vorbis.com 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Generico; raccomandata la lettura 
Racc. per la 
scrittura 
Generico; raccomandata la produzione per 
brevi clip finalizzate alla distribuzione 
via internet 
 
27. Il contenitore WebM è ad oggi uno degli standard de facto per la condivisione 
di contenuti audiovisivi sottoforma di flussi in streaming  via internet. È in pratica 
costituito dalla combinazione di una busta Matroska, del codec VP9 per le essenze 
video e di quello Vorbis per le essenze audio. 
 
MPEG2-TS FORMATO CONTENITORE 
Nome completo MPEG-2 Transport Stream 
 Estensione/i .ts,  .m2ts 
Magic number G 
Tipo MIME video/MP2T 
Sviluppato da Moving Picture Experts Group 
Tipologia di 
standard 
aperto, estendibile, de iure, robusto, 
binario 
Livello 
metadati 1 
Derivato da MPEG-2 
Revisione 2018 
Riferimenti • ISO/IEC 13818-1:2018 
• ITU-T Recommendation H.222.0  (2018) 
• ETSI TS-101-154 v2.6.1  (2019) 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Generale raccomandato 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; raccomandato per la produzione 
finale di contenuti cronologicamente 
continui 
 
MPEG2-PS FORMATO CONTENITORE 
Nome completo MPEG-2 Program Stream 
 Estensione/i .mpg,  .mpeg,  .vob,  .m2p 
Magic number 0x0001BA 
Tipo MIME video/MP2P 
Sviluppato da Moving Picture Experts Group 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, binario 
Livello 
metadati 1 
Derivato da MPEG-2 
Revisione 2018 

 
Riferimenti • ISO/IEC 11172-3:1993 
• ISO/IEC 13818-1:2018 
• ITU-T Recommendation H.222.0  (2018) 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Generale; raccomandato 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; sconsigliato per 
archiviazione/conservazione 
 
28. L’MPEG-2 Transport Stream (TS) e Program Stream (PS) sono due formati busta 
utilizzati per contenere essenze audiovisive, in due scenari di utilizzo diversi: 
• MPEG2-TS, introdotto originariamente per  una riproduzione sequenziale 
sotto forma di flusso digitale (cfr. § 1.1.1) trasmesso attraverso un canale di 
comunicazione non affidabile, quale ad  esempio il “digitale terrestre”;56 per 
questo motivo l’MPEG2-TS è dotato di messaggi di verifica dell’integrità legati 
a meccanismi di protezione del flusso digitale.  Adotta inoltre una 
disposizione interlacciata delle essenze per migliorare le prestazioni dovute 
allo scenario d’uso della riproduzione sequenziale. 
• MPEG2-PS, introdotto originariamente per la distribuzione televisiva aerea o 
via cavo, è disegnato per contenere flussi audiovisivi digitali (cfr. §1.1.1, con 
estensioni preferite .mpg  e .mpeg), insieme ai metadati necessari al 
mantenimento della sincronia, al controllo di qualità della banda impiegata e 
all’organizzazione del canale di comunicazione di tipo televisivo (e.g. 
supporta il numero e il nome del programma/canale, ecc.) . L’
MPEG2-PS è 
disegnato per la riproduzione casuale ed è adottato come contenitore per le 
evidenze informatiche nei dischi di formato DVD e simili (adottando, in 
questo caso, l’estensione .vob). 
29. Inizialmente questi formati di busta supportavano codec della famiglia MPEG-2, 
anche se è possibile utilizzare altri tipi di codec. 
 
AVI FORMATO DI FILE 
Nome completo Advanced Video Interleave 
 Estensione/i .avi 
Magic number RIFF 
Tipo MIME video/avi,  video/msvideo 
Sviluppato da Microsoft Corporation 
Tipologia di 
standard proprietario (libero), de iure, binario 
Livello 
metadati 3 
Derivato da Resource Interchange File Format (RIFF) 
Revisione 2008 
 
56 Cioè i canali di comunicazione che seguono gli standard di comunicazione denominati DVB della ITU e della EBU. 

 
Riferimenti • Microsoft, AVI RIFF File Reference, vs.85 
(2008) 
• RFC-2361 
• Hackaday, AVI File Format 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Generale con obbligo in lettura 
Racc. per la 
scrittura 
Generale; sconsigliata la produzione 
 
30. Il formato di busta AVI è una declinazione del più generico formato contenitore 
RIFF (da cui derivano anche WAVE e AIFF nel campo audio, cfr. § 2.9). È stato, 
storicamente, uno dei primi formati di contenitore destinato a documenti 
audiovisivi e dunque a supportare l’uso di codec molteplici per le sue essenze. La 
mancanza di particolari metadati professionali, tuttavia, oltre ad una poca 
descrizione dei codec impiegati, lo rendono poco adatto ad usi professionali, perciò 
se ne sconsiglia l’uso per la creazione di nuovi file laddove vi sia un’alternativa 
possibile. 
 
OGG FORMATO CONTENITORE 
Nome completo Ogg encapsulated format 
 Estensione/i .ogg,  .oga,  .ogv 
Magic number OggS 
Tipo MIME audio/ogg,  video/ogg,  application/ogg 
Sviluppato da comunità open source 
Tipologia di 
standard 
aperto (licenza tipo BSD), de iure, 
binario 
Livello 
metadati 3 
Derivato da — 
Revisione 0  (2003) 
Riferimenti • RFC-3533 
• RFC-5334 
• xiph.org/vorbis 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; raccomandata lettura 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; sconsigliata post-produzione 
cinetelevisiva 
 
31. Il formato O GG è un contenitore completamente aperto ed estremamente 
versatile, raccomandato per l’archiviazione di essenze audio, ma al di fuori del caso 
d’uso cinetelevisivo, dove si raccomandano altri forati di file. 
 
QUICKTIME FORMATO CONTENITORE 
Nome completo QuickTime™ File Format 
 Estensione/i .mov,  .qt 
Magic number 0x00000000 moov 

 
Tipo MIME video/quicktime 
Sviluppato da Apple 
Tipologia di 
standard 
proprietario, estendibile, de facto, 
deprecato 
Livello 
metadati 4 
Derivato da — 
Revisione 2016 
Riferimenti • Apple, QuickTime File Format 
Specifications  (2016)  
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Generale; raccomandata la lettura 
Racc. per la 
scrittura 
Generale; sconsigliata la produzione 
 
32. Il contenitore QuickTime, di proprietà della Apple, è stato a lungo uno dei 
contenitori più usati per le essenze multimediali, grazie soprattutto alla sua 
estendibilità. Nonostante si tratti di un formato aperto (la Apple pubblica e revisiona 
continuamente le sue specifiche tecniche), ne detiene la proprietà intellettuale e ne 
ha solo parzialmente liberalizzato la produzione al di fuori di applicativi o dispositivi 
hardware di proprietà della Apple o vincolati da accordi di licenza. Per questo 
motivo, nonostante ne sia fortemente consigliata la capacità di riproduzione da parte 
di tutte le organizzazioni che utilizzano, elaborano, o producono contenuti 
audiovisivi, la produzione di nuovi contenuti in questo formato è fortemente 
sconsigliata (a meno che non sia l’unico formato supportato da specifici applicativi). 
Inoltre la smpte e la iso hanno derivato dal QuickTime il formato 
MP4, 
completamente aperto. 
 
DCP FORMATO DI PACCHETTO 
Nome completo SMPTE Digital Cinema 
Package 
 Estensione/i [.pkl|cpl].xml,  .mxf,  
… 
Tipologie MIME application/xml,  /mxf,  
… 
Sviluppato da Society of Motion Picture and 
Television Engineers 
Tipologia di 
standard 
proprietario (libero), estendibile, de 
iure 
Livello 
metadati 3 
Derivato da DCP della DCI (Digital Cinema 
Initiative) e “InterOp” 
Revisione 1.3  (2018) 

 
Riferimenti Famiglie di standard (‘ST’), prassi 
raccomandate (‘RP’), regole tecniche (‘EG’) 
429–433 della SMPTE: 
• pacchetto:   ST429-2:2009,  ST429-3:2007,  
ST429-6:2006,  ST429-7:2006,  ST429-8:2007,  
ST429-9:2007 
• video:   ST429-4:2006,  ST428-11:2009,  
ST428-21:2011,  ST428-2:2006,  EG432-
1:2010; 
• audio:   ST428-1:2006,  ST428-2:2006,  
ST428-3:2006 
• sottotitoli:   ST429-5:2009,  ST429-
12:2008,  ST428-21:2011; 
• www.smpte.org 
• www.dcimovies.com 
Conservazione No  (cfr. §2.8 per i sottotitoli) 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; raccomandato per la 
distribuzione e post-produzione 
cinematografica 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; raccomandato per distribuzione 
e (non criptato) per archiviazione di 
contenuti cinematografici 
 
33. Il formato di pacchetto per il cinema digitale (DCP, digital cinema package in inglese) 
è un pacchetto di file il cui scopo è contenere una copia di conten uto 
cinematografico da distribuire nelle sale di proiezione. Esistono due tipi di standard 
DCP: quello della Digital Cinema Initiatives (DCI), ora obsoleto, e quello della SMPTE, 
più recente, che attualmente supporta tutte le novità tecniche. 
34. Un DCP è costituito da file multimediali MXF , con schema operativo OP2b, 
contenenti separatamente almeno una traccia audio (in formato PCM non 
compresso) e una video (con compressione inter-frame di tipo wavelet),57 più alcuni 
sidecar file in XML. Da questo punto di vista, l’architettura del pacchetto è simile a 
quella del formato di master interoperabile (IMF, sopra descritto). Ciò che rende le 
DCP peculiari sono i vincoli ai formati audiovisivi delle sale teatrali ; la possibilità, 
mediante messaggi inseriti in specifici istanti della timeline della composizione, di 
comandare operazioni in sala quali il controllo del proiettore, del sistema di tende, 
sipari e luci, o di altri dispositivi di intrattenimento proprietari; la possibilità di cifrare 
l’intero contenuto sbloccandolo soltanto con una chiave crittografica (cfr. § 2.16) 
generata in maniera sicura, tipicamente dallo stesso applicativo che ha masterizzato 
la DCP. 
35. Le DCP cifrate hanno infatti tutti i loro file MXF cifrati, ciascuno mediante 
crittografia simmetrica (algoritmo AES) con chiave-contenuto a 256 bit . La chiave -
contenuto di ciascun MXF è sempre archiviata e distribuita cifrata da una chiave 
pubblica (RSA), la cui corrispondente chiave privata è confidenzialmente mantenuta 
 
