AgID Allegato 2 – Formati (edizione 2020)
AgID Allegato 2 – Formati (edizione 2020); acquisito il 22/10/2026
Formati di file e riversamento
Allegato 2 al documento
“Linee Guida sulla
formazione, gestione e
conservazione dei documenti
informatici”.
Sommario
1.1 Definizioni fondamentali 3
1.1.1 File, flussi digitali e buste-contenitori 4
1.1.2 Filesystem e metadati 5
1.1.3 Metadati e identificazione del formato 8
1. 2 Tassonomia 9
1.2.1 Tipologie di formati 9
1.2.2 Classificazione di formati 11
1.2.3 Formati generici e specifici 14
2.1 Documenti impaginati 21
2.1.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 33
2.2 Ipertesti 34
2.2.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 41
2.3 Dati strutturati 42
2.3.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 52
2.4 Posta elettronica 53
2.4.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 55
2.5 Fogli di calcolo e presentazioni multimediali 55
2.5.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 59
2.6 Immagini raster 60
2.6.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 74
2.7 Immagini vettoriali e modellazione digitale 77
2.7.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 84
2.8 Caratteri tipografici 84
2.8.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 86
2.9 Audio e musica 87
2.9.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 92
2.10 Video 93
2.10.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 102
2.11 Sottotitoli, didascalie e dialoghi 103
2.11.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 108
2.12 Contenitori e pacchetti di file multimediali 108
2.12.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 131
2.13 Archivi compressi 132
2.13.1 Raccomandazioni per la produzione di documenti 138
2.14 Documenti amministrativi 138
2.15 Applicazioni e codice sorgente 142
2.16 Applicazioni crittografiche 142
3.1 Valutazione di interoperabilità 147
3.2 Indice di interoperabilità 149
3.3 Riversamento 150
1 Introduzione
1. Il presente documento fornisce indicazioni iniziali sui formati dei file con cui
vengono rappresentati i documenti informatici oggetto delle presenti linee guida. I
termini indicati in azzurro, alla prima occorrenza all’interno di questo testo, sono
definiti nel Glossario delle presenti Linee guida.
2. I formati descritti sono stati scelti tra quelli che possono maggiormente garantire
il principio dell’interoperabilità tra i sistemi di gestione documentale e
conservazione e in base alla normativa vigente riguardante sp ecifiche tipologie di
documenti. Va tuttavia segnalato che non tutti i formati di file nel presente
documento sono leggibili da qualsivoglia elaboratore , a seconda della
configurazione degli applicativi installati. Questo perché, nel caso di finalità
specifiche e settoriali (come avviene ad esempio per i file multimediali), alcuni
formati di file sono utilizzabili solo dopo l’installazione di software applicativi
specifici per l’attuazione delle suddette finalità.
3. È bene precisare che, rispettando il principio di interoperabilità e cercando di
mitigare il rischio di “obsolescenza tecnologica”, i formati consigliati tra quelli
elencati elencati –inclusi quelli per finalità specifiche , cfr. §1.2.3– sono quanto più
possibile “aperti”, liberamente utilizzabili e non coperti da brevetto. Sono inoltre
reperibili online diversi software applicativi open-source in grado di leggere tali file.
Tra i formati elencati
4. Tra i formati elencati nel presente Allegato, vi sono anche quelli non consigliati
per finalità di interoperabilità, archiviazione o conservazione; essi sono presenti
nell’elenco perché formati già ampiamente diffusi nella pubblica amministrazione e
quindi non ignorabili per quanto riguarda il loro trattamento e il riversamento da
questi formati verso formati più interoperabili.
5. Il presente A llegato, per la natura stessa dell’argomento trattato, viene
periodicamente aggiornato su lla base dell’evoluzione tecnologica e
dell’obsolescenza dei formati e potrà essere pubblicato online sotto forma di Avvisi,
ovvero di un registro dei formati sul sito istituzionale dell’Agenzia per l’Italia
Digitale
1.
1.1 Definizioni fondamentali
Si faccia riferimento al Glossario delle presenti linee guida per la definizione dei
termini non ulteriormente introdotti in questa sezione.
1 Qui di seguito indicata anche, per brevità, come Agenzia, ovvero come AGID.
1.1.1 File, flussi digitali e buste-contenitori
1. Dal punto di vista tecnologico un documento informatico è rappresentato da un
file, ovvero da un flusso binario (stream); in linea di principio un flusso binario di
dimensione finita può essere contenuto in un file. Il parametro progettuale più
importante associato a un file è la sua dimensione (espressa in byte o suoi multipli).
Per un flusso binario, che invece può non avere una dimensione predeterminata, si
parla invece del suo data-rate (ovvero bit-rate, quando espresso in bit o suoi multipli),
cioè la media temporale dei bit contenuti dal flusso nell’arco di un secondo.
2. La capacità di poter produrre, elaborare o trasmettere flussi entro un data -rate
massimo attraverso un canale di comunicazione digitale costituisce la banda
dell’elaboratore ovvero del canale — in inglese bandwidth . In questo capitolo ci
interessiamo prevalentemente ai documenti informatici rappresentati mediante file,
mentre sarà presa in considerazione la rappresentazione mediante flussi binari nel
caso di alcuni file multimediali (cfr. §§2.9–2.12).
3. In alcuni casi il documento informatico è rappresentato da un insieme di file
distinti, organizzati in un pacchetto di file, in inglese (file) package.
4. L’algoritmo che permette di rappresentare un documento informatico mediante
un’evidenza quale un file tramite un’operazione di codifica , o encoding, definisce
dunque il formato del file; l’operazione inversa, per estrapolare dai dati binari di un
file –codificato in un dato formato– nel contenuto informativo del documento, è
chiamata decodifica ( decoding). Formati diversi necessitano di codificatori e
decodificatori specifici, che in una parola (soprattutto quando entrambi, per un
formato specifico, sono implementati da una singola componente applicativa) sono
abbreviati in codec.
5. Esistono una moltitudine di formati di file per rappresentare i docum enti
informatici ma, a seconda del contenuto del documento e delle esigenze specifiche
di gestione e conservazione dello stesso, alcuni formati sono più adatti di altri.
Alcuni formati possono essere utilizzati per codificare documenti di una sola
tipologia (ad es. formati di file per immagini, generalmente, non possono codificare
documenti audio); altri formati, invece, vengono usati per una o più finalità di
codifica tra le seguenti:
• codificare documenti di tipologie diverse (ad es. sia testi, che immagin i, che
audio);
• codificare più documenti insieme nel medesimo file (ad es. scopo principale
dei formati di archiviazione);
• codificare documenti di una medesima tipologia (ad es. video) usando però
algoritmi di codifica diversa.
I formati di file che assolvo no ad una o più delle suddette funzioni sono chiamati
(formati) busta, o (formati) contenitori — in inglese, rispettivamente, (file) wrappers
o containers. Le due tipologie di documento si utilizzano prevalentemente formati
contenitori sono i documenti che richiedono funzioni crittografiche avanzate (cfr.
§2.16) e i file multimediali (immagini, suono, video, cfr. §§2.6–2.12).
6. Alcuni formati contenitori, infine, imbustano al loro interno, in un unico file -
busta, pacchetti di più file precostituiti secondo un determinato formato di
pacchetto di file. È questo il caso, ad esempio, dei formati OpenDocument e
Microsoft® OOXML (cfr. §2.1 e §2.5), ovvero delle immagini virtuali di filesystem
(cfr. §2.13).
1.1.2 Filesystem e metadati
1. I file sono solitamente archiviati una base di dati chiamata filesystem , ove i file
con maggiore parentela fra loro (altrimenti detta locality of reference, ovvero “ affinità
per referenza”) sono collocati nel medesimo nodo dell’albero: la cartella (ovvero
folder o directory in inglese).
2. All’interno di un filesystem, ai file possono essere associate altre informazioni che
ne completano l’esistenza all’interno dello stesso, anche se tali informazioni non
fanno parte del contenuto binario del file propriamente detto ; tali informazioni
sono chiamate per questo motivo metadati (in inglese metadata) “esterni” del file.
3. Esistono molteplici formati di filesystem, che variano a seconda delle tecnologie
di stoccaggio, di specifiche finalità. Alcuni di questi formati sono open-source; altri
sono codificati in standard; altri ancora sono protetti da brevetti e/o copyright.
4. I metadati esterni rappresentabili in un dato filesystem possono differire anch’essi
–per qualità, numero, sintassi e funzionalità – a seconda del formato di filesystem,
ma di solito comprendono almeno:
• il nome del file, cioè una stringa di caratteri (di lunghezza variabile entro un
limite massimo finito) che identifica univocamente il file all’interno della
medesima cartella. Sussistono limitazioni differenti circa i caratteri ammessi
nel nome e la sua lunghezza massima, a seconda dei diversi formati di
filesystem considerati;
• la posizione virtuale del file all’interno del filesystem, chiamato “percorso del
file” (path) — “locale” in quanto relativo al filesystem che lo ospita;
• la dimensione del file sopra definita, espressa da un numero intero di byte (o
suoi multipli);
• la data e l’ora relativa all’ultimo istante in cui il sistema informatico che
gestisce il filesystem ha rilevato una modifica del file — chiamata “data di
modifica” del file.
5. La concatenazione ordinata del percorso di un file e del suo nome prende il nome
di percorso completo del file (pathname). Invece la parte, opzionale, del nome del file
costituita, scorrendo i caratteri del nome da sinistra a destra, a part ire dall’ultima
occorrenza del carattere punto ‘ .’ in poi (codice ASCII 2E 16 in esadecimale) è
chiamata –quando esiste– “estensione” del file.
6. A titolo esemplificativo, fanno parte dei metadati esterni di un file anche i
seguenti:
• la data e l’ora creazione del file (che, a seconda della tipologia di filesystem
può, con diversi gradi di ambiguità, coincidere con il momento di prima
comparsa del file sul filesystem specifico, ovvero il momento della creazione
del file sul suo filesystem di origine, o altro);
• la data e l’ora relativa al più recente accesso in lettura sul file avvenuto nel
filesystem specifico;
• un identificativo più o meno univoco dell’utente informatico che è il
proprietario virtuale del file (rispetto agli altri utenti virtuali del si stema) —
chiamato l’owner del file;
• una serie di attributi che istruiscono i sistemi informativi che gestiscono
l’intero filesystem di appartenenza circa la possibilità di autorizzare
determinate operazioni sullo specifico file, a seconda sia dell’operazione da
compiere che dell’utenza informatica che presenta tale richiesta; per ogni file,
tali metadati costituiscono o sono una parte del cosi ddetto insieme dei suoi
permessi (permissions), ovvero una vera e propria lista dei controlli d’accesso
(ACL);
• un’etichetta che stabilisce il tipo di formato file (o container) impiegato per
la codifica del documento; una cui codifica universalmente riconosciuta
MIME
type – cfr. RFC-2046 e RFC-3023).
7. È importante esplicitare che le “date” sopra descritte , pur non assolvono a
requisiti di integrità, precisione e immutabilità nel tempo solo per il fatto di
rappresentare una data e un’ora in un filesystem, non producendo dunque, a priori,
la stessa validità giuridica di marcature temporali elettroniche qualificate ai sensi del
Regolamento (UE) No 910/2014.
8. Come anticipato in §1.1.1, il documento informatico può essere rappresentato da
un insieme di file distinti, organizzati in un pacchetto di file –in inglese (file) package–
ove l’affinità per referenza tra di essi è realizzata, a seconda del formato del
pacchetto, mediante una o più delle seguenti tecniche:
• Parentela stretta dei file all’interno del filesystem realizzata definendo un
sottoalbero riservano a contenente l’intero pacchetto. I file del pacchetto
sono tutti contenuti nella cartella -radice del pacchetto ovvero in sue
sottocartelle e, tipicamente, è escluso da tale sottoalbero qualunque file non
appartenente al pacchetto. Esempi di forma ti che utilizzano questa tecnica
sono le firme elettroniche avanzate nel formato ASiC (§2.16), il formato di
master interoperabile ( IMF), i pacchetti per il cinema digitale ( DCP), e i
pacchetti XDCAM (per tutti, §2.12).
• Sintassi dei nomi – rigida o parziale – per file ed eventuali sottocart elle
costituenti il pacchetto. Formati che utilizzano esclusivamente questa tecnica
sono le impronte crittografiche detached (§2.16) e i pacchetti video organizzati
in sequenze di fotogrammi (quali ad esempio i master per la distribuzione del
cinema digitale, DCDM, §2.12).
• Presenza di un “indice di pacchetto”, generalmente rappresentato da un file
che ha sia un nome che una posizione controllate e che contiene i pathname
degli altri file costituenti il pacchetto . Tale indice assolve spesso a scopi
aggiuntivi, come ad esempio consolidare in un unico punto i metadati esterni
del pacchetto o dei singoli file (§ 1.1.3), che altrimenti potrebbero essere
accidentalmente alterati (o persi) spostando il pacchetto da un filesystem ad
un altro. In questi casi il file indice prende anche il nome di file- manifesto,
ovvero sidecar file. Formati che utilizzano esclusivamente questo metodo sono
i pacchetti di siti web (indice con nome non obbligatorio index.html, §2.2),
alcuni tipi di firme elettroniche avanzate ASiC (tramite la cartella -indice
META-INF, §2.16), i già menzionati pacchetti IMF e DCP (che utilizzano più
di un file con funzioni di indice, §2.12).
• Riferimento mediante identificativi unici (UID) assegnati a ciascun file del
pacchetto, quali ad esempio le loro impronte crittografiche. Esempi di
formati che utilizzano questo metodo sono le firme elettroniche avanzate
CAdES e XAdES detached (§2.16), le marche temporali detached e i già menzionati
pacchetti IMF e DCP.
• Consolidamento di tutti e soli i file del pacchetto in un file- archivio (§2.13).
Esempi che utilizzano questo metodo sono i documenti nei formati
OpenDocument e Microsoft ® OOXML (cfr. §2.1 e §2.5), gli applet Java e i
pacchetti applicativi per dispositivi mobili con sistemi operativi Android e
iOS
® (§2.15), le firme elettroniche ASiC (§2.16) e, in senso lato, i file PDF
(versione 1.7 e successive) quando imbustano altri documenti al loro interno
sotto forma di “allegati PDF” (§2.1).
9. La tipologia di regole sintattiche che stabilisce come implementare i primi due
metodi sopra elencati costituisce la naming convention del formato di pacchetto. La sua
efficacia è ridotta quando non coadiuvata da ulteriori controlli di integrità del
pacchetto, in quanto l’affinità per referenza è generalmente difficile da far rispettare
tecnicamente (a meno di usare uno stretto controllo dei permessi di “sola-lettura”,
ovvero archiviare su dispositivi logicamente immodificabili) . Per questo motivo la
naming convention si affianca spesso ad altri metodi quali quelli ai punti dal 3 al 5 del
sopracitato elenco.
1.1.3 Metadati e identificazione del formato
1. Abbiamo già parlato in § 1.1.2 dei metadati esterni, che servono a descrivere
meglio un file ma sono fortemente dipendenti dal filesystem ove il file è archiviato
in un dato momento. Inoltre, tali metadati possono essere soggetti a modifiche che
non pregiudicano l’integrità del file stesso.
2. Più importanti ancora sono perciò i cosiddetti metadati “interni” di un file, cioè
informazioni descrittive del file che sono codificate nel suo formato stesso. A
seconda del formato impiegato, la presenza di questi metadati interni può essere
obbligatoria o facoltativa. Facendo parte del contenuto binario di un file, la modifica
di tali metadati compromette l’integrità del documento informatico.
3. Il riconoscimento (in modalità automatica o manuale) del formato di file
impiegato per rappresentar e un documento informatico può avvenire attraverso
alcune modalità, tra cui le più diffuse sono tramite metadati interni ovvero esterni:
a) L’estensione nel nome del file, anche se tale associazione:
• non è resiliente — è solitamente banale rinominare un file
cambiandone l’estensione [ovvero crearne direttamente il nome] con
un’estensione non corrispondente al formato utilizzato (es. un file di
testo semplice con codifica ASCII denominato con estensione .doc ,
che invece è prerogativa dei documenti di Microsoft
® Word);
• non è biunivoca — una medesima estensione può essere usata nel
nome di file codificati in formati diversi (es. l’estensione .log, usata per
rappresentare file di registro codificati in maniera diversa), ovvero un
dato formato viene associato a file con una molteplicità di estensionI
(es. i certificati elettronici in formato X.509 con codifica DER,
rappresentati con diverse estensioni tra cui .crt ovvero .cer).
b) La “tipologia MIME” (MIME type) del formato di file, anche se tale associazione
gode di svantaggi simili all’estensione, in quanto:
• soprattutto se espressa come metadato esterno (si veda §1.1.2), non è
resiliente a variazioni o rimozioni del medesimo in maniera non
controllata;
• sia nel caso in cui sia espressa come metadato interno che come
metadato esterno del file, potrebbe descrivere il formato in modo
comunque ambiguo.
c) La presenza di metadati interni al file, espressi in “campi” che si trovano in
posizioni specifiche (prefiss ate ovvero ricalcolabili) all’interno del file 2. L a
lettura di tali campi permette di dedurre il formato del file in maniera più
diretta e affidabile. Molti formati impiegano, specificatamente a questo
scopo, una stringa prefissata di pochi caratteri (generalmente dai 2 ai 6), posta
all’inizio del file, chiamata magic number e che ne identifica univocamente
3 il
tipo di file.
1. 2 Tassonomia
1.2.1 Tipologie di formati
1. L’evolversi delle tecnologie e la crescente disponibilità e complessità
dell’informazione digitale ha indotto la necessità di gestire sempre maggiori forme
di informazione digitale (testo, immagini, filmati, ecc.) e di disporre di funzionalità
specializzate per renderne più facile la creazione e la modifica.
2. Questo fenomeno porta all’aumento del numero di formati disponibili e dei
corrispondenti programmi necessari per codificarli, decodificarli e gestirli in ogni
modo.
3. Segue una sommaria e non esaustiva catalogazione dei più diffusi formati di file
e pacchetti, secondo il loro specifico utilizzo (“tipologia”). A fianco di ogni tipologia
di formati sono indicati i formati pertinenti oggetto del presente Allegato; qualora
l’estensione di file associata al formato sia diversa –a meno di maiuscole/minuscole–
dall’eventuale acronimo del nome del formato stesso, essa sarà indicata affiancata al
nome tra parentesi (e.g., il formato PDF non avrà un’estensione indicata tra
parentesi in quanto la sua estensione predefinita è già .pdf).
• Documenti impaginati (§2.1) — PDF, Microsoft
® OOXML (.docx) e Word
(.doc), OpenDocument Text ( .odt), Rich-Text Format ( .rtf), EPUB,
PostScript™ ( .ps), Adobe® InDesign® Markup Language (.idml);
2 La parte iniziale ovvero quella terminale di un file contengono spesso gran parte dei campi utili a contenere i
metadati interni (e quindi anche a identificare il formato) del file; quando presenti, queste parti sono chiamate,
rispettivamente, header (impropriamente tradotto come “intestazione”) e footer del file.
3 Il magic number può anche identificare l’allineamento delle word, che le architetture dei microprocessori e i sistemi
operativi implementano diversamente per varie ragioni. Alcuni magic number n otevoli sono indicati, per i rispettivi
formati, nel §2.
• Ipertesti (§2.2) — XML, dialetti e schemi XML ( .xsd, .xsl), HTML ( .html,
.htm), fogli di stile per XML/HTML (.xsl, .xslt, .css), Markdown (.md);
• Dati strutturati (§2.3) — SQL, CSV, Microsoft ® OOXML ( .accdb) e Access
(.mdb), OpenDocument Database (.odb), JSON, Linked OpenData (.json-ld),
JWT4;
• Posta elettronica (§2.4) — .eml, .mbox;
• Fogli di calcolo (§2.5) — Microsoft® OOXML ( .xlsx) e Excel ( .xls),
OpenDocument Spreadsheet (.ods);
• Presentazioni multimediali (§2.5) — Microsoft® OOXML (.pptx) e PowerPoint
(.ppt), OpenDocument Presentation (.odp);
• Immagini raster (§2.6) — JPEG ( .jpg, .jpeg), TIFF ( .tif, .tiff), PNG, GIF,
OpenEXR ( .exr), JPEG2000 ( .jp2k, .jp2c, .jp2), DICOM, Adobe ® DNG,
Adobe® Photoshop® (.psd), DPX, ARRIRAW (.ari);
• Immagini vettoriali e modellazione digitale (§2.7) — SVG, Adobe® Illustrator®
(.ai), Encapsulated PostScript™ ( .eps);
• Modelli digitali (§2.7) — StereoLithography ( .stl); Autodesk® DWG™,
DXF™, DWF™, FBX™.
• C aratteri tipografici (§2.8) — OpenType (.otf), TrueType (.ttf), Web Open
Font (.woff, .woff2);
• Suono (§2.9) — Waveform RIFF / Broadcast Wave (.wav, .bwf), MP3, audio
RAW ( .pcm, .raw, .snd), AIFF ( .aiff, .aifc, .aif), FLAC, MusicXML™
(.music.xml), MIDI (.mid); molteplici codec audio;
• Video (§2.10) — formati video delle famiglie MPEG2 e MPEG4; molteplici
codec video;
• Sottotitoli (§2.11) — TTML/IMSC/EBU-TT (.ttml, .dfxp, .xml), EBU STL;
• Contenitori multimediali (§2.12) — MP4, MXF, MPEG2 Transport/Program
Stream (.vob, .ts, .ps), AVI RIFF (.avi), Matroska ( .mkv), QuickTime (.mov,
.qt), WebM;
• Pacchetti multimediali (§2.12) — pacchetto di master interoperabile ( IMF,
IMP); pacchetto per il cinema digitale ( DCP); master per la distribuzione
cinematografica (DCDM); pacchetti Digital Intermediate basati su sequenze di
fotogrammi (.exr/.dpx; .wav), ACES metadata file (.amf); pacchetto XDCAM;
• Archivi compressi (§2.13) — TAR, ZIP, GZIP, 7-Zip (.7z), RAR, TAR compresso
(.tgz, .t7z, …) , ISO9660 (.iso), VMware® Disk (.vmdk), Apple Disk Image
(.dmg);
• Documenti amministrativi (§2.14) — fattura elettronica, fascicolo sanitario
elettronico, response SAML SPID, segnatura di protocollo;
4 Il Java Web Token (JWT) è in realtà un formato di flusso digitale, che può essere banalmente contenuto in un file, cfr.
§2.3.
• Applicazioni e codice sorgente (§2.15) — eseguibili Microsoft® (.exe, .com),
applet Java ( .jar); pacchetti applicativi Windows® (.msi), Android ( .apk),
macOS® (.pkg), iOS® (.ipa); librerie statiche ( .a, .lib) e dinamiche ( .so, .dll,
.dylib); script interpretabili ( .sh, .?sh, .bat, .cmd, .py, .perl, .js, .go, .r, …) ;
codice sorgente in vari linguaggi di programmazione (.c, .cpp, .h, .java, .asm,
…).
• Applicazioni crittografiche (§2.16) — certificati elettronici (.cer, .crt, .pem),
chiavi crittografiche (.pkix, .pem), marcature temporali elettroniche (.tsr, .tsd,
.tst), impronte crittografiche ( .sha1, .sha2, .md5, …) ; per le firme e i sigilli
elettronici avanzati: buste crittografiche XAdES (.xml), CAdES (.p7m, .p7s),
PAdES (.pdf), contenitori ASiC (.zip); KDM (.kdm.xml).
1.2.2 Classificazione di formati
1. L’evolversi delle tecnologie e la crescente disponibilità e complessità
dell’informazione digitale ha indotto la necessità di gestire sempre maggiori forme
di informazione digitale (testo, immagini, filmati, ecc.) e di disporre di funzionalità
specializzate per renderne più facile la creazione e la modifica.
2. Gli standard tecnologici vengono incontro a tali esigenze, permettendo di definite
regole di codifica e decodifica di un documento informatico, affinché sia
rappresentato tramite un file , un flusso digitale , ovvero un pacchetto di file (tutti
oggetti del presente allegato) . Gli standard tendono a stabilizzare le specifiche
tecniche dei formati di file –sia nel tempo che rispetto alle tecnologie di produzione,
trasmissione e archiviazione– ma la loro importanza nel cristallizzare tali specifiche
in una forma precisa serve ad impedire la nascita di varianti “esotiche” o dialetti non
controllati del medesimo formato che, alla lunga, ne riducano l’interoperabilità (cfr.
più avanti).
3. Un esempio su tutti: la mancata standardizzazione dei codec usati nei formati -
busta multimediali (§ 2.12), specialmente dei file video, che spesso conduce
all’impossibilità di riprodurre un filmato ritenuto compatibile con il sistema
informativo a causa del riconoscimento della sola estensione del file da parte di
svariate applicazioni (che al massimo può servire a identificare il formato
contenitore), senza invece un’adeguata verifica del possesso dei codec adatti a
riprodurne le essenze.
4. Gli standard migliori sono quelli che possono essere facilmente estesi, rivisti o
aggiornati nel tempo per adattarsi all’immanente obsolescenza tecnologica. T ra
questi inoltre, eccellono gli standard che sono ab initio disegnati con il preciso scopo
di evolvere a lungo termine; per questo motivo essi sono detti formati “compatibili
in avanti” o anche “future-proof ”.
5. Esempi di questi standard “ virtuosi”, sono l’XML e il JSON; il PDF e
l’OpenDocument per i documenti impaginati; il TIFF (e il DNG), il PNG e il DPX per
le immagini raster; l’SVG e il DXF per i modelli vettoriali; il TTML per i dialoghi; l’MXF
e l’MP4 come contenitori multimediale; l’IMF come pacchetto di file multimediali.
6. I formati di file sono soggetti a revisioni allo scopo di includere caratteristiche
evolutive; a questo scopo gli standard corrispondenti vengono “ versionati” con
diverse tassonomie, cioè incrementandone progressivamente i numeri delle revisioni
(possibilmente in gerarchie di non più di 2-4 componenti numeriche– ovvero
utilizzando l’anno o una data più precisa di riferimento, ovvero mediante sia numeri
progressivi che date).
7. Quando non sono più fatti evolvere in favore di un formato differente (e quindi
vengono progressivamente abbandonati), il formato diventa quiescente ed
eventualmente viene “deprecato” in favore di un altro standard.
8. Sebbene sia tecnicamente possibile continuare a produrre e riprodurre file in un
formato deprecato, il progresso tecnologico, o per meglio dire l’obsolescenza tecnologica,
condannerà tali file a non essere più definitamente leggibili, a causa della mancanza
di applicativi che ne implementino la decodifica (a meno di non coinvolgere risorse
economiche solitamente sproporzionate al bisogno di accesso ai dati contenuti).
Quando ciò accade ed è riconosciuto in maniera manifesta , si parla di formati
“obsoleti”.
9. Esistono varie classificazioni per le tipologie di formati, le quali sono spesso
determinanti –ancor più delle loro peculiarità tecniche – per la scelta d’uso di un
formato in favore di altri, ovvero per prendere decisioni ragionate circa il
riversamento da un formato verso un altro (cfr. §3.3).
10. Tali classificazioni, elencate brevemente qui sotto, sono per lo più dicotomiche
(cioè del tipo presenza o assenz a di una determinata caratteristica) e indipendenti
fra loro. Accanto ad ogni classificazione è riportato un modificatore in grassetto, il
cui significato è riferito all’indice di interoperabilità introdotto nel §3.2. Un formato
più essere:
a) uno standard de facto (+2) quando questioni contingenti (anche fa loro
correlate), quali l’efficienza in casi d’uso reali, l’autoregolazione dei mercati
di riferimento, l’efficacia tecnica, ne hanno determinano una larghissima e
non trascurabile diffusione, per lo meno in settori di riferimento. Un formato
può essere invece uno standard de iure (+3), quando esistono normative che
ne obblighino, o per lo meno ne raccomandino, l’uso in determinati contesti
amministrativo-legali e settori di riferimento . Rappresentano esempi di tali
normative le Linee guida di cui il presente Allegato è parte integrante (in
quanto già Regole Tecniche) ovvero, a livello comunitario, alcune Decisioni
di Esecuzione (
UE). Sono standard de iure, inoltre, tutti i formati codificati
come tali dalle organizzazioni nazionali, comunitarie e internazionali che
hanno il compito di definire standard e linee guida nei settori di riferimento
dei formati stessi (come, ad esempio, ISO, ITU, UNI, CEN, SMPTE, ecc.). Infine,
un formato può anche non rappresentare alcuno standard ( 0), ma tale
caratteristica tendenzialmente lo esclude dall’elenco dei formati virtuali
contenuti nel presente Allegato.
b) aperto (+3) ovvero chiuso (0) a seconda che esista o meno, e sia resa
pubblicamente disponibile, una “specifica tecnica” del medesimo: la
documentazione che descrive dettagliatamente, come minimo, la procedura
di formazione e di lettura di file in quel formato e, possibilmente,
l’elaborazione e i suoi possibili scenari di utilizzo , spesso descritti
organicamente mediante operational patterns (in italiano: schemi operativi).
c) proprietario (variabile) o non proprietario (+4), a seconda che sia stato creato
da un’organizzazione privata –che dunque ne detenga la proprietà
intellettuale– ovvero quando la gestione delle sue specifiche non è controllata
in tale ambito (quindi possibilmente rilasciata a l pubblico dominio, o
comunque gestita da un organismo di standardizzazione). In particolare, i
formati proprietari possono essere liberi (+3) ovvero limitati; in quest’ultimo
caso la limitazione potrebbe permettere soltanto l’utilizzo libero di file già
codificati in tale formato ma non la produzione di nuovi file ( +2), ovvero
limitare anche la lettura dei file formattati secondo tale formato (0);
potrebbero essere possibili anche altri tip i di vincoli (pagamento di royalty ,
sottoscrizione di contratti di riservatezza o contratti vincolanti relativamente
a particolari utilizzi quali lo sfruttamento commerciale, ecc.).
d) estendibile (+2) o non estendibile (0) qualora esso sia stato concepito ab initio
per ammettere revisioni che ne aumentino progressivamente le funzionalità.