57 La compressione impiegata, visivamente priva di perdite ( visually lossless  in inglese), è la medesima utilizzata 
dall’algoritmo JPEG2000, cfr. §2.7. 

 
da dispositivi certificati dalla DCI — tipicamente dispositivi di masterizzazione o 
riproduzione del contenuto (atta ccati ai proiettori delle sale cinematografiche), ai 
quali viene distribuita l’evidenza informatica contenente la chiave- contenuto da 
sbloccare per riprodurre il DCP. Tale evidenza è formata in un particolare file 
chiamato KDM  (cfr. §2.16). 
36. L’uso della crittografia per proteggere i DCP pone tuttavia diverse problematiche 
in merito all’archiviazione a lungo termine e alla conservazione dei documenti 
cinetelevisivi in tale formato: in seguito a smarrimento o a scadenza naturale dei 
certificati a chiave pubblica , infatti, non sarebbe più possibile generare altre KDM 
che potrebbero sbloccare la DCP. 
37. Mentre da una parte si raccomanda che le organizzazioni dedicate alla 
produzione e riproduzione di opere cinematografiche compiute siano in grado di 
riprodurre almeno le DCP non cifrate, si sconsiglia alle medesime organizzazioni di 
produrre DCP, salvo per le seguenti finalità: 
• DCP non criptate per finalità di archiviazione a lungo termine e conservazione 
del master dedicato alla proiezione cinematografica; 
• DCP criptate per la sola finalità di distribuzione nelle sale cinematografiche. 
85. Si sconsiglia di produrre DCP secondo lo standard DCI (ovvero secondo lo 
standard de facto  e intermedio fra i due qui elencati, denominato “InterOp”), 
favorendo invece lo standard de iure SMPTE in quanto è l’unico a supportare, 
mediante aggiornamenti lenti ma costanti delle specifiche, le migliorie tecnologiche 
delle sale cinematografiche, sia in campo audio, che video, che intrattenimento di 
sala in generale. 
39. Si raccomanda alle organizzazioni che archiviano un contenuto in formato 
DCP 
di archiviarne anche una versione in un formato indipendente dalle caratteristiche 
tecniche di una sala cinematografica digitale, quali quelli individuati in questo stesso 
capitolo. 
 
DCDM FORMATO DI PACCHETTO 
Nome completo Digital Cinema Distribution Master 
 Estensione/i .tif/.tiff,  .wav 
Tipologie MIME image/tiff,  sound/wav 
Sviluppato da Society of Motion Picture and 
Television Engineers 
Tipologia di 
standard 
aperto, estendibile, retrocompatibile, 
de iure 
Livello 
metadati 2 
Derivato da Tagged Information File Format 
Revisione 1.3  (27 giugno 2018) 

 
Riferimenti Famiglia ST428 di standard/prassi SMPTE: 
• video:   ST428-1:2006,  ST428-5:2010,  
ST428-9:2008, RP428-6:2009;   Adobe® TIFF™ 
Revision 6.0 (1992) 
• audio:   ST428-2:2006,  ST428-3:2006,  
ST428-4:2010, ST428-3:2006;   EBU – Tech 
3285-1 2.0 (2001) 
• sottotitoli:   ST428-7:2010,  ST428-
10:2008,  ST429-5: 2009;   ST428-5:2010 
• www.smpte.org  
Conservazione Sì  (cfr. §2.8 per i sottotitoli) 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; obbligatorio per la post-
produzione e distribuzione cinematografica 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; raccomandato per 
l’archiviazione di contenuti per la 
distribuzione cinematografica, previa 
riversamento in pacchetto IMF Application 
#4 
 
40. Il master per la distribuzione del cinema digitale ( DCDM) è un altro formato 
basato su sequenze di fotogrammi, ove l’essenza audio è costituita da file WAVE 
monaurali (uno per ciascun canale stereo, 5.1 ovvero 7.1) mentre l’essenza audio è 
costituita da file TIFF adeguatamente formati (cfr. §2.6), che codificano l’immagine 
nello spazio -colore DCI X’Y’Z’, basato su code-value a numeri interi e sulla 
colorimetria riferita alla luce proiettata  su uno schermo bianco, che però, da un 
punto di vista teorico, comprende ogni colore visibile da un “osservatore standard”. 
Il pacchetto 
DCDM, così come il DCP sopra descritto, esistono in due versioni: uno 
primo standard de facto della DCI e il più recente standard de iure della SMPTE, cui ci si 
raccomanda di attenersi. 
41. Sebbene la lettura del DCDM sia obbligatoria per le organizzazioni che si 
occupano della post -produzione e della masterizzazione per il cinema digitale, 
nonché fortemente consigliata per l’archiviazione a lungo termine dei contenuti 
cinematografici, si consiglia altresì la produzion e dei futuri master cinematografici 
nel formato IMF , che presenta caratteristiche di maggior interoperabilità con le 
filiere contemporanee di distribuzione cinematografica, oltre a supportare un 
maggior numero di metadati e di resilienza alle riedizioni. 
42. Si consiglia il riversamento di tutti i pacchetti 
DCDM in pacchetti IMF 
Application #4 (cosiddetta “Cinema mezzanine”). 
 
CINEMADNG FORMATO DI FILE 
Nome completo Adobe® CinemaDNG™ 
 Estensione/i .dng;  .wav 
Specializzazione 
di TIFF/EP 
Tipo MIME video/x-adobe-dng 
Sviluppato da Adobe Systems 

 
Tipologia di 
standard 
proprietario (brevettato), estendibile, 
de iure, binario 
Livello metadati 2 
Derivato da Adobe® DNG 
Revisione 1.1.0.0  (2011) 
Riferimenti • Adobe, CinemaDNG image data format 
specification v1.1.0.0, 2011 
• Adobe, Digital Negative (DNG) 
Specification v1.4.0.0, 2012 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; fortemente raccomandato per 
archiviazione, conservazione e post-
produzione fotocinematografica 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; fortemente consigliato per 
archiviazione/ conservazione fotografica; 
consigliato riversamento su IMF in caso 
cinematografico 
 
43. Il formato CinemaDNG™ è una specifica aperta della Adobe per rappresentare 
il video professionale sotto forma di sequenze di fotogrammi, ove ciascun file è 
rappresentato come DNG. 
 
D.I. BASATO SU EXR FORMATO DI PACCHETTO 
Nome completo Digital Intermediate 
 Estensione/i .exr;  .wav 
Tipologie MIME image/exr,  sound/wav 
Sviluppato da major film studio 
Tipologia di 
standard aperto, retrocompatibile, de facto 
Livello 
metadati 2 
Derivato da — 
Revisione — 
Riferimenti • www.smpte.org  
Conservazione Sì 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; obbligatorio in post-produzione 
cinetelevisiva 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; fortemente raccomandato per 
l’archiviazione cinetelevisiva; 
consigliato riversamento in IMF 
 
D.I. BASATO SU DPX FORMATO DI PACCHETTO 
Nome completo Digital Intermediate 
 Estensione/i .dpx;  .wav 
Tipologie MIME image/x-dpx,  sound/wav 
Sviluppato da Technicolor;  Kodak 
Tipologia di 
standard 
aperto, retrocompatibile, de facto, 
deprecato 
Livello 
metadati 2 

 
Derivato da — 
Revisione — 
Riferimenti — 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; obbligatorio in post-produzione 
cinetelevisiva 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; consigliato per archiviazione 
di scansioni da pellicola 
cinematografica; consigliato riversamento 
in IMF, ovvero in DI basato su EXR 
 
44. Il nome Digital Intermediate  (DI) indica il processo di post -produzione 
cinematografica digitale che ha soppiantato l’analogo processo fotochimico su 
pellicola da 16mm, 35mm o 65mm. Agli albori della post -produzione digitale, 
quando la fotografia era prevalentemente su pellicola negativa e la proiezione nelle 
sale basata su pellicole positive, il processo DI cominciava con la scansione digitale 
del negativo già sviluppato –fotogramma per fotogramma – e terminava con la 
stampa digitale (film-out, in inglese) su pellicola internegativa o interpositiva di pari 
calibro, da cui venivano poi stampate le copie positi ve in 35mm o 70mm per la 
distribuzione. Con l’avvento predominante delle cineprese digitali da un lato del 
processo e i proiettori per il cinema digitale dall’altro, il termine di è oggi diventato 
semplice sinonimo di post -produzione interamente digitale. È rimasta comun que 
l’esigenza di memorizzare i contenuti video in pacchetti di file a “sequenza di 
fotogrammi” (cfr. §2.12) in quanto ciò rende più semplice la modifica di singole 
scene, parti di scene e persino fotogrammi individuali — sia dal punto divista dello 
storage ove il contenuto è memorizzato, che delle p restazioni degli applicativi 
impiegati. Per gli stessi motivi, le sequenze di fotogrammi non utilizzano 
compressione, o al più utilizzano algoritmi lossless (dunque, considerando la 
sequenza di fotogrammi come un unico flusso video, si tratta sempre di 
compressione intra -frame, cfr. § 2.10). La suddivisione in “rulli” (cioè clip 
audiovisive della durata di 15 –25 minuti circa 58) è di solito rispettata divi dendo le 
sequenze di fotogrammi in sottocartelle del medesimo pacchetto 
45. L’audio viene invece codificato in uno o più file WAVE (cfr. §2.9), tipicamente 
monoaurali, uno per canale. Non esistono veri e propri documenti che descrivono 
tali specifiche, così come la loro archiviazione a lungo termine (storicamente in 
nastri digitali 
LTO mediante il formato di archiviazione TAR, cfr. § 2.13): si tratta, 
dunque, di uno vero e proprio standard de facto. 
46. Per quanto riguarda il formato di file usato per i singoli fotogrammi, il DI 
tradizionale ha da molto tempo adottato il formato DPX (creato dalla Kodak® come 
evoluzione del Cineon™ e standardizzato poi dalla SMPTE, cfr. §2.6), in quanto tale 
formato permette nativamente la rappresentazione digitale della densitometria di 
 
58 Considerando un framerate di 24fps tipico del cinema, questo equivale dai 20'000 ai 30'000 fotogrammi. 

 
una pellicola negativa scansionata, ovvero di una positiva stampata, oltre a 
supportare metadati tipici della postproduzione cinematografica. 59 Il formato DPX 
tuttavia, nonostante sia attualmente sotto revisione da parte di SMPTE, non è più 
adeguato agli standard di archiviazione multimediale moderni, a causa della poca 
efficacia nel mantenere metadati inerenti alle annotazioni o alla codifica 
colorimetrica. Per questo e altri motivi, come ad esempio le esigenze tecniche della 
computer-grafica (
CG) e degli effetti speciali digitali ( VFX), i pacchetti DI 
contemporanei hanno abbandonato il formato DPX in favore di OpenEXR 
(anch’esso introdotto in §2.6). 
47. Si raccomanda a tutti gli enti operanti nel settore della post -produzione 
cinematografica di poter leggere pacchetti di file di entrambe i tipo , anche se si 
sconsiglia fortemente la produzione di nuove sequenze di fotogrammi in formato 
DPX (in favore del f ormato OpenEXR). Per la produzione di nuovi pacchetti 
destinati all’archiviazione o conservazione, si raccomanda inoltre l’impiego dell’IMF 
(sopra descritto), per la sua maggiore capacità di interoperabilità e riusabilità. 
 