I formati non estendibili, quindi, possono comunque essere soggetti a
revisioni, che però potrebbero, per tali formati, richiedere una re-
ingegnerizzazione o un adattamento più difficoltoso rispetto a formati
estendibili, probabilmente anche a scapito delle compatibilità di cui al punto
precedente.
e) livello del modello per i metadati (da 0 a +3) che segue l’analoga
classificazione emanata nelle Linee guida nazionali per la valorizzazione del
patrimonio informativo pubblico, emanate dall’Agenzia per l’Italia Digitale, ove al
livello 1 vengono attribuiti 0 punti e così via via fino al livello 4 cui sono
attribuiti 3 punti. Tale valore è indicato, per i formati descritti al §1.2.3, nelle
loro tabelle riassuntive.
f) non robusto (0) ovvero parzialmente robusto (+1) a seconda che il file
comprenda meccanismi per verificare l’eventuale perdita di integrità di un file
(o pacchetto di file); completamente robusto (+2), invece, qualora tale
meccanismo sia presente e consenta, inoltre, di leggere correttamente le parti
integre del file.
g) dipendente (0) ovvero indipendente dal dispositivo (+4) a seconda che esso
richieda o meno specifici componenti hardware, firmware o software per
essere creato o letto.
h) i formati il cui standard prevede by design che un applicativo in grado di
interpretare una data revisione possa anche leggere file formattati con
revisioni precedenti (eventualmente entro un limite massimo) si dicono retro-
compatibili. Quelli per cui gli applicativi disegnati al momento in cui una data
revisione sia corrente possano leggere anche file formattati in base a revisioni
successive del medesimo standard si dicono invece “ compatibili in avanti”
5
(0).
i) testuale (0) se, rappresentando ogni word di un file come caratteri testuali, sia
possibile estrapolarne il contenuto informativo tramite lettura manuale e non
automatizzata di tali caratteri — a seguito di uno sforzo di interpretazione di
entità variabile, ma comunque proporzionato alle capacità intellettive di un
tecnico di settore. Si parla, in alternativa, di formato binario (binary) (0 )
quando il processo è generalmente possibile solo mediante interpretazione
automatizzata, “bit a bit”, del contenuto digitale del file da parte di un
algoritmo di parsing.
1.2.3 Formati generici e specifici
1. In ottica di interoperabilità è necessario, per le PP.AA., individuare un elenco di
formati di file (e, mutatis mutandis, di formati di contenitori, pacchetti di file, flussi
digitali e codec) per i quali vi sia no obblighi o raccomandazioni in merito al
riconoscimento o alla produzione in tali formati. Tale elenco non può presentare
un unico tipo di obblighi e raccomandazioni , in quanto le organizzazioni di
categoria, avendo necessità amministrative e operative differenti, utilizzano
tecnologie digitali –e di conseguenza formati di file e applicazioni che li elaborano–
estremamente variegate.
2. È auspicabile che i formati raccomandati nel presente Allegato siano adottati con
modalità analoghe anche dagli enti privati –quando non già obbligatori per effetto
di altre leggi – allo scopo di incrementare l’interoperabilità nello scambio di
documenti informatici tra settore pubblico e privato. Per questo motivo queste
Linee guida individuano, dall’insieme di formati di cui al §2:
5 A titolo di esempio, un formato potrebbe essere progettato affinché, in uno schema di versionamento del tipo “m.n” (ove m sia
il numero ‘maggiore’ della versione e n il numero ‘minore’) vi sia retrocompatibilità totale in scrittura di almeno k versioni
precedenti, nonché estendibilità (in lettura) per tutte le revisioni minori della stessa versione. Ad esempio, per k=2, questo significa
che un file codificato nella versione 3.12 di un dato formato, ad esempio, potrà essere prodotto anche da applicativi che producano
file codificati con le versioni 4 e 5; inoltre ad un applicativo in grado di leggere la versione 3.12 sarà richiesto di poter leggere file
di qualunque ver sione 3 (anche se eventuali funzionalità aggiuntive introdotte in revisioni minori successive alla 3.12, pur non
“onorabili” dall’applicativo, non dovranno pregiudicarne la possibilità di aprire il file).
a) una categoria generale di formati, rispetto ai quali tutte le PP.AA. e le
organizzazioni sul territorio nazionale,
a. sono in grado di leggere file prodotti in questi formati,
b. seguono le indicazioni riportate nella tabella riassuntiva del formato
per quanto concerne la produzione di nuovi documenti in questi
formati;
b) diverse categorie specifiche o speciali, diversificate in base al settore
merceologico o alla natura del documento informatico rappresentabile, verso
le quali sono identificati ulteriori obblighi e raccomandazioni solo verso le
PP.AA. che, in quanto utenti professionali ,6 trattano documenti di quella
tipologia nell’ambito ristretto, o comunque delimitato, di quella categoria
specifica. Tali categorie possono essere di riferimento anche per soggetti
privati che trattano professionalmente i medesimi documenti informatici.
3. L’appartenenza di un formato di file alla categoria generale piuttosto che a una o
più categorie speciali è indicata nelle tabelle riassuntive dei formati contenute nel
§2, possibilmente differenziata per la lettura ovvero la scrittura (cioè la formazione)
di documenti in tali formati.
4. Come indicato nelle Linee guida di cui il presente Allegato è parte integrante,
qualora un formato di file sia indicato come generico , ma una sua particolare
applicazione in un determinato settore specialistico fornisca anche un formato di
file specifico, ovvero una variazione strutturale del medesimo formato generico (ad
es. dialetti, specializzazioni, varianti, schemi operativ i, profili, specifiche tecniche
particolari o aggiuntive), la specializzazione del formato prevale su quella generale.
5. Ad esempio, nel caso di un documento informatico contenente informazioni
fiscali relative a una prestazione, cessazione di beni o servizi, le organizzazioni non
devono produrlo in un qualsiasi tipo di file XML (che è altresì un formato generico
per dati strutturati , anche di codesto tipo , cfr. §2.3); ne è garantita, invece la
produzione sotto forma di fattura elettronica nello specifico formato FatturaPA (cfr.
§2.14), individuato dal legislatore come il dialetto XML per quell’utilizzo specifico.
6. Si precisa che, sempre in analogia con l’indice di interoperabilità introdotto nel
§3.2, il caso di pacchetti e contenitori di file va sempre considerato congiuntamente
con tutte le sue parti costituenti: cioè, per i pacchetti di file, il formato del pacchetto
in se, insieme ai formati di tutti i file costituenti il pacchetto stesso; per i contenitori
di file, il formato della busta in se, insieme ai formati di tutti i flussi e i codec di tutte
le essenze imbustate nel contenitore.
6 Il termine “utente professionale” va inteso ai sensi del Regolamento ( UE) No 1807/2018 (regolamento “FFnpD”)
del Parlamento europeo e del Consiglio relativa a un quadro applicabile alla libera circolazione dei dati non personali
nell’Unione Europea.
7. Ad esempio, si co nsideri un contenitore multimediale7 i cui formati della busta
(e.g. MP4, §2.12) e quello delle essenze audio e sottotitoli (e.g., rispettivamente, WAVE
e EBU STL, § 2.9) sono contenute nella categoria generale, mentre il codec usato
nell’essenza video (e.g. XDCAM EX) non è presente in nessun elenco, trattandosi di
un codec chiuso e proprietario. In effetti un documento elettronico così formato
non è riproducibile integralmente, a meno di non avere a disposizione
nell’applicativo d’utilizzo (riproduttore multimediale) il codec proprietario XDCAM,
la cui disponibilità pubblica è, ad oggi, limitata e potrebbe ridu rsi sensibilmente in
futuro, a causa dell’obsolescenza del codec rispetto alle tecnologie degli applicativi,
della scadenza di licenze d’uso e brevetti, nonché delle sorti dell’organizzazione che
li detiene. In questo esempio, dunque, il documento elettron ico non può
considerarsi un file codificato, nella sua interezza, in un formato interoperabile : lo
sono le tracce audio, sottotitoli e il contenitore che le imbusta, ma non lo è la traccia
video e, quindi, non lo è il documento informatico nella sua interezza.
2. Tipi di file
1. Si faccia riferimento al Glossario delle presenti linee guida per la definizione dei
termini non ulteriormente introdotti in questa sezione.
La sezione mantiene la medesima suddivisione per tipologie di formato delineata in
§1.2.1. Per ciascun formato di file, pacchetto di file, busta o codec, ne vengono
ricapitolate le caratteristiche principali in una tabella sinottica, recante:
• nome abbreviato, acronimo ovvero pseudonimo del formato (in alto a
sinistra).
•
TIPOLOGIA DI FORMATO (in alto a destra) — in particolare se si tratti di un
formato di file, di busta/contenitore, di pacchetto di file, di flusso, ovvero un
codec per essenze multimediali.
• icona del formato (in alto a destra) — riferimento visivo, a scopo di mera
indicazione o suggestione, della riproduzione grafica di un’icona specifica per
7 Questi file sono, comunemente ma in maniera inesatta , chiamati «file video», perché l’essenza più importante
contenuta al loro interno è quella video, ovvero in questo caso «file ‘MP4’» in quanto si esplicita il solo formato della
busta, ignorando i codec delle essenze al suo interno, perché la busta è spesso –impropriamente– il solo oggetto cui
venga una visibilità tecnica, verso l’utente, da parte del sistema operativo e di archiviazione che conserva e processa
il file. Tuttavia, tali contenitori possono avere più tracce video, audio, sottotitoli — talvolta persino file di altri formati
in allegato. L’integrità di tali file, che ne consente un utilizzo pieno sotto ogni aspetto tecnico, amministrativo e
giuridico, è legata perciò alla possibilità di aprire e decodificare non solo la busta e una traccia video , ma tutte le
essenze ivi contenute. Per questo motivo è importante sottolineare la presenza di essenze di più tipologie diverse al
suo interno, ciascuna potenzialmente codificata con un codec diverso, da cui l’esigenza di nominare correttamente
questi file come «contenitori multimediali».
la tipologia in oggetto (così come implementata nelle GUI dei principali
sistemi operativi o software applicativi, per la riproduzione di detto formato).
• nome completo del formato.
• estensione di file — se più di una, la prima è da considerarsi raccomandata
per la generazione dei file, mentre le altre sono estensioni meno
comunemente usate, per le quali si raccomanda la capacità di lettura in t ale
formato. Nel caso dei pacchetti di file, sono invece indicate le estensioni dei
formati di file che compongono obbligatoriamente il pacchetto (escludendo
tutte le tipologie di formati ammessi dal pacchetto ma che non devono essere
obbligatoriamente presenti all’interno).
• Tipologia MIME (per i formati di file e busta) — per i formati di file vengono
indicati i possibili tipi MIME, come definiti in RFC-6838, per l’identificazione
del formato a prescindere dall’estensione; qualora presenti più di un tipo
MIME, il primo è sempre da intendersi quale preferenziale (e dunque
raccomandato per la creazione di file in questo formato) . Nel caso di
pacchetti di file, sono invece indicati i tipi MIME usati dai file che
compongono il pacchetto. Una lista aggiornata di tipi MIME registrati si può
trovare al seguente indirizzo internet: www .digipres.org/formats/mime-types.
• Derivato da (opzionale) — eventuali formati di file, buste, pacchetti o codec di
cui il formato è un’evoluzione ovvero, come nel caso di XML, ne rappresenti
un dialetto. Possono essere indicati qui, per contenitori e pacchetti di file
multimediali, l’applicabilità a uno o più schemi operativi.
• Magic number (per i formati di file e busta) — L’eventuale codice, definito nel
Glossario e in § 1.1.3, viene indicato nella sua codifica ASCII così; qualora i
caratteri del magic number contengano caratteri speciali non alfanumerici e non
diacritici, essi potranno essere indicati, in toto o in parte, in notazione
esadecimale, come ad esempio 0x1A3F (2 byte).
• Profili (per i soli codec) — Molti codec posseggono parametri di compressione
che sono usati per “tarare” l’algoritmo a diverse esigenze. Alcuni di questi
parametri possono essere impostati –in maniera più o meno rigida– su valori
determinati a priori, andando a costituire de lle pre-selezioni che prendono il
nomi di “profili”, “livelli” o altro (a seconda del tipo di codec). Se rilevante o
vincolante a livello di codec, può essere indicata qui la compa tibilità di un
codec con uno più schemi operativi (anche se uno schema operativo viene
tecnicamente rafforzato al livello di contenitore o di p acchetto di file).
Quando utile per distinguere ulteriormente i tipi di profilo fra loro , da un
punto di vista puramente grafico, possono essere usati anche alcuni colori.
• Codice FourCC (per i soli codec ) — definito in RFC -2361
(oltre che in
www.fourcc.org) e nel Glossario, è usato per indicare una stringa identificativa
di al più 4 caratteri alfanumerici minuscoli, indicata così, per distinguere i
codec audio e video usati nelle essenze per alcuni tipi di formati di busta
multimediale (§2.12).
• Sviluppato da — Nome dell’organizzazione di standardizzazione, azienda,
dicasterio governativo di competenza, società o comunità che ne deti ene la
proprietà intellettuale (formati proprietari), ovvero che ne mantiene lo
sviluppo (formati non proprietari).
• Tipologia di standard — viene brevemente elencato se il formato sia
codificato in qualche tipo di standard, se sia o meno aperto, proprietario (con
eventuali licenze d’uso), testuale/binario, retrocompatibile, estendibile,
robusto e dipendente dal dispositivo. Qualora non espressamente indicato in
tale casella (rispetto alla classificazione delle tipologie di formato di cui a l
§1.2.1), viene implicitamente assunto che il formato sia:
a) non codificato in alcuno standard, né de iure né de facto,
b) chiuso,
c) proprietario con licenza d’uso vincolante sia in lettura che in scrittura,
d) non estendibile,
e) possegga modello per i metadati di livello 1,
f) non robusto,
g) indipendente dal dispositivo.
• Livello metadati — Il “livello del modello per i metadati”, come introdotto
nelle Linee guida nazionali per la valorizzazione del patrimonio informativo pubblico
emesse dall’Agenzia per l’Italia Digitale, che si riferisce alla classificazione dei
metadati supportati nativamente dal formato. Si precisa che la classificazione
di ciascun formato in un dato livello si riferisce all’opportunità di valorizzare
tutti i metadati, obbligatori e facoltativi, come previsti dalle specifiche
tecniche del formato stesso riportate nella tabella, alla sezione Riferimenti).
Qualora non vengano valorizzati tutti i metadati facoltativi, la classificazione
può attestarsi a un livello inferiore. Altresì, non viene considerata, ai fini di
tale classificazione, la valorizzazione custom di eventuali metadati “riservati” a
casi d’uso non riportati dalle specifiche (quali, ad esempio, campi riempiti da
singoli fornitori con metadati di loro propria rilevanza e sintassi). Nel caso di
pacchetti di file, la classificazione si riferisce ai metadati complessivamente
presenti nell’insieme di file minimi costituenti il pacchetto.
• Revisione — viene indicata qui la versione dello standard di riferimento per
le
PP.AA.; la “versione di riferimento” va intesa , salvo indicazione contraria
in Revisione, come la versione più recente tra quelle supportate, nel senso
che:
♦ per le organizzazioni che leggono file in questo formato, è obbligatoria
la leggibilità di file creati con questa versione e, con tutte le precedenti
con cui tale versione è descritta come retrocompatibile (cfr. §1.2.2);8
♦ per le organizzazioni che producono documenti in tale formato , è
obbligatoria la produzione di nuovi documenti in tale versione ovvero –
qualora non tecnicamente praticabile – con una qualunque versione
precedente rispetto alla quale la versione indicata in Revisione sia
descritta come retrocompatibile ( cfr. § 1.2.29 ), ovvero –qualora non
tecnicamente praticabile neanche ciò – con una qualunque versione
successiva rispetto alla quale, però, la quella indicata in Revisione sia
descritta come compatibile in avanti.
• Riferimenti — sono qui elencate tutte le normative di riferimento (sotto
forma di leggi, regolamenti tecnici, linee guida o standard) nonché – in
mancanza o a complemento di altro– best pratices e indirizzi di siti web ove sia
resa disponibile altra utile documentazione ufficiale;
• Conservazione — Sono date indicazioni in merito all’utilizzo del formato
per la conservazione di cui alle presenti Linee guida. In alcuni casi, il formato
può essere adottato per la conservazione dei documenti informatici purché
siano adottate specifiche configurazioni, eventualmente indicate qui. Infine,
è indicato in questo campo (con la dicitura “cfr. §2.8”), l’eventuale attenzione
all’uso di caratteri tipografici non interoperabili.
• Racc. per la lettura — raccomandazioni per le
PP.AA. relativamente alla
capacità di leggere documenti informatici nel dato formato, oltre che
eventuali obblighi normati dalle Linee guida di cui questo Allegato è parte
integrante;
• Racc. per la scrittura — raccomandazioni per le
PP.AA. relativamente alla
capacità di f ormare documenti informatici nel dato formato, oltre che
eventuali obblighi previsti dalle Linee guida di cui questo Allegato è parte
integrante. In tale sezione sono collocate anche indicazioni in merito all’uso
di tale formato per la conservazione, così come trattata nelle presenti Linee
guida.
Ciascun formato può essere ulteriormente descritto, particolarmente riguardo alle
raccomandazioni e agli eventuali obblighi, in una parte discorsiva successiva alla
tabella sinottica.
8 Se, ad esempio, è raccomandata la versione 3.0 di un dato formato di file, che è definito come una variante della
versione 2.0 tale che qualunque lettore in grado di leggere la 3.0 leggerà anche la 2.0, l’obbligo in lettura si applica
anche alla versione 2.0.
9 Se, utilizzando il precedente esempio, è raccomandata la versione 3.5 di un dato formato di file ma qualunque
applicazione in grado
2. Si rimanda al Regolamento (UE) No 679/2016 (“GDPR”) del Parlamento europeo
e del Consiglio in materia di trattamento dei dati personali che, rappresentati in un
documento informatico, possono essere soggetti a pseudonimì a, come metodologia
atta a proteggerli, aggiornarli, cancellarli. La scelta dei formati di file da utilizzare
può discendere anche dall’implementazione di tecnologie e procedure allo scopo di
ottemperare agli obblighi imposti in capo al GDPR.
3. Si rimanda al Regolamento ( UE) N o 1807/2018 (regolamento “ FFnpD”) del
Parlamento europeo e del Consiglio relativa a un quadro applicabile alla libera
circolazione dei dati non personali nell’Unione Europea, per quanto riguarda
ulteriori considerazioni in merito sia alla localizzazione geografica dei documenti
informatici, alla loro portabilità e alle distinzioni tra utilizzo e utenti professionali di
dati non personali.
4. Si rimanda alle Linee guida sull’accessibilità e alle Linee guida di design per le
considerazioni sulla rappresentazione di elementi testuali e grafici nei do cumenti
elettronici, cui le PP.AA. si attengono per la produzione di documenti informatici.
Come mero esempio, tali considerazioni possono riguardare i criteri di scelta:
• delle famiglie di caratteri tipografici (§2.8) e del loro corpo;
• dell’inclusione di un elemento grafico come immagine vettoriale (§ 2.6)
ovvero raster (§2.7).
5. Il primo criterio di scelta è di particolare pertinenza con la formazione dei
documenti informatici, in quanto in moltissime tipologie elencate nel §2 (non solo
i documenti impaginati, bensì anche le pagine web, i fogli di calcolo, le presentazioni
multimediali, le immagini vettoriali e la modellazione digitale, nonché i sottotitoli) il
tipo di carattere è parte integrante del documento perciò, qualora il carattere
tipografico non sia presente o non sia interpretabile dal sistema informativo che
visualizza il documento, ciò può comportare una difformità o addirittura
l’impossibilità di leggere lo stesso.
6. Nel caso di documenti la cui rappresentazione o utilizzo (si pensi, ad esempio,
non soltanto a documenti impaginati, bensì a documenti multimediali) dipendano
dalle caratteristiche tecniche del formato scelto e delle modalità con cui il
documento viene specificatamente formato, le considerazioni di cui alle sopracitate
Linee guida saranno valutate allo scopo di incrementare l’interoperabilità e
l’accessibilità dei documenti.
7. Proprio in considerazione dei precedenti 2, 4, 5 e 6, le
PP.AA. possono includere
nella valutazione di interoperabilità (cfr. §3.1) le considerazioni relative alla scelta dei
formati dei file, delle modalità con cui i documenti ve ngono formati usando
determinati formati (profili, impostazioni o configurazione del sistema di
formazione del file, ecc.).
8. Nel caso di formati di file che permettano di scegliere i caratteri tipografici da
utilizzare salvando tali scelte come parte del documento informatico stesso, qualora
i caratteri tipografici non facciano anch’essi parte del documento informatico, le
PP.AA. adotteranno tutte le misure necessarie per la scelta di caratteri tipografici di
uso comune, affinché la visualizzazione del d ocumento sia il più possibile
indipendente dai caratteri tipografici.
9. La raccomandazione di cui al punto 8 viene richiamata, nelle successive schede
tecniche dei formati di file, mediante l’indicazione del capitolo sui caratteri
tipografici, cioè con la semplice dicitura “cfr. §2.8”, alla voce “Livello metadati”.
2.1 Documenti impaginati
1. I formati “orientati alla pagina”, o “impaginati”, suddividono un documento
informatico in unità separate chiamate fogli, in quanto il loro utilizzo primario è la
carta stampata, come mezzo di origine (tramite scansione di documento cartaceo)
ovvero di destinazione (tramite stampa). Non tutti i documenti impaginati sono
però concepiti per la stampa, esibendo anzi caratteristiche tipiche del mondo
digitale, quale la possibilità di allegare contenuti multimediali o anche di altro genere,
così come di collegamenti di tipo
URL a altre posizioni nella rete internet, intranet o
in altro sistema di gestione dei documenti, in modo che l’utente possa accedervi
tipicamente dopo aver attivato il collegamento di riferimento.
2. La pagina va inoltre considerata come un’entità virtuale — dunque non legata alla
bidimensionalità e staticità di una superficie fisica di stampa. Con l’eccezione di
alcuni formati nati ed evoluti esclusivamente nell’ambito della stampa tradizionale,
e.g. il formato PostScript®, che dunque sono tecnicamente vincolati a rappresentare
esclusivamente elementi direttamente stampabili (quali testi, disegni, immagini
statiche), i formati più evoluti quali il PDF possono rappresentare dati multimediali,
elementi interattivi o persino includere altri file all’interno di un documento
impaginato (si legga la sezione corrispondente).
3. In formati di questo tipo viene descritta anche la “presentazione” (cioè la
rappresentazione visuale) dei contenuti informativi all’interno delle pagine,
utilizzando stili di visualizzazione di ipertesti (cfr. §2.2), immagini (raster o vettoriali,
cfr. §2.6 e §2.7) e altre tecniche tipografiche, quali i caratteri tipografici (§ 0), che
possono essere riferiti sia internamente nel medesimo file e che contiene dunque, al
suo interno, un insieme completo o parziale di glifi.
PDF FORMATO DI FILE
Nome completo Portable Document Format
Estensione/i .pdf
Magic number %PDF
Tipo MIME application/pdf
Sviluppato da Adobe Systems
Tipologia di
standard aperto (2.0)/proprietario (libero 1.7), estendibile, de jure
Livello
metadati 4
Derivato da Adobe® PostScript®
Revisione 2.0 (2017)
Riferimenti Famiglie di standard 32000 e 19005 della
ISO/IEC:
• 32000-2:2017, PDF v2.0
• 32000-1:2008, PDF v1.7
• 19005-1:2005, PDF/A-1 (V1.4)
• 19005-2:2011, PDF/A-2 (V1.7)
• 19005-3:2012, PDF/A-3 (V1.7)
• Adobe, Supplement to PDF v1.7 Extension 3,
©2008
• Adobe, Document management – PDF 1.7, ©2008
• ISO 24517-1:2008, PDF/E-1 (V1.6)
• ISO 15930-1:2001, PDF/X-1 e PDF/X-1a (V1.4)
• ISO 15930-8:2010, PDF/X-5 (V1.6)
• ISO 14289-1:2014, PDF/UA-1 (V1.4)
• ISO/CD 14289-2, PDF/UA-2 (V2.0)
• ISO 16612-2:2010, PDF/VT-1 e PDF/VT-2 (PDF/X-
4 e /X-5)
• ISO/CD 16612-3, PDF/VT-3 (PDF/X-6) (V2.0)
Conservazione Sì, solo profili PDF/A e PDF/B;
altrimenti, cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Generico con riconoscimento obbligatorio
(v1.x).
Racc. per la
scrittura
Raccomandata: v1.7+. Obbligatoria: v1.4+.
Profili raccomandati (leggere
raccomandazioni più sotto): PDF/A-2a, PDF/A-
2u, PDF/A-2b, PDF/A-1a, PDF/A-1b.
Profili PDF/A e PDF/B adatti alla
conservazione.
4. Il formato PDF è il “principe” dei formati per documenti impaginati. Nato come
formato proprietario (sviluppato da Adobe Corporation), è stato rapidamente
adottato come standard de facto per la produzione digitale del cartaceo ; nel 2008 è
diventato uno standard de iure, con il nome di ISO 32000-1 (PDF versione 1. 7);
successivamente rivisto nel 2017, con il nome di ISO 32000-2 (PDF versione 2.0). Il
formato PDF è estremamente versatile in quanto è stato continuamente aggiornato
nel tempo aggiungendo nuove funzionalità. Allo stato attuale (PDF versione 2.0) è
possibile includere nel documento evidenze di vario tipo (incluse immagini, audio,
video, modelli tridimensionali animati), imbustare all’interno del file di qualsivoglia
formato sotto forma di “allegati”, sovraimprimere graficamente alle pagine moduli
interattivi che permettono all’utente compilazione libera o vincolata (per poi
salvarne un’istanza con i campi riempiti) . È anche p ossibile proteggere un
documento PDF con password o firme elettroniche e usare la crittografia per
limitarne la lettura o la modifica, anche se tale protezione è aggirabile con appositi
strumenti software.
5. L’apposizione di firme e sigilli elettronici su documenti in formato PDF è
effettuata mediante la busta crittografica PAdES (cfr. § 2.16), mentre il servizio
fiduciario elettronico costituto dalla convalida di documenti in formato PAdES è
sancito dalla normativa comunitaria.
6. Il PDF è uno standard “modulare”, nel senso che sono stati definiti profili diversi
che introducono insiemi aggiuntivi di nuove funzionalità (quali quelle sopra
elencate), ovvero vincolano alcune di esse allo scopo di migliorare l’interoperabilità
del documento PDF in specifici ambiti. I profili possono prevedere sotto -profili
con ulteriori specifiche (additive o vincolanti), chiamati livelli di conformità. Si noti
inoltre che un file PDF può essere conforme a più livelli ( profili o sotto -profili)
contemporaneamente. I profili e sotto -profili ufficialmente riconosciuti sono i
seguenti:
• PDF/A (archival) — Profilo particolarmente adatto alla creazione di
documenti di cui deve essere garantita la leggibilità in caso di archiviazione a
lungo termine e conservazione. Si divide in due sotto-profili:
o
PDF/A-1 — Basato su PDF versione 1.4, impedisce al file di
contenere (graficamente o come allegati) niente altro che testi,
ipertesti, immagini raster o vettoriali; sono in particolar modo vietati i
moduli con contenuti variabili (e.g. codice Java eseguibili) , Infine, i l
formato contenere al suo interno tutti i caratteri tipografici utilizzati.
PDF/A-1a (accessible) — Specifica “forte” del sotto -profilo
PDF/A-1, ove ad ogni contenuto non testuale del file è garantita
piena coerenza semantica e accessibilità (p.es. ogni immagine
deve avere un commento, ed ogni glifo un codice U NICODE);
questo consente non solo una visualizzazione del file a lungo
termine, ma anche un suo utilizzo da parte di parser e di lettori
del documento per persone diversamente abili.
PDF/A-1b (basic) — Specifica “debole” del sotto -profilo
PDF/A-1, ove non è richiesta la presenza di dati semantici come
in PDF/A-1a.
o PDF/A-2 — Basato su PDF versione 1. 7, è dotato di tre livelli di
conformità:
PDF/A-2a — analogo a PDF/A-1a.
PDF/A-2b — analogo a PDF/A-1b.
PDF/A-2u — analogo a PDF/A-2b, ma con il vincolo
aggiuntivo che tutti i caratteri impiegati devono essere codificati
in base alla mappatura U
NICODE.
o PDF/A-3 — Sotto -profilo poco usato che aggiunge, rispetto a PDF/A-
2, la possibilità di allegare file di qualsiasi tipo.