AMF FORMATO DI PACCHETTO 
Nome completo ACES Metadata File 
 Estensione/i .amf 
Tipologie MIME application/amf+xml 
Sviluppato da Academy of Motion Picture Arts and 
Sciences 
Tipologia di 
standard 
aperto, estendibile, retrocompatibile, 
testuale 
Livello 
metadati 3 
Derivato da ACESclip 
Revisione 1.2  (2019) 
Riferimenti Standard e bollettini tecnici dell’AMPAS: 
• TB-2014-009, ACES clip-level metadata 
file format 
• S-2014-006, A common file format for 
Look-Up Tables 
• TB-2014-012, ACES version 1.0 component 
names 
• TB-2014-010, design, integration and use 
of ACES LMT 
• www.oscars.org/aces 
• www.acescentral.com 
Conservazione Sì 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; consigliato in post-produzione 
cinetelevisiva 
 
59 Quali il TimeCode (cfr. §2.12) e il KeyCode™: quest’ultimo, in pratica, un UID che si associa al singolo fotogramma 
–addirittura della singola perforazione – al numero di serie di ogni rullo, insieme alla sua marca ed emulsione 
fotochimica. 

 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; consigliato in post-produzione, 
archiviazione e conservazione di 
contenuti cinetelevisivi in ACES 
 
48 Il formato ACESclip è un dialetto XML  riservato ad un file sidecar  che possa 
accompagnare diversi tipi di file video, all’interno di un processo di trasporto, 
elaborazione o archiviazione di contenuti che rispetti, colorimetricamente, il sistema 
ACES introdotto in § 2.6. In particolare si consiglia di affiancare un file ACESclip 
(estensione .ACESclip.xml) sia a file con contenuti compatibili alle specifiche 
colorimetriche ACES (in pratica, il solo spazio -colore ACES2065-1 descritto nello 
standard ST2065-1). 
 
XDCAM FORMATO DI PACCHETTO 
Nome completo XDCAM™ package 
  Estensione/i .mxf,  .xml,  … 
Tipologie MIME application/mxf, /xml,  
… 
Sviluppato da Sony Corporation 
Tipologia di 
standard proprietario (chiuso), de facto 
Livello 
metadati 4 
Derivato da — 
Revisione — 
Riferimenti — 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Speciale; raccomandato in post-produzione 
e distribuzione di contenuti 
cinetelevisivi 
Racc. per la 
scrittura 
Speciale; sconsigliata la produzione 
 
49. Il formato di pacchetto proprietario XDCAM è utilizzato da alcune cinecamere 
della Sony Corporation, anche se il nome XDCAM™ si riferisce a una gamma ben 
più ampia di prodotti per il video professionale, inclusi dispositivi di archiviazione 
(Professional Disc, ovvero dischi P2) e di riproduzione. Come formato di pacchetto, 
XDCAM prevede una ramificazione in sottocartelle predefinite, l’uso di vari codec 
video (e.g. DV, MPEG-2 parte 2 , MPEG-4 ovvero M4V), più alcuni file XML di 
contorno, che ne descrivono i metadati e il pacchetto d’insieme. A causa delle licenze 
d’uso legate al formato, se ne sconsiglia fortemente l’uso per la produzione di nuovi 
contenuti (salvo laddove il capitolato tecnico di consegna  lo preveda come unica 
opzione per una data qualità oggettiva). Tuttavia, la sua ampia diffusione come 
standard de facto impone di considerarlo come formato da poter aprire da parte delle 
organizzazioni che si occupano di post-produzione o masterizzazione dei contenuti. 

 
2.12.1 Raccomandazioni per la 
produzione di documenti 
1. Per quanto riguarda la produzione di documenti audiovisivi in generale, come 
verrà anche ribadito nel capitolo sul riversamento (§ 3.3), si raccomanda una 
valutazione di interoperabilità su tutti i formati di tutte impiegati in un documento 
informatico multimediale. In particolar modo, qualora il contenuto audiovisivo sia 
rappresentato da un pacchetto di file (ove, tipicamente, ciascun file descrive 
metadati, singole essenze o loro porzioni) andrà valutata l’interoperabilità del 
formato del pacchetto, seguito dall’interoperabilità di ogni file potenzialmente 
contenuto in esso . Per ciascun file andrà valutata l’interoperabilità del formato 
contenitore ( wrapper, cfr. § 1.1.1), se del caso , la tipologia di essenze in esso 
rappresentate e dunque l’interoperabilità dei codec usati da ciascuna essenza nel 
contenitore. 
2. Relativamente ai soli formati di contenitori e pacchetti multimediali oggetto di 
questa sezione, si fanno le seguenti raccomandazioni: 
• Per contenuti audiovisivi, prevalentemente di natura cinetelevisiv a o 
comunque con destinazioni d’uso professionali  –siano essi master per la 
distribuzione tramite i canali della televisione tradizionale o OTT– da 
sottoporre o meno a procedimenti di archiv iazione o conservazione, si 
raccomanda particolarmente il formato master interoperabile  (IMF). Tale 
formato di pacchetto di file consente, tecnicamente, una separazione delle 
essenze (anche relativamente a edizioni multiple e localizzazione); 
operativamente, può trasportare anche la separazione del contenuto in sue 
parti funzionali (e.g. marche e loghi iniziali, prologo, titoli di testa, “capitoli”, 
titoli di coda, ecc.). In entrambe i casi, tali separazioni possono essere 
sfruttate in caso di riedizione, t rasporto e archiviazione, allo scopo di 
minimizzare tempi, risorse computazionali e occupazione di storage, 
riducendo i costi infrastrutturali e migliorando al contempo le caratteristiche 
archivistiche del contenuto. Si raccomanda, tuttavia, di formare i p acchetti 
IMF secondo una specifica “Applicazione” (anch’esse standardizzate dalla 
SMPTE) relativa al dato contenuto, in modo da estendere l’interoperabilità con 
le aziende di settore che le adottano. Il formato IMF può invece non essere 
ideale quando si verificano una o più delle seguenti condizioni: 
o sia necessario conservare le essenze audiovisive senza perdita di qualità 
della compressione, 
o non via sia un’Applicazione IMF adeguata al processo, o 
o sia necessaria una modifica del contenuto per cui è preferibile l’utilizzo 
di sequenze di fotogrammi (cfr. qui sotto). 

 
• Per contenuti sempre con destinazioni d’uso professionale (prevalentemente 
cinetelevisivi) ove sia necessario preservare la massima qualità video (tramite 
assenza di compressione o l’uso di compres sione lossless) e, al contempo, è 
preferibile un approccio basato su sequenze di fotogrammi, si raccomanda 
l’uso di DI basato su EXR. 
• Per particolari casi d’uso cinetelevisivi, vincolati a specifiche regole tecniche, 
è possibile adottare altri formati, come ad esempio: 
o il pacchetto di cinema digitale (DCP) per la distribuzione finale dei film 
nelle sale cinematografiche;60 
o il DI basato su sequenze di DPX per contenuti scansionati da pellicole 
cinematografiche e non ulteriormente elaborati; 
o l’MPEG2 per la sola trasmissione dei contenuti come flussi in tempo -
reale (e.g. televisione via cavo, satellitare, ovvero OTT). 
• Per tutti gli altri tipi di contenuto, si raccomanda l’utilizzo di un solo file 
contenitore che racchiuda tutte le essenze e i metadati necessari comunque 
alla riproduzione del documento audiovisivo. In particolar modo, si 
raccomanda l’utilizzo del wrapper MXF, in quanto potenzialmente integrabile 
con funzionalità avanzate che rendono facilmente riutilizzabile un contenuto 
generico anche in ambiti professionali. 
• Per contenuti audiovisivi generici, ove sia prioritario facilitarne la 
riproduzione da parte di applicativi di larga diffusione (anziché dotarlo di un 
contenitore professionale che supporti metadati interoperabili e una migliore 
facilità di riversamento), si raccomanda in particolar modo il wrapper 
MP4. 
2.13 Archivi compressi 
1. Nota Bene : Alcuni dei pacchetti di file oggetto del presente Allegato sono di 
fatto creati, come ultimo passaggio, impacchettando una porzione di filesystem (cfr. 
§1.1.2) in un unico file compresso, utilizzando formati descritti nel presente capitolo 
o meno. Tali documenti sono dunque rappresentati, grazie a questo stratagemma 
tecnico, da un unico file anziché da un pacchetto —  con indubbi vantaggi sia 
operativi che normativi. 
2. Alcuni di questi formati mantengono l’estensione file del formato di archiviazione 
sopra descritto (e.g. .zip , .tar,.7z, …); altri utilizzano estensioni proprie (e.g. 
.docx/.xlsx/.pptx, .od?, .woff/.woff2, .jar, .apk, .ipa). 
 
60 Si sconsiglia di utilizzare il DCP come formato per archiviazione e conservazione per via della compressione 
jpeg2000 delle essenze video e, soprattutto, a causa della crittografia a chiave mista pubblica/privata con cui vengono 
formate le copie per le sale e che rischia, senza una corretta gestione delle chiavi crittografiche (cfr. §2.16), di rendere 
inutilizzabile il documento archiviato in DCP. 

 
3. Un tipico esempio ove sono impiegate entrambe le convenzioni è rappresentato 
quando il documento, originariamente costituito da più file, è riversato in un unico 
file mediante due passaggi distinti e consecutivi: prima viene “pacchettizzato” in un 
unico file; successivamente tale file viene compresso usando un formato a scelta tra 
una pluralità di formati (e i corrispondenti algoritmi di compressione). Molto 
diffuso è l’uso della pacchettizzazione in formato TAR seguita da compressione, ove 
si adottano due nam ing convention alternative: quella con ‘doppia estensione ’ 
(all’estensione .tar viene concatenata quella dello specifico algoritmo di 
compressione) e quella ove un’unica estensione di file indica la concatenazione dei 
due formati. Tale dualismo si trova, a d esempio, per le compressioni GZIP (.tar.gz 
ovvero .tgz), BZIP2 (.tar.bz2 / .tbz), 7-Zip (.tar.7z / .t7z), LZMA (.tar.lzma / .tlz), XZ 
(.tar.xz e .txz), ecc. 
 
TAR FORMATO CONTENITORE 
Nome completo UNIX Standard Tape Archive (TAR)  
 Estensione/i .tar 
Magic number ustar 
Tipo MIME application/x-tar 
Sviluppato da comunità open source 
Tipologia di 
standard 
aperto, retrocompatibile, de iure, 
binario 
Livello 
metadati 1 
Derivato da PKZIP 
Revisione 7  (2017) 
Riferimenti • IEEE 1003.1:2017, POSIX base 
specifications, issue 7 
• GNU, Basic Tar Format,  (2017) 
Conservazione Sì, ma dipende dal contenuto della 
busta TAR 
Racc. per la 
lettura 
Generico; obbligatoria la lettura 
Racc. per la 
scrittura 
Generico; raccomandata la produzione per 
archivi su nastri digitali generici o 
file applicativi Linux/UNIX 
 
 
ZIP FORMATO CONTENITORE 
Nome completo Zip 
 Estensione/i .zip,  .zipx 
Magic number PK 0x[0304|0506|0708]  
Tipo MIME application/zip 
Sviluppato da PKWARE® 
Tipologia di 
standard 
proprietario (libero), retrocompatibile, 
de iure, binario 
Livello 
metadati 3 
Derivato da PKZIP 

 
Revisione 6.3.5  (2018) 
Riferimenti • ISO/IEC 21320-1:2015 
• PKWARE, .ZIP File Format Specification, 
v6.3.5  (2018) 
Conservazione Sì, ma dipende dal contenuto della 
busta ZIP 
Racc. per la 
lettura 
Generico; obbligatoria dalla versione 
6.3.1  (2007) 
Racc. per la 
scrittura 
Generico; raccomandata la versione 6.3.1 
o precedenti 
 
 
GZIP FORMATO CONTENITORE 
Nome completo GNU Zip 
 Estensione/i .gzip 
Magic number 0x01F8B 
Tipo MIME application/gzip 
Sviluppato da comunità open source 
Tipologia di 
standard 
aperto (GNU LGPL), retrocompatibile, de 
iure, binario 
Livello 
metadati 1 
Derivato da PKZIP 
Revisione 6.3.5  (2018) 
Riferimenti • RFC-1952 
• RFC-6713 
• www.zlib.org/rfc-gzip.html 
Conservazione Sì, ma ipende dal contenuto della 
busta GZIP 
Racc. per la 
lettura 
Generico; obbligatorio 
Racc. per la 
scrittura 
Generico; raccomandato per archivi 
contenenti applicativi Linux/UNIX 
 
 
7-ZIP FORMATO CONTENITORE 
Nome completo 7-Zip compressed archive format 
 Estensione/i .7z 
Magic number 7z 0xBCAF271C 
Tipo MIME application/x-7z-compressed 
Sviluppato da Igor Pavlov 
Tipologia di 
standard 
aperto (GNU LGPL), retrocompatibile, de 
facto, binario 
Livello 
metadati 3 
Derivato da compressione Lempel-Ziv-Markov (LZMA) 
Revisione 18.06  (2018) 
Riferimenti • Pavlov I., LZMA SDK  (2018) 
Conservazione Sì, ma ipende dal contenuto della 
busta 7-Zip 

 
Racc. per la 
lettura 
Generico; consigliato 
Racc. per la 
scrittura 
Generico; consigliato 
 
 
RAR FORMATO CONTENITORE 
Nome completo Roshal Archive file format 
 Estensione/i .rar;  .r[00–99] 
Magic number Rar! 0x1A0700,   Rar! 0x1A070100 
Tipo MIME application/java-archive 
Sviluppato da Eugene (algoritmo) e Alexander 
(applicativi) Roshal 
Tipologia di 
standard aperto (lettura), proprietario (scrittura), retrocompatibile, de facto  
Livello 
metadati 3 
Derivato da compressione Lempel-Ziv-Storer-Szymański (LZSS)  
Revisione 5.61  (2018) 
Riferimenti • www.rarlab.com 
• theunarchiver.com 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Generico; altamente sconsigliato; valutare 
opportunità di riversamento in altro 
formati di archiviazione 
Racc. per la 
scrittura 
Generico; Sconsigliato. 
 
 
JAR FORMATO CONTENITORE 
Nome completo Java Archive file format 
 Estensione/i .jar 
Magic number 0x5F27A889 
Tipo MIME application/jar-archive 
Sviluppato da Verizon Media;  Oracle Corporation 
Tipologia di 
standard proprietario (libero), retrocompatibile, de facto, binario 
Livello 
metadati 3 
Derivato da ZIP 
Revisione 2018 
Riferimenti • Oracle,  JAR File Overview,  2018 
• Oracle,  JAR File Specification,  2018 
Conservazione Sì, ma dipende dal contenuto della 
busta JAR 
Racc. per la 
lettura 
Specifico; raccomandato in ambito ICT e 
sviluppo codice 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; raccomandato in ambito ICT e 
sviluppo codice in linguaggio Java 
 
 

 
ISO FORMATO CONTENITORE 
Nome completo Immagine di volume ISO9660 
 Estensione/i .iso 
Magic number CD001 (dal 32768,mo 34817,mo o 36865mo 
byte) 
Tipo MIME application/x-iso9660-image 
Sviluppato da International Organization  for 
Standardization 
Tipologia di 
standard 
proprietario (libero), retrocompatibile, 
de iure, binario 
Livello 
metadati 1 
Derivato da  
Revisione 6.3.5  (2018) 
Riferimenti • ECMA-119, 3rd Ed.  (2017) 
• ISO/IEC 13490-1:1995, […]: General 
• ISO/IEC 13490-2:1995, […]: Volume & file 
structure 
• ECMA-168, 2nd ed., 1994 
• Famiglia di standard 13346 della ISO/IEC 
• ECMA-167, Universal Disk Format (UDF), 3rd 
ed., 1997 
Conservazione Sì, ma dipende dal contenuto della 
busta ISO9660 
Racc. per la 
lettura 
Specifico; fortemente raccomandato in 
ambito ICT 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; raccomandato in ambito ICT per 
immagini normali e forensi di dispositivi 
di storage a blocchi 
 
4. Questo standard descrive prevalentemente due oggetti che possono a livello 
logico contenersi l’una nell’altra: 
1. un contenitore generico per la memorizzazione “byte per byte” di 
un’evidenza informatica  costituente il volume di un dispositivo di storage a 
blocchi (tipicamente ad accesso casuale); 
2. un filesystem (cfr. § 1.1.2), la cui specifica è codificata nello standard 
deprecato ISO 9660; 
4. Lo standard ISO 9660, obsoleto, è stato sostituito , sia come stor age che come 
filesystem virtuale, da altri due standard: l’ISO 13490, che è prevalentemente un suo 
aggiornamento; l’ISO 13346, denominato Universal Disk Format (UDF), che introduce 
invece contenitore e filesystem nuovi. In passato, diverse estensioni furono 
introdotte –come standard de facto però– da alcune organizzazioni: le Apple ISO9660 
Extensions (per il filesystem proprietario HFS+), l’IEEE P1282 (“Rock Ridge”), il 
Microsoft® “Joilet”, l’IBM “El Torito ”. Come filesystem invece, l’ ISO9660 (che 
continua a dare il nome al formato di file) e le sue estensioni furono originariamente 
impiegati per i dischi ottici di tipo 
CD, DVD e BluRay (BD) — nelle versioni “ROM” 

 
a sola-lettura o meno. Il formato, rappresentato in un unico file è stato utilizzato per 
distribuire immagini trasportabili di tali dischi, allo scopo di masterizzarli in un 
secondo momento. In una terza fase temporale, si è consolidato come standard de 
facto per conservare immagini “pseudoforensi” di versioni installabili o preinstallate 
di alcuni software, simulandone la distribuzione nell’obsoleto supporto informatico 
basato su disco. 
 
VMDK FORMATO CONTENITORE E DI PACCHETTO 
Nome completo Virtual Machine Disk Format 
 Estensione/i .vmdk 
Magic number KDMV 0x[01|02]000000 
Tipo MIME application/x-vmdk 
Sviluppato da VMware  (Dell Incorporated) 
Tipologia di 
standard 
aperto, retrocompatibile, de facto, 
binario o testuale 
Livello 
metadati 3 
Derivato da ISO 660 
Revisione VMFS-5  (2011) 
Riferimenti • VMware, Virtual Disk Format  (2011) 
• VMware, Virtual Disk Development Kit 
(VDDK) v6.7.1 
Conservazione Sì, ma dipende dal contenuto della 
busta VMDK 
Racc. per la 
lettura 
Usare SOS o applicativi commerciali nei 
reparti IT. 
Racc. per la 
scrittura 
Usare SOS o applicativi commerciali nei 
reparti IT. 
 
5. Il formato VMDK, proprietario VMware ma standard de facto , permette di 
rappresentare uno storage a blocchi in formato “sparso” (cioè rappresentando solo 
i blocchi effettivamente inizializzati dal dispositivo), in uso da parte di macchine 
virtuali e container. È un format o sia di contenitore che di pacchetto perché è 
disponibile in due varianti: nella prima è un singolo file che contiene sia l’header con 
i metadati interni, sia il contenuto a blocchi vero e proprio dello storage 
virtualizzato. Nella seconda variante, invec e, è costituito da un file di testo 
contenente i soli metadati più uno o più file binari contenenti solo la 
rappresentazione blocco per blocco di parti del dispositivo. 
 
DMG FORMATO CONTENITORE 
Nome completo Apple® Disk Image 
 Estensione/i .dmg 
Specializzazione 
di Immagine di volume ISO9660 
Tipo MIME application/x-apple-diskimage 
Sviluppato da Apple Incorporated 

 
Tipologia di 
standard proprietario (libero), retrocompatibile, de facto, binario  
Livello metadati 3 
Derivato da Apple New Disk Image Format  (NDIF,  
.img) 
Revisione — 
Riferimenti • newosxbook.com/DMG.html 
• Apple, File System Programming Guide  
(2018) 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Nessuna raccomandazione 
Racc. per la 
scrittura 
Valutare riversamento in altri formati 
per dati semplici. Conservare/archiviare 
i file .dmg in caso di backup di 
applicativi nativi Apple (macOS®, iOS®, 
ecc.). 
 