• PDF/E (engineering) — Profilo dedicato all’inclusione di disegni e altri dati
tecnici nel PDF (versione 1.6), quali informazioni geografiche, e modelli
grafici tridimensionali interattivi.
• PDF/H (health) — Inclusione di dati sanitari (sotto forma di XML) quali
referti, sondaggi, testi di laboratorio o altri sistemi diagnostici.
• PDF/X (graphics exchange) — Interscambio professionale di contenuti grafici
(sia raster che vettoriali, cfr. §2.6 e §2.7 rispettivamente)
o PDF/X-1 — Sotto -profilo basato su PDF versione 1.3.
PDF/X-1a — Variante in cui devono essere incluse tutte le
fonti tipografiche, mentre i colori sono codificati in spazio -
colore CMYK o come colori spot10.
o PDF/X-3 — Sotto-profilo (basato su PDF versione 1.3) che include
capacità colorimetriche avanzate, come ad esempio ammettere, oltre a
colori spot, spazi-colore CMYK, CIELAB, RGB (calibrati o meno), profili
ICC.
o PDF/X-4 — Ulteriore evoluzione del sotto -profilo PDF/X-3 (basato
su PDF versione 1.4) che include anche le trasparenze.
o PDF/X-5 — Ulteriore evoluzione del sotto -profilo PDF/X-5 (basato
su PDF versione 1.6), con una ulteriore distinzione: PDF/X-5g,
PDF/X-5pg e PDF/X-5n.
• PDF/UA (universal accessibility) — Profilo dedicato all’accessibilità universale,
che comprende ad esempio l’ordine con cui devono comparire commenti e
note, le didascalie per i contenuti extra meno accessibili (ad es. foto o video),
i requisiti per permettere a tecnologie di accessibilità di gestire tutte le parti
del documento (incluse quelle criptate).
•
PDF/VT (variable and transactional printing ) — Profilo dedicato a PDF che
andranno stampati con parti variabili da tiratura a tiratura (ad es. il numero
seriale progressivo in ogni esemplare a tiratura limitata).
o PDF/VT-1 — Variante in cui tutte le parti sono auto -contenute in un
singolo file PDF (compatibile con PDF/X-4).
o PDF/VT-2 — Variante in cui è contemplato l’uso di elementi grafici
contenuti in file esterni (compatibile con PDF/X-5)
10 Un colore spot è indicato digitalmente da un semplice codice corrispondente, nei plotter e stampanti professionali,
ad un particolare inchiostro che viene inserito appositamente. I colori spot possono prevedere qualità colorimetriche
non visibili digitalmente (p.es. colori lucidi, opachi, metallizzati, perlati, ruvidi), così come essere associati, in
particolari processi di stampa, a lavorazioni completamente diverse nella zona dell’impaginato digitalmente indicata
come da stampare con un dato color spot.
PDF/VT-2s — Ulteriore variante in cui sono ammessi
contenuti presi da flussi digitali esterni al PDF stesso (p.es. dati
provenienti da un sensore).
7. Come riportato nella scheda tecnica del formato PDF, a prescindere dalla
tipologia di contenuto (e quindi dall’eventuale conformità con altri profili), la
produzione di file in formato PDF privilegia, ove disponibile, la più recente versione
conforme allo ISO 32000-2, adottando preferenzialmente i suoi i profili di
accessibilità, con il seguente ordine di preferenza: PDF/A-2a, PDF/A-2u, PDF/A-2b.
Qualora non siano disponibili strumenti per la produzione di documenti PDF
conformi alla versione 2.0, si utilizza la versione più recente disponibile, preferendo
le versioni conformi allo ISO 32000-1 (PDF versione 1.7 e successive), in nessun
caso inferiori al PDF versione 1.4, adottando i profili di accessibilità con il seguente
ordine di preferenza: PDF/A-1a, PDF/A-1b. La ragione principale di tale ordine di
preferenza risiede nella maggiore versatilità del PDF versione 1.7 e successive nel:
• includere documenti (anche non in formato PDF), come allegati al PDF
stesso;
• permettere l’utilizzo di campi modulo senza incidere sulla validità di firme o
sigilli elettronici senza invalidare l’integrità del documento stesso, né
tantomeno delle firme o sigilli elettronici
PAdES eventualmente apposti;
8. L’obbligo di cui al precedente capoverso può essere disatteso per i documenti
PDF prodotti per essere specificatamente modificati ovvero “compilabili” in un
momento successivo alla loro produzione, come ad “modelli” o template per
procedimenti amministrativi di varia natura. Tuttavia, le PP.AA. producono il
documento compilabile e modificabile in formato PDF , usando versioni e profili
adeguati, tenendo conto che una volta compilati o redatti in forma definitiva, tali
file costituiranno documenti informatici (nel senso della rilevanza degli atti, fatti o
dati giuridicamente rilevanti contenuti nella versione modificata o compilata) . Si
raccomanda, ad esempio, di utilizzare per file PDF compilabili o modificabili,
solamente caratteri tipografici tra quelli interoperabili “standard” definiti nel §2.8.
9. I documenti che sono immodificabili salvo per la compilazione di campi vuoti o
l’apposizione di firme o sigilli elettronici d evono essere prodotti in formato PDF
versione almeno pari a 1.7, sfruttando i campi modulo e la loro robustezza, come
già esposto al punto 7.
WORD® 2007 FORMATO DI FILE
Nome completo WordProcessingML OOXML Extension
Estensione/i .docx, .dotx
Specializzazione
di XML imbustato dentro ZIP
Tipo MIME application/vnd.openxmlformats-officedocument.wordprocessingml.document
application/vnd.openxmlformats-officedocument.wordprocessingml.template
Sviluppato da Microsoft Corporation; ISO; ECMA
Tipologia di
standard
proprietario (libero), estendibile, de
facto, testuale
Livello metadati 3
Derivato da Office Open XML; Microsoft® Word ®
Revisione 11.1 (2018)
Riferimenti • Microsoft, Word extensions to OOXML
(.docx) file format v11.1 (2018)
• officeopenxml.com, Anatomy of a
WordProcessingML file
Conservazione Sì, solo profilo Strict; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Generico con riconoscimento obbligatorio
Racc. per la
scrittura
Vedasi capoversi 10 e 11 per la
conservazione.
9. La suite di applicativi Microsoft® Office®, dalla versione 2007 in poi, utilizza un
formato di file unico per i suoi applicativi principali, chiamato Open Office XML
(OOML, descritto più genericamente in §2.5). Il formato consiste in un pacchetto di
file, suddiviso in più cartelle, imbustato e compresso con un algoritmo ZIP e
presentato come un unico file. I file all’interno del pacchetto compress o sono
prevalentemente in formato XML e utilizzano il dialetto WordprocessingML ,
riservato ai documenti di videoscrittura elaborati dall’applicativo Word® per definire
l’intera struttura e il contenuto del documento. Eventuali documenti allegati (p.es.
immagini, video, audio o altri file) sono inseriti, all’interno di opportune cartelle, nel
loro formato nativo. L’estensione del documento compresso per gli impaginati
normali (senza macro attive) è .docx, mentre altri tipi di documenti (p .es. modelli di
documento, impaginati con macro attive) sono indicati semplicemente con estensioni
diverse.
10. Come per altri formati basati su
OOXML, si consiglia la produzione di documenti
con il profilo Strict, che è più restrittivo ma consente di eliminare alcune estensioni
“proprietarie” che possono ridurre l’interoperabilità del formato stesso.
11. Il documento è adatto alla conservazione solo se:
• sono utilizzati esclusivamente caratteri tipografici “standard” (cfr. § 2.8
capoverso 2),
• è privo di contenuti dinamici ad eccezione di campi compilabili o campi-
firma,
• è privo di contenuti audiovisivi (suoni, video),
• eventuali immagini o altri conten uti multimediali sono contenute
direttamente nel documento e non mediante collegamenti a file esterni al
documento.
Si consiglia inoltre
di effettuare un controllo sull’intera accessibilità del documento.
MS-DOC FORMATO DI FILE
Nome completo Microsoft® Word ® Binary File
Format Estensione/i .doc, .dot
Magic number 0xD0CF11E0A1B11AE1
Tipo MIME application/msword
Sviluppato da Microsoft Corporation
Tipologia di
standard proprietario (libero), estendibile, de facto, binario, deprecato
Livello
metadati 3
Derivato da Microsoft® Compound File Binary format; Corel® WordPerfect™
Revisione 8.1 (2018)
Riferimenti • Microsoft, [MS-DOC]: Word (.doc) binary
file format v8.1 (2018)
Conservazione No; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Obbligatorio con riversamento raccomandato
Racc. per la
scrittura
Sconsigliato
12. Il formato binario Word,® utilizzato come formato principale fino alle versione
2003 d a codesto applicativo di videoscrittura, è una variante specializzata del
formato Compound File Binary, proprietario di Microsoft Corporation (cfr. § 2.5);
utilizza l’estensione .doc per il documenti impaginati normale, e la cambia in caso
di varianti, quali ad esempio i modelli di documento (estensione .dot). Il formato
contiene in un unico file i metadati, i contenuti testuali, ipertestuali e gli allegati
dell’impaginato, senza offrire efficaci meccanismi di controllo dell’integrità. Inoltre,
le revisioni al documento vengono in generale salvate come modifiche differenziali
in coda al file, contribuendo ad ingrandire la dimensione del file e, al tempo stesso,
renderne più complessa l’apertura e l’interpretazione da parte degli applicativi di
videoscrittura. Per questa mancanza di robustezza (soprattutto in caso di documenti
di dimensioni molto grandi a causa di contenuti multimediali allegati), l’azienda
proprietaria del formato decide di cambiare strategia, adottando un nuovo formato
per tutti i documenti della suite applicativa Office,® a partire dalla versione 2007 ,
anche se il “formato .doc“ è pienamente supportato dalle nuove versioni. In caso di
produzione di nuovi documenti impaginati tramite Word® si raccomanda l’uso del
nuovo, sopra descritto formato basato su Open Office XML.
ODT FORMATO CONTENITORE
Nome completo Open Document Text
Estensione/i .odt
Specializzazione
di XML imbustato dentro ZIP
Tipo MIME application/vnd.oasis.opendocument.text
Sviluppato da Organization for the Advancement of Structured Information Standards
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, binario
Livello metadati 3
Derivato da —
Revisione 1.2 (2015)
Riferimenti Famiglia di standard 26300 della ISO/IEC:
• ISO/IEC 26300-1:2015, ODF for Office
Applications v1.2 – Part 1: OpenDocument
Schema
• ISO/IEC 26300-3:2015, ODF for Office
Applications v1.2 – Part 3: Packages
• OASIS, Open Document Format for Office
Applications (OpenDocument), v1.2 (2015)
Conservazione Sì; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Generico con riconoscimento obbligatorio
Racc. per la
scrittura
Fortemente raccomandato
13. Il formato OpenDocument Text (ODT) è una particolare implementazione del
più generale formato OpenDocument (cfr. §2.5). Esso è il formato di default usato
dall’applicazione di videoscrittura Writer della suite open source LibreOffice , ma è
ampiamente supportato da molti altri applicativi di videoscrittura. Come per l’Open
Office XML, anche tale formato è costituito da una busta compressa ZIP contenente
un pacchetto di file che descrive la composizione del documento, cui componenti
principali sono in formato XML.
RICHTEXT FORMATO DI FILE
Nome completo Rich Text Format
Estensione/i .rtf
Magic number {\rtf1
Tipo MIME text/rtf, application/rtf
Sviluppato da Microsoft
Tipologia di
standard
proprietario (libero), de facto,
binario, deprecato
Livello
metadati 1
Derivato da Rich-Text; Enriched Text
Revisione 1.9.1 (2008)
Riferimenti • Microsoft, Word 2007: Rich Text Format
(RTF) Specification v1.9.1 (2008)
• RFC-1521
Conservazione No; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Generico con riconoscimento consigliato
Racc. per la
scrittura
Non raccomandato
14. Rich Text Format (RTF) è un formato di proprietà di Microsoft utilizzato come
formati interoperabile di documenti impaginati. Il formato supporta un numero
molto ridotto di caratteristiche grafiche e tipografiche, e una possibilità limitata
relativamente a ipertesti e allegati multimediali, a fronte di una semplicità strutturale
conforme con lo scopo della sua introduzione. Nonostante sia ancora supportato
dai principali applicativi di videoscrittur a (inclusi quelli installati di default nei
principali sistemi operativi), ma seguito della standardizzazione e apertura di formati
ben più evoluti e completi (cfr. quelli basati su OOXML e OpenDocument) e, se ne
sconsiglia l’uso per la produzione di nuovi documenti.
EPUB FORMATO DI FILE
Nome completo EPUB
Estensione/i .epub
Specializzazione
di HTML, CSS, XML, SVG, … imbustati dentro ZIP
Tipo MIME application/epub+zip
Sviluppato da International Digital Publishing Forum
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de facto
Livello metadati 3; cfr. §2.8
Derivato da Open eBook publication structure;
XHTML; CSS
Revisione 3.1 (2017)
Riferimenti Famiglia di standard 30135 della ISO/IEC:
• ISO/IEC 30135-1:2014, EPUB Part 1: EPUB3
overview
• ISO/IEC 30135-3:2014, EPUB Part 3:content
documents
• ISO/IEC 30135-5:2014, EPUB Part 5: media
overlay
• www.idpf.org/epub
Conservazione No; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Generico con riconoscimento consigliato
Racc. per la
scrittura
Raccomandato nell’editoria digitale
15. Il formato EPUB è costituito da un pacchetto di file che descrivono,
complessivamente, una documento paginato comprensivo dei suoi allegati
multimediali, compressi con compressione ZIP in un unico file con estensione .epub.
I documenti prediletti da questo formato si chi amano anche eBook, in quanto si
prestano ad una visualizzazione prevalentemente elettroica su dispositivi con diverse
capacità di visualizzazione grafica, anche notevolmente ridotta, come ad esempio
smartphone e tablet (inclusi gli ‘eBook reader’ specializzati).11
All’interno di questo pacchetto, i metadati interni del documento sono contenuti in
file XML, il contenuto testuale in uno o più file HTML, le sue impostazioni
tipografiche in uno o più file CSS, e gli eventuali elementi grafici in file immagini di
vari formati aperti (PNG, SVG, ecc.). La versatilità grafica dell’eBook è ottentuta da
questo formato sfruttando le caratteristiche di adattamento ed “ elasticità” dei
contenuti HTML dotati di opportuni “stili” CSS (cfr. § 2.2) basati su profili di
dispositivo apposito.
INDESIGNML FORMATO DI FILE
Nome completo Adobe® InDesign® Markup
Language
Estensione/i .idml
Specializzazione
di XML imbustato dentro ZIP
Tipo MIME application/x-indesign+xml
Sviluppato da Adobe Systems
Tipologia di
standard
proprietario (libero), de facto,
testuale
Livello metadati 4
Derivato da Adobe® InDesign® file format (.indd)
Revisione 8.0 (2012)
Riferimenti • Adobe, IDML File Format Specification ,
v8.0 (2012)
• Adobe, InDesign® Developer Documentation
Conservazione No; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Specifico; non raccomandato se non in
editoria digitale
Racc. per la
scrittura
Specifico; raccomandato (al posto di
.indd) nel settore dell’editoria digitale
InDesign
16. Adobe® InDesign® è uno degli applicativi più diffusi per l’editing grafico, ma è
un applicativo commerciale non aperto, come il formato nativo e binario per i suoi
impaginati (estensione .indd). Tale formato è inoltre altamente instabile in quanto
Adobe, che lo mantiene, lo cambia in continuazione da una variante all’altra del
software. Per ridurre i rischi di interoperabilità dovuti all’estrema variabilità del
formato nativo “.indd”, Adobe ha introdotto una variante del formato basato su
XML e chiamato InDesign
® Markup Language (estensione .idml). Tale versione, oltre
ad essere testuale ed estendibile, è anche parzialmente pubblicata sul sito Adobe, ed
11 Ad esempio lo stesso eBook visualizzato su due dispositivi elettronici con display tecnicamente diversi (un ‘e-paper’
monocromatico da 800×600 punti a 167dpi, rispetto a un LCD a colori da 1920×1080 — cfr. §2.6) potrebbe essere
visualizzato con caratteri tipografici simili (magari di dimensioni diverse) e con una diversa distribuzione di caratteri
su ogni linea allo scopo di rendere l’esperienza di lettura più agevole e la fruibilità più simile a quella di un libro su
carta stampata.
è perciò consigliato come il formato d’elezione –al posto del formato nativo – per
tutte le organizzazioni che archivino impaginati creati con InDesign®.
POSTSCRIPT™ FORMATO DI FILE
Nome completo PostScript®
Estensione/i .ps
Magic number %!PS
Tipo MIME application/postscript
Sviluppato da Adobe Systems
Tipologia di
standard
proprietario (libero), de facto,
binario, deprecato
Livello metadati 1
Derivato da Lisp
Revisione 3 (1997)
Riferimenti • Adobe, PostScript® language reference, 3rd
ed. (1999)
• Adobe, PostScript® language reference
supplement: Adobe® PostScript® 3™ version
3010 and 3011 Product Supplement, 30
August 1999
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Raccomandato per l’editoria digitale
Racc. per la
scrittura
Sconsigliato
17. Il formato PostScript™ deve il suo nome all’omonimo linguaggio di descrizione
di pagine professionale. Come per i formati contenenti codici scritti in un linguaggio
di programmazione, questo formato di file contiene un elenco ordinato di istruzioni
in tale linguaggio PostScript™ (linguaggio di tipo pseudo -binario) che, eseguite una
dopo l’altra da una stampante o altro dispositivo capace di interpretarle, hanno come
effetto la stampa di un documento esattamente identico. Il PostScript™ è stato per
anni uno dei linguaggi di riferimento per il trasporto e la conservazione di
documenti finalizzati alla stampa digitale, sia di tipo testuale che grafico. La
versatilità del formato è anche parte del motivo per cui lo standard PDF è basato
su PostScript™ . Ai formati per la produzione di documenti impaginati o altri tipi di
stampa digitale, è tuttavia richiesto di supportare anche ipertesti e contenuti non
strettamente stampabili (suono, video ,ecc.), per i quali tale formato, risultando
dunque inadeguato, diviene obsoleto. Nonostante la grande varietà di documenti
attualmente presenti salvati in questo formato (per il quale la capacità di lettura è
ancora fortemente raccomanda alle organizzazioni di settore tecnico -editoriale), si
sconsiglia di produrne degli altri, preferendovi formati più moderni. Gli applicativi
dedicati alla formazione del documenti in tali formati al posto del PostScript™, così
come gli applicativi di riversamento dal PostScript™ in questi formati devono
tuttavia essere adeguatamente configurati affinché i documenti mantengano le
caratteristiche di riproducibilità e qualità che il formato PostScript™ garantisce per
sua natura, permettendo al contempo di includere funzionalità moderne nel
documento, quali contenuti ipertestuali e multimediali. Esempi di tali funzionalità
sono la rappresentazione delle immagini in modalità vettoriale o, qualora le
immagini siano di tipo raster, garantire qualità equivalente (ad esempio mediante
algoritmi di compressione senza perdita); cfr. §2.6 e §2.7.
LATEX FORMATO DI FILE
Nome completo LaTeX
Estensione/i .tex
Specializzazione
di TeX
Tipo MIME application/x-tex
Sviluppato da comunità open source
Tipologia di
standard
aperto (licenza LPPL), estendibile, de
facto, testuale
Livello metadati 1
Derivato da TEX
Revisione 2ε
Riferimenti • www.latex-project.org
• github.com/latex3
• ctan.org (Comprehensive TEX Archive
Network)
Conservazione No; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Specifico; raccomandato per testi tecnico-
scientifici
Racc. per la
scrittura
Specifico; nessuna raccomandazione
18. LATEX è la specializzazione più comunemente più usat a del linguaggio di
impaginazione testi denominato T EX, inventato nel 1979 da Donald Knuth . La
versione attualmente in uso è la 2 ε (denominata LATEX2ε). In realtà, l’albero
“glottologico” del TEX comprende dialetti derivati direttamente dal linguaggio -
madre TEX, così come dal LATEX stesso, come ad esempio AMS-LATEX.
Come suggerisce il nome stesso, LATEX è particolarmente efficace per la
produzione di pubblicazioni tecnico-scientifiche pronte per la stampa e conformi a
norme redazionali e tipografiche professionali. Ciò che ne ha determinato
particolare diffusione nella comunità scientifica internazionale (nonostante la sua
obsolescenza rispetto sia a linguaggi per ipertesti più evoluti come l’XML e a formati
di documenti impaginati “WYSIWYG”,12 che permettono una visualizzazione diretta
dei contenuti) sta, in prima istanza, nella capacità – innata nel T EX e
contemporaneamente potenziata e semplificata nel LATEX– di descrivere complesse
formule matematiche, la cui tipografia è rigorosamente rappresentata con leggibilità
superiore ad applicativi di videoscrittura da “ufficio”. Il linguaggio, di per sé, si limita
12 Acronimo dall’inglese «what you see is what you get» (parafrasabile in «esattamente così come lo vedi»).
a descrivere la distribuzione di testi e ipertesti (immagini, tabelle,
formule/equazioni, bibliografia, note, così come i loro riferimenti) all’interno del
documento, contornati da tag che si riferiscono a template esterni contenenti le regole
stilistiche e tipografiche da rispettare (come ad esempio le fonti, cfr. § 2.8). Il
documento LATEX è, in questo senso, analogo al codice sorgente di un linguaggio
di programmazione o scripting (cfr. § 2.15): ha bisogno di essere compilato per
produrre un documento informatico consultabile e completamente impaginato, che
si raccomanda sia prodotto sempre nel formato PDF o comunque –ove ciò non sia
possibile– in uno dei formati raccomandati in questo paragrafo per la produzione
di documenti impaginati.
È attualmente in sviluppo una revisione maggiore delle specifiche, denominata
LATEX3, che modifica diversi aspetti (sia dal punto di vista lessicale che grafico),
allo scopo di attualizzare questo linguaggio e integrarlo con le tecnologie allo stato
dell’arte nel campo della tipografia, dell’editoria e della multimedialità che,
semplicemente, non esistevano negli anni ’80 e la cui integrazione nel T EX e nei
dialetti derivati è solo parzialmente avvenuta, non senza numerose difficoltà
tecniche.
2.1.1 Raccomandazioni per la produzione
di documenti
1. Il formato raccomandato per la produzione di documenti informatici in senso
stretto (quindi, tra le altre cose, non più modificabili) il formato raccomandato è il
PDF/A-1 per via della maggiore “superficie di interoperabilità”; il PDF in generale è
comunque il formato più raccomandato per i documenti impaginati, inclusi quelli
che devono rimanere parzialmente compilabili o commentabili (come i moduli delle
procedure amministrative).
2. Le caratteristiche avanzate quali l’apposizione di firme e sigilli elett ronici anche
multipli (si veda il formato
PAdES, § 2.16), l’inclusione di documenti (anche in
formati diversi) come allegati di un unico file PDF , l’inclusione di essenze
multimediali e modelli bi- o tri-dimensionali manipolabili in tempo reale all’interno
del documento, lo rendono particolarmente versatile in molteplici occasioni.
3. Per quanto riguarda i formati di documenti impaginati che possono essere
revisionati e modificati, o dai quali si possono derivare altri documenti, si
raccomanda siano prodotti in formato OpenDocument ( .odt), interoperabilmente
utilizzabile dai principali applicativi di videoscrittura e, laddove non sia possibile, nel
formato
OOXML (.docx), ma con profilo Strict. Nel caso di documenti semilavorati
a carattere temporaneo e non definitivo è consigliabile anche l’utilizzo di formati
puramente “virtuali” quali quelli delle suite collaborative di fornitori di servizi in
Cloud qualificati.
4. Per applicazioni specifiche, come l’editoria, la grafica o le pubblicazioni tecnico-
scientifiche, possono essere raccomandabili anche altri formati definiti in questa
sezione purché, in fase di conservazione, si valuti sempre l’interoperabilità del
documento finito (a scopo di distribuzione attraverso vari mezzi di comunicazione)
e della sua sorgente così (come generata da applicativi di videoscrittura o altro), in
quanto tali requisiti potrebbero portare a differenti raccomandazioni di formato.
2.2 Ipertesti
1. Rientrano in questa categoria tutti i documenti, prevalentemente testuali, che
contengono ipertesti, quali ad esempio riferimenti ad oggetti esterni (di tipo URI,
URL o altro), ovvero codici di markup per rappresentare digitalmente insieme astratti
di dati e loro ontologie.
XML FORMATO DI FILE
Nome completo Extensible Markup Language
Estensione/i .xml
Magic number <?xml 0x20
Tipo MIME application/xml, text/xml
Sviluppato da World Wide Web Consortium
Tipologia di
standard
aperto, estendibile, retrocompatibile,
de iure, testuale
Livello
metadati 4
Derivato da SGML
Revisione 1.0, 5a edizione
Riferimenti • W3C Recommendation XML 1.0 (5th Ed.), 2013
• www.w3.org/standards/xml
• validator.w3.org
Conservazione Sì, se conservato insieme a un XML
Schema
Racc. per la
lettura
Generico; subordinato ad eventuali,
ulteriori obblighi o raccomandazioni di
conformità con schemi/dialetti.
Racc. per la
scrittura
Generico; subordinato ad eventuali,
ulteriori obblighi o raccomandazioni di
conformità con schemi/dialetti.
2. Il principale tipo di sintassi è costituito dall’Extensible Markup Language (XML), la
cui caratteristica aggiuntiva è di essere facilmente human readable . L’XML è
estendibile in quanto:
• possono essere definite in continuazione nuove etichette;
• più dizionari di etichette possono essere usati con un approccio modulare
all’interno del medesimo file XML mediante l’utilizzo dei namespace (“spazi di
nomi”) sui nomi delle etichette;
• è possibile definire, in XML stesso, sintassi specializzate mediante schemi
(.xsd) o dialetti (.dtd);
• un medesimo documento XML (come file unico ovvero pacchetto costituito
da più file XML) può essere logicamente composto da parti distinte, ciascuna
delle quali utilizza etichette e regole sintattiche definite da diversi namespace o
schemi, mentre le diverse parti possono referenziarsi l’un l’altra sfruttando
diversi meccanismi sintattici (p.es.
XQuery e XPath).
3. Numerosi formati di file oggetto del presente Allegato che utilizzano il linguaggio
XML impiegano un dialetto specializzato al loro contenuto; essi sono:
• OpenDocument e Microsoft® OOXML (cfr. § 2.1 e §2.5),
• XHTML, XSD, XSL, XSLT, MathML (§2.2),
• SVG (§2.7),
• tutti i formati descritti in §2.14 (FatturaPA, CDA2, asserzione SPID,
…),
• MusicXML (§2.9),
• IMSC1, TTML, e EBU-TT (§ 2.11)
• alcuni file obbligatori nei pacchetti IMF e DCP, nonché ACESclip
(§2.12),
• KDM e firme elettroniche XAdES (§2.16).
4. Nota Bene : Alcuni dei formati basati su XML sopraelencati mantengono
l’estensione .xml del linguaggio madre, altri usano le proprie (e.g. .html/.htm, .svg,
.ttml, .kdm). Si raccomanda che le Pubbliche Amministrazioni che producano
documenti informatici in qualunque formato basato su XML non descritto dal
presente Allegato ma che utilizzasse (in base alle proprie linee guida, specifiche
tecniche, raccomandazioni o best p ractices) un’estensione “propria” diversa da .xml,
laddove fosse consentito dall’uso applicativo delle applicazioni che elaborano file in
tali formati, di “appendere” l’estensione .xml alla propria. Questo accorgimento
manterrà ed esporrà l’estensione propria del formato a livello di UI, consentendo ai
sistemi operativi privi di applicazioni specifiche per interpretare tali formati di aprire
e visualizzare tali file come fossero normali file XML.
Esistono moltissime altre estensioni di XML che, pur non desc ritte qui, possono
essere utilizzate e integrate in documenti XML per mezzo dell’estendibilità del
namespace.
HTML FORMATO DI FILE
Nome completo Hypertext Markup Language
Estensione/i .html, .htm
Magic number <!DOCTYPE 0x20; <head>
Tipo MIME text/html
Sviluppato da World Wide Web Consortium
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, testuale
Livello
metadati 2
Derivato da XML
Revisione 5.2
Riferimenti • W3C Recommendation HTML 5.2, 2017
• validator.w3.org
• W3C Recommendation XML 1.0 (5th Ed.), 2013
Conservazione Sì, se conservato insieme al/i CSS;
cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Generico con riconoscimento obbligatorio
Racc. per la
scrittura
Specifico; raccomandato HTML5 per
contenuti web
5. Un particolare dialetto di XML è HT ML (ufficialmente codificato come XML
puro a partire dalle sue versioni “XHTML” e “HTML5”), che serve a rappresentare il
contenuto di pagine web. In questo caso HTML (.htm, .html) è affiancato dal CSS,
linguaggio specifico per descrivere i fogli di stile che trasformano i componenti
logici di una pagina in elementi grafici (la cosiddetta “presentazione” della pagina).
6. Il CSS può essere iniettato direttamente all’interno dell’HTML, oppure venire
referenziato da esso in dei file esterni (estensione .css).
7. Sia XML, che HTML, che CSS sono tutti standard del W3C. Più in generale, una
pagina web è un esempio di pacchetto d i file (cfr. §1.1.2) costituito, come minimo,
da un solo indice HTML, più eventualmente altri file in vari formati (anche non
inclusi in questo Allegato), quali ad esempio HTML, CSS, WOFF, JavaScript, ecc.