2.13.1 Raccomandazioni per la 
produzione di documenti 
1. La raccomandazione circa i formati da utilizzare per la produzione di archivi 
compressi non può che essere dettata dalle finalità d’uso dell’archivio. Per il resto –
con l’eccezione del formato RAR e del DMG di Apple– tutti i formati descritti in 
questa sezione sono sufficientemente aperti. Mentre la scelta su ZIP, GZIP (e loro 
varianti) piuttosto che 7-Zip è dettata spesso da esigenze tecniche specifiche degli 
algoritmi di compressione. 
2.14 Documenti amministrativi 
1. Sono qui elencati alcuni formati di file utilizzati per documenti amministrativi di 
utilizzo generale, da parte delle PP.AA. e di altri enti, su tutt o il territorio nazionale, 
quali: 
• fascicolo sanitario elettronico, 
• fatturazione elettronica, 
• protocollo informatico, 
• asserzioni elettroniche legate a schemi di identificazione elettronica e a loro 
utilizzi in capo ad autenticazione, autorizzazione, sottoscrizione o altro. 

 
2. Si precisa che, per lo svolgimento di procedimenti amministrativi non contemplati 
in questa sezione, le PP.AA. posso utilizzare anche altri formati di file descritti sia nel 
resto di questo Allegato, sia non compresi da esso qualora, in quest’ultimo caso, i 
formati non siano sostituibili con formati previsti nell’Allegato e sia comunque stata 
fatta una valutazione di interoperabilità.61 
 
FATTURAPA FORMATO DI FILE 
Nome completo fattura elettronica FatturaPA 
 Estensione/i .xml 
Specializzazione 
di XML  
Tipo MIME application/xml 
Sviluppato da Agenzia delle Entrate 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, testuale 
Livello metadati 4 
Derivato da — 
Revisione 1.2.1  (2018) 
Riferimenti • www.fatturapa.gov.it 
• Specifiche tecniche operative del formato 
della fattura del sistema di interscamio  
v1.2.1  (2018) 
• Schema del file XML Fattura PA  v1.2.1  
(2018) 
• Foglio di stile per visualizzare la 
fattura v1.2.1  (2018) 
• Agenzia delle Entrate, Allegato A del 
D.M. 55/2013  
Conservazione Sì 
Racc. per la 
lettura 
Specifico; consultare la normativa in 
materia 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; consultare la normativa in 
materia 
 
3. La fattura elettronica è creata, trasmessa, elaborata e conservata centralmente dal 
Sistema di Interscambio (SdI) dell’Agenzia delle Entrate, ovvero da altri applicativi 
ad esso interconnessi. Il formato della fattura elettronica è costituito da un file XML 
nel dialetto FatturaPA, che comprende tutte le varianti di processo della fatturazione 
convenzionale, suddivisi in tre macro-aree: 
• dati anagrafico -fiscali delle parti (prestato re/cedente e 
committente/cessionario), 
• metadati relativi alla fattura elettronica stessa, alle valute e al suo trasporto 
nel SdI, 
 
61 Si veda in tal senso, per quanto riguarda il protocollo informatico le Linee guida cui questo Allegato afferisce, per 
quanto riguarda gli schemi di identificazione elettronica e i servizi fiduciari elettronici il § 2.16 del presente Allegato, 
che rimanda alla normativa attualmente in vigore. 

 
• descrizione dei beni o servizi oggetto della fatturazione da un punto di vista 
fiscale, 
• metadati inerenti all’eventuale traspo rto fisico dei beni oggetto della 
fatturazione. 
4. È anche prevista la possibilità di allegare alla fattura uno o più allegati che 
vengono codificati 62  e “immersi” all’interno del file (che diviene così un 
contenitore). 
 
CDA2 FORMATO DI FILE 
Nome completo Clinical Document Architecture 
 Estensione/i .xml 
Specializzazione 
di XML 
Tipo MIME application/xml 
Sviluppato da HL7 International 
Tipologia di 
standard 
proprietario (libero), estendibile, de 
iure, testuale 
Livello metadati 2 
Derivato da HL7 CDA Rel. 1.0 
Revisione 2.0  (2018) 
Riferimenti • ISO/HL7 27932:2005, HL7 Clinical Document 
Architecture 
• www.fascicolosanitario.gov.it/Standard-
documentali 
• Foglio di stile per la consultazione 
interoperabile 
• Circolare AGID No4/2017 
Conservazione Sì 
Racc. per la 
lettura 
Specifico; consultare la normativa in 
materia 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; consultare la normativa in 
materia 
 
5. Il CDA è uno standard di markup basato su XML pensato per lo scambio 
informatico di documenti clinici ed è, inoltre, uno degli standard di riferimento per 
il Fascicolo Sanitario Elettronico (
FSE), la cui normativa si può trovare sul sito 
ufficiale del FSE: www .fascicolosanitario.gov .it. Il CDA  è uno standard definito 
originariamente da ANSI e successivamente sviluppato dall’organizzazione senza 
scopi di lucro Health Level 7. Il CDA specifica la sintassi e fornisce una struttura di 
base (data set di riferimento)  per realizzare l'intera semantica di un documento 
clinico (guida implementativa). Un documento 
CDA è in grado di contenere 
qualunque tipo di informazione clinica; supporta inoltre testo non strutturato e può 
incorporare documenti nei formati PDF, DocumentML e RichText Format, così 
 
62 Per la precisione, la codifica binaria è ottenuta mediante algoritmo Base64, specificato in RFC-4648. 

 
come immagini di tipo JPEG e PNG. La versione 2 del CDA è stata adottata dallo 
standard ISO/HL7 27932 del 2005. 
 
SEGNATURA DI PROTOCOLLO FORMATO DI FILE 
Nome completo Segnatura di protocollo 
 Estensione/i .xml 
Specializzazione 
di XML  
Tipo MIME application/xml 
Sviluppato da Agenzia per l’Italia Digitale 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, testuale 
Livello metadati 2 
Derivato da — 
Revisione 2013 
Riferimenti • Allegato 6 alle Linee guida per la 
formazione, gestione e conservazione del 
documento informatico 
• Foglio di stile per visualizzare la 
segnatura  (2018) 
Conservazione Sì 
Racc. per la 
lettura 
Specifico; si veda la normativa nelle presenti Linee guida 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; si veda la normativa nelle presenti Linee guida  
 
6. La segnatura di protocollo è descritta nell’Allegato 6 delle presenti Linee guida. 
 
ASSERZIONE SPID FORMATO DI FILE 
Nome completo Asserzione SPID  
 Estensione/i .xml 
Specializzazione 
di XML  
Tipo MIME text/xml 
Sviluppato da Agenzia per l’Italia Digitale 
Tipologia di 
standard aperto, estendibile, de iure, testuale 
Livello metadati 2 
Derivato da Security Assertion Markup Language, 
SSO profile; OpenID Connect 
Revisione 1.0  (2014) 
Riferimenti • www.spid.gov.it 
• AGID, Regolamento recante le Regole 
Tecniche v1.0 (2014) 
• D.P.C.M. 24 ottobre 2014  
Conservazione Sì 
Racc. per la 
lettura 
Specifico; consultare normativa in materia 

 
Racc. per la 
scrittura 
Riservato alla federazione SPID, 
costituita da gestori di identità 
digitale, fornitori di servizi e 
attribute authority. 
 
7. Le asserzioni legate al Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID), siano esse in 
linguaggio SAML (basato su XML ), ovvero in formato JWT (basato su JSON ), cfr. 
§2.3, sono da considerarsi un formato a se stante in quanto possono trasportate e, 
se adeguatamente gestite, conservare a lungo termine dati persona li o sensibili di 
persone fisiche o giuridiche. Per tali motivi tali asserzioni sono normate da altre 
Regole Tecniche emanate dall’Agenzia per l’Italia Digitale. 
 
2.15 Applicazioni e codice sorgente 
1. Esistono una miriade di formati per codificare le applicazioni (altrimenti dette, 
impropriamente anche se a causa di una forzatura storica, binari). Tipicamente, tali 
formati dipendono dall’architettura dell’hardware e dal SO impiegato. Per tale 
motivo fig urano tanto gli eseguibili Microsoft ® (.exe, .com, .msi), quanto quelli 
macOS® (.pkg), quanto le app  per dispositivi mobili, sia Android ( .apk), che iOS® 
(.ipa). Oltre agli eseguibili, le porzioni di codice statico (.a, .lib) e dinamico (.so, .dll, 
.dylib) sono anch’esse dotate di formati specifici, largamente dipendenti dal SO. 
2. La distinzione si semplifica nel caso dei codici sorgente scritti nei vari linguaggi 
di programmazione –interpretati o compilati– per i quali la tipologia di file è in realtà 
unica: un semplice file di testo (con codifica dei caratteri ASCII ovvero in qualche 
variante di UNICODE o UTF), la cui estensione (e, di conseguenza, anche il tipo MIME) 
da un’indicazione logica circa il linguaggio di programmazione o di scripting  in cui 
sono codificate le proposizioni al suo interno. 
3. Né il formato dei file contenenti le applicazioni, né i linguaggi di programmazione 
sono oggetto de lle Linee guida di cui il presente Allegato è parte integrante.  Si 
rimandano le PP.AA. alle Linee guida sul riuso del software per gli obblighi e le 
raccomandazioni in materia di sviluppo applicativo. 
2.16 Applicazioni crittografiche 
1. Per meglio chiarire il contesto, si premette che i servizi fiduciari elettronici sono 
normati da fonti di livello pari o superiore a quello delle presenti Linee guida, le 
quali contengono obblighi e raccomandazioni anche in merito ai formati di file 
utilizzati per tali servizi. Tali fonti, includenti le loro successive modificazioni, sono: 

 
• Regolamento ( UE) N o 910/2014 del Parlamento europeo e del Consiglio  
(regolamento “eIDAS”); 
• Decisioni di Esecuzione (UE) collegate con il regolamento eIDAS; 
• articoli 20, 21, 24, 28, 35 e 36 del CAD; 
• Linee Guida contenenti le Regole Tecniche e Raccomandazioni afferenti la generazione di 
certificati elettronici qualificati, firme e sigilli elettronici qualificati e validazioni temporali 
elettroniche qualificate, emanate con Determinazione AgID No 121/2019; 
• D.P.C.M. del 21 maggio 2013 (Nuove Regole Tecniche Firma Elettronica Avanzata). 
2. I documenti informatici normati dalle suddette fonti, utilizzati per servizi fiduciari 
elettronici e altri servizi che impiegano la crittografia, al fine di aumentare le 
caratteristiche di confidenzialità, integrità, autenticità e non ripudio di evidenze 
informatiche, si classificano, generalmente, in: 
a) buste crittografiche contenenti firme, sigilli o validazioni temporali 
elettroniche ed, eventualmente, i documenti informatici stessi a cui tali servizi 
fiduciari afferiscono; 
b) certificati elettronici di creazione di firma, sigillo  o validazione temporale 
elettronica;  
c) certificati elettronici di autenticazione di siti web (WAC); 
d) certificati elettronici di attribuzione o autenticazione; 
e) certificati elettronici di certificazione; 
f) richieste di sottoscrizione di certificato elettronico; 
g) liste di revoca o di fiducia (di certificati elettronici); 
h) buste contenenti chiavi crittografiche; 
i) buste contenenti documenti cifrati elettronicamente; 
j) buste contenenti impronte crittografiche; 
3. Nel caso in cui la busta crittografica contenga solo la firma elettronica (o le firme 
elettroniche), senza il documento stesso a cui essa o esse si riferiscano logicamente, 
si parla di firma  detached; quando invece la busta crittografica contiene sia il 
documento che la sua firma elettronica si parla di firma enveloping; quando, infine, il 
documento informatico costituisca esso stesso busta crittografica per la firma 
apposta, si parla di firma enveloped. La stessa distinzione nominativa si applica, mutatis 
mutandis, al sigillo elettronico ovvero alla validazione temporale elettronica. 
4. Viene aggiunta una specifica relativa allo standard de facto  dei file contenenti una 
o più impronte crittografiche in un formato puramente testuale (
ASCII) e alcuni 
formati relativamente al trasporto di informazioni crittografiche in ambiti specifici. 
 
CHECKSUM FORMATO DI FILE 
Nome completo impronta crittografica 
 Estensione/i .sha2,  .sha1,  .md5,  
.ripemd160, … 

 
Magic Number —  
Sviluppato da — 
Tipologia di 
standard aperto, de facto, testuale 
Livello 
metadati 1 
Derivato da XAdES 
Revisione — 
Riferimenti • SANS, An introduction to file integrity 
checking on UNIX systems, GIAC paper,  2003 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Generale; obbligo di lettura come normale 
file di testo 
Racc. per la 
scrittura 
Generale; raccomandato la produzione di 
un’impronta detached così costituita in 
assenza di altri meccanismi di verifica 
dell’integrità impliciti nei formati o 
non collegati con essi da vincoli logici 
più forti e robusti. 
 
5. Per quanto concerne le impronte crittografiche (anche dette digest o thumbprint in 
inglese) e le chiavi crittografiche, ove esse non siano utilizzate per finalità, ovvero 
non siano contenute in file il cui formato non è altrimenti definito da altre fonti 
normative, si raccomanda di adottare la seguente metodica per creare e archiviare  
un digest detached di file (il cui nome generico sia nomefile.ext): 
a) scegliere una funzione di hash crittografico adeguatamente robusta (si 
raccomanda SHA-256 o superiore, come definito in RFC -6234 ovvero da 
Avvisi pubblicati da AgID) e rappresentare il nome dell’algoritmo mediante 
una stringa di caratteri alfanumerici minuscoli hash : senza interruzioni, 
caratteri di spaziatura o altri simboli (ad esempio, sha256  per SHA-256, 
ripemd160 per RIPEMD a 160 bit, md5 per MD5 e così via); 
b) calcolare l’impronta crittografica dell’intero file con la funzione di hash di cui 
al punto 1; 
c) creare un file chiamato nomefile .ext.hash (che avrà dunque estensione . hash), 
possibilmente nella medesima cartella ove si trova il file stesso; 
d) salvare in questo file, mediante codifica ASCII a 7-bit (cfr. RFC-2045) la sola 
rappresentazione esadecimale (con cifre minuscole) dell’impronta di cui al 
punto 2; non andranno aggiunti altri caratteri (incluse spaziature e a-capo —  
newline in inglese), né prima né dopo l’impronta; 
e) per quanto possibile, mantenere la località di referenza tra il file originale e 
quello contenente la sua impronta crittografica mediante i metodi esposti nel 
§1.1.2, cioè mantenendo sempre file e impronta nella medesima cartella, con 
la medesima naming convention definita ai punti 1 e 2 di questo elenco numerato. 
 
 

 
KDM FORMATO DI FILE 
Nome completo Key Delivery Message 
 Estensione/i .kdm.xml 
Specializzazione 
di XML 
Tipo MIME application/kdm+xml 
Sviluppato da Society of Motion Picture and 
Television Engineers 
Tipologia di 
standard 
aperto, retrocompatibile, de iure, 
testuale 
Livello metadati 4 
Derivato da XML Digital Signature 
Revisione — 
Riferimenti Famiglia di standard ST430 della SMPTE: 
• ST430-1:2006, D-Cinema operations – KDM 
• ST430-2:2006, D-Cinema operations – 
Digital Certificate 
• W3C Recommendation XML Signature Syntax 
and Processing,  2002  (deprecato) 
Conservazione No 
Racc. per la 
lettura 
Specifico; raccomandato per le sale 
cinematografiche 
Racc. per la 
scrittura 
Specifico; raccomandato nella produzione 
dei master cinematografici per la 
distribuzione nelle sale 
 
6. Il formato DCP è un formato di busta contenente le cosiddette “chiavi di 
contenuto” nel contesto del cinema digitale (per i cui formati audiovisivi vedasi 
§2.12), cioè chiavi simmetriche AES a 256 bit di lunghezza), fino ad uno specifico 
server Digital Cinema, cui è concessa la facoltà di riprodurre il contenuto di un 
determinato pacchetto di cinema digitale ( DCP) entro un intervallo di tempo finito 
e predeterminato. Per ogni DCP cifrato, infatti, le essenze di ciascun file MXF sono 
cifrate ciascuna con una chiave di contenuto. La sicurezza del DCP si ottiene cifrando 
ulteriormente tutte le chiavi di contenuto di un dato DCP mediante crittografia 
asimmetrica (RSA a 2048 bit di lunghezza), ove ciascun server è dotato di un HSM 
contenente sia la chiave privata della coppia (e il relativo certificato di creazione di 
sigillo elettronico avanzato) che un orologio indipendente anti-manomissione per la 
validazione temporale elettronica. Su tutti i KDM si appone un sigillo enveloping che 
protegge da contraffazione la specifica DCP da riprodurre ( mediante sia l’UID del 
pacchetto stesso che le impronte crittografiche dei singoli file che lo costituiscono, 
cfr. §1.1.1), l’intervallo temporale durante il quale ne è concessa la riproduzione e, 
soprattutto, la copia cifrata delle sue chiavi di contenuto. 

 
3 Raccomandazioni sui formati di file 
1. I formati da utilizzare nell’ambito delle presenti Linee guida sono quelli  previsti 
nel §2 del presente Allegato. Nello scegliere tali formati di file, da utilizzare per i 
propri documenti informatici, le organizzazioni possono effettuare la valutazione di 
interoperabilità (§3.1) che prediliga formati aperti, non proprietari, standard de iure, 
estendibili, parlanti, completamente robusti, indipendenti dal dispositivo –secondo 
la classificazione fatta in §1.2.2–  al fine di: 
• prevenire il rischio della loro obsolescenza tecnologica (rischio che 
incrementa con il divergere delle caratteristiche del formato da quelle 
sopraelencate); 
• mitigare il rischio del vendor lock -in,63 che sussiste soprattutto per i formati 
proprietari, non codificati in standard de iure , o per quelli dipendenti dal 
dispositivo; 
• facilitare il più possibile un loro futuro riversamento in altro formato, 
prediligendo caratteristiche quali l’estendibilità, la codifica testuale, la 
compatibilità in avanti e, in misura minore, la robustezza. 
2. I formati di file, di contenitori, di pacchetti di file e di codec elencati nel § 2 
rappresentano, in generale, una famiglia allargata, con candidati più o meno adatti 
ad un particolare scopo. Nel caso dei codec video, allo scopo di indicare esempi di 
formati non interoperabili da utilizzare il meno possibile per conservazione o 
archiviazione, sono elencati anche alcuni codec chiusi o con particolari limitazioni 
d’uso dovute a licenze, brevetti o royalties, allo scopo di indicare esplicitamente le 
organizzazioni che avessero documenti multimediali con tali codec verso un 
riversamento o altra procedura di gestione documentale mirata. 
3. Così come accade per i sistemi di archiviazione digitale ( storage) –e per tutta la 
tecnologia in generale–  non si può pensare che un formato di file, seppur 
revisionato nel tempo, possa essere perennemente attuale né di uso corrente. 
L’obsolescenza dei formati di file e dei dispositivi di archiviazione può essere 
mitigata soltanto mediante riversamenti periodici  da una tecnologia verso un’altra; 
questo vale tanto per le tecnologie di storage che per i formati dei file. 
4. Per questo motivo, si consiglia che le 
PP.AA. e le imprese che hanno necessità di 
archiviazione e riuso a lungo e lunghissimo termine dei documenti informatici, 
pianifichino in anticipo una strategia di selezione degli storage  e dei formati di file 
che sia il più possibile congiunta, in modo da minimizzare il numero di riversamenti 
relativi a ciascuno di questi due fattori (ottimizzando la continuità operativa e, nel 
complesso, riducendo i costi derivanti da tali operazioni). 
 
63 Consiste, in questo caso, nell’impossibilità tecnologica e/o giuridica di elaborare file (inclusa la conversione in altri 
formati) senza l’ausilio del proprietario del formato: avvalendosi di sue consulenze, beni, tecnologie, proprietà 
intellettuale, licenze software o altro. 