XHTML FORMATO DI FILE
Nome completo Extensible Hypertext Markup
Language
Estensione/i .xhtml, .html
Specializzazione
di XML
Tipo MIME application/xhtml+xml
Sviluppato da World Wide Web Consortium
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, testuale
Livello metadati 2
Derivato da HTML
Revisione 1.1
Riferimenti • W3C Recommendation XHTML™ Basic 1.1 (2nd
Ed.), 2010
• W3C Recommendation XHTML™ 1.0 (2nd Ed.),
2018
• validator.w3.org
• W3C Recommendation XML 1.0 (5th Ed.),
2013
Conservazione Solo se conservato insieme al/i CSS
Racc. per la
lettura
Generico con obbligo di riconoscimento
Racc. per la
scrittura
Specifico; raccomandato HTML5 per
contenuti web
8. L’HTML, originariamente (e fino a HTML 4.01), non era una specializzazione di
XML; prima di introdurre la versione 5, è stato fatto dal W3C un tentativo di
standardizzazione intermedio che ha portato ad un’altra versione di HTML,
chiamato XHTML (a sua volta ramificato in due dialetti distinti –Strict e Transitional–
sono i più diffusi, e in diverse versioni). Data la sua diffusione tale linguaggio (che
condivide le estensioni di file con le versioni ufficiali di
HTML) è stato incluso in
questo elenco.
XSD FORMATO DI FILE
Nome completo XML Schema Definition
Estensione/i .xsd
Specializzazione
di XML
Tipo MIME application/xml
Sviluppato da World Wide Web Consortium
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, testuale
Livello metadati 4
Derivato da XML
Revisione 2.0
Riferimenti • W3C Recommendation XSL Schema Part 0:
Primer, 2nd Ed., 2004
• W3C Recommendation XSL Schema Part 1:
Structures, 2nd Ed., 2004
• W3C Recommendation XSL Schema Part 1:
Datatypes, 2nd Ed., 2004
Conservazione Sì
Racc. per la
lettura
Speciale; per la convalida di documenti in
XML
Racc. per la
scrittura
Speciale; per la condivisione di sintassi
e dialetti XML
9. Questo formato è in grado di descrivere, sempre in linguaggio XML la sintassi e
la grammatica associata ad un particolare schema , che esso stesso definisce. Un
documento XML può perciò essere convalidato in maniera automatica rispetto ad
un dato schema, per verificare se ne rispetta tutti i criteri sintattici. Analogamente,
un file XSD può essere usato per produrre in XML una strut tura di dati o, più in
generale, una procedura. In entrambe i casi (convalida o produzione di un
documento XML rispetto ad uno schema), questa architettura consente di
riutilizzare lo stesso algoritmo o applicativo, ma con la flessibilità aggiuntiva di poter
cambiare le regole sintattiche e grammaticali in automatico non appena viene
cambiato lo schema di riferimento su file XSD.
XSL FORMATO DI FILE
Nome completo Extensible Stylesheet Language
Estensione/i .xsl
Specializzazione
di XML (namespace xsl)
Tipo MIME text/xsl
Sviluppato da World Wide Web Consortium
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, testuale
Livello metadati 4
Derivato da XML
Revisione 2.0
Riferimenti • W3C Working Draft XSL Requirements, v2.0,
2008
• W3C Recommendation XSL Requirements,
v1.1, 2006
• www.w3.org/Style/XSL/
Conservazione Sì
Racc. per la
lettura
Generale; raccomandato per la
visualizzazione di XML
Racc. per la
scrittura
Speciale; raccomandato per la costruzione
di presentazioni grafiche di documenti in
formato XML
10. Un documento esistente in formato XML può essere trasformato in un altro
documento, sia esso in XML o in qualunque altro formato, specificando le regole
di traduzione mediante trasformazioni descritte – sempre in linguaggio XML – e
raccolte in:
• File per la descrizione del linguaggio di stile (in caso si tratti di un linguaggio
diverso da XML) o del dialetto (in caso si tratti di una specializzazione di
XML) — in
XSL (.xsl).
XSLT FORMATO DI FILE
Nome completo Extensible Stylesheet Language Transformations
Estensione/i .xslt
Specializzazione
di XML (namespace xsl)
Tipo MIME application/xslt+xml, text/xml
Sviluppato da World Wide Web Consortium
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, testuale
Livello metadati 3
Derivato da DSSSL
Revisione 2.0
Riferimenti • W3C Recommendation XSL Transformations
(XSLT) v2.0, 2007
Conservazione Sì
Racc. per la
lettura
Generale; raccomandato per la
visualizzazione di XML
Racc. per la
scrittura
Speciale; raccomandato per la costruzione
di presentazioni grafiche di documenti in
formato XML
• File per la descrizione delle trasformazioni del linguaggio di stile, che
permette regole più complesse che, ad esempio, possono includere il
traversamento della struttura XML del documento di partenza (tramite i
sopracitati metodi xQuery e xPath) — XSLT (.xslt).
CSS FORMATO DI FILE
Nome completo Cascaded Style Sheet
Estensione/i .css
Magic number —
Tipo MIME text/css
Sviluppato da World Wide Web Consortium
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, testuale
Livello
metadati 2
Derivato da —
Revisione 3
Riferimenti • W3C Recommendation CSS 2.1 Specification,
2011
• W3C Recommendation CSS Basic User Interface
module level 3 (CSS3 UI), 2018
• W3C Recommendation CSS Color module level
3, 2018
• W3C Recommendation CSS Media Queries, 2012
• validator.w3.org
Conservazione Sì; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Generale; raccomandato per visualizzare
pagine web
Racc. per la
scrittura
Generale; raccomandato per la
presentazione di documenti sotto format
di pagine web
11. Il formato CSS effettua trasformazioni stilistiche di un documento HTML per
permettere al suo contenuto di essere visualizzato graficamente, tramite un web
browser, inclusi gli adattamenti “dinamici” del contenuto stesso. Una pagina web
viene così rapprese ntata da vari file, tra i quali spiccano quelli delle seguenti due
tipologie:
• il contenuto vero e proprio della pagina (testi, ipertesti e altri tipi di riferimenti
ad altre pagine o contenuti), formato in HTML;
• la “presentazione” dei suddetti contenuti, formata in CSS.
12. Possono esistere più documenti CSS che adattano il medesimo contenuto a
dispositivi di visualizzazione (p.es. stampa, monitor a bassa risoluzione, monitor ad
alta risoluzione, dispositivi touch-screen, dispositivi per contenuti accessibili di vario
tipo, …), ovvero adattano più contenuti diversi uniformandone lo stile. La versione
di linguaggio CSS da usare dipende dall a versione HTML del contenuto: si
raccomanda
CSS3 per HTML5, ovvero CSS2 per XHTML.
MARKDOWN FORMATO DI FILE
Nome completo Markdown
Estensione/i .md
Magic number —
Tipo MIME text/markdown
Sviluppato da John Gruber, Aaron Swarz
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, testuale
Livello
metadati 2
Derivato da —
Revisione 0.28 (2017)
Riferimenti • RFC-7763, RFC-7764
• spec.commonmark.org
Conservazione Sì, se conservato insieme agli oggetti
da esso riferiti
Racc. per la
lettura
Generale; raccomandato per produzione di
testi e ipertesti pubblicati online
Racc. per la
scrittura
Generale; raccomandato per produzione di
testi e ipertesti pubblicati online
13. Markdown (“md”) è un linguaggio di markup pensato per scrivere contenuti
testuali insieme ad una limitata quantità di ipertesti e di capacità “presentazionali”.
La sintassi semplificata del markdown è pensata per rendere il contenuto di un
ipertesto accessibile e traducib ile, in automatico, in linguaggi e sintassi che ne
permettono un’adeguata presentazione e trasmissione, come ad esempio HTML,
EPUB, OOXML, PDF o altro. Nella previsione che sempre più servizi delle PP.AA.
saranno prodotti e accessibili online, il markdown si configura dunque come il
linguaggio d’elezione per l’archiviazione a breve e lungo termine di questi contenuti,
che sono perciò resi indipendenti dalla pagina web o dal file ove possano
temporaneamente essere rappresentati. Gli ipertesti in mar kdown si prestano ad
essere conservati, nella loro sintassi originale, sia all’interno di basi di dati generiche
(cfr. § 2.3) che in documenti infor matici indipendenti, sottoforma di file con
estensione .md.
MATHML FORMATO DI FILE
Nome completo MathML
Estensione/i .mml, .xml
Specializzazione
di XML
Tipo MIME text/mathml, text/mathml-renderer[*]
Sviluppato da World Wide Web Consortium
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, testuale
Livello metadati 4
Derivato da XML
Revisione 3.0 (2014)
Riferimenti • ISO/IEC 40314:2016, MathML version 3.0,
2nd Ed.
• W3C Recommendation MathML version 3.0, 2nd
Ed., 2014
• W3C Math Home
Conservazione Sì; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Speciale; obbligatorio per testi tecnico-
scientifici basati su XML
Racc. per la
scrittura
Speciale; fortemente raccomandato per
testi tecnico-scientifici; obbligatorio
per quelli basati su XML
14. MathML è un dialetto di XML adatto alla rappresentazione di formule
matematiche generiche; tale estensione di XML viene dunque utilizzata per testi
scientifici in qualsivoglia documento informatico basato su XML, suoi dialetti (e.g.
XHTML) o linguaggi “imparentati” (e.g. HTML).
2.2.1 Raccomandazioni per la produzione
di documenti
1. Si raccomanda di usare per gli ipertesti i formati più aperti, interoperabili e
indipendenti dall’applicativo utilizzato, come ad esempio l’XML (con i suoi dialetti)
e il markdown. Nel caso specifico di documenti destinati ad uso tramite internet o
intranet, la scelta ricadrebbe naturalmente sulle versioni più recenti di HTML (HTML5)
e XHTML, anche se tali linguaggi da un lato mantengono una dipendenza dal formato
del documento (“pagina web”), dall’altro sono largamente dipendenti – per la loro
visualizzazione– da altri file che ne descrivono la rappresentazione grafica (e.g. stili
XSLT/XSLT e fogli di sitel CSS). Si invita dunque ad una scelta adeguata alle finalità
del documento.
2. I documenti in formato XM L sono adatti alla conservazione soltanto se
accompagnati dal loro schema XML (XSD). Le pagine web possono essere mandate
in conservazione soltanto quando completamente statiche, combinando il
“contenuto vero e proprio” in formato HTML (incluso XHTML), con la parte
“presentazionale” in formato CSS. Le pagine web con contenuto dinamico (ad
esempio codice JavaScript lato client) non sono adatte alla conservazione a meno di
non conservare l’intero contenuto JavaScript (incluse le librerie eventualmente
richiamate – cfr. §2.15) che, a sua volta, non deve riferirsi esternamente ad alcun
altro documento.
2.3 Dati strutturati
1. In questa sezione si descrivono brevemente alcuni formati dedicati al trasporto
di dati strutturati, intendendo con questa accezione riferirsi a formati ove la
tipologica di contenuto non è predeterminata a propri. Esempi di applicazioni che
fanno uso di dati strutturati sono le basi di dati (per le quali rappresentno qui i
formati SQL e quelli relativi all’applicativo Microsoft ® Access®). Si sottolinea che
l’adeguatezza di una base di dati alla normativa vigente in materia di protezione dei
dati personali (p.es. pseudonimìa) e privacy può essere indipendente dal formato di
file adottato, mentre è fortemente caratterizzata dai criteri architett urali adottati
durante la fase progettuale.
SQL FORMATO DI FILE
Nome completo Structured Query Language
Estensione/i .sql
Specializzazione
di Datalog query language
Tipo MIME application/sql
Sviluppato da International Organization for
Standardization
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, testuale
Livello metadati 4
Derivato da Datalog
Revisione SQL:2016
Riferimenti • RFC-6922
Famiglia di standard 9075 della ISO/IEC:
• ISO/IEC 9075-1:2016, SQL Part 1 –
framework
Conservazione Sì
Racc. per la
lettura
Speciale; raccomandato per basi di dati
relazionali
Racc. per la
scrittura
Speciale; raccomandato per basi di dati
relazionali
2. I file SQL servono a contenere configurazioni e tabelle per basi di dati relazionali,
complete o parziali, sotto forma del loro linguaggio di programmazione comune.
Ogni file SQL descrive la formazione della base di dati, “da zero” o a partire da una
base supposta già esistente: fornendo un tale file ad un gestore di basi di dati
vengono perciò costituite le sue tabelle. Vice versa, una o più tabelle possono essere
archiviate effettuandone uno “scarico” (dump in inglese) in un file SQL che descrive
come il contenuto dello scarico può essere formato, da zero, in un nuovo gestore di
basi di dati che interpreti il medesimo linguaggio. A tale scopo bisogna dunque
specificare che SQL è in realtà un ceppo linguistico, da cui sono derivati molteplici
dialetti di SQL, differenziati a seconda dell’applicativo –commerciale o meno– che
funge da gestore di basi di dati. Si raccomanda quindi, per l’archiviazione a lungo
termine e l’interscambio, di utilizzare sempre il formato SQL standardizzato dalla
ISO (e riportato in tabella).
3. Ove non possibile, va sempre indicata la versione esatta del linguagg io SQL
adottato, incluso preferenzialmente il nome e la versione completa dell’applicativo
di gestione (MySQL, Microsoft® SQL™, ecc.).
ACCESS® 2007 FORMATO DI FILE
Nome completo Microsoft® Access ® Connectivity
Engine Estensione/i .accdb
Magic number 0x00010000 Standard ACE DB
Tipo MIME application/msaccess
Sviluppato da Microsoft Corporation
Tipologia di
standard proprietario (chiuso), de facto, binario
Livello
metadati 3
Derivato da MS-MDB
Revisione 2017
Riferimenti • Microsoft, Which Access® file format
should I use? – the .accdb file format
(2019)
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Speciale; raccomandato per piccole basi di
dati
Racc. per la
scrittura
Speciale; sconsigliato
4. Il formato proprietario usato da Microsoft per il suo gestore di basi di dati Access®,
a partire dalla versione 2007, permette di archiviare non soltanto tabelle, ma anche
righe di codice SQL e dati nonstrutturati. Tuttavia, esseno il formato proprietario e
a sorgente chiusa, viene elencato qui in caso vi siano organizzazioni con basi di dati
basati sugli applicativi Microsoft, affinché migrino i dati un un formato non
proprietario ovvero, qualora non altrimenti possibile, dal vecchio formato .mdb (si
legga più avanti) a quello attuale .accdb.
MS-MDB FORMATO DI FILE
Nome completo Microsoft® Access® Binary file
format Estensione/i .mdb
Magic number 0x00010000 Standard Jet DB
Tipo MIME application/msaccess
Sviluppato da Microsoft Corporation
Tipologia di
standard
proprietario (chiuso), de facto,
deprecato, binario
Livello
metadati 3
Derivato da —
Revisione 2017
Riferimenti • Microsoft, Which Access® file format
should I use? – the .mdb file format
(2019)
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Generico; valutare riversamento in formato
aperto
Racc. per la
scrittura
Sconsigliato; valutare un riversamento in altro formato
5. Il formato proprietario MDB è stato usato in precedenza da Microsoft per il suo
gestore di basi di dati Access,® fino alla versione 2003. È ora un formato deprecato.
ODB FORMATO CONTENITORE
Nome completo Open Document Format for
Database
Estensione/i .odb
Specializzazione
di XML imbustato dentro ZIP
Tipo MIME application/vnd.oasis.opendocument.[data]base
Sviluppato da Organization for the Advancement of Structured Information Standards
Tipologia di
standard
aperto, estendibile, de iure, binario,
deprecato
Livello metadati 3
Derivato da —
Revisione 1.2 (2015)
Riferimenti Famiglia di standard 26300 della ISO/IEC.
• OASIS, Open Document Format for Office
Applications (OpenDocument), v1.2 (2015)
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Generico; raccomandato solo a scopo di
riversamento
Racc. per la
scrittura
Sconsigliato; valutare riversamento in
altro formato
6. Specializzazione del formato OpenDocument per la rappresentazione di basi di
dati, ODP è un formato deprecato e va perciò evitata la produzione di nuovi file;
inoltre, si consiglia di valutare il r iversamento di basi di dati pre esistenti in questo
formato.
JSON FORMATO DI FILE
Nome completo JavaScript Object Notation
Estensione/i .json
Specializzazione
di JavaScript
Tipo MIME application/json
Sviluppato da dominio pubblico
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, testuale
Livello metadati 4
Derivato da JavaScript
Revisione 2018
Riferimenti • RFC-8259
• ECMA-404
• json.org
• ISO/IEC 8825-8:2018, ASN.1 encoding rules,
part 8: JSON
Conservazione Sì, se adottato insieme a uno schema
JSON
Racc. per la
lettura
Generico; obbligatorio; eventualmente
subordinato a ulteriori obblighi di
conformità con determinati schemi.
Racc. per la
scrittura
Fortemente raccomandato per documenti
contenenti dati sia strutturati che non
strutturati; eventualmente subordinato a
ulteriori obblighi di conformità con
determinati schemi.
7. Il formato JavaScript Object Notation (JSON) è un altro formato estremamente
versatile ed estendibile che, come XML, è usato in moltissimi ambiti informatici e
viene dunque impiegat o per svariate applicazioni. Come definito nello standard
RFC-8259 del 2018, in un file JSON le evidenze informatiche sono rappresentat e
gerarchicamente in più livelli:
• Ogni livello (compresa la “radice”) è delimitato da parentesi graffe ‘{’ e ‘}’.
• In ogni livello, ogni elemento (tranne l’ultimo) è separato dal successivo da
una virgola ‘,’.
• Ogni elemento è costituito da una coppia nome–valore, separati fra loro da
due punti ‘:’, ove il nome è sempre una stringa (delimitata da virgolette ‘"’) e
il valore può essere:
o anch’esso una stringa (delimitata da virgolette ‘"’);
o un numero intero o in virgola mobile13;
13 Sono ammessi segni ‘+’ e ‘-‘, punto decimale ‘.’ e un numero arbitrario di cifre, ma non notazioni scientifiche (e.g.
quella esponenziale).
o un booleano rappresentato dalle parole chiavi ‘true’ ovvero ‘false’;
o un array di valori, delimitato da parentesi quadre ‘[’ e ‘]’, separati (tranne
l’ultimo) da virgole ‘,’ e con ciascun valore essendo di un qualsiasi tipo
in questo elenco,
o un oggetto JSON (cioè sottolivello di questa medesima struttura);
o un tipo di dato che non indica nulla, rappresentato dalla parola chiave
‘null’.
• Tra i caratteri di delimitazione14 sopra elencati, possono essere aggiunti un
qualsivoglia numero di caratteri di spaziatura e interruzione di linea
(soprattutto nella rappresentazione di tale struttura dati in un file ), ottenendo
un’equivalenza del medesimo contenuto.
• L’ordine degli elementi al medesimo livello di un array o di una struttura
JSON è indifferente.
8. Un esempio di documento informatico rappresentato in formato JSON è dato
dal seguente elenco di attributi di identificazione elettronica:
{
"id":"cae8877c-e533-4d8a-9f38-d7f219392b1f",
"firstName":"Mario",
"lastName":"Rossi",
"fiscalCode":"RSSMRA75L01H501A",
"phoneNum":["+393201234567","+393398901234"],
"children":[
"id":"cae8877c-e533-4d8a-9f38-d7f219392b1f",
"firstName":"Luigi",
"lastName":"Bianchi",
"fiscalCode":"RSSMRA75L01H501A",
"phoneNum":["+393332468013"],
"children":[
…………
],
"alive?":true
],
"alive?":no
}
9. Un vantaggio di JSON rispetto a XML è la semplicità della sintassi che, pur non
offrendo capacità avanzate quali i namespace o la possibilità di “attraversare” la
struttura ad albero (offerte da XML), dispone di una struttura più semplice da
interpretare –soprattutto da parte di processi automatici – senza perdere la
caratteristica fondamentale della leggibilità da parte dell’uo mo. Un impiego
particolare di JSON è in alcuni tipi di basi di dati che necessitano uno scambio di
tabelle potenzialmente grandi e complesse ma non necessariamente relazionate fra
14 Indicati, in questo elenco e come al solito nell’Allegato, mediante caratteri a spaziatura fissa.
loro: in tali casi viene solitamente considerata una rappresentazione di interscambio
mediante JSON piuttosto che i formati nativi dei altri tipi di basi di dati (p.es. SQL).
Un’ulteriore caratteristica del JSON nel rappresentare basi di dati è che ogni dato
può avere una struttura completamente diversa dagli altri; per questo mot ivo tale
formato è ideale per l’archiviazione l’elaborazione, in automatico, di dati cosiddetti
“non strutturati”.
JSON-LD FORMATO DI FILE
Nome completo JavaScript Object Notation for Linked Data
Estensione/i .jsonld
Specializzazione
di JSON
Tipo MIME application/ld+json
Sviluppato da dominio pubblico
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, testuale
Livello metadati 2
Derivato da JavaScript
Revisione 2014
Riferimenti • W3C Recommendation JSON-LD 1.0, 2014
• W3C Recommendation JSON-LD 1.0 Processing
Algorithms and API, 2014
Conservazione Sì
Racc. per la
lettura
Generico; obbligatorio; eventualmente
subordinato ad obblighi di conformità a
schemi.
Racc. per la
scrittura
Fortemente raccomandato per documenti
contenenti Open Data generati con
procedure automatizzate
10. Un particolare dialetto di JSON è costituito da JSON-LD, che segue una sintassi
più rigida organizzata per poter gestire dati strutturati e collegati fra loro da relazioni
astratte il più generiche possibili. Nell’ambito delle
PP.AA., ad esempio, l’utilizzo di
questo formato è –al pari di altri contenuti in questo Allegato – fortemente
consigliato per la generazione di Open Data, particolarmente attraverso procedure
automatizzate.
CSV FORMATO DI FILE
Nome completo Comma-Separated Value
Estensione/i .csv
Magic number —
Tipo MIME text/csv
Sviluppato da dominio pubblico
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, testuale
Livello
metadati 1
Derivato da tabelle preformattate in FORTRAN77
Revisione 2005
Riferimenti • RFC-4180
• RFC-7111
• W3C Recommendation Model for tabular data
and metadata on the Web, 2015
• dati.gov.it
Conservazione Sì
Racc. per la
lettura
Generale; obbligatorio
Racc. per la
scrittura
Raccomandato per documenti contenenti
dati strutturati leggibili dall’uomo
(inclusi gli Open Data)
11. Uno dei formati più semplici per la rappresentazione di dati fortemente strutturati
è il CSV che è un file testuale ove i dati sono rappresentati in una tabella:
• Ogni riga della tabella è una linea del file, delimitata da un’opportuna
evidenza di fine linea.
• Le colonne, all’interno di ogni linea, si distinguono perché delimitate da
caratteri specifici (ad esempio la virgola ‘,’ che da il nome al formato, ma sono
possibili anche altre combinazioni di caratteri di interpunzione o di
spaziatura).
• Opzionalmente, la prima linea del file (indicata con un carattere iniziale
particolare e con la medesima distinzione in colonne del resto delle linee)
costituisce una legenda circa il significato dei valori delle colonne.
12. Il formato
CSV è uno dei formati d’elezione per la rappresentazione degli Open
Data, il cui archivio nazionale per i dati aperti pubblici è dati.gov .it.
JWT CODEC
Nome completo JSON Web Token
Estensione/i —
Specializzazione
di JSON
Tipo MIME application/jwt
Sviluppato da pubblico dominio
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, binario
Derivato da JSON
Revisione 2016
Riferimenti • RFC-7797
• jwt.io
• ISO/IEC 29500-6:2017
• RFC-7515
• RFC-7516
Conservazione Sì, se da JSON-LD o conservato insieme
a schema
Racc. per la
lettura
Speciale; consigliato per flussi digitali
in richieste POST
Racc. per la
scrittura
Speciale; consigliato per flussi digitali
in richieste POST
13. Il JSON Web Token (JWT), definito dall’RFC-7797, è un codec15 utilizzato per
documenti informatici già organizzati in una struttura JSON; tale codifica ottimizza
la dimensione dell’evidenza informatica e consente di trasferirla come un flusso
digitale (cfr. §1.1.1) in tempo reale o attraverso un canale che permette un insieme
limitato di caratteri — ad esempio inserendo l’evidenza in richieste HTTP di tipo
POST. Il JWT (analogamente al JSON-LD) richiede che nella struttura JSON testuale
possano essere presenti alcuni elementi, facoltativi ma dal significato predefinito,
che semplificano il trasporto e la decodifica dell’evidenza JWT stessa.
Lo standard JWT include un sistema di controllo della propria integrità e può,
facoltativamente, essere accompagnato da cifratura (per la confidenzialità), da
apposizione di firma o sigillo elettronico nel pacchetto, o da entrambe. Le evidenze
informatiche JWT firmate son o, impropriam ente, chiamate JSON Web Signature
(JWS) e definite nell’ RFC-7515; le evidenze informatiche JWT cifrate sono,
impropriamente, chiamate JSON Web Encryption (JWE) e definite nell’RFC-7516.
OOXML FORMATO CONTENITORE
Nome completo Office Open XML
Estensione/i .docx, .xlsx, .pptx, …
Specializzazione
di XML imbustato dentro ZIP
Tipo MIME —
Sviluppato da Microsoft Corporation
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, testuale
Livello metadati 4; cfr. §2.8
Derivato da OpenXML; Microsoft® COM Structured
Storage
Revisione 12.0 (2019)
Riferimenti • ISO/IEC 29500-1:2016, fundamentals and
markup language reference
• ISO/IEC 29500-2:2012, open packaging
conventions
• ISO/IEC 29500-3:2015, markup compatibility
and extensibility
• ISO/IEC 29500-4:2016, transitional
migration features
• ECMA-376: Office Open XML File Formats,
5th ed., 2016
• officeopenxml.com
Conservazione Sì, solo profilo Strict; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
—
15 Per la precisione, la codifica binaria è ottenuta mediante algoritmo Base64, specificato in RFC-4648.
Racc. per la
scrittura
—
14. Vengono elencati due formati contenitore utilizzati dalle principali suite di
applicativi per ufficio: Microsoft ® Office® e LibreOffice. Tali buste contengono in
realtà un pacchetto di file che rappresenta, complessivamente, un documento
informatico (testo impaginato, foglio di calcolo, presentazione, basi di dati,
contenuto multimediale, o altro) mediante più file strutturati in un filesystem
virtuale, con gerarchie di cartelle predeterminate. Il pacchetto, una volta formato in
memoria, viene poi compresso in un unico file mediate algoritmi noti (tra quelli
elencati in § 2.13), o loro varianti. I file contenuti nel pacchetto descrivono sia i
metadati interni del documento, che parte del documento informatico stesso: ad
esempio testi, collegamenti ipertestuale e la loro rappresentazione grafica
(impaginazione, colore, tipografia, ecc.) e sono tipicamente in formato XML.
Eventuali contenuti ipertestuali (pagine web, immagini, suono, video, contenitori
crittografici ecc.) sono rappresentati da file in altri formati –tipicamente aperti o
proprietari ma liberi – (
HTML, PNG, WAV, PEM, ecc.) a seconda della necessità. Il
pacchetto di file viene di solito formato e archiviato nello storage soltanto previa
compressione in un unico file, mentre al caricamento da parte di un applicativo
viene scompattato in memoria. La strutturazione in un pacchetto di file consente
una migliore gestione del documento particolarmente nei casi di dimensioni elevate
del file: una lieve modifica parziale di un documento informatico molto grande
comporta la modifica di un sottoinsieme di file costituenti il pacchetto, non di tutti,
perciò lo sforzo computazionale si riduce, così come i rischi di corruzione dell’intero
file in caso di problemi durante la scrittura di file così grandi.
15. Office Open XML16 (OOXML) è il contenitore generico utilizzato prevalentemente
dalle versioni più recenti (dalla 2007 in poi) della suite applicativa Microsoft® Office,®
che si specializza a seconda della tipologia di documento da contenere (e di
applicativo della suite). Un documento in formato OOXML è in realtà costituito da
un pacchetto di fi le che sono poi compressi in un’un ica busta ZIP (cfr. § 2.13),
rinominata con estensione differente a seconda della specializzazione.
16. In questo A llegato sono descritte tre specializzazioni di OOXML ai documenti
impaginati ( .docx, § 2.1), ai fogli di calcolo e alle presentazioni multimediali
(rispettivamente .xlsx e .pptx, §2.5)
16 Da non confondersi con OpenOffice.org XML — formato simile utilizzato da versioni obsolete dell’omonima suite
applicativa.
OPENDOCUMENT FORMATO CONTENITORE
Nome completo Open Document Format for Office
Applications
Estensione/i .odt, .ods, .odp, .odg, .odi,
.odf
Specializzazione
di XML imbustato dentro ZIP
Tipo MIME —
Sviluppato da Organization for the Advancement of Structured Information Standards
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, binario
Livello metadati 4
Derivato da —
Revisione 1.2 (2015)
Riferimenti Famiglia di standard 26300 della ISO/IEC:
• ISO/IEC 26300-1:2015, ODF for Office
Applications v1.2 – Part 1: OpenDocument
Schema
• ISO/IEC 26300-3:2015, ODF for Office
Applications v1.2 – Part 3: Packages
• OASIS, Open Document Format for Office
Applications (OpenDocument), v1.2 (2015)
Conservazione Sì; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
—
Racc. per la
scrittura
—
17. OOXML è dotato di vari “profili”, che possono essere più o meno interoperabili.
Per tutti i documenti della P.A., si consiglia perciò il profilo Strict, che è più restrittivo,
ma consente di eliminare alcune estensioni “proprietarie” che possono ridurre
l’interoperabilità dei formati.