 
3.1  Valutazione di interoperabilità 
1. La valutazione di interoperabilità in merito ai formati dei file, prevista dalle Linee 
guida di cui il presente Allegato è parte integrante, può essere redatta da qualunque 
ente pubblico o privato tratti documenti informatici. La valutazione di 
interoperabilità è redatta con cadenza annuale dalle PP.AA. che trattino documenti 
informatici in formati diversi da quelli di cui al presente Allegato, ovvero conformi 
a questi formati ma utilizzati disapplicando gli obblighi e raccomandazioni ivi 
contenuti. 
2. Allo scopo di effettuare la valutazione di interoperabilità, le organizzazioni 
effettuano una ricognizione di tutte le loro procedure amministrative e/o processi 
di business, allo scopo di individuare ogni tipologia di documenti informatici trattati 
(o trattabili). Il valore di questa ricognizione può andare ben al di là degli scopi di 
cui alle presenti Linee guida. 
3. La valutazione di interoperabilità consiste in un dettagliato rapporto circa le 
seguenti azioni (obbligatorie se indicate in grassetto): 
a) Includere nell’attività di classificazione (cfr. § 1.2.2) un censimento dei 
formati di file e delle tipologie di storage attualmente utilizzati,  con 
particolare riferimento a quelli non elencati nel §2 del presente Allegato. 
b) Per ciascun formato di file adottato, elencare tutti i dettagli tecnici  dei 
medesimi, quali ad esempio: 
♦ nome dei formati e, laddove applicabile, dei dialetti, profili, codec, 
schemi operativi; 
♦ suddivisione tra formati generici e specifici (cfr. §1.2.3); 
♦ versioni utilizzate nei documenti già esistenti, ovvero producibili dagli 
attuali applicativi; 
♦ altre caratteristiche tecniche non vincolate dalle specifiche di cui ai 
punti precedenti (e.g. lingue adottate nei testi, numero di canali audio, 
spazi-colore, risoluzione per immagini e video, bitrate  massimo, 
algoritmi di cifratura, presenza di password, ecc.). 
c) Elencare i processi di riversamento  di formato attualmente in  corso 
nell’organizzazione, con particolare riferimento ai software applicativi 
impiegati e alle procedure tecniche (automatiche, semiautomatiche o 
completamente manuali) adottate per configurare tali riversamenti, con lo 
scopo prioritario di rendere tali riversamenti riproducibili. 
d) Elencare le motivazioni attuali che hanno portato alla scelta di ciascun 
formato di file per il trattamento dei documenti informatici.  In particolar 
modo, se del caso, distinguere i formati di file tra quelli adottati per i 
documenti: 

 
♦ accettati “in entrata” dal pubblico ovvero da altre organizzazioni, 
♦ utilizzati ad uso esclusivamente interno, 
♦ pubblicati, ovvero prodotti “in uscita” verso altre organizzazioni, 
♦ archiviati ovvero mandati in conservazione. 
e) Valutare l’esistenza di standard o di iniziative di standardizzazione a livello 
internazionale, europeo e nazionale, relativamente alle tipologie di documenti 
informatici trattati. 
f) Quantificare l’eventuale necessità  di operare sui medesimi documenti 
informatici nell’arco di una finestra temporale futura. 
g) Valutare gli scenari ove successive modificazioni o revisioni dei documenti 
vengano prodotte in formati diversi da quello originale. 
h) Valutare la sussistenza di leggi o altri tipi di obblighi in merito alla 
conservazione delle evidenze informatiche nel formato originale di 
acquisizione o formazione. 
i) Valutare i formati di file di categorie specifiche, nonché l’opportunità di 
riutilizzo dei documenti informatici di ciascuna classe (come da punto 1) da 
parte di PP.AA. e organizzazioni che operano al di fuori dello specifico settore 
per il quale il formato e i suoi scenari d’utilizzo sono stati prefigurati. 
j) Dipendenza dei formati di file da: 
♦ licenze d’uso, marche e brevetti o altra proprietà intellettuale, 
♦ sistemi e architetture proprietarie, o comunque, 
♦ sistemi e architetture che, pur senza i suddetti vincoli, sono comunque 
associati a costi di manutenzione ordin aria o straordinaria, senza la 
quale diviene a rischio o è fortemente ridotta la capacità di elaborare i 
suddetti documenti. 
k) Inserimento dell’obsolescenza dei formati di file e delle tecnologie di 
archiviazione all’interno di una più ampia strategia di trasformazione digitale 
dell’organizzazione. 
Si faccia riferimento al Glossario delle presenti linee guida per la definizione dei 
termini non ulteriormente introdotti in questo Allegato (e che sono qui indicati in 
colore azzurro Italia). 
4. La valutazione di interoperabilità, in quanto parte della gestione documentale, 
andrebbe effettuata periodicamente allo scopo di individuare tempestivamente 
cambiamenti delle condizioni espresse dai punti sopra elencati e permettere quindi 
di valutare even tuali azioni.  È proprio nella ripetizione della valutazione di 
interoperabilità ad intervalli regolari che divengono manifesti i formati in via di 
obsolescenza (quando non già conservati in un formato obsoleto). 

 
3.2 Indice di interoperabilità 
1. Allo scopo di coadiuvare la valutazione dei formati di file relativamente 
all’interoperabilità, l’Agenzia propone innanzi tutto un modello semplificato e 
quantitativo ove, ad ogni formato di file (anche quelli non elencati nel §2 di questo 
Allegato), viene associato un valore numerico. Tale valore assegnato al formato è 
dato dalla somma dei valori associati a tutte le caratteristiche di cui ai punti a)–g) del 
capitolo §1.2.2. 
2. Nel caso di formati di pacchetti o contenitori, andrà fatta una valutazione per 
ogni componente e considerato come addendo il valore più basso (cioè peggiore) 
per ciascuna delle sue componenti.  
Per un formato contenitore andrà valutato sia il formato della busta che il formato 
del suo contenuto, ad esempio per i contenitori multimediali (cfr. §2.12), il formato 
dei codec di ciascuna essenza ivi contenuta; per un formato di pacchetto andranno 
valutati i formati di tutti i file compresi nel pacchetto e, qualora il pacchetto 
comprenda dei file contenitori, valutarli con il medesimo criterio sopra esposto. 
3. Sia per i formati contenitori che per quelli di pacchetto verrà usato come addendo, 
per caratteristica, il valore numerico peggiore tra quelli dei suoi file (o dei codec di 
ciascun file).  Si prenda, a titolo di esempio, l’indice di interoperabilità di uno 
specifico pacchetto di file ove tutti i file utilizzino formati indipendenti dal 
dispositivo tranne un file multimediale, la cui busta e tutte le sue essenze sono 
anch’esse indipendenti d al dispositivo tranne una sola essenza audio (che ad 
esempio potrebbe richiedere la presenza di un dispositivo hardware proprietario per 
la sua decodifica). Il pacchetto andrà considerato comunque come “dipendente dal 
dispositivo” e quindi gli verrà applicato un modificatore pari a 0 (anziché a +3), 
proprio a causa della presenza dell’unico file il cui formato è dipendente dal 
dispositivo. 
4. Considerando una scala che va dal file più interoperabile (con indice pari a 20) a 
quello meno interoperabile (indic e pari a 0), un valore pari a 12 o superiore può 
essere considerato sufficiente dal punto di vista dell’impatto di tale formato 
relativamente ad interoperabilità e obsolescenza; valori inferiori indicano 
problematiche oggettive che vanno affrontate il prim a possibile in ottica di 
riversamento o altre metodologie.  
5. Si precisa che l’indice di interoperabilità è meramente indicativo, in quanto non 
tiene conto di alcuna peculiarità che un’organizzazione possa avere in merito a 
specifici formati di file. Ad esempio, l’utilizzo di formati chiusi, proprietari o 
dipendenti dal dispositivo dovrebbe essere sempre un fattore di esclusione almeno 
nella scelta di formati da usarsi per la formazione di nuovi documenti informatici. 

 
3.3 Riversamento 
1. Il riversamento di formato, precedentemente introdotto, comporta il 
trasferimento di un documento informatico in un formato di file diverso:  
contestualmente, ciò può comportare anche una duplicazione da un sistema di 
storage ad un altro (volume, disco, nas tro, filesystem, storage ad oggetti o altri). 
Quando si parla di riversamento di file, s’intende un riversamento di almeno il suo 
formato. Per quanto già detto nell’introduzione al § 3, le strategie relative alla 
gestione dei formati e dei sistemi di storage vanno spesso di pari passo; perciò, può 
essere in alcuni casi operativamente ed economicamente vantaggioso effettuare i 
riversamenti di formato contestualmente a quelli di storage. I riversamenti vengono 
pianificati a seguito di una nuova valutazione di interoperabilità, considerando i costi 
e i benefici di una tale operazione. 
2. Quando si effettua un riversamento finalizzato alla conservazione del file si può 
e, in certi casi previsti dalla legge, si deve, conservare anche la copia del file nel 
formato originario. In entrambe questi casi il file originario è conservato 
indipendentemente dal suo formato di file originario, purché sia conservata anc he 
–in una forma logicamente e univocamente legata ad esso – copia conforme del 
medesimo in un formato adatto alla conservazione (tra quelli individuati al § 2 del 
presente Allegato). Le considerazioni in questo e nei successivi paragrafi si 
applicano non solo ai formati di file, ma anche, mutatis mutandis, ai formati di buste, 
pacchetti di file, flussi binari e codec . Lo scopo del riversamento congiunto alla 
conservazione del documento nel formato originario è consentire la convalida di 
firme, sigilli o validazioni temporali elettroniche che, eventualmente già presenti nel 
documento originario, non potrebbero essere ri portate –senza invalidarle – nel 
documento riversato. 
3. Quando si effettua un riversamento finalizzato alla conservazione, il file riversato 
è una copia digitale di un documento digitale e, come tale, la conformità della copia 
è attestata in base alla normativa vigente, inclusa la certificazione di processo come 
riportata nell’Allegato 3 delle presenti Linee guida. 
4. È importante che nella scelta dei nuovi formati di file (e, mutatis mutandis , di 
contenitori, pacchetti di file, flussi digitali e codec), co sì come nella scelta 
metodologica circa l’esecuzione del riversamento, si considerino le peculiarità 
tecniche del formato sorgente e di quello riversato, con particolare riferimento sia 
alla perdita di dati e metadati, sia alla diversa qualità o rappresentazione tecnica dei 
medesimi. 
5. Quando si effettua un riversamento massivo finalizzato alla conservazione di più 
documenti informatici –a prescindere se sia conservato o meno il documento nel 
suo formato originario–  il processo di riversamento include i pa ssaggi indicati nel 
successivo elenco numerato. Tali passaggi –particolarmente 1 e 2– possono essere 

 
inquadrati come parte di un processo certificato di conformità della copia riversata 
(cfr. Allegato 3 delle presenti linee guida). 
 