18. Come per OOXML, anche OpenDocument è un contenitore generico di quelli
sopraelencati, per archiviare documenti prodotti da suite applicative open source —
prima fra tutte LibreOffice.
In questo allegato sono descritte alcune specializzazioni di OpenDocument ai
documenti impaginati (.odt, §2.1), ai fogli di calcolo e alle presentazioni multimediali
(rispettivamente .ods e .odp, §2.5), ai
CFB FORMATO CONTENITORE
Nome completo Compound File Binary file format
Estensione/i .doc, .xls, .ppt, .pst; .aaf, …
Magic number 0xD0CF11E0A1B11AE1
Tipo MIME —
Sviluppato da Microsoft Corporation
Tipologia di
standard
proprietario, estendibile, de facto,
binario, deprecato
Livello
metadati —
Derivato da Microsoft® COM Structured Storage
Revisione 9.0 (2018)
Riferimenti • Microsoft, [MSD-CFB]: Compound File Binary
file format v9.0 (2018)
Conservazione No; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
—
Racc. per la
scrittura
—
19. CFB è invece il contenitore di file su cui Microsoft ® si è basata per le versioni
obsolete della suite Office® (cfr. § 2.1 e §2.5). È anche il formato contenitore da cui
deriva AAF (cfr. §2.12). Il formato CFB rappresenta all’interno un pacchetto di file
organizzati in un filesystem virtuale vagamento ispirato al FAT 17 (anziché in un
archivio compresso come fanno altri formati). Una delle principali problematiche
del CFB, soprattutto nel caso d i documenti informatici di grandi dimensioni, è
ereditata proprio dal FAT, essendo caratterizzato dall’estrema facilità con file
contenuti del pacchetto soffrono di frammentazione interna. Ad un livello più
superficiale, ogni applicativo della suite Micros oft® Office® versione ‘2003’ o
antecedenti utilizza una propria serie ti tipi di file, dotati di estensioni differenti (p.es.
.doc, .xls , .ppt, …, cfr. § 1.1.2), ma tutti basati su CFB ;18 a partire dalla versione
‘2007’ la suite ha abbandonato i formati basati su CFB in favore di quelli basati su
OOXML (Office Open XML), producendo nuovi formati, stavolta strutturalmente
differenti ma gemellati ai precedenti per via delle estensioni di file, ottenute quasi
sempre aggiungendo una semplice ‘x’: .docx, .xlsx, .pptx, ….
2.3.1 Raccomandazioni per la produzione
di documenti
1. La scelta dei formati di file per conservare dati strutturati quali grandi e piccole
basi di dati è soggetta non soltanto alla tipologia dei dati “a riposo”, ma anche agli
17 Acronimo di File Allocation Table, dal nome dell’evidenza informatica, contenuta (o replicata più volte) in dispositivo
di storage a blocchi inizializzato con tale filesystem, per indicizzarne tutti i file contenuti e i loro metadati esterni (cfr.
§1.1.2). Esistono diversi filesystem basati su FAT — alcuni aperti ( FAT16, FAT32), altri coperti da licenze d’uso di
proprietà di Microsoft Corporation (exFAT). Per ulteriori dettagli consultare it.wikipedia.org/wiki/File_Allocation_Table
e i collegamenti ipertestuali ivi contenuti.
18 A ciascuno di tali formati si affiancano delle varianti, st rutturalmente identiche, per rappresentare specializzazioni
dei medesimi documenti, quali ad esempio i “modelli di documento” ( template, in inglese), per i quali cambia solo
l’estensione del file (tipicamente una ‘t’ in sostituzione dell’ultimo carattere: p.es. .dot e .xlt).
aspetti “dinamici” legati alla loro generazione e riutilizzo. Sono perciò coinvolti
aspetti fortemente quantitativi sui dati, quali:
• dimensione informatica delle evidenze “a riposo”,
• capacità dei flussi informatici “in transito” (banda richiesta e sue variazioni
statistiche in base alla distribuzione geografica e cronologica, valutata su più
scale di grandezza e indici statistici);
• previsioni sul ciclo di vita (generazione, modifiche, trasporto, archiviazione,
distruzione);
• considerazioni in merito a conservazione e interoperabilità in generale (a
livello europeo e nazionale);
• considerazioni in merito alla protezione dei dati, con particolare riferimento
a:
o dati personali e privacy: cfr. Regolamento ( UE) N o 679/2016
(“GDPR”) del Parlamento europeo e del Consiglio e il D.Lgs.
101/2018;
o trattamento da parte di infrastrutture critiche e fornitori di servizi
essenziali: cfr. il D.Lgs. 65/2018 e la Direttiva ( UE) N o 1148/2016
(“NIS”) da esso recepita.
2. Si raccomanda perciò alle PP.AA. di effettuare un’adeguata valutazione di
interoperabilità, che tenga in considerazione anche dei sopracitati aspetti.
2.4 Posta elettronica
EML FORMATO DI FILE
Nome completo Electronic Mail Format
Estensione/i .eml
Magic number —
Tipo MIME application/email
Sviluppato da comunità open source
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de facto, testuale
Livello
metadati 1
Derivato da RFC-822
Revisione 2008
Riferimenti • RFC-5322
• RFC-2822
• US Library of Congress, Email (EMF)
(2014)
Conservazione Sì; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Generico; obbligatorio per singoli
messaggi email
Racc. per la
scrittura
Generico; obbligato per singoli messaggi
email
1. Il formato EML rappresenta interamente l’evidenza informatica costituente un
singolo messaggio di posta elettronica MIME, così come definito negli standard
RFC-5322 e RFC-2822.
MBOX FORMATO CONTENITORE
Nome completo “default” mbox database format
Estensione/i .mbox
Specializzazione
di EML
Tipo MIME application/mbox
Sviluppato da comunità open source
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de facto, testuale
Livello metadati 3
Derivato da sistema operativo UNIX
Revisione 2005
Riferimenti • RFC-4155
• RFC-2822
• en.wikipedia.org/wiki/Mbox
Conservazione Sì; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Generico; raccomandato per caselle di
messaggi email
Racc. per la
scrittura
Generico; raccomandato per caselle di
messaggi email
2. Così come EML rappresenta, integralmente un singolo messaggio di posta
elettronica, il formato MBOX può usarsi per contenervi diversi messaggi di posta
elettronica, organizzati su più livelli.
MS-PST FORMATO DI FILE
Nome completo Microsoft® Outlook® Personal
Folder file Estensione/i .pst
Magic number 0xD0CF11E0A1B11AE1
Tipo MIME application/vnd.ms-outlook
Sviluppato da Microsoft Corporation
Tipologia di
standard
proprietario (libero), estendibile, de
facto, binario
Livello
metadati 3
Derivato da Microsoft® Compound File binary format
Revisione 7.0 (2018)
Riferimenti • Microsoft, [MS-PST]: Outlook Personal
Folders (.pst) file format v7.0 (2018)
Conservazione No; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Generico; raccomandato per importare
rubriche, ecc.
Racc. per la
scrittura
Specifico; raccomandata migrazione
dell’applicativo e, successivamente,
dell’intero formato
3. Il formato proprietario usato in Microsoft ® Outlook® (applicativo di rubrica
messaggi e contatti) è un’alternativa al formato MBOX per memorizzare non soltanto
intere caselle di posta (a loro volta strutturabili in sottocartelle), ma anche per
memorizzare altre tipologie di dati utilizzabili in Outlook®, quali ad esempio schedari
dei contatti, note personali, ecc. Il formato PST è an ch’esso costituito da un
pacchetto di file compressi in un unico file.
2.4.1 Raccomandazioni per la produzione
di documenti
1. Si raccomanda di utilizzare il formato EML per archiviare un singolo messaggio
di posta elettronica, ovvero il formato MBOX per l’archiviazione di più messaggi
ovvero di un’intera casella di posta elettronica.
2.5 Fogli di calcolo e presentazioni multimediali
1. Per formati di file maggiormente utilizzati per gli applicativi integrativi “da
ufficio” si rimanda alle considerazioni già fatte in § 2.1 relativamente agli applicativi
di videoscrittura ad essi affini, in particolare quelle al capoverso 10 del paragrafo in
merito all’utilizzo delle fonti tipografiche.
EXCEL® 2007 FORMATO DI FILE
Nome completo SpreadsheetML OOXML Extension
Estensione/i .xlsx, .xltx
Specializzazione
di XML imbustato dentro ZIP
Tipo MIME application/vnd.openxmlformats-officedocument.spreadsheetml.sheet
Sviluppato da Microsoft Corporation
Tipologia di
standard
proprietario (libero), estendibile, de
facto
Livello metadati 3
Derivato da Office Open XML; Microsoft® Excel ®
Revisione 16.0 (2018)
Riferimenti • Microsoft, Excel (.xlsx) extensions to
SpreadsheetML file format v16.0 (2018)
• officeopenxml.com, Anatomy of a
SpreadsheetML file
Conservazione Sì, solo profilo Strict; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Generico con riconoscimento obbligatorio
Racc. per la
scrittura
Raccomandato nel profilo Strict
2. SpreadsheetML è il dialetto XML usato nei file di metadati all’interno di un
pacchetto compresso in formato OOXML (§2.3), specializzato per la
rappresentazione di fogli di calcolo (estensione .xlsx). È stato introdotto con la
versione 2007 di Microsoft® Office®, ma è compatibile con moltissimi altri applicativi.
L’unico profilo raccomandato di OOXML per SpreadsheetML è Strict.
3. Si segnala che Microsoft ® Excel® presenta un glitch (i.e. un bug volutamente
introdotto) considerando erroneamente l’anno 1900 d.C. come bisestile; il formato
SpreadsheetML (profilo Transitional), di per sé, non corregge questo
comportamento, permettendo il salvataggio, nelle celle di un foglio di calcolo, della
data inesistente del 29 febbraio 1900. Tale inesattezza è però imputabile ad Exce l®
e non inficia la capacità di altri applicativi che fanno uso di codesto formato di file
(p.es. Google Documents) di adeguarsi ad un corretto calcolo degli anni bisestili
(correggendo automaticamente le date inesatte nei fogli di calcolo).
POWERPOINT® 2007 FORMATO DI FILE
Nome completo PresentationML OOXML Extension
Estensione/i .pptx, .ppsx, .potx
Specializzazione
di XML imbustato dentro ZIP
Tipo MIME application/vnd.openxmlformats-officedocument.presentationml.presentation
Sviluppato da Microsoft Corporation
Tipologia di
standard
proprietario (libero), estendibile, de
facto
Livello metadati 3
Derivato da Office Open XML; Microsoft®
PowerPoint ®
Revisione 15.0 (2018)
Riferimenti • Microsoft, PowerPoint (.pptx) extensions
to OOXML file format v15.0 (2018)
• officeopenxml.com, Anatomy of a
PresentationML file
Conservazione Sì, solo profilo Strict; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Generico con riconoscimento obbligatorio
Racc. per la
scrittura
Raccomandato nel profilo Strict
3. PresentationML è il dialetto XML usato nei file di metadati
all’interno di un pacchetto compresso in formato OOXML (§2.3),
specializzato per la rappresentazione di presentazioni multimediali
(estensione .pptx). È stato introdotto con la versione 2007 di
Microsoft® Office®, ma è compatibile con moltissimi altri applicativi.
L’unico profilo raccomandato di OOXML per Presentat ionML è
Strict.
MS-XLS FORMATO DI FILE
Nome completo Microsoft® Excel ® Binary file
format Estensione/i .xls
Magic number 0xD0CF11E0A1B11AE1
Tipo MIME application/vnd.ms-excel
Sviluppato da Microsoft Corporation
Tipologia di
standard proprietario (libero), estendibile, de facto, deprecato, binario
Livello
metadati 3
Derivato da Microsoft® Compound File binary format
Revisione 8.0 (2018)
Riferimenti • Microsoft, [MS-XLS]: Excel Binary file
format (.xls) structure v8.0 (2018)
Conservazione No; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Obbligatorio con riversamento raccomandato
Racc. per la
scrittura
Sconsigliato
5. Il foramto XLS è una specializzazione usata nei file di metadati all’interno di un
pacchetto compresso in formato CFB (§2.3), specializzato per la rappresentazione
di fogli di calcolo (estensione .xls). È stato utilizzato, come formato principale per
tali documenti fino alla versione 2003 di Microsoft ® Office®, ma è compatibile con
moltissimi altri applicativi. Nonostante l’obbligo per le PP.AA. di accettare e aprire
documenti in questo formato, si raccomanda di non formarne altri esemplari e di
valutare il riversamento di fogli di calcolo preesistenti in altro formato della stessa
tipologia: in quest’ordine, OpenDocument Spreadsheet ( .ods) ovvero
SpreadsheetML (.xlsx).
MS-PPT FORMATO DI FILE
Nome completo Microsoft® PowerPoint ® Binary
format Estensione/i .ppt
Magic number 0xD0CF11E0A1B11AE1
Tipo MIME application/vnd.ms-powerpoint
Sviluppato da Microsoft Corporation
Tipologia di
standard proprietario (libero), estendibile, de facto, deprecato, binario
Livello
metadati 3
Derivato da Microsoft® Compound File binary format
Revisione 6.0 (2018)
Riferimenti • Microsoft, [MS-PPT]: PowerPoint (.ppt)
Binary file format v6.0 (2018)
Conservazione No; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Obbligatorio con riversamento raccomandato
Racc. per la
scrittura
Sconsigliato
6. Il foramto PPT è una specializzazione usata nei file di metadati all’interno di un
pacchetto compresso in formato CFB (§2.3), specializzato per la rappresentazione
di presentazioni mult imediali (estensione .ppt ). È stato utilizzato, come formato
principale per tali documenti fino alla versione 2003 di Microsoft ® Office®, ma è
compatibile con moltissimi altri applicativi. Nonostante l’obbligo per le PP.AA. di
accettare e aprire documenti in questo formato, si raccomanda di non formarne altri
esemplari e di valutare il riversamento di presentazioni preesistenti in altro formato
della stessa tipologia: in quest’ordine, OpenDocument Presentation (.odp) ovvero
PresentationML (.pptx).
ODS FORMATO CONTENITORE
Nome completo Open Document Format for Office Spreadsheets
Estensione/i .ods
Specializzazione
di XML imbustato dentro ZIP
Tipo MIME —
Sviluppato da Organization for the Advancement of Structured Information Standards
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, binario
Livello metadati 3
Derivato da —
Revisione 1.2 (2015)
Riferimenti Famiglia di standard 26300 della ISO/IEC.
• OASIS, Open Document Format for Office
Applications (OpenDocument), v1.2 (2015)
Conservazione Sì; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Generico con riconoscimento obbligatorio
Racc. per la
scrittura
Fortemente raccomandato
7. Il formato OpenDocument Spreadsheet è una specializzazione dell’omonimo
formato (§2.3) per rappresentare fogli di calcolo (estensione .ods ). È attualmente
utilizzato dalla suite open source di applicativi da ufficio LibreOffice, anche se è
pienamente utilizzabile in Microsoft® Office®, in OpenOffice.org e in altri applicativi
che elaborano documenti di questo tipo.
ODP FORMATO CONTENITORE
Nome completo Open Document Format for Presentations
Estensione/i .odp
Specializzazione
di XML imbustato dentro ZIP
Tipo MIME —
Sviluppato da Organization for the Advancement of Structured Information Standards
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, binario
Livello metadati 3
Derivato da —
Revisione 1.2 (2015)
Riferimenti Famiglia di standard 26300 della ISO/IEC.
• OASIS, Open Document Format for Office
Applications (OpenDocument), v1.2 (2015)
Conservazione Sì; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Generico con riconoscimento obbligatorio
Racc. per la
scrittura
Fortemente raccomandato
8. Il foramto OpenDocument Presentation è una specializzazione dell’omonimo
formato (§2.3) per rappresentare fogli di calcolo (estensione .odp). È attualmente
utilizzato dalla suite open source di applicativi da ufficio LibreOffice, anche se è
pienamente utilizzabile in Microsoft® Office,® in OpenOffice.org e in altri applicativi
che elaborano documenti di questo tipo.
2.5.1 Raccomandazioni per la
produzione di documenti
1. Si raccomanda alle PP.AA. la produzione di fogli di calcolo e presentazioni
multimediali in formati aperti e consistenti con gli applicativi “da ufficio” più diffusi
sul territorio nazionale e comunitario: in particolare, si individua nei formati derivati
da OOXML (profilo Strict) e da OpenDocument le alternative più valide.
2. Nel caso di documenti semilavorati a carattere temporaneo e non definitivo è
consigliabile anche l’utilizzo di formati puramente “virtuali” quali quelli delle suite
collaborative di fornitori di servizi in C loud qualificati,19 purché tali formati siano
19 Si veda a tale proposito le Circolari AGID No2/2018 e No3/2018.
interoperabili e disponibili su sistemi informativi senza vincoli o particolari requisiti
tecnologi (ad esempio, totalmente fruibili attraverso browser web).
2.6 Immagini raster
1. Si dicono raster tutte le immagini che sono descritte come un insieme finito di
punti (pixel) virtuali disposti regolarmente su una griglia rettangolare. Il numero di
punti lungo i due lati del rettangolo (lunghezza e larghezza) costituiscono le
dimensioni dell’immagine, mentre il numero di bit necessari a rappresentare le
caratteristiche di ciascun pixel (espresso in bit/pixel) è chiamata profondità o ( bit-
)depth dell’immagine. Tali caratteristiche sono tipicamente le coordinate-colore (code-
values) di ciascun pixel secondo un tipo di codifica matematica ove ogni possibile
colore rappresentabile dalle immagini ( gamut) è definito dalle coordinate di uno
spazio-colore astratto, all’interno del quale la gamut dell’immagine rappresenta una
varietà discreta.
2. A seconda delle esigenze di conservazione possono essere utili o necessari
riferimenti che permettono di correlare la distribuzione spaziale dei pixel di
un’immagine raster con dimensioni fisiche. Alcuni formati di file descrivono tali
informazioni mediante metadati interni, che possono essere facoltativi o meno. La
scelta del formato di file per usi professionali dipende spesso dalla possibilità di
creare e, successivamente, fruire di tali metadati, rilevanti sia per raster che
provengono da oggetti reali (come nel caso di fotografie, scansioni digitali e
diagnostica medica), che per immagini di sintesi usate per la produzione oggetti reali
(p.es. stampe o modelli di altro tipo).
3. In alcuni casi sono indicati le dimensioni equivalenti dell’immagine in unità di
misura fisiche (lunghezza, larghezza, profondità; ovvero aree, volumi); in altri casi è
indicata la risoluzione espressa come densità di punti per unità di misura line are,
quali punti/pollice (“dpi”, cioè dots per inch ) ovvero pixel/cm (nel caso dei raster i
termini “punto” e “pixel” sono spesso intercambiabili).
4. Il numero di bit usati per rappresentare il colore dei pixel è chiamata profondità
di colore (colour-depth) e coincide con l’intera profondità dell’immagine raster qualora
la sola caratteristica rappresentata sia il colore dei pixel.
5. Altre volte sono rappresentate una o più di altre caratteristiche del pixel (in
alternativa o in aggiunta al colore), quali:
• trasparenza (chiamata anche “alfa”, alpha in inglese),
• densità ottica,
• riflettanza,
• intensità radiante,
• velocità angolare o lineare,
ciascuna di queste caratteristiche del pixel (inclusa ciascuna coordinata dello spazio-
colore) sono chiamat e, individualmente, “canali” dell’immagine; il numero di bit
usati per rappresentare ciascun canale (qualora sia uguale per tutti i canali) permette
di specificare la profondità dell’immagine, alternativamente, in bit/canale.
6. Ad esempio, un’immagine raster a colori che usa il tipico modello colorimetrico
rosso-verde-blu e un canale alfa, tutti a 16 bit/canale (4 canali in tutto: RGBα) ha
dunque una profondità complessiva di 64bit/pixel e una profondità -colore di 48
bit/pixel.
7. Molti formati di immagini raster possono –opzionalmente o obbligatoriamente–
implementare algoritmi di compressione dati per ottenere una minore occupazione
di spazio. Tali algoritmi sono lossless ovvero lossy, a seconda che la compressione sia
reversibile (cioè sia possibile, decomprimendo, ritornare punto per punto
all’immagine originale) o meno.
8. Un’altra possibilità per le immagini raster è una rappresentazione mediante sotto-
campionamento, cioè utilizzando una codifica con un modello di spazio-colore a 3
componenti (anzic hé un modello RGB), ove il primo canale ( luminanza) ha una
risoluzione spaziale piena (cioè è codificato per ogni punto dell’immagine), mentre
gli altri due canali, detti complessivamente di crominanza,
20 sono codificati con una
minore risoluzione.
9. I formati di immagini raster maggiormente diffusi per usi non professionali, quali
ad esempio web e fotografia amatoriale, sono: PNG, JPEG (.jpg, .jpeg), TIFF (.tif,
.tiff), GIF.
10. I formati di immagini raster diffusi per vari usi professionali quali grafica, stampa
industriale, fotografia e cinematografia, si differenziano dai precedenti per un ampio
supporto –ed effettivo utilizzo– di metadati interni, prevalentemente di tipo
colorimetrico. Tra questi formati si annoverano: OpenEXR (.exr), Adobe® DNG
(.dng), JPEG2000 (.jp2k, .jp2c), DPX, Adobe® Photoshop® (.psd), ARRIRAW (.ari).
PNG FORMATO DI FILE
Nome completo Portable Network Graphics
Estensione/i .png
Magic number 0x89 PNG 0x0D0A1A0A
Tipo MIME image/png
Sviluppato da ACME
Tipologia di
standard aperto, de iure, binario, muto
Livello
metadati 3
20 Tali canali codificano le differenze cromatiche da un colore neutro –di solito qualche tipo di verde– la cui intensità
è rappresentata dalla sola luminanza. Gli spazi -colore di questo tipo (p.es. Y ’cBcR e Y’uv) sono nati per permettere la
retrocompatibilità del segnale televisivo analogico a colori con quello in bianco e nero, affiancati da altre tecnologie
indipendenti, quali il sotto-campionamento.
Derivato da —
Revisione 1.2, 2a edizione
Riferimenti • ISO/IEC 15948:2004
• W3C Recommendation PNG Specification (2nd
Ed.), 2003
• RFC-2083
• www.libpng.org
Conservazione Sì
Racc. per la
lettura
Generico; con riconoscimento obbligatorio
della v1.0
Racc. per la
scrittura
Generico; fortemente raccomandato per
immagini a 16 ovvero 48 bit/pixel (più
eventuale trasparenza) senza particolari
obblighi relativi ad altri metadati
11. Il formato PNG è particolarmente raccomandato per la rappresentazione di
immagini raster che non hanno bisogno di essere accompagnate da metadati
particolarmente complessi (come quelli colorimetrici, geometrico-fisico o ottici). La
versione 1.0 di questo formato (cfr. RFC-2083) –ancora largamente utilizzata e, per
questo motivo, ammessa parimenti per la produzione di nuovi documenti raster–
supporta un insieme ristrettissimo di metadati, per la cui mancanza il formato di
questa versione è poco usato in ambit i professionali . Sono invece supportate
nativamente le profondità di 24 e 48 bit/pixel in tricromia, la trasparenza sotto
forma di un ulteriore canale “alfa”, nonché uno dei pochi formati non professionali
ad ammettere la compressione dell’immagine mediant e algoritmo lossless. La
versione 1.2 del formato introduce alcuni metadati più professionali che
permettono, ad esempio, di specificare autori e brevi descrizioni, orari di modifica,
così come metadati colorimetrici (quali le coordinate di cromaticità delle primarie
RGB e del punto di bianco, profili ICC integrati, dimensioni fisiche dell’immagine,
ecc.).
JPEG FORMATO DI FILE
Nome completo JPEG File Interchange Format
(JFIF) Estensione/i .jpg, .jpeg
Magic number 0xFFD8, 0xFFD8FFE00010 JFIF 0x0001
Tipo MIME image/jpg, image/jpeg
Sviluppato da Joint Photographic Experts Group
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, binario
Livello
metadati 4
Derivato da —
Revisione 2012
Riferimenti • ITU-T Recommendation T.81, 1992
• ITU-T Recommendation T.871, 2011
• www.jpeg.org/jpeg
• www.exif.org/Exif2-2.PDF
Conservazione Sì, solo per immagini formate
nativamente in JPEG
Racc. per la
lettura
Generico con riconoscimento obbligatorio
Racc. per la
scrittura
Generico; fortemente raccomandato per
immagini fotografiche senza particolari
vincoli qualitativi
12. Il formato JPEG è un altro “pilastro” storico per le immagini raster, permettendo
una loro rappresentazione generica e, soprattutto, estremamente compatta per via
dell’uso di un algoritmo di compressione lossy , in cui alcuni parametri algoritmici
sono selezionabili in fase di formazione del file, permettendo così un bilanciamento
tra “qualità” dell’immagine 21 e dimensione del file . Le immagini sono inoltre
codificate sempre in uno spazio-colore del tipo Y’uv e sotto-campionate; non sono
supportate le tr asparenze. Nonostante queste carenze lo standard EXIF estende il
formato per la sola rappresentazione di metadati interni, tra i quali possono essere
presenti:
• informazioni sull’hardware o software usato per creare o modificare
l’immagine (p.es. modello di fotocamera, ottiche , flash e altra
apparecchiatura, con i loro parametri di scatto);
• data, ora ed eventuale posizione geografica della creazione;
• nome o altre caratteristiche dell’autore;
• eventuali licenze d’uso dell’immagine (Copyright©, Creative Commons, ecc.);
• informazioni colorimetriche (spazio -colore, punto di bianco, profilo ICC,
ecc.);
• eventuale proiezione piana di uno spazio curvo (p.es. equi- rettangolare,
altrimenti detta ‘latitudine/longitudine’ o, più impropriamente, “360°”).
13. Qualora si disponga delle medesime immagini in un formato di maggiore qualità
(in termini di risoluzione, di assenza di compressione lossy , o altro), si consiglia di
non riversare mai in JPEG il medesimo contenuto (a meno che non si tratti di una
seconda copia per altri scopi).
TIFF FORMATO DI FILE
Nome completo Tagged Image File Format
Estensione/i .tiff, .tif
Magic number II 0x2A00; MM 0x002A
Tipo MIME image/tiff
Sviluppato da Adobe Systems
Tipologia di
standard
proprietario (libero), estendibile, de
iure, binario
21 Da intendersi qui come fedeltà dell’immagine compressa (con perdite dovute alla compressione) rispetto
all’immagine originale non compressa. Tale quantità è misurata con opportune metriche, tra cui quelle basat e sul
rapporto segnale-rumore percepito, o pSNR.
Livello
metadati 4
Derivato da —
Revisione 2004
Riferimenti • Adobe, TIFF™ Revision 6.0, 1992
• www.adobe.io/open/standards/TIFF
Famiglia di standard 12234 della ISO:
• ISO 12234-2:2001, TIFF/EP
• ISO 12234-3:2016, XMP
• ISO 12639:2004, TIFF/IT
• RFC-2306, TIFF-F
• RFC-3949, TIFF-FX
• www.exif.org/Exif2-2.PDF
Compressione Sì, senza compressione
Racc. per la
lettura
Generico con riconoscimento obbligatorio
Racc. per la
scrittura
Specifico per l’editoria; raccomandato
per la produzione di immagini raster
finali
13. Il formato TIFF è il capostipite dei formati raster professionali , pur essendo
ancora considerato appartenente alla categoria dei formati generali per le immagini
raster. Nato con poche varianti e metadati prevalentemente per rappresentare
immagini pronte sia per l’invio telematico (tramite fax) che per la stampa
professionale –monocromatica o “offset” – è stato successivamente esteso dalla
Adobe, fino a diventare uno standard aperto e de iure, con moltissime caratteristiche
aggiuntive:
• segmentazione dell’immagine nel file per linee ovvero per riquadri;22
• segmentazione a più livelli sovrapposti;23
• spazi-colore con un qualsivoglia numero di canali (inclusa la trasparenza, o
canale alfa);
• metadati aggiuntivi circa la rappresentazione spaziale (unità di misura, ecc.);
• metadati aggiuntivi circa le condizioni ideali per la visualizzazione
(caratteristiche del monitor) o per la stampa professionale (intento di
rappresentazione, codici di particolari colori “spot”, ecc.);
• compressione secondo vari algoritmi, generalmente lossless.
Infine, anche nelle immagini TIFF –come per le JPEG– possono essere inseriti
metadati EXIF.
GIF FORMATO DI FILE
Nome completo Graphic Image file Format
22 Utili per ottimizzarne l’archiviazione su alcuni storage, la trasmissione attraverso specifici canali, la robustezza in
caso di corruzione.
23 Utile per immagini in fase di post -produzione, cioè quando sono semilavorati le cui modifiche devono essere
reversibili.