1. Il riversamento di un formato viene effettua to mediante un processo 
certificato che ne garantisce l’integrità (effettiva o per lo meno sostanziale, 
come intesa nel punto 2) e la riproducibilità. Ogni procedura di riversamento 
è descritta nel manuale di gestione e, se del caso (cfr. §3.1), nella valutazione 
di interoperabilità, in tutti i suoi dettagli tecnici, inclusi quelli sui formati di 
destinazione e quelli riversati. 
2. Per le PP.AA., il riversamento avviene sempre in formati che ne migliorano 
l’interoperabilità, o comunque non la peggiorano (come, stabilito, ad 
esempio, mediante il calcolo dell’indice di interoperabilità), tenendo conto 
degli obblighi sulla specificità di formato introdotti in  §2.2. In par ticolar 
modo non sono opportuni, relativamente alla classificazione di formati di cui 
al §1.2.2, i seguenti riversamenti, da un formato: 
• aperto verso formati chiusi, 
• non proprietario, ovvero proprietario a libero utilizzo, verso formati 
proprietari, 
• non dipendente dal dispositivo verso formati dipendenti da 
dispositivo, 
• formato parlante verso formati muti. 
3. Per ogni file riversato di un processo massi vo automatico ovvero 
semiautomatico il processo produce un’attestazione del riversamento 
specifico di quel file, ove le attestazioni circa documenti riversati come parte 
della medesima procedura vengono collezionati in un registro di 
riversamento, che contiene (globalmente rispetto alla particolare procedura e 
individualmente per ogni file elaborato) almeno: 
a. un riferimento temporale opponibile a terzi ai sensi dell’art. 41 
del 
DPCM 22 febbraio 2013 relativo all ’inizio o alla fine del 
riversamento (indicando chiaramente a quale dei due tempi ciascun 
riferimento temporale si riferisca); 
b. indicazioni sul sistema informativo impiegato (per esempio: nome, 
numero di revisione sia del sistema operativo che del software; nome 
della macchina e suoi indirizzi di rete o altri numeri identificativi unici 
delle componenti hardware; identificativi unici del software quali i 
numeri di licenza; nome o identificativo unico e orario di accesso al 
sistema operativo dell’utenza sotto cui l’applicativo ha agito); 
c. nome del file sorgente, posizione nel filesystem e metadati esterni (cfr. 
§1.1.2); 

 
d. formato sorgente del file, sua versione del formato e metad ati interni 
(cfr. §1.1.3); 
e. impronta crittografica del file sorgente; 
f. nome del file riversato, posizione nel filesystem e metadati esterni; 
g. formato di riversamento, sua versione e metadati interni convertiti dal 
punto d; 
h. impronta crittografica del file destinazione; 
i. in caso di file contenitori (come sorgente o destinazione), i metadati ai 
punti d, g64 si intendono riferiti alla busta, cui si aggiunge elenco 
completo del contenuto della medesima (p.es. essenze e i codec 
impiegati per ciascuna di esse, con i loro eventuali metadati e profili); 
deve inoltre essere previsto – nei casi ove sia tecnicamente p ossibile– 
file con imbustamento nidificato (cfr. §1.1.1); 
j. in caso di pacchetti di file (come sorgente o destinazione), i controlli 
c–h
65 si intendono riferiti a ciascun file componente il pacchetto, cui 
si aggiunge l’indicazione dei metadati deducibili dall’intero pacchetto 
nella sua interezza, laddove non esplicitamente descritti negli eventuali 
file-manifesto (cfr. §1.1.1); 
k. eventuali errori tecnici, anomalie o ambiguità riscontrate durante il 
riversamento. 
4. Nel rispetto delle leggi sulla privacy in vigore (D.Lgs. N°101 del 10 agosto 
2018, del GDPR e loro successive modificazioni), il riversamento in altro 
formato di file costituisce un’ulteriore occasione per ottemperare agli 
obblighi in materia di adeguatezza, pertinenza, minimizzazione ed esattezza 
dei dati personali ivi contenuti, così come della liceità del loro trattamento e 
della loro eventuale pseudonimìa. 
5. Qualora sussistano obblighi di legge (come nel caso della protezione dei dati 
personali o della conservazione sostitutiva) o altri tipi di vincoli nel preservare 
l’evidenza informatica costituita dal documento nella sua interezza, il 
documento nel formato originale viene conservato insieme a un suo 
riversamento in formato più interoperabile. Tale associazione logica deve 
anch’essa essere scritta nel registro di riversamento (ad esempio associando 
le impronte crittografiche dei due come indicate ai punti e,h
66 del punto 2). 
6. Salvo in casi in cui siano applicabili le considerazioni di cui ai punti 3 o 4, un 
riversamento di formato altera l’evidenza informatica, intaccandone dunque 
l’integrità da un punto di vista strettamente tecnico; esistono tuttavia 
riversamenti di formato che mantengono il contenuto documentale 
sostanzialmente invariato (inclusi quelli discussi nei punti 3  o 4), costituendo 
 
64 Leggasi «al punto d più al punto g». 
65 Leggasi «i controlli dal c all’h». 
66 Leggasi «al punto e più al punto h». 

 
una valida possibilità per il riversamento. Tali possibilità di riversamento, 
qualora siano individuate, sono comprese nel manuale di gestione 
documentale. In esso viene descrit to come il contenuto documentale viene 
sostanzialmente preservato, incluse le considerazioni sulla similitudine tra le 
due evidenze informatiche. Sono incluse anche una o più delle seguenti 
trasformazioni che, se applicabili, sono effettuate durante il riversamento: 
• In caso il documento nel formato originale venga mantenuto per 
assolvere ad obblighi di legge o altro, specificare come i due file 
(l’originale e il riversato) vengano logicamente associati fra loro (come 
descritto al punto 4). 
• Laddove le evidenze vengano modificate da algoritmi non reversibili 
(p.es. compressione con perdita) un’analisi puntuale o statistica 
dell’ammontare di informazione persa durante il riversamento (p.es. 
misurata in 
SNR minimi e massimi tra l’essenza sorgente e quella 
destinazione), con riferimento a standard di misura riconosciuti a 
livello internazionale, europeo o nazionale. 
• In caso di perdita di metadati interni, in dicare quali metadati si 
perdono e come essi vengano comunque riportati nel registro di 
riversamento. 
• In caso metadati convertiti biunivocamente da un formato all’altro 
(incluso il caso in cui più metadati nel formato sorgente siano oggetto 
di accorpamenti  o separazioni in altri metadati nel formato  di 
destinazione), descrivere gli algoritmi che sono implementati per 
ciascun metadato.
67 
• In caso di metadati interni convertiti in maniera non  invertibile, 
descrivere gli algoritmi impiegati (come al punto precedente), 
aggiungendo esplicitamente quali informazioni si perdono e come esse 
siano trasformate irreversibilmente.68 
• In caso il formato destinazione ammetta dei metadati obbligatori che 
non hanno un analogo nel formato sorgente (ovvero ammetta 
metadati facoltativi che si ritiene comunque opportuno inserire nel 
 
67 A titolo di esempio, sia dato un campo ‘ Scadenza’ nel formato sorgente e un campo ‘ NotAfter’ nel formato 
destinazione, le cui sintassi sono, rispettivamente, il numero intero di giorni passati da un’epoca pari al 1 gennaio 2019 
(fuso orario italiano: CEST) e una stringa di testo formattata come da RFC -3339 (in fuso orario UTC). Viene dunque 
specificato l’algoritmo, perfettamente invertibile, che mappa un valore di “42” in “2019-02-14T01:00:00Z”. 
68 A titolo di esempio, sia dato un campo ‘ dimensione1’ nel formato sorgente e un campo ‘ Width’ nel formato 
destinazione. Nel manuale di riversamento, andrà giustificata la motivazione per cui un valore di “ -42.58cm” nel 
formato sorgente, dotato di segno e unità di misura, viene mappato in “ 426” indicato implicitamente in millimetri e 
arrotondato al numero intero più vicino. È anche opportuno che sia indicato il motivo per cui un metadato relativo 
ad una dimensione (spaziale?) non meglio identificata sia (sempre?) mappato in un campo riservato alla ‘larghezza’ di 
qualcosa. 

 
formato riversato, anche se non hanno un analogo nel formato 
originario), specificare come gli vengono assegnati valori. 
7. In alcuni ca si,69 imbustando un documento informatico in un contenitore 
aggiuntivo potrebbe mantenere integro il contenuto all’interno, perciò un 
riversamento in tal senso – cioè un semplice imbust amento del documento 
senza alterarlo– può essere reversibile. L’integrità del file nella sua interezza 
è tuttavia compromessa. Analogamente reversibile è invece includere un 
documento rappresentato da un file all’interno di un pacchetto di file. 
Entrambi l e metodologie non risolvono i problemi di interoperabilità e 
obsolescenza originali per cui il riversamento è stato concepito, ma possono 
mitigarli, soprattutto se vengono scelti contenitori o pacchetti parlanti che 
compensano la mancanza di metadati nel formato originale. 
8. Analogamente al punto 3, in alcuni casi, un documento che viene re-
imbustato (cfr. §1.1.1), nel senso che il riversamento consiste nel sostituire la 
busta che lo conteneva con un’altra, potrebbe mantenere, in alcuni casi, 
l’integrità del contenuto della busta. Verrebbe persa c omunque l’integrità 
della busta e, come per il punto 3 , l’integrità del file nella sua interezza. 
Tuttavia questa metodologia potrebbe risolvere un problema di obsolescenza 
e interoperabilità legato al solo formato della busta usata in precedenza. 
6. Quando si effettui un riversamento non finalizzato alla conservazione è comunque 
opportuno considerare i passaggi elencati al precedente punto 5 , ad eccezione dei 
punti 1 e 2 del medesimo elenco, che si riferiscono al riversamento qualora 
inquadrato in processi di conservazione o certificazione di processo. 
 
 
 
69 Alcuni formati contenitori, imbustando un documento, si limitano ad aggiungervi una busta costituita da una o 
più evidenze informatiche in punti predeterminati del documento o essenza originale (tipicamente in testa e in coda, 
ma anche inseriti in parti centrali). Quando avviene tecnicamente un procedimento di questo tipo l’evidenza 
informatica imbustata è alterata reversibilmente, potendo quindi essere ricostruita bit a bit. Alcuni formati di contenitore 
di file, tuttavia, effettuano alterazioni irreversibili del contenuto, che dunque non rimane integro a seguito di 
un’operazione di “sbustamento” (in inglese, unwrapping). 

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