Estensione/i .gif
Magic number GIF89a; GIF87a
Tipo MIME image/gif
Sviluppato da CompuServe
Tipologia di
standard
deprecato, proprietario (libero), de
iure, binario, muto
Livello
metadati 1
Derivato da —
Revisione 89a (1989)
Riferimenti • W3C, Graphics Interchange Format™, ©1990
CompuServe
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Generico con riconoscimento obbligatorio
Racc. per la
scrittura
Sconsigliato, tranne che in due casi
legati al web
14. Il formato GIF venne introdotto nella fine degli anni ’80 per rappresentare
immagini fotorealistiche quando le capacità dei computer di visualizzare
simultaneamente molti colori erano limitate. Alcune delle novità tecniche di questo
formato sono sopravvissute sino ad oggi, tanto che vi sono ancora molti casi d’uso
soprattutto nelle pagine web. Anche se esistono oggi formati molto più adeguati per
le immagini fotorealistiche , il formato , implementando fra le altre cose un ana
compressione lossless, è ancora tecnicamente v alido per immagini con le seguenti
caratteristiche:
• numero colori fino a un massimo di 256, scelti da una tavolozza con 32 bit
di profondità;24
• supporto per una trasparenza assente ovvero totale, 25 senza diversi gradi di
opacità;
• supporto per più immagini che si alternano in sequenza (con cadenza
preselezionata) per rappresentare uno sprite dotato di caratteristiche di
animazione basilari (si parla, in questo caso di “GIF animate”);26
Le immagini con bassissimi requisiti di animazione, trasparenza e numero di colori
(tipicamente loghi o porzioni di elementi grafici minimalisti), come quelle che si
trovano in diversi siti web, spesso salvate in questo formato.
24 La tavolozza è quella di un generico modello RGB con 8 bit/canale, per un totale di 2 8+8+8 =232 ≈16.8 milioni di
colori.
25 Nel GIF la trasparenza è rappresentata da uno dei 256 colori della tavolozza, che può essere indicato come tale nei
metadati interni.
26 Le GIF animate sono ancora vincolate ad avere un massimo di 256 colori per fotogramma (inclusa la trasparenza),
anche se i colori scelti possono cambiare da fotogramma a fotogramma.
16. A causa della sua obsolescenza, se ne sconsiglia l’uso per nuove immagini, salvo
in cui l’immagine da archiviare sia destinata all’uso in pagine web e rientri, nella sua
forma originaria (o formato di partenza) all’interno dei vincoli sopraelencati.
EXR FORMATO DI FILE
Nome completo OpenEXR™
Estensione/i .exr
Magic number v/1 0x01
Tipo MIME image/x-exr
Sviluppato da Industrial Light and Magic
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de facto, binario
Livello
metadati 4
Derivato da —
Revisione 2013
Riferimenti • www.openexr.com/documentation
• WetaDigital, The Theory of OpenEXR Deep
Samples, 2013
Conservazione Sì, senza compressione
Racc. per la
lettura
Speciale; raccomandato in ambito
cinetelevisivo
Racc. per la
scrittura
Speciale; raccomandato in ambito
cinetelevisivo
17. Il formato OpenEXR è stato recentemente inventato ed è oggi mantenuto, dalla
comunità dei creativi dell’animazione cinematografica ma, a causa della sua
versatilità e del supporto per un numero qualsiasi e facilmente estendibile di
metadati, è oggi fortemente consigliato per la produzione di immagini raster – sia
finali che, soprattutto, semilavorati– per la grafica e la produzione cinetelevisiva. A
causa del formato specifico, non è richiesto il suo riconoscimento al di fuori delle
organizzazioni dei sopracitati settori.
18. OpenEXR supporta immagini raster con le seguenti caratteristiche:
• segmentazione dell’immagine in vari modi diversi (per linee, a tasselli, per
strati);
• supporto di più spazi -colore, inclusi astratti con un numero qualsivoglia
elevato di canali (ciascuno associato ai propri metadati);
• supporto per un numero qualsivoglia elevato di livelli, ciascuno dotato dei
propri metadati;
• data, ora ed eventuale posizione geografica della creazione;
• nome o altre caratteristiche dell’applicazione creatrice, ovvero dell’autore (se
umano);
• eventuale supporto di vari algoritmi di compressione (sia lossy che lossless);
• supporto di metadati interni la cui tassonomia rientra in namespace estendibili.
19. Inoltre, grazie alla versatilità nel numero di liv elli e di canali di colore (e la
possibilità di identificarli ciascuno con un nome), è possibile memorizzare nei punti
di un’immagine raster salvata in OpenEXR non soltanto il colore, quanto piuttosto
informazioni relative ad altre caratteristiche tecniche , fisiche o cinetiche
dell’immagine, rappresentabili punto per punto. Esempi sono:
• il cosiddetto “ deep EXR”, ove più livelli sovrapposti mantengono una dei
medesimi oggetti a diversi gradi di “profondità” rispetto ad immagini piane;
• le texture, che sono comuni raster, le cui coordinate cartesiane sono chiamate
(u,v), che rappresentano una “pelle” da avvolgere intorno ad una superfice
artificiale tridimensionale (come quelle rappresentate in formati descritti in
§2.7) mediante una trasformazione conforme che prende il nome, appunto,
di mappa uv.
20. In alcuni casi, l’immagine tradizionalmente costituita da un raster ove i punti
rappresentano dei colori è contenuta in un primo livello, mentre in altri livelli sono
rappresentate altre quantità relative alla medesima immagine. Due esempi,
estremamente riduttivi, di tali quantità, utili particolarmente nella produzione di
effetti speciali digitali ( VFX) e nell’animazione in CG (dall’inglese, “computer-
grafica”), sono:
• velocity map, ove i 2 o 3 canali (u,v,w) associati ad ogni punto rappresentano le
componenti cartesiane della velocità istantanea del punto della superfice;
• optical map, ove i canali (uno o più) associati ad ogni punto rappresentano
caratteristiche ottiche del materiale in quel punto, quali ad esempio
opacità/trasparenza, riflettanza, assorbanza, emittanza, ecc.
21. Per quanto riguarda i metadati intern i, purtroppo, la mancanza di un registro
unificato è causa del proliferare incontrollato degli stessi: unica pecca per un
formato altrimenti validissimo e fortemente consigliato per la produzione di qualsiasi
tipo di immagine raster.
JPEG2000 FORMATO DI FILE
Nome completo JPEG 2000
Estensione/i .png
Magic number 0x89 PNG 0x0D0A1A0A
Tipo MIME image/jp2
Sviluppato da Joint Photographic Experts Group
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, binario
Livello
metadati 3
Derivato da —
Revisione 2020/1
Riferimenti • RFC-3745
Famiglia di standard 15444 della ISO:
• ISO 15444-1:2016
• ISO 15444-2:2004
• ISO 15444-6:2013
• ISO 15444-6:2011
• ISO 15444-12:2015
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Speciale; raccomandato nell’elaborazione
professionale di immagini in vari ambiti
Racc. per la
scrittura
Speciale; raccomandato nell’elaborazione
professionale di immagini in vari ambiti
22. Il formato JPEG2000 utilizza una compressione basata su trasformata wavelet ,
cosiddetta multi- risoluzione, poiché l’evidenza informatica ivi rappresentata
codifica prima i dettagli “grossolani” (cd. a bassa frequenza) dell’immagine, poi i
dettagli via via più “fini” (cd. ad alte frequenze). A fronte di una maggiore
complessità nella produzione (i.e. nella com pressione) dell’immagine, il vantaggio
tecnologico offerto da questo formato risiede nel fatto che la decodifica successiva
dell’immagine (i.e. la sua decompressione) può avvenire anche non integralmente e
interrompersi a un certo livello. In tal caso viene riprodotta una versione “a banda
ristretta”, cioè a risoluzione inferiore dell’immagine originale, in quanto sono state
usate componenti a bassa frequenza. L’usodel formato è dunque preferibile laddove
l’utilizzo professionale sia vincolato da uno o più dei seguenti fattori:
• immagini di dimensioni molto grandi, comparate a
• basse capacità computazionali del dispositivo di visualizzazione;
• canale di comunicazione tra lo storage ove è archiviata l’immagine e il
dispositivo di visualizzazione.
DICOM FORMATO DI PACCHETTO
Nome completo Digital Imaging and Communications in Medicine
Estensione/i
Magic number 128 byte qualsiasi, seguiti da
DICM
Tipo MIME image/dicom
Sviluppato da National Electrical Manufacturers
Association
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, binario
Livello
metadati 2
Derivato da —
Revisione 2018
Riferimenti • dicom.nema.org/medical/dicom, PS3.10
• dicom.nema.org/medical/dicom, capitolo 7
Conservazione Sì, se lo sono tutti i file del pacchetto
Racc. per la
lettura
Speciale; raccomandato in ambio
diagnostica sanitaria
Racc. per la
scrittura
Speciale; raccomandato in ambio
diagnostica sanitaria
23. Il formato DICOM consente di aggiungere alle immagini raster diversi metadati
relativi all’aspetto sanitario del loro contenuto, quali ad esempio un elenco di
metadati facoltativi e non esaustivi comprende:
• il nome degli specialisti che hanno eseguito l’acquisizione, l’elaborazione o la
refertazione,
• il nome e modello delle apparecchiature di acquisizione e parametri
elettronici, fisico-chimici, meccanici impiegati per un dato esame diagnostico,
• la data, l’ora e il nome della struttura ove sia stato effettuato l’esame
diagnostico,
• eventuali commenti sul pacchetto di immagini nella sua interezza (ad esempio
il testo del referto), sulla specifica immagine, o su una porzione della stessa.
DNG FORMATO DI FILE
Nome completo Adobe® Digital Negative
Estensione/i .dng
Specializzazione
di TIFF/EP
Tipo MIME image/x-adobe-dng
Sviluppato da Adobe Systems
Tipologia di
standard
proprietario (brevettato), estendibile,
de iure, binario
Livello metadati 4
Derivato da TIFF™
Revisione 10.1.0.0 (2017)
Riferimenti • Adobe, Digital Negative (DNG)
Specification v1.4.0.0, 2012
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Speciale; raccomandato in ambito
fotografico e cinetelevisivo
Racc. per la
scrittura
Speciale; raccomandato in ambito
fotografico e cinetelevisivo
24. Il formato DNG (“negativo digitale”) di Adobe consiste in una specializzazione
del formato TIFF, dotato di diverse estensioni relative alla quantità di metadati di
accompagnamento (che include, tra l’altro, l’intera gamma di metadati EXIF e XMP)
ma soprattutto consente di memorizzare immagini grezze (“raw”) provenienti da
sensori digitali con diverse caratteristiche elettroniche e geometriche. La procedura
di conversione effettuata a monte permette di transcodificare un’immagine raster
altrimenti memorizzata in formati di file per lo più proprietari del costruttore della
fotocamera o cinepresa, media nte un applicativo che, al momento della
transcodifica, comprende il formato nativo e le informazioni sullo specifico modello
dell’apparato di acquisizione. Il risultato è un’immagine visivamente fedele, identica
all’originale, ma archiviata in un formato aperto e interoperabile, non più soggetto
all’obsolescenza tecnologica né dell’apparato di acquisizione originario, né del
formato di file proprietario di origine.
PSD FORMATO DI FILE
Nome completo Adobe® Photoshop® Standard
Baseline file Estensione/i .psd
Magic number 8BPS
Tipo MIME image/x-psd
Sviluppato da Adobe Systems
Tipologia di
standard
proprietario (libero), estendibile, de
facto, binario
Livello
metadati 4
Derivato da —
Revisione 2016
Riferimenti • www.adobe.com
• FSDeveloper.com, Adobe Photoshop File
Formats Specification 2006
• github.com/layervault/psd.rb
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Specifico; obbligatorio in ambito beni
culturali e comunicazione
Racc. per la
scrittura
Specifico; obbligatorio in ambito beni
culturali e comunicazione
25. Il formato nativo di Adobe Photoshop ® si è evoluto notevolmente nel tempo e
comprende attualmente la possibilità non solo di archiviare immagini a più livelli e
con elevatissima variabilità tecnica,
27 ma anche informazioni vettoriali e
tridimensionali di complemento alle immagini raster, che coadiuvano il loro utilizzo
in molteplici contensti industriali, quali il design, la computer grafica (
CG),
l’architettura e la postproduzione cinetelevisiva. Si raccomanda l’utilizzo di questo
formato per la creazione di semilavorati, particolarmente quando vadano elaborati
dal particolare software applicativo in oggetto. Per l’archiviazione a lungo termine e
la conservazione invece, si consiglia di riversare il co ntenuto in altri formati più
aperti e interoperabili (quali OpenEXR, DNG o TIFF).
ARRIRAW FORMATO DI FILE
Nome completo ARRIRAW
Estensione/i .ari
Magic number ARRI 0x12345678; ARRI 0x78563412
27 Si segnala la presenza un dialetto del formato PSD specificatamente per archiviazione e riutilizzo di immagini di
grandissime dimensioni: il Photoshop Large Format (formato molto simile all’originario, che adotta l’estensione di file
.psb).
Tipo MIME image/arriraw
Sviluppato da Arnold & Richter Cine Technik GmbH
Tipologia di
standard
proprietario (libero), estendibile, de
iure, binario
Livello
metadati 4
Derivato da —
Revisione 2018
Riferimenti • documentazione registrata SMPTE RDD30:2014
• documentazione registrata SMPTE RDD31:2014
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Speciale; riprese cinematografiche
Racc. per la
scrittura
Speciale; sconsigliata la produzione al
di fuori dell’ambito cinematografico
26. Il formato ARRIRAW è un formato proprietario della ARRI GmbH, ma aperto,
utilizzato attualmente come formato nativo “raw” per le sue cineprese digitali, che è
stato candidato per diventare standard SMPTE. Nonostante si tratti di un formato
proprietario, ne è un esempio virtuoso, in quanto esso supporta più tipologie di
codifiche di immagine, nonché di metadati avanzati a contorno dell’immagine stessa,
quali le informazioni colorimetriche (codifica dello spazio -colore, parametri di
correzioni impostati direttamente sulla cinepresa, importati una tantum da file,
ovvero comunicati in tempo reale da un’applicazione con connessione di rete diretta
sulla cinepresa), quelle relative all’area attiva del fotogramma, alla velocità di ripresa
mediante TimeCode (il formato ne supporta fino a 7 tipi
differenti e indipendenti
fra loro), ai metadati di produzione, ecc. In teoria, il formato ARRIRAW potrebbe
essere utilizzato per produrre nuove immagini raster in una miriade di codifiche e
di formati.
DPX FORMATO DI FILE
Nome completo Digital Picture Exchange
Estensione/i .dpx
Magic number SDPX, XPDS
Tipo MIME image/x-dpx
Sviluppato da Society of Motion Picture and
Television Engineers
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, binario
Livello
metadati 4
Derivato da Kodak® Cineon™
Revisione 2.0 (2014)
Riferimenti • standard SMPTE ST268:2014
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Specifico; obbligatorio in ambito
cinetelevisivo
Racc. per la
scrittura
Specifico; nessuna raccomandazione
27. Il formato DPX (originariamente sviluppato da Kodak come evoluzione del
formato Cineon ® usato nell’omonimo scanner digitale per le pellicol e
cinematografiche 35mm e successivamente divenuto uno standard SMPTE) permette
la rappresentazione di immagini raster con differenti caratteristiche tecniche, oltre a
un considerevole numero di metadati. L’attuale versione 2.0 suddivide i metadati in
quattro categorie: generici, cinematografici, televisivi e “utente”. Tra i metadati delle
categorie cinetelevisive vi è la possibilità di rappresentare indicazioni per collocare
con precisione l’immagine come fotogramma di una particolare sequenza video,
quali:
• numerazione del fotogramma relativa all’inizio della sequenza,
• TimeCode (con relativi framerate e modalità di scansione del fotogramma, cfr.
§2.10),
• KeyKode™ del forogramma rispetto al rullo di pellicola fotochimica da cui
è stato scansionato digitalmente (con relativa film-speed).
28. Il formato si presta dunque ad una rappresentazione di documenti video
mediante pacchetti di file, ove ciascun fotogramma è archiviato in un file separato
(cfr. pacchetto
DI basato su DPX, cfr. § 2.12). In linea di principio il formato DPX
ammette tra i metadati anche quelli che associano colorimetria digitale rappresentata
nel raster dalla densitometria dell’emulsione di partenza (da cui il fotogramma è
stato scansionato) o di destinazione ( sulla quale s’intende possa essere stampato
digitalmente), anche se pochissimi applicativi per la postproduzione cinematografica
ne fanno realmente uso.
Nonostante il DPX sia stato l’indiscusso formato di
riferimento per la produzione, postproduzione e archiviazione digitale di contenuti
cinematografici sin dall’avvento del Digital Intermediate (
DI, cfr. §2.12), tre fattori
ne hanno rapidamente ridotto l’importanza:
• il dec lino della produzione cinematografica su pellicola e la consistente
riduzione di processi di scansione digitale di tali pellicole (ora quasi
esclusivamente effettuati a scopo di restauro e conservazione);
• il mancato utilizzo di moltissimi metadati rappresentabili nel formato
DPX da
parte di gran parte dei software applicativi, che avrebbe invece incrementato
l’efficacia di tale formato;
• la comparsa di nuovi standard tecnologici per la rappresentazione
dell’immagine digitale, quali ad esempio l’elevata latitudine di posa (
HDR). A
tale scopo l’SMPTE sta sviluppando una nuova versione più moderna del
formato DPX.
29. Mentre si obbliga agli enti tecnici operanti nel settore della postproduzione,
archiviazione e conservazione cinematografica di leggere immagini n el formato
DPX, allo scopo di preservare l’accessibilità a contenuti provenienti da archivi in
pellicola già digitalizzati o archivi digitali di DI basati su DPX, si raccomanda
fortemente di considerare formati alternativi, quali ad esempio OpenEXR, ovvero
i pacchetti di master interoperabile (IMF, cfr. §2.12).
ACES
Nome completo Academy Color Encoding System
Estensione/i .exr, .mxf, .amf, .clf
Tipologie MIME image/exr, application/mxf
Sviluppato da Academy of Motion Picture Arts and
Sciences
Tipologia di
standard
aperto, estendibile, retrocompatibile,
de iure
Derivato da —
Revisione 1.1.0 (2018)
Riferimenti Standard e bollettini tecnici dell’AMPAS:
• TB-2014-012, ACES version 1.0 component
names
Famiglia di standard ST2065 della SMPTE:
• ST2065-1:2012, Academy Color Encoding
Specification
• ST2065-4:2013, ACES image container file
layout
• ST2065-5:2016, mapping ACES into MXF
container
• ST2067-50:2018, IMF – Application #5: ACES
• www.oscars.org/aces
• www.acescentral.com
• W. Arrighetti, ‘The ACES: a professional
color-management framework for
production, post-production and archival
of still and motion pictures’, Journal of
Imaging, Vol.3, No4, pp.189−225, MDPI,
2017
Conservazione Sì
Racc. per la
lettura
Speciale; consigliato in post-produzione
cinetelevisiva
Racc. per la
scrittura
Speciale; consigliato in post-produzione,
archiviazione e conservazione di
contenuti cinetelevisivi in ACES
30. Il sistema Academy Color Encoding System (ACES), standard SMPTE introdotto
dall’AMPAS, permette di descrivere in maniera unificata gli spazi -colore e i processi
produttivi di elaborazione e trasporto del colore digitale nelle applicazioni
professionali in campo cinetelevisivo. ACES si prefigge come una possibile
soluzione alla rappresentazione di immagini raster (e video) catturate da dispositivi
e camere con molteplici colorimetrie (spesso proprietarie), al trasporto di metadati
colorimetrici tra processi dominati da svariati vendor , e visualizzabili con una
moltitudine di tecnologie di vis ualizzazione (p.es. LED, OLED, plasma, ecc., così
come HDR+, Dolby Vision ,® HLG, ecc.). Il trasporto di file codificati con la
colorimetria ACES può avvenire sia con il formato OpenEXR con l’aggiunta di
specifici vincoli e metadati
28 (standard ST2065-4), sia imbustando una sequenza di
fotogrammi, già nel formato EXR, all’interno di un contenitore MXF (cfr. standard
ST2065-5 e § 2.12) anch’esso con determinati vincoli e metadati. Ulteriori
informazioni colorimetriche in ACES possono essere rappresentate
accompagnando, il contenuto audiovisivo in un pacchetto di file contenente uno o
più sidecar file nel formato
AMF (cfr. §2.12).
2.6.1 Raccomandazioni per la produzione
di documenti
1. Come già discusso sopra all’inizio della sezione, i formati di immagini raster
vanno distinti innanzi tutto tra le finalità generiche e specializzate — queste ultime
differenti a seconda dell’ambito: sanità, architettu ra e urbanistica, grafica e
pubblicità (inclusa la produzione online), intrattenimento (inclusi l’animazione o CG,
così come produzione, postproduzione ed effetti speciali cinetelevisivi).
2. Per i formati generici ( PNG, JPEG, TIFF, GIF) sussiste in generale l’obbligo di
riconoscimento. Nonostante tale obbligo in merito ai formati generali, le singole
PP.AA., qualora accettino documenti informatici in formati di immagini raster
generici tra quelli sopra elencati per un loro procedimento amministrativo o a scopo
di conservazione, possono decidere di limitare ulteriormente l’accettazione di tali
formati ad un loro sottoinsieme, specificatamente allo scopo di ridurre o uniformare
i formati dei documenti.
3. Per la produzione di immagini raster, invece, la scelta dell’uno piuttosto che
dell’altro formato generico, ovvero di uno di tali formati invece di uno specializzato,
deve essere motivata da motivazioni tecniche ovvero da una valutazione di
interoperabilità. In particolare si raccomanda:
• Il formato
TIFF per immagini raster – generate o riversate in tale formato –
dove la rappresentazione fedele del documento sia un vincolo tecnico o
giuridico e dove la capacità di complementare l’immagine con trasparenze,
28 Il vincolo principale è nell’assenza di compressione e nella codifica nello spazio-colore ACES2065-1 (standard
ST2065-1); devono inoltre essere presenti alcuni metadati colorimetrici facoltativi del formato OpenEXR, più un
metadata booleano specifico di ACES.
livelli aggiuntivi e un certo livello di “metadati tecnici” (e.g. spazio -colore,
impostazioni di stampa o scansione, raccordo con dimensioni fisiche di
rappresentazione, etc.) costituisca un valore aggiunto.
• Il formato JPEG per la produzione di immagini originali e rettangolari il cui
scopo sia meramente r appresentativo e non probatorio; il livello di
compressione per la produzione di tali immagini sarà dunque scelto in
maniera adeguata a non compromettere lo scopo rappresentativo del
documento.
• Il formato JPEG per il riversamento di immagini raster rettangolari ove la
conservazione della qualità originale dell’immagine non costituisca un
impedimento giuridico o non sia un vincolo esatto; in particolar modo si
preferisca tale formato per immagini di provenienza fotografica, scegliendo
anche in questo caso un adeguato livello di compressione.
• Il formato
PNG per immagini raster – generate o riversate in tale formato–
ove sia importante il mantenimento della qualità –rispettivamente massima o
originale– solo relativamente ad una rappresentazione su schermi digitali non
professionali. Sono un esempio di tale esigenza la produzione di immagini o
fotografie digitali per l’utilizzo su pagine web o sulle GUI di software
applicativi, così come loghi e altri simboli grafici, spesso coadiuvati da effetti
di trasparenza.
• Il formato GIF per immagini raster che soddisfano i requisiti del formato
precedente (PNG) salvo l’appartenenza all’ambito fotografico, ma abbiano in
più almeno una delle seguenti caratteristiche tecniche:
o utilizzo di un numero complessivo di valori colorimetrici non
superiore a 256;
o assenza di trasparenze, ovvero
o impiego di soli due livelli di trasparenza: ‘trasparenza totale’ e ‘opacità
totale’;
o piccola animazione costituita da pochi fotogrammi, riprodotti
ciclicamente o una sola volta, ove ogni fot ogramma soddisfi le
precedenti caratteristiche.
4. Per quanto riguarda settori specifici, si raccomanda invece l’utilizzo di formati
specializzati nei settori produttivi di riferimento, quali editoria, grafica, pubblicità,
sanità, edilizia, architettura, intrattenimento, produzione cinetelevisiva. Si
raccomandano perciò le seguenti adozioni:
• Il formato OpenEXR (anche detto, colloquialmente, “
EXR”) per immagini
raster relative a produzione, postproduzione, archiviazione e soprattutto
conservazione di contenu ti cinetelevisivi, pubblicitari, videoludici,
animazione e beni culturali — che si tratti di semilavorati, master o
documenti definitivi. Il formato sia inoltre corredato adeguatamente dal più
ampio spettro possibile di metadati a scopo archivistico.
• Formato DICOM per tutte le immagini diagnostiche di provenienza sanitaria,
adeguatamente corredato dai metadati di produzione e refertazione,
• Formato JPEG2000 per le immagini raster di grandi dimensioni di
competenza territoriale (e.g. immagini satellitari, dem aniali, catastali),
urbanistico e militare.
• Formato DNG per scatti provenienti da fotocamere o cineprese digitali —
siano essi generati o riversati dai formati nativi in tale formato.
• Formato DPX per fotogrammi provenienti direttamente da scansioni digitali
di pellicole cinematografiche non ulteriormente elaborate (per le quali si
preferisce un riversamento nel formato OpenEXR durante le fasi della
postproduzione).
• Formato ARRIRAW per le immagini provenienti dal girato originale di
cinecamere ARRI (quali quelle della famiglia ALEXA ovvero AMIRA) — salvo
quando esigenze di produzione cinetelevisiva richiedano che le camere
formino il loro girato direttamente in formati video che adottano
compressione lossy. 29
• Formato PSD per immagini definitive provenienti da, ovvero semilavorati
destinati all’elaborazione da parte di software di fotoritocco specializzati che
supportino tale formato — nativamente o per compatibilità.
5. Tra i formati sopra individuati, il PNG e le varianti di TIFF e OpenEXR ( EXR)
senza ausilio di compressione, ovvero con algoritmi di compressione privi di perdita
(lossless), sono i formati più adatti alla conservazione. Possono essere adatti alla
conservazione anche il formato JPEG ovvero le varianti di TIFF e EXR che adottino
algoritmi di compressione, ma solo qualora le immagini siano state nativamente
generate in codesti formati (p.es. provenienti da fotocamere ovvero scanner digitali).
Sono dunque esclusi dalla conservazione i riversamenti di immagini in formati che
aggiungono (o cambiano) algoritmi di compressione adottati. Gli eventuali algoritmi
di compressione adottati in conservazione devono tuttavia essere algoritmi aperti,
previsti e pienamente descritti nelle specifiche tecniche dei formati stesso (ovvero
nelle cui specifiche tecniche sono riportati i nomi degli standard relativi a codesti
algoritmi di compressione).
29 Ad esempio, contenitori QuickTime o MXF (§2.12) che imbustano video Apple ® ProRes® ovvero Avid ®
DNxHD™, cfr. § 2.10.
2.7 Immagini vettoriali e modellazione digitale
1. Si chiamano vettoriali le immagini rappresentate nel file mediante una
descrizione algoritmica della geometria e del colore che le compone, utilizzando
tecniche descrittive più o meno complesse. I modelli multidimensionali sono una
generalizzazione delle immagini vettoriali utilizzando tre o più dimensioni (a
prescindere dal p roblema della visualizzazione, che è spesso demandato alle
applicazioni più o meno specializzate).
2. La descrizione delle immagini vettoriali è fatta in uno spazio geometrico virtuale,
mediante coordinate tipicamente adimensionali, sebbene nei metadati interni di
alcuni tipi di file impiegati, e/o nelle informazioni metriche usate dalle primitive,
possono essere presenti riferimenti a dimensioni reali. Anche la rappresentazione di
caratteristiche quali colore, trasparenze o riflettanze può avven ire mediante una o
più delle seguenti tecniche:
• coordinate di spazi -colore riferiti ad ambienti a luce emessa o riflessa (in
inglese, rispettivamente, output -referred o scene-referred), ovvero ad altri tipi di
colorimetrie.
• etichette di colore che rimandan o a specifici cataloghi di vernici o altri
coloranti (p.es. “blu cobalto”, “Pantone
®33M”, “smalto dorato”, ecc.),
• etichette che rimandano a cataloghi di materiali, tipicamente specifici per
applicazione o riferiti altrove mediante file o etichette che rima ndano a basi
di dati esterne (p.es. “mogano laminato”, “calcestruzzo”, “cristallo
smerigliato”, “ebano lucido”, “lino”, “tartan”, ecc.).
3. La potenziale multidimensionalità rappresentata in questi file, e la loro
caratteristica intrinseca di descrivere im magini scomposti in oggetti distinti
(tipicamente primitive geometriche con caratteristiche aggiuntive quali
nomi/etichette, colori, trasparenze, collegamenti logici ad altri oggetti, ecc.)
consente di salvare anche informazioni circa l’animazione – automatica o
programmabile– di alcuni oggetti rispetto ad altri.
4. I formati di file più usati e specifici per immagini vettoriali sono: SVG, Adobe
®
Illustrator® (.ai), Encapsulated PostScript™ ( .eps).
5. I modelli digitali sono un’estensione delle immagini vettoriali (cfr. §2.7) ma a spazi
con tre o più dimensioni. Anche in questo caso gli oggetti virtuali sono descritti in
maniera geometrica e corredati da metadati. Le applicazioni principali per questi file
sono la progettazione edile e industriale, l’architettura, l’intrattenimento e le scienze
in genere.
6. I formati di file più usati per modelli bi- e tridimensionali sono ben distinti tra
categorie aperte e categorie chiuse (sia rispetto alle specifiche che rispetto alla
proprietà intellettuale — cfr. §2.7):
Tra i primi ci sono Autodesk® DXF, Autodesk® FBX, Blender (.blend), Wavefront
OBJ, Google SketchUp (.skp), Stereolitography (.stl); tra i secondi, invece, figurano
Autodesk® AutoCAD® (.dwg), Autodesk® Maya® (.ma, .mb), Autodesk® 3ds Max®
(.3ds), Maxon® Cinema4D (.c4d).
SVG FORMATO DI FILE
Nome completo Scalable Vector Graphics
Estensione/i .svg, .svgz
Specializzazione
di XML (namespace svg)
Tipo MIME image/svg+xml, image/svg+xml+zip
Sviluppato da World Wide Web Consortium
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de jure, testuale
Livello metadati 4
Derivato da —
Revisione 1.1 (second edition)
Riferimenti • W3C Recommendation SVG 1.1 (2nd Ed.), 16
agosto 2011
• github.com/W3C/svgwg
Conservazione Sì; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Generico; obbligatorio
Racc. per la
scrittura
Generico; fortemente raccomandato
7. Il formato SVG, basato su XML, descrive un’immagine vettoriale componente per
componente, utilizzando l’estendibilità del linguaggio per “etichettare”
opzionalmente alcune parti di queste componenti affinché possano essere
referenziate da altri documenti o applicativi (ad es., una pagina web in HTML e il suo
foglio di stile CSS allo scopo di migliorare l’interattività con le immagini vettoriali).
Data la sua versatilità e l’apertura dello standard è il formato fortemente
raccomandato per l’uso, la trasmissione e la conservazione di tut te le immagini
vettoriali.
C’è una nuova versione proposta per essere la futura SVG 2.0; essa supporta alcune
caratteristiche quali l’animazione dei componenti. Tale versione, tuttavia, non è allo
stato attuale raccomandata.
ILLUSTRATOR FORMATO DI FILE
Nome completo Adobe® Illustrator® artwork
Estensione/i .ai
Specializzazione
di PDF, Encapsulated PostScript™
Tipo MIME application/illustrator
Sviluppato da Adobe Systems
Tipologia di
standard proprietario (libero), de facto, binario
Livello metadati 3
Derivato da Adobe® Encapsulated PostScript™,
Adobe® PDF
Revisione 2019
Riferimenti • Adobe Developer Support, Adobe
Illustrator File Format Specification,
1998
Conservazione No; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Specifico; nessuna raccomandazione
Racc. per la
scrittura
Specifico; non raccomandato salvo che per
scambio di semilavorati (a breve termine)
tra reparti di design
8. Il formato proprietario dell’applicativo di disegno vettoriale Adobe® Illustrator® è
in realtà un contenitore di un tipo specializzato di documento PDF ovvero di
Encapsulated PostScript ™ , contenente estensioni particolari interpretabili
dall’applicativo. Il formato è evoluto parecchio con le versioni successive di
Illustrator®, che però ha sempre mantenuto la retrocompatibilità totale. Essendo
l’applicativo molto diffuso tale formato è qui indicato perché è uno standard di
riferimento per documenti in particolari ambiti (editoria e grafica pubblicitaria).
Mentre è un formato consigliato per dei semilavorati (qualora vadano elaborati
tramite Illustrator®), si sconsiglia di utilizzarlo per la produzione di documenti
destinati alla conservazione, valutando piuttosto un riversamento dei documenti
esistenti in altro formato più interoperabile (e.g.
SVG).
ENCAPSULATED POSTSCRIPT FORMATO DI FILE
Nome completo Encapsulated PostScript®
Estensione/i .eps
Specializzazione
di PostScript®
Tipo MIME image/eps, application/eps
Sviluppato da Adobe Systems
Tipologia di
standard
proprietario (libero), de facto,
binario, deprecato
Livello metadati 1
Derivato da PostScript®
Revisione 3.0 (1992)
Riferimenti • Adobe, Encapslutated PostScript File
Format Specifications, v3.0 (1992)
Conservazione No; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Specifico; raccomandato nei reparti di
design
Racc. per la
scrittura
Specifico; non raccomandato
9. Il formato EPS (Encapsulated PostScript™) è un dialetto del linguaggio
PostScript™ (cfr. § 2.1) con alcune distinzioni, come ad esempio la rappresentazione
di un oggetto all’intero di una regione rettangolare confinata in una singola pagina
e la possibilità di memorizzare una “pre- visualizzazione” raster (cd. preview)
dell’intero contenuto. Di fatto, il formato è utilizzato il più delle volte per
rappresentare singoli disegni o immagini da allegare successivamente a documenti
PostScript™ impaginati ovvero, per via dell’apertura del formato, importarlo in altri
applicativi di elaborazione vettoriale. Dato che il contenuto del documento è
descritto nel linguaggio omonimo, orientato alle primitive di stampa, i file EPS non
descrivono le immagini vettoriali come “oggetti” nell’accezione moderna, non
supportando scenari di utilizzo più modulari o estendibili, come invece permette la
scelta di formati più evoluti, quali ad esempio l’ SVG. Il formato Encapsulated
PostScript™ è dunque raccomandato in lettura per aprire documenti già esistenti,
ma si sconsiglia la produzione di altri documenti in tale formato, invitando inoltre
le PP.AA. a valutare il riversamento dei file esistenti in altri formati interoperabili
(e.g. SVG).
ODG FORMATO DI FILE
Nome completo Open Document Graphics
Estensione/i .odg
Magic number XML imbustato dentro ZIP
Tipo MIME application/vnd.oasis.opendocument.graphics
Sviluppato da Organization for the Advancement of Structured Information Standards
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, binario
Livello metadati 3
Derivato da —
Revisione 1.2 (2015)
Riferimenti Famiglia di standard 26300 della ISO/IEC:
• ISO/IEC 26300-1:2015, ODF for Office
Applications v1.2 – Part 1: OpenDocument
Schema
• ISO/IEC 26300-3:2015, ODF for Office
Applications v1.2 – Part 3: Packages
• OASIS, Open Document Format for Office
Applications (OpenDocument), v1.2 (2015)
Conservazione No; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Generico; raccomandato solo a scopo di
riversamento
Racc. per la
scrittura
Sconsigliato
10. Il formato ODG è il dialetto del formato OpenDocument (cfr. § 2.3) per le
immagini vettoriali; è incluso in questo elenco prevalentemente perché è
completamente aperto ed è un necessario complemento agli altri dialetti, anche se il
suo principale impiego è come allegato presente all’interno di testi impaginati (.odt),
fogli di calcolo (.ods) e presentazioni multimediali (.odp).
DXF FORMATO DI FILE
Nome completo AutoCAD® Drawing Interchange
Format
Estensione/i .dxf
Magic number — / AutoCAD Binary DXF
0x0D0A1A00
Tipo MIME image/vnd.dxf
Sviluppato da Autodesk
Tipologia di
standard
proprietario, libero, de facto, testuale
e binario
Livello
metadati 2
Derivato da —
Revisione 2020/1
Riferimenti • Autodesk, DXF Reference, 2011
Conservazione No; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Specifico; nessuna raccomandazione
Racc. per la
scrittura
Specifico; sconsigliato in
archiviazione/conservazione
11. Pur trattandosi di un formato testuale (che descrive gli oggetti che compongono
il modello o l’immagine mediante primitive grafiche) DXF permette una compressione
facoltativa allo scopo di ridurre l’occupazione digitale del file. Tuttavia il numero di
primitive grafiche utilizzate in questo formato non permette una rappresentazione
con il medesimo livello semantico o di dettaglio tecnico di altri formati (p.es. i colori
o i materiali); di conseguenza il formato non è completamente interoperabile con
essi o con i loro applicativi.
DWF FORMATO DI FILE
Nome completo AutoCAD® Design Web Format
Estensione/i .dwfx, .dwf
Magic number —
Tipo MIME model/vnd.dwf, drawing/dwf, image/dwf
Sviluppato da Autodesk
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, testuale
Livello
metadati 3
Derivato da Open Packaging Convention
Revisione 6.0
Riferimenti • Autodesk Knowledge Network, About DWF and
DWFx Files
• ISO/IEC 29500-2:2012
Conservazione No; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Specifico; raccomandato in applicazioni
CAD
Racc. per la
scrittura
Specifico; raccomandato per scambio e
archiviazione di disegni e modelli
tecnici in ambito CAD
12. Il formato DWF è stato specificatamente pensato per l’interoperabilità; è infatti
basato, dalla versione 6.0, sullo standard ISO/IEC 29500-2 dell’open packaging (lo
stesso usato da OOXML, §2.3), e dunque costituito da un file ZIP contenente più file
differenti (XML per la descrizione del modello; PNG per le preview e le texture). Pur
trattandosi di un formato testuale (che descrive gli oggetti che compongono il
modello o l’immagine mediante primitive grafiche ) il medesimo formato permette
anche la compressione allo scopo di ridurre l’occupazione digitale del file. È spesso
utilizzato come formato di interscambio e, tra tutti i formati imparentati, è quello
con le specifiche più aperte, perciò è utilizzabile anche per archiviazione e
conservazione.
DWG FORMATO DI FILE
Nome completo Autodesk® AutoCAD® Drawing
Estensione/i .dwg, .dwt
Magic number AC1032 (le ultime cifre variano
con versione)
Tipo MIME application/acad, image/vnd.dwg
Sviluppato da Autodesk
Tipologia di
standard proprietario, libero, de facto, binario
Livello
metadati 2
Derivato da —
Revisione DWG 2018
Riferimenti • Autodesk, AutoCAD .dwg file format
• Open Design, Specification for .dwg,
v5.4.1 (2018)
Conservazione Sì; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Specifico; nessuna raccomandazione
Racc. per la
scrittura
Specifico; sconsigliato in
archiviazione/conservazione
13. Il formato DWG è anch’esso proprietario ma ampiamente utilizzato per lo
scambio di immagini vettoriali (prevalentemente bidimensionali) nel campo del
disegno tecnico e dell’architettura.
FBX FORMATO DI FILE
Nome completo Autodesk® FBX®
Estensione/i .fbx
Magic number AC1032
Tipo MIME model/vnd.fbx
Sviluppato da Autodesk
Tipologia di
standard
proprietario (libero), chiuso,
estendibile, de facto
Livello
metadati 3
Derivato da —
Revisione 2019 Extension 2
Riferimenti • Autodesk Knowledge Network, Autodesk FBX
Files
• Blender Foundation, FBX Binary file
format specification
Conservazione Sì; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Specifico; raccomandato per modelli di
progettazione
Racc. per la
scrittura
Specifico; sconsigliato in
archiviazione/conservazione
14. Il formato FBX, proprietario e chiuso ma completamente libero nel suo utilizzo,
è utilizzato da vari applicativi di modellazione tridimensionale (ambito CAD e altro)
prevalentemente come formato di interscambio. La sua estrema versatilità e il
supporto del formato da part e di diversi applicativi professionali lo renderebbero
adatto anche per archiviazione e conservazione, se non fosse per l’assenza di
specifiche tecniche condivise.
STL FORMATO DI FILE
Nome completo Stereolithography file format
Estensione/i .stl
Magic number solid; —
Tipo MIME model/stl, model/x.stl-ascii|binary
Sviluppato da 3D Systems (Albert-Battaglin
Consulting Group)
Tipologia di
standard
proprietario (libero), estendibile, de
facto
Livello
metadati 1
Derivato da —
Revisione 2.0 (2009)
Riferimenti • J.D. Hiller, H. Lipson, STL 2.0: a
proposal for a universal multi-material
additive manufacturing file format, 2009
• all3dp.com/what-is-stl-file-format-extension-
3d-printing
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Specifico; obbligatorio nel campo della
stampa 3D
Racc. per la
scrittura
Specifico; raccomandato nel campo della
stampa 3D
15. Il formato STL (da non confondersi con l’omonimo formato per sottotitoli, cfr.
§ 2.11) è uno dei tanti standard de facto ed interoperabili per la modellazione
tridimensionale industriale; recentemente si è affermato come formato d’elezione
per la trasmissione di modelli per produzione tramite le tecniche di “stampa 3D” o
stereolitografia. In quanto formato completamente aperto si consiglia il suo utilizzo
per la produzione di prototipi con tale destinazione d’uso o loro archiviazione,
anche se la mancanza di caratteristiche p iù avanzate (adatte alla prototipazione
professionale (e.g. in ambito ingegneristico) non lo rendono un candidato ideale per
qualunque modello tridimensionale.
2.7.1 Raccomandazioni per la produzione
di documenti
1. Si raccomanda la creazione di immagini vettoriali e modelli tridimensionali in
formati aperti ed interoperabili: per le immagini vettoriali sullo standard SVG del
W3C viene adottato in un numero sempre crescente di contesti ed è oltretutto in
continuo aggiornamento con nuove funzionalità.
2.8 Caratteri tipografici
1. Un esempio specializzato di immagine vettoriale –in questo caso bidimensionale
e monocromatica– è costituita dal singolo “glifo” (i.e. carattere tipografico), per il
quale possono essere rappresentate forme distinte nello stesso file. All’interno di un
file di fonti tipografiche (font in inglese) esiste una tabella ove, per un sottoinsieme
di tutti i possibili caratteri tipografici rappresentabili da un sistema operativo (e
codificati mediante codici numerici negli standard ASCII, UNICODE, ovvero UTF-8
e UTF-16), è contenuta la rappresentazione vettoriale del glifo corrispondente al
carattere. In un file di fon t ai caratteri può corrispondere più di un glifo, che
rappresenta varianti di quel carattere a seconda del tipo (e.g. tondo o corsivo), del
peso (e.g. sottile, regolare, grassetto, nero), di altri fattori stilistici (e.g. numerali
vecchio stile o meno) e, in alcuni casi, della dimensione/grandezza del carattere per
tener conto del cosiddetto “aggiustamento ottico”. In alcuni casi tali variazioni
stilistiche dei glifi sono mantenute in file separati (ad esempio un file per ciascuna
combinazione di tipi e pesi), che vanno a costituire dunque un “pacchetto di font”
(cfr. definizioni date in §1.1.2).
2. Le seguenti famiglie di caratteri tipografici –organizzati in macro-tipologie– sono
considerati “standard” da diversi organi di settore (come il W3C
) — si leggano le
raccomandazioni più sotto:
• “bastoni”: sans -serif, Arial, Helvetica, Tre buchet, Verdana, Lucida Sans,
Comic Sans;
• con grazie: serif, Times, Times New Roman, Palatino, Georgia;
• larghezza fissa: monospace, Courier, Courier new, Lucida Console;
• simboli: Symbol, Zapf Dingbats, Webdings, Wingdings.
3. I caratteri tipografici di cui al punto precedente sono chiamati, all’interno delle
Linee guida di cui questo Allegato fa parte , “font interoperabili” . Le PP.AA. che
producono documenti informatici il cui contenuto dipende anche dai caratteri
tipografici impiegati, si impegnano a prendere le misure tecnico -organizzative del
caso (inclusa l’effettuazione di una valutazione di interoperabilità, cfr. §3.1), affinché
la produzione di tali documenti includa i caratteri tipografici utilizzati nel file stesso
ovvero sia costituito da un pacchetto di file contenente anche i caratteri tipografico.
Qualora ciò non sia tecnicamente possibile , le PP.AA. si adoperano per utilizzare
solamente caratteri tipografici interoperabili.
4. I formati più diffusi e interoperabili di font tipografici sono
d) TrueType (.ttf) e la sua evoluzione, OpenType (.otf), utilizzati negli applicativi
dei principali SO tradizionali e mobile;
e) Web Open Font Format (.woff, .woff2), usati per le pagine web.
OPENTYPE FORMATO DI FILE
Nome completo OpenType®
Estensione/i .otf
Magic number OTTO 0x00
Tipo MIME font/otf, application/x-font-otf
Sviluppato da Microsoft, Adobe, Apple, Google
Tipologia di
standard proprietario (libero), de iure, binario
Livello
metadati 3
Derivato da TrueType®
Revisione 1.8.3
Riferimenti • ISO/IEC 14496-22:2015
• Microsoft OpenType® specifications 1.8.3
(2018)
• RFC-2361
Conservazione Sì
Racc. per la
lettura
Generico; obbligatorio
Racc. per la
scrittura
Specifico; obbligatorio
TRUETYPE FORMATO DI FILE
Nome completo TrueType® Estensione/i .ttf
Magic number true 0x00
Tipo MIME font/ttf, application/x-font-ttf
Sviluppato da Apple, Microsoft
Tipologia di
standard proprietario (libero), de facto, binario
Livello
metadati 1
Derivato da Adobe Type-1
Revisione 1994
Riferimenti • Apple Developer, TrueType™ Reference
Manual
• Microsoft Typography webpage
Conservazione Sì
Racc. per la
lettura
Generico; obbligatorio
Racc. per la
scrittura
Specifico; valutare utilizzo del formato
OpenType
WOFF FORMATO CONTENITORE
Nome completo Web Open Font Format
Estensione/i .woff2; .woff
Magic number wOF2; wOFF
Tipo MIME font/woff2, application/font-woff
Sviluppato da Mozilla Foundation, Opera Software,
Microsoft
Tipologia di
standard proprietario (libero), de iure, binario
Livello
metadati 1
Derivato da OpenType®
Revisione 2.0
Riferimenti • W3C Recommendation, WOFF 2.0, 2018
• W3C Recommendation, WOFF 1.0, 2012
• github.com/W3C/woff
Conservazione Sì
Racc. per la
lettura
Specifico; raccomandato per tipografia di
contenuti web
Racc. per la
scrittura
Specifico; raccomandato per caratteri
nonstandard in pagine web
2.8.1 Raccomandazioni per la produzione
di documenti
1. Sia per l’utilizzo applicativo che per quello web si fanno le seguenti due
raccomandazioni:
a) Qualora di adoperino caratteri tipografici standard (come indicati all’inizo
della sezione) i punti seguenti non costituiscono più raccomandazioni.
b) Si includano sempre i file dei caratteri tipografici utilizzati n el documento
(quando tali caratteri possono essere imbustati nel formato del documento),30
ovvero si formi un pacchetto di file (cfr. § 1.1.1) che co mprenda anche tali
caratteri tipografici.
c) Qualora i caratteri tipografici siano utilizzati per rappresentare testi scritti
(come semplice collezione di simboli), scegliere solo caratteri tipografici che
contengano un numero sufficiente di glifi a rappresen tare almeno i caratteti
alfanumerici, di interpunzione e diacritici del linguaggio utilizzato , della
lingua italiana e di quella inglese inglese.
d) Ottemperare, se possibile, alla raccomandazione 1. per i caratteri
alfanumerici, di interpunzione e diacritici di tutte le lingue dell’Unione
Europea;31
e) Qualora dei caratteri tipografici non standard siano utilizzati per
rappresentare testi scritti, mettere in atto tutte le metodiche tecniche e
operative previste dai formati di file e di pacchetti utilizzati affinché, nel caso
in cui i file dei caratteri tipografici non siano disponibili, l’applicativo usato
per visualizzare, stampare o riprodurre il documento possa effettuare
sostituzioni dei caratteri tipografici
32 con altri caratteri standard, senza che
ciò risulti in una variazione sostanziale del contenuto informativo del
documento.
2. Per ogni altra considerazione riguardo l’uso dei caratteri tipografici nei documenti
informatici si rimanda alle Linee guida sull’accessibilità e alle Linee guida di design ,
anch’esse emanate dall’Agenzia per l’Italia Digitale.
2.9 Audio e musica
1. La rappresentazione digitale dei segnali audio è divisa in due categorie: quella per
“forme d’onda” e quella, più indiretta, per metada ti. Nel primo caso il segnale
sonoro è rappresentato mediante un’approssimazione digitale dell’onda sonora,
registrata o riprodotta. In fase di registrazione del sonoro la forma d’onda si ottiene
mediante campionamento (misurato in numero di campioni per secondo, o sample
rate) e quantizzazione (misurato in bit per campione); il prodotto di tali misure
30 Come accade, ad esempio per alcuni tipi di file PDF (§2.1) di pacchetti IMF ovvero DCP (§2.12).
31 Le raccomandazioni 1. e 2. servono a confermare, a priori, che il carattere tipografico può potenzialmente
rappresentare altri caratteri tipografici e alfabetici qualora il testo andasse modificato ovvero tradotto in altra lingua.
32 Tali sostituzioni possono avvenire anche a catena, purché terminino sempre con un carattere tipografico standard
(denominato, in inglese, fallback font). Si consideri, come esempio, la seguente catena di sostituz ioni tipografiche:
Minion Pro > Minion Std > Noto Serif > Albertina > Times New Roman > Times > serif.
costituisce il data-rate audio (anche detto bit-rate perché misurato in bit per secondo).
Un file o un flusso audio può rappresentare le forma d’onda di più sorgenti sonore
contemporaneamente — dette “canali”.
2. I campioni audio di una forma d’onda possono subire una compressione digitale
allo scopo di rid urne le dimensioni occupate. I formati più noti per la
memorizzazione di tali segnali audio sono il Waveform RIFF (.wav), MP3, F LAC,
OGG e Broadcast Wave (.bwf).
3. Nel secondo caso, invece, il file contiene una rappresentazione temporale di suoni
pre-campionati (che possono essere contenuti nel medesimo file, o riferendosi a file
esterni contenenti le loro forme d’onda) e degli eventuali effetti associati a tali
campioni ovvero alla loro riproduzione. L’applicazione principale per tali file è la
rappresentazione di brani musicali, ove il timbro di ciascuno strumento è associato
a banche dati generiche di suoni (che obbediscono a standard quali General MIDI)
ovvero salvato come forma d’onda esterna, mentre il file audio contiene la partitura
completa, nota per nota. Appartengono a questa tipologia i file musicali registranti
uno standard quale il MIDI (.mid).
WAV FORMATO CONTENITORE
Nome completo [Broadcast] Waveform
File Estensione/i .wav, .bwf, .rf64
Magic number WAVE, RIFF
Tipo MIME audio/wave
Sviluppato da IBM; Microsoft
Tipologia di
standard proprietario, libero, de iure, binario
Livello
metadati 3
Derivato da Resource Interchange File Format (RIFF)
Revisione 2018
Riferimenti • Microsoft, Multimedia Data Standards
Update (1994)
• RFC-2361
• EBU Recommenation R111 (2007)
• EBU – Tech 3285-1, Broadcast Wave (BWF)
(2011)
• EBU – Tech 3306 , RF64 (2018)
• soundfile.sapp.org/doc/WaveFormat
Conservazione Sì, senza compressione
Racc. per la
lettura
Generico; obbligatorio per audio qualunque
Racc. per la
scrittura
Generico; fortemente raccomandato per audio qualunqu e
MP3 FORMATO DI FILE / CODEC
Nome completo MPEG-1, Layer 3
Estensione/i .mp3
Magic
number/FourCC 0xFFFB30; ID3 / mp3
Tipo MIME audio/mpeg
Sviluppato da Moving Pictures Expert Group
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, binario
Livello
metadati 4
Derivato da MPEG-ES
Revisione 1998
Riferimenti • ISO/IEC 11172-3:1993
• ISO/IEC 13818-3:1998
• mpgedit.org/mpgedit/mpeg_format/MP3Format.html
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Generico; obbligatorio
Racc. per la
scrittura
Generico; raccomandato per contenuti
musicali
AIFF FORMATO DI FILE
Nome completo Audio Interchange File Format
Estensione/i .aiff, .aifc, .aif
Magic number AIFF; AIFC
Tipo MIME audio/aiff
Sviluppato da Moving Pictures Expert Group
Tipologia di
standard
proprietario (libero), estendibile, de
facto, binario
Livello
metadati 3
Derivato da Electronic Arts® Interchange File
Format (IFF)
Revisione 1.3 (1991)
Riferimenti • Apple Developer, Audio Interchange File
Format: “AIFF”
• www-
mmsp.ece.mcgill.ca/Documents/AudioFormats/AIFF
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Nessuna raccomandazione
Racc. per la
scrittura
Nessuna raccomandazione
FLAC FORMATO DI FILE / CODEC
Nome completo Free Lossless Audio Codec
Estensione/i .flac
Magic
number/FourCC fLaC / FLAC
Tipo MIME audio/flac
Sviluppato da comunità open source
Tipologia di
standard
aperto (licenze GNU GPL e BSD), de facto,
binario
Livello
metadati 3
Derivato da —
Revisione 1.3.2 (2017)
Riferimenti • xiph.org/flac
Conservazione Sì
Racc. per la
lettura
Specifico; raccomandato
Racc. per la
scrittura
Specifico; raccomandato
RAW FORMATO DI FILE
Nome completo Audio “Raw”
Estensione/i .pcm, .raw,
.sam, …
Magic number —
Tipo MIME audio/basic
Sviluppato da comunità open source e altri vendor
Tipologia di
standard aperto, de facto, muto, binario
Livello
metadati 1
Derivato da —
Revisione —
Riferimenti • www.fmtz.com/misc/raw-audio-file-formats
• en.wikipedia.org/wiki/Au_file_format
• www-
mmsp.ece.mcgill.ca/Documents/AudioFormats/AU
Conservazione Sì
Racc. per la
lettura
Specifico; raccomandato per le
registrazioni ambientali
Racc. per la
scrittura
Specifico; raccomandato per le
registrazioni ambientali
VORBIS CODEC
Nome completo Vorbis
Profili —
Codice FourCC vorb
Sviluppato da comunità open source
Tipologia di
standard aperto, de facto
Derivato da —
Revisione 2015
Riferimenti • Xiph.Org, Vorbis I specification, 2015
• xiph.org/vorbis
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Specifico; raccomandato
Racc. per la
scrittura
Nessuna raccomandazione
MUSICXML FORMATO DI FILE
Nome completo MusicXML™
Estensione/i .musicxml
Specializzazione
di XML
Tipo MIME application/vnd.recordare.musicxml
Sviluppato da W3C Music Notation Community Group
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de facto, testuale
Livello metadati 4; cfr. §2.8
Derivato da MakeMusic® MusicXML, MuseData™,
Humdrum™
Revisione 3.1 (2017)
Riferimenti • W3C Community Group Final Report,
MusicXML 3.1, 2017
• www.musicxml.com
Conservazione Sì
Racc. per la
lettura
Specifico; raccomandato per le partiture
musicali
Racc. per la
scrittura
Specifico; fortemente consigliato per
partiture musicali
MIDI FORMATO DI FILE
Nome completo Musical Instrument Digital
Interface Estensione/i .mid, .midi
Magic number MThd
Tipo MIME audio/midi, application/x-midi
Sviluppato da MIDI Manufacturers Association (MMA)
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de facto, binario
Livello
metadati 1
Derivato da —
Revisione 1.1
Riferimenti • www.midi.org/specifications
• McGill, Standard MIDI-File Format Spec.
1.1.
• McGill, Standard MIDI Files (“SMF”).
• RFC-6295
• General MIDI (“GM”) Specifications: GM1,
Roland® GS, Yamaha® XG, GM2.
Conservazione Sì, purché adottando solo strumenti
General MIDI
Racc. per la
lettura
Specifico; obbligatorio per la
riproduzione di musica strumentale;
raccomandato per partiture musicali
Racc. per la
scrittura
Specifico; raccomandato per partiture
musicali con orchestrazione
rappresentabile da questo standard
2.9.1 Raccomandazioni per la produzione
di documenti
1. Per quanto riguarda la creazione di documenti audio (di entrambe le categorie
elencate all’inizio della sezione) si raccomanda la scelta di formati interoperabili ed
aperti: di conseguenza tutti i formati elencati –ad eccezione di AIFF– soddisfano tale
caratteristica. Il wave, essendo in realtà un contenitore, è poi soggetto alla scelta del
codec per rappresentare il contenuto audio. In questo caso si raccomandano codec
aperti (come il “raw” non compresso, ovvero il
PCM o il μ-law). La scelta di formati
“raw,” sebbene dettata spesso da esigenze contingenti, andrebbe evitata in quanto
tali formati sono notoriamente muti (cfr. § 1.2.2) e quindi può essere difficile
ricostruire le caratteristiche, sia ambientali che tecniche, di registrazione e di
campionamento.
2. Resta appannaggio delle singole organizzazioni valutare i parametri qualitativi in
merito ai codec audio impiegati (ove sussistano come parametri variabili), tenendo
conto ancora una volta di eventuali vincoli normativi, amministrativi e tecnologici.
La scelta a priori dei parametri qualitativi può aiutare a standardizzare un processo
e verificare che t utti gli organi coinvolti possano leggere o scrivere file con tali
parametri.
3. Tra i formati sopra individuati, il
WAV (con codifica PCM non compressa) e tutti i
formati “ raw” senza ausilio di compressione sono i formati più adatti alla
conservazione. Nei casi in cui non si può evitare la compressione della forma
d’onda, può essere adottato anche il formato FLAC.
2.10 Video
1. Un file (ovvero un flusso) video strictu sensu rappresenta una sequenza ordinata di
immagini raster (dette fotogrammi — frame in inglese) riprodotte ad una velocità
temporale fissa, espressa in numero di fotogrammi al secondo (alle volte si usa la
sigla “fps” o, più impropriamente, l’unità di misura H ertz, “Hz”). Per il resto si
applicano al video le stesse descrizioni relative alle immagini raster: risoluzione,
profondità di colore, colorimetria, ecc.
2. Anche nel video, come per le immagini statiche e l’audio, è possibile implementare
diversi algoritmi di compressione allo scopo di ridurre le dimensioni del file ovvero
del flusso digitale . Qu ando la compressione riguarda individualmente e
separatamente ogni singolo fotogramma si parla di compressione intra-frame (che è
concettualmente identica a quell a applicata alle immagini raster); quando la
compressione utilizza le informazioni residue di un fotogramma (calcolate rispetto
ai fotogrammi precedenti o antecedenti) si parla invece di compressione inter-frame.
3. Quest’ultima tipologia di compressione u tilizza modelli matematici e statistici
tipicamente più sofisticati di quelli usati nella prima tipologia, il che rende spesso
l’operazione di codifica più lunga e laboriosa di quella di decodifica. Per il motivo
di cui al punto precedente, la compressione inter-frame è raccomandata per
applicazioni ove la tecnologia, le tempistiche e i costi si distribuiscano in modo da
avere una generazione del video più lunga, laboriosa e in generale dispendiosa , a
fronte di una minore complessità di decompressione a car ico d ei dispositivi
riproduttori
33.
4. Al contrario, la compressione intra -frame, isolando ogni fotogramma in
un’evidenza compressa a se stante, pur non fornendo in generale gli stessi rapporti
di compressione di quella inter -frame, la rendono spesso –ma non sempre –
preferibile in due particolari casi d’uso:
• quando sia frequente la riproduzione casuale del documento video, che
consiste nel saltare da un punto all’altro della timeline
34 (discontinuità
temporale) piuttosto che riprodurla sequenzialmente;
• quando il documento debba potersi modificare (cioè aggiungendo, inserendo,
sostiutendo o eliminandone sue parti dalla timeline) senza alterarne la qualità.
5. Algoritmi di compressione intra -frame molto diffusi – non necessariamente
associati a specifici formati di file– includono l’MJPEG, l’AVC-Intra (di proprietà di
33 La compressione inter -frame favorisce dunque gli scenari d’uso ove la codifica (compressione) è effettuata una
tantum da dispositivi centralizzati e computazionalmente potenti, a fronte di una riproduzione (decompressione) in
serie, effettuata da una moltitudine di dispositivi riproduttori “ consumer” con caratteristiche tecnologiche inferiori
(inclusa la necessità di risparmio energetic o). Un esempio tipico è la riproduzione cine -televisiva o in streaming on-
demand, ove i riproduttori spaziano dai televisori ai tablet, agli smartphone.
34 La timeline verrà definita in §2.12.
Panasonic®), la famiglia di codec proprietari ProRes ® della Apple®, i vari video -
codec (“VC”) della SMPTE e il derivato proprietario dal codec VC-3: la famiglia
DNxHD® della Avid®.
6. Algoritmi di compressione inter-frame largamente diffusi sono invece MPEG-2,
MPEG-4, H.264 (e una sua variante proprietaria: AVCHD), X AVC (detto anche
impropriamente “H.265”) e la famiglia XDCAM™ , anch’essa proprietaria e da non
confondere con i formati del pacchetto di file usato nella medesima famiglia di
prodotti (e in questo Allegato indicato in maniera tipograficamente diversa come
“XDCAM”, cfr. §2.12).
HEVC / H.265 CODEC
Nome completo High Efficiency Video Coding
Profili Main, High; 13 livelli
Codice FourCC hevc, h265, x265
Sviluppato da Joint Collaborative Team on Video
Coding (JCT-VC)
Tipologia di
standard
proprietario (royalty per varie
tipologie d’uso), de iure
Derivato da MPEG-H Part 2
Revisione 2018
Riferimenti • ISO/IEC 23008-2:2017
• ISO/IEC 23008-2/Amd-1:2018
• ITU-T Recommendation H.265 (2018)
• ETSI TS-126-114 v15.7.0 (2019)
• x265.org/hevc-h265
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Generale; raccomandato
Racc. per la
scrittura
Generale; sconsigliato per archiviazione
H.264 / AVC CODEC
Nome completo Advanced Video Coding Profili 21 profili e 20 livelli
Codice FourCC h264, x264, avc1, davc, vssh, v264
Sviluppato da Joint Collaboration Team on Video
Codec (JCT-VC)
Tipologia di
standard
proprietario (royalty per uso
commerciale), de iure
Derivato da MPEG-4 Part 2 (Visual), H.263
Revisione 2014
Riferimenti • ISO/IEC 14496-10:2014
• ITU-T Recommendation H.264 (2019)
• ETSI TS-126-114 v15.7.0 (2019)
• x265.org/hevc-h265
Conservazione Sì, purché con profili e livelli
almeno “High”
Racc. per la
lettura
Generale; obbligatoria la lettura
Racc. per la
scrittura
Generale; raccomandato per archiviazione
o conserva- zione di contenuti non
cinetelevisivi ovvero master
cinetelevisivi già sottoposti a
elaborazione finale
MP4V CODEC
Nome completo MPEG-4 Part 2
MPEG-4 Visual
Profili 21 profili (tra cui SP, ASP,
SStP)
Codice FourCC mp4v, mp42, avc1, v264
Sviluppato da Video Coding Experts Group (VCEG),
Moving Picture Experts Group (MPEG)
Tipologia di
standard
proprietario (royalty per uso
commerciale), de iure
Derivato da H.263, MPEG-2 Part 2
Revisione 2014
Riferimenti • ISO/IEC 14496-2:2004
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Generale; obbligatoria la lettura
Racc. per la
scrittura
Generale; raccomandato per archiviazione
non a lungo termine; sconsigliato in
conservazione ovvero quando sono
necessari ulteriori metadati
H.263 CODEC
Nome completo H.263 (XviD)
Profili vari profili
Codice FourCC h263, s263
Sviluppato da Video Coding Experts Group
Tipologia di
standard
proprietario (royalty per uso
commerciale), de iure
Derivato da MPEG-2 Part 2
Revisione 2006
Riferimenti • ITU-T Recommendation Y.4414/H.263 (2005)
• ETSI TS-126-141 v15.0.0 (2018)
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Generale; obbligatoria la lettura
Racc. per la
scrittura
Generale; sconsigliata la produzione
MPEG2 CODEC
Nome completo MPEG-2 Part 2
Profili 7 profili e 4 livelli
Codice FourCC mp2v
Sviluppato da Video Coding Experts Group,
Moving Picture Experts Group
Tipologia di
standard aperto, de iure
Derivato da MPEG-1
Revisione 2018
Riferimenti • ISO/IEC 13818-2:2013
Conservazione Sì
Racc. per la
lettura
Generale; obbligatoria la lettura
Racc. per la
scrittura
Generale; sconsigliato per archiviazione
e conserva-zione di contenuto
cinetelevisivo professionale
DNXHD CODEC
Nome completo DNxHD® / DNxHR™ 35
Profili vari bit-rate in Mb/s /
LB,SQ,HQ,444,HQX
Codice FourCC AVdn
Sviluppato da Avid
Tipologia di
standard
proprietario (licenza commerciale), de
facto
Derivato da SMPTE VC-3
Revisione Codecs LE 2.7.3 (2018)
Riferimenti • www.avid.com
• avid.force.com
Famiglia ST2019 di standard/raccomandazioni
SMPTE:
• ST2019-1:2014
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Speciale; consigliato in post-produzione
cinetelevisiva
Racc. per la
scrittura
Speciale; sconsigliato per
archiviazione/conservazione
7. Il codec audio/video proprietario, indicato semplicemente come DNxHD®,
dotato di compressione lossy e intra-frame, consiste in una specializzazione di alcuni
profili del codec aperto VC-3 standardizzato dalla SMPTE (descritto altrove in questa
sezione), adattato per l’utilizzo nella post-produzione non- lineare di documenti
audiovisivi professionali. In particolar modo le essenze audio video sono vincolate
a un insieme discreto di risoluzioni spaziali, profondità di colore, framerate e bit-rate
costanti o variabili, ottimizzati per contenuti in risoluzione HD (1920×1080 punti,
35 I nomi commerciali dei codec sono acronimi di ‘Digital Nonlinear Extensible High Definition’ e ‘High Dynamic
Range’ rispettivamente.
si parla in questo caso di codec DNxHD®) e l’UltraHD 4K (3840×2160, si parla in
questo caso di codec DNxHR™ ) che andranno successivamente montati e post -
processati (ad esempio tramite operazioni di color -grading –in HDR o meno –
compositing), possibilmente mediante operazioni “non-distruttive”, cioè riducendo il
più possible l’impatto che tali procedimenti di post-produzione avranno sulla qualità
del documento masterizzato. La produzione del formato è chiusa e proprietaria,
sebbene sia uno standard de facto del settore cinetelevisivo che diversi app licativi
hardware e software sono in grado sia di produrre che di riprodurre. Nella loro
declinazione nativa, le essenze audio/video con codec DNxHD® sono imbustate in
un contenitore MXF (descritti nel § 2.12) anch’esso dotato di particolari metadati.
Tali metadati coadiuvano e semplificano il collegamento logico delle essenze
audiovisive che, contenute in file separati , vengono associate insieme
temporalmente da parte degli applicativi di montaggio non -lineare. È tuttavia
possibile imbustare essenze DNxHD® n altri formati wrapper , come ad esempio il
QuickTime.
PRORES CODEC
Nome completo ProRes®
Profili Proxy, LT, 422, HQ,
4444, XQ, RAW
Codice FourCC apco, apcs, apcn, apch, ap4h, ap4x, aprh/aprn
Sviluppato da Apple Incorporated
Tipologia di
standard
proprietario (royalty per la
produzione), de facto
Derivato da Apple Intermediate Codec
Revisione 2018
Riferimenti • Apple, ProRes White Paper (2018)
• Apple, ProRes RAW White Paper (2018)
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Speciale; raccomandato nel montaggio
cinetelevisivo
Racc. per la
scrittura
Sconsigliato per l’archiviazione o
conservazione.
8. L’Apple ProRes® è un codec audio/video proprietario dotato di compressione
lossy e intra -frame, specializzato anch’esso per il montaggio non -lineare di
documenti audiovisivi professionali. È dotato di diversi profili cui sono associate
profondità di colore e bit -rate predeterminati (mentre non vi sono vincoli alla
risoluzione o al framerate come accade per altri codec)
AV1 CODEC
Nome completo AOMedia Video 1
Profili 3 profili e 10 livelli
Codice FourCC av01
Sviluppato da Alliance for Open Media
Tipologia di
standard aperto, de facto
Derivato da VP9, VP10
Revisione 2018
Riferimenti • aomediacodec.github.io/av1-spec
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Speciale; raccomandato per contenuti in
streaming web
Racc. per la
scrittura
Speciale; sconsigliato per
archiviazione/conservazione
DASH / VP9 CODEC
Nome completo Video Partition structured video codec #9
Profili —
Codice FourCC VP90
Sviluppato da Google
Tipologia di
standard proprietario (libero), de facto
Derivato da VP8
Revisione 2014
Riferimenti • Google, VP9 bitstream & decoding process
specification v0.6 (2016)
• ISO/IEC 14496-12:2015
• ISO/IEC 14496-12:2015 /Amd 2:2018
• Standard SMPTE ST2086:2014
• www.webmproject.org/vp9
• github.com/webmproject/vp9-dash
Conservazione Sì
Racc. per la
lettura
Speciale; raccomandato per contenuti in
streaming web
Racc. per la
scrittura
Speciale; sconsigliato per
archiviazione/conservazione
CINEFORM CODEC
Nome completo SMPTE Video Codec #5
Profili 3 profili e 10 livelli
Codice FourCC CFHD
Sviluppato da Society of Motion Picture and Television Engineers
Tipologia di
standard aperto, de iure
Derivato da GoPro® CineForm™
Revisione 2016
Riferimenti Famiglia ST2073 di standard SMPTE:
• ST2073-1:2014, RP2073-2:2017, ST2073-
3:2015, ST2073-4:2015, ST2073-5:2015,
ST2073-6:2015
• gopro.github.io/cineform-sdk
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Speciale; consigliato in post-produzione
cinetelevisiva
Racc. per la
scrittura
Speciale; sconsigliato per
archiviazione/conservazione
VC-3 CODEC
Nome completo SMPTE Video Codec #3
Profili –, HQ
Codice FourCC AVdn
Sviluppato da Society of Motion Picture and Television Engineers
Tipologia di
standard aperto, de iure
Derivato da SMPTE VC-2 (“Dirac Pro”)
Revisione 2002
Riferimenti Famiglia ST2019 di standard/prassi SMPTE:
• ST2019-1:2014, RP2019-2:2016, ST2019-
4:2014
Conservazione Sì
Racc. per la
lettura
Speciale; consigliato in post-produzione
cinetelevisiva
Racc. per la
scrittura
Speciale; consigliato in post-produzione
cinetelevisiva
HDCAM CODEC
Nome completo HDCAM
Profili –, SR [Lite], SQ, HQ;
diversi bitrate
Codice FourCC —
Sviluppato da Society of Motion Picture and Television Engineers
Tipologia di
standard proprietario (libero), de iure
Derivato da Sony HDCAM™
Revisione 2005
Riferimenti • Standard SMPTE ST367M:2001 Type D-11 HDCAM
picture compression and data stream
format
• Standard SMPTE ST368:2002, for digital
television tape recording – 12.65mm Type
D-11 format
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Speciale; consigliato per riprodurre e
riversare repertori in nastri digitali
HDCAM™ (formato D-11)
Racc. per la
scrittura
Speciale; sconsigliato per la produzione
di nastri
DIRAC Pro CODEC
Nome completo SMPTE Video Codec #2 “Dirac
Pro”
Profili –, SR [Lite], SQ, HQ
Codice FourCC Bbcd
Sviluppato da Society of Motion Picture and Television Engineers
Tipologia di
standard aperto, de iure
Derivato da BBC “Dirac”
Revisione 2016
Riferimenti Famiglie ST2042 e ST2047 di standard SMPTE:
• ST2042-1:2090, RP2042-2:2009, RP2042-
3:2010,
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Speciale; consigliato in post-produzione
cinetelevisiva
Racc. per la
scrittura
Speciale; sconsigliato per archiviazione/conservazione
XAVC CODEC
Nome completo XAVC™
Profili H.264 livello 5.2
Codice FourCC Xavc
Sviluppato da Sony
Tipologia di
standard
proprietario (royalty per uso
commerciale), de facto
Derivato da MPEG-2, H.263, MPEG-4 Part 2
Revisione 2018
Riferimenti • www.xavc-info.org, XAVC profiles and
Operating Points v1.20 (2016)
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Speciale; consigliato in post-produzione
cinetelevisiva
Racc. per la
scrittura
Da non utilizzare per la produzione di
documenti.
XDCAM CODEC
Nome completo XDCAM™
Profili DVCAM, IMX, SD, EX, HD422,
HD, SD422
Codice FourCC xdv1, xdv2, …, xdv9, xdva
Sviluppato da Sony
Tipologia di
standard
proprietario (royalty per uso
commerciale), de facto
Derivato da MPEG-4 Part 2, MPEG-2 Part 2, DV
Revisione 2018
Riferimenti • sonybiz.net
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Speciale; consigliato in post-produzione
cinetelevisiva
Racc. per la
scrittura
Speciale; sconsigliato per
archiviazione/conservazione
BRAW FORMATO DI FILE
Nome completo Blackmagic RAW
Profili XXXXX
Codice FourCC Braw
Sviluppato da Blackmagic Design
Tipologia di
standard proprietario
Derivato da CinemaDNG™
Revisione 2018
Riferimenti • www.blackmagicdesign.com
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Speciale; consigliato in post-produzione
cinetelevisiva
Racc. per la
scrittura
Speciale; sconsigliata la produzione
AVC-INTRA CODEC
Nome completo AVC-Intra™
Profili 2 bit-rate e 6 risoluzioni
Codice FourCC ai[5|1][p|q|2|3|5|6]
Sviluppato da Sony
Tipologia di
standard
proprietario (royalty per uso
commerciale), de iure
Derivato da MPEG-4 Part 10
Revisione 2014
Riferimenti • prassi raccomandata SMPTE RP2027:2012
• ISO/IEC 14496-10:2014
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Speciale; raccomandata la lettura
Racc. per la
scrittura
Da non utilizzare per la produzione di
documenti.
9. AVC-Intra deriva dal profilo High 10 Intra di H.264.
MJPEG FORMATO DI FILE / CODEC
Nome completo Motion JPEG
Profili A, B
Codice FourCC mjpg, mjpa, mjpb
Sviluppato da comunità open source
Tipologia di
standard aperto, de facto
Derivato da JPEG
Revisione 1998
Riferimenti • RFC-2435
Conservazione Sì
Racc. per la
lettura
Generico con obbligo in lettura
Racc. per la
scrittura
Generico; consigliato per contenuti non
cinetelevisivi che non necessitano di
ulteriori metadati
10. Il formato MJPEG, come recita il suo stesso acronimo, «Motion JPEG», è un
formato video ove l’essenza video è codificata come una sequenza di immagini
raster nel formato JPEG, adottando dunque una compressione lossy e intra-frame.
Nonostante il formato sia datato, la sua semplicità di codifica lo rende ancora
raccomandato in tutti gli utilizzi non professionali ove il documento informatico
non abbia particolari requisiti di qualità (o comunque requisiti di qualità non
superiore a quella della compressione
JPEG scelta per l’essenza MJPEG).
2.10.1 Raccomandazioni per la
produzione di documenti
1. I file e i flussi multimediali – e in particolar modo quelli video – contengono
evidenze con caratteristica peculiare rispetto a tutte le altre tipologie di file: i flussi
video (compressi o meno che siano) hanno una dimensione dig itale elevata e,
tipicamente, richiedono anche una banda passante minima in caso vadano formati,
riprodotti o addirittura elaborati in tempo reale. Pe questo motivo le scelte dei
formati avranno un’elevata variabilità in base alla finalità d’uso e ai vinco li
tecnologici ad esse collegati.
36
2. Lo strumento della valutazione di interoperabilità (cfr. §3.1) può venire in contro
alla risoluzione ex ante delle problematiche di cui al punto precedente, allo scopo di
individuare prima i codec da usare per far fronte a tutte le esigenze e vincoli
(normativi, amministrativi e tecnologici) in merito al documento video , durante il
corso di tutto il suo ciclo vita.
3. Ciò detto, i codec da preferire per creare nuove evidenze video di uso generico –
cioè avulse da casi d’uso peculiari di specifici settori quali la produzione,
postproduzione e conservazione dei contenuti audiovisivi – sono quelli aperti e
standard de iure, quali:
36 Ad esempio, un’evidenza video potrebbe essere usata da un certo numero di utenze poco dopo la sua formazione,
che richiedono tecnologie di elaborazione in tempo reale, a fronte delle quali è necessaria la produzione o la
transcodifica in un codec ad elevato rapport o di compressione. Potrebbe anche esserci un vincolo di conservazione
dell’evidenza originale piuttosto che di quella elaborata, che potrebbe avere o meno diversi requisiti di qualità. A
fronte di questa seconda finalità, potrebbe essere pensato un procedimento per cui l’evidenza originale viene formata
impiegando un codec senza compressione e la massima risoluzione possibile, mentre il file elaborato segue un ciclo
vita diverso, al termine del quale possa o debba essere distrutto. Qualora anche il file ela borato vada conservato,
potrebbe essere necessario prevedere un solo flusso, a fronte del quale andrebbe effettuata una scelta diversa riguardo
alla transcodifica intermedia, allo scopo di assolvere ai vincoli qualitativi iniziali.
• MPEG4 Part-10 (colloquialmente indicato con il nome di “H.264”) in quanto
largamente diffuso soprattutto negli apparati di riproduzione software e
hardware. Tale codec è da preferirsi per contenuti già montati e ricondotti ad
una risoluzione e una qualità accettabile per tutto il ciclo vita del documento.
• MPEG2 Part-2 qualora il ciclo vita del documento video e le sue finalità d’uso
impongano privilegiare la semplicità computazionale dell’algoritmo di
decompressione rispetto a fattori quali la q ualità o la dimensione binaria
dell’evidenza.
• Qualunque codec senza compressione, ovvero con una compressione priva
di perdite. In tali casi sono valutabili tutte le rappresentazioni del documento
video mediante sequenze di file (cfr. §2.12), ove i singoli file adottano formati
con i medesimi requisiti di interoperabilità (cfr. § 2.6) inclusa l’assenza di
compressione ovvero la compressione lossless.
4. Nel caso di esigenze specifiche, si possono valutare anche altri codec, quali ad
esempio:
• VP9 (anche detto “
DASH”) qualora il contenuto sia stato generato per
applicazioni multipiattaforma (prevalentemente online) e non sia soggetto ad
ulteriori modifiche.
• VC-3 (in particolar modo la sua variante “commerciale”: l’Avid
® DNxHD®)
qualora il contenuto sia destinato al mont aggio video (incluse successive
archiviazioni del girato originale) e in assenza di ulteriori vincoli tecnologici.
5. Resta appannaggio delle singole organizzazioni valutare i parametri qualitativi in
merito ai codec audio impiegati (ove sussistano come parametri variabili), tenendo
conto ancora una volta di eventuali vincoli normativi, amministrativi e tecnologici.
La scelta a priori dei parametri qualitativi può aiutare a standardizzare un processo
e verificare che tutti gli organi coinv olti possano leggere o scrivere file con tali
parametri.
6. I codec video più adatti alla conservazione – comunque tutti dotati di
compressione con perdita– sono l’MPEG-4 Part-10
2.11 Sottotitoli, didascalie e dialoghi
1. Astrattamente, esiste una terza rappresentazione del suono legata ai dialoghi
(rispetto a quelle descritte in §2.9) che consiste nella trascrizione più o meno letterale
di ciò che una o più voci esprimono in una linea temporale, più eventualmente altre
informazioni di contesto e ambiente.
2. La necessità di rappresentare il parlato in una forma leggibile è prevalentemente
legata a quattro casi d’uso, in alcuni casi concorrenti fra loro:
a) conservare dialoghi in forma scritta, eliminando la complessità tecnica o
giuridica di conservare una registrazione multimediale degli stessi;
b) arricchire un dialogo con ulteriori informazioni quali, ad esempio, il nome (o
la qualifica) dei partecipanti, il momento esatto e la consecutio temporale con
cui le frasi sono pronunciate;
c) complementare il dialogo con informazioni relative all’ambiente o al
contesto, a beneficio di spettatori ipoudenti o non -udenti, come nel caso di
riproduzioni audiovisive;
d) fornire la traduzione di testi e dialoghi in lingue diverse da quella o quelle
determinate preventivamente per i destinatari individuati per un particolare
contenuto audiovisivo.
3. Le trascrizioni giuridiche ottemperano complessivamente ai casi d’uso 1 e 2 (e 4
in caso di testimoni stranieri, ove siano effettuate da traduttori giurati). Invece le
trascrizioni di dialoghi in ambito cinetelevisivo – chiamate in inglese, nella loro
accezione più generale, timed-text– si dividono tradizionalmente in tre categorie:
• sottotitoli (in inglese subtitles, abbreviati in “subs”) — ottemperano al solo caso
d’uso 4;
• sottotitoli per non- udenti (in inglese deaf or hard- of-hearing, ovvero
DHH) —
ottemperano al solo caso d’uso 3;
• didascalie (in inglese closed captions, ovvero CC) — ottemperano al caso d’uso
2 sebbene, sovente combinati con tipologie di sottotitoli di cui sopra,
ottemperino anche ai casi 3 o 4.
4. Il settore dell’intrattenimento sta venendo rivoluzionato dalla compar sa di
innovativi servizi di fruizione tramite internet dei contenuti audiovisivi sotto forma
di flussi multimediali (i cosiddetti servizi SVOD, cioè streaming video on -demand); tali
servizi consentono, tra le altre cose, una localizzazione37 molto più puntuale, precisa
e multilingua, che li rende ancora più pervasivi e globali.
5. La normativa di riferimento per sottotitoli e didascalie dal punto di vista di
accessibilità e qualità (soprattutto quando sono mostrate in sincronia e
sovraimpressione, rispettivamente, con essenze audio e video) è regolamentata in
particolare dalla norma ISO/IEC 20071-23 del 2018.
TTML FORMATO DI FILE
Nome completo Timed Text Markup Language
37 La localizzazione è un processo riadattamento incrociato (in inglese versioning) di un contenuto rispetto a molteplici
territori. Quando ciò riguardi il solo adattamento linguistico (anziché comprendere anche aspetti culturali, religiosi,
giuridici) di audiovisivi, si parla più semplicemente di riedizione , che comprende il video, il doppiaggio per l’audio e la
sottotitolazione (trascrizione di dialoghi e didascalie).
Estensione/i .ttml, .dfxp
Specializzazione
di
XML (namespace tt, tt[p|s|m] e
altri)
Tipo MIME application/ttml+xml
Sviluppato da
World Wide Web Consortium
Society of Motion Picture and
Television Engineers
Tipologia di
standard
aperto, estendibile, retrocompatibile,
de iure, testuale
Livello
metadati 4
Derivato da Distribution Format Exchange Profile
(DFXP)
Revisione 1.0 (2018)
Riferimenti • W3C Recommendation TTML 2, 2018
• W3C Recommendation TTML 1 (3rd Ed.), 2018
• ETSI EN-303-560 v1.1.1 (2018)
Famiglia 2052 di standard/raccomandazioni
SMPTE:
• OV2052-0:2013
• ST2052-1:2013
• ISO/IEC 14496-30:2018
• EBU – Tech 3380, EBU-TT-D subtitling
distribution format v1.0.1 (2018)
Conservazione Sì; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Speciale; obbligatorio in campo
cinetelevisivo
Racc. per la
scrittura
Speciale; raccomandato in campo
cinetelevisivo
6. Il formato TTML (precedentemente chiamato DFXP) è, ad oggi, la declinazione più
generica e completa relativamente alle possibilità tecniche e operative di aggiungere
ad un documento audiovisivo una o più trascrizioni differenti. Il formato, adottato
sempre di più come standard a livello europeo (de iure: cfr. norma EN-303-560 della
ETSI) e internazionale 38 supporta qualunque tipo di lingua scritta e sue eventuali
caratteristiche diacritiche ( , integrando informaz ioni sulla presentazione dei
sottotitoli all’interno del riquadro del video (posizione, 39 colore, dimensione,
parametri tipografici completi), relativamente all’asse temporale (apparizione,
scomparsa e altri effetti di animazione).
IMSC1 FORMATO DI FILE
Nome completo Internet Media Subtitles and
Captions
Estensione/i .ttml
38 Esistono diversi standard de facto, quali ad esempio le Linee guida di NETFLIX sulla sottotitolazione (in inglese).
39 È anche possibile specificare la profondità (“ Z-depth”) rispetto alla parallasse nel caso di sottotitoli su contenuti
stereoscopici (S3D).
Specializzazione
di TTML
Tipo MIME application/ttml+xml
Sviluppato da World Wide Web Consortium
Tipologia di
standard
aperto, estendibile, retrocompatibile,
de iure, testuale
Livello
metadati 4
Derivato da W3C Timed Text Markup Language,
versione 2
Revisione 1.1 (2018)
Riferimenti • W3C Recommendation, TTML profiles for IMSC
1.1, 2018
• Netflix, What does a properly formatted
TTML file look like?
• Netflix, Italian Timed Text Style Guide,
2018
Conservazione Sì; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Speciale; raccomandato in campo
cinetelevisivo
Racc. per la
scrittura
Speciale; raccomandato in campo
cinetelevisivo
7. Il W3C ha deciso di standardizzare ulteriormente il generico formato TTML,
derivando perciò le specifiche IMSC1 adottate, tra le altre cose dal formato di master
interoperabile ( IMF, cfr. § 2.12). IMSC1 ha due profili: uno ove i sottotitoli sono
rappresentati mediante solo testo, l’altro ove sono sottotitolo è rappresentato da
un’immagine (tipicamente nel formato PNG con supporto completo del canale alfa,
cfr. §2.6). L’esigenza di introduzione di questo profilo è stata necessaria per il
diffondersi di notevoli dialetti di TTML da parte di diversi organi di
standardizzazione, che hanno portato il formato or iginale –originariamente
disegnato per essere il più interoperabile possibile– a creare notevoli problemi di
compatibilità.40 Il profilo IMSC1, oltretutto, è stato concepito anche per ottemperare
ad esigenze proprie della distribuzione dei contenuti, quali l’adattamento dei
dialoghi a diverse revisioni del contenuto audiovisivo, alla riedizione dei dialoghi in
altre lingue o secondo esigenze diverse (cfr. distinzioni fra le varie tipologie di
dialoghi sincronizzati all’inizio della sezione), alla transcodifica dei sottotitoli in altro
formato.
EBU-TT FORMATO DI FILE
Nome completo EBU Timed Text (EBU-TT)
Estensione/i .xml
Specializzazione
di XML (namespace ebutt[m|s|dt])
40 Tale problema si è aggravato per il fatto che – come accade anche per molti altri formati di file per sottotitoli e
didascalie– vi è un elevato riutilizzo della medesima estensione di file per formati anche mo lto diversi fra loro, cfr.
§1.1.3.
Tipo MIME application/ttml+xml
Sviluppato da European Broadcasting Union
Tipologia di
standard
aperto, estendibile, retrocompatibile,
de iure, testuale
Livello
metadati 2
Derivato da W3C Timed Text Markup Language,
versione 1
Revisione 1998
Riferimenti Famiglia 33X0 di standard tecnici EBU
(2017):
• Tech 3350, part 1: subtitling format
v1.2
• Tech 3360, part 2: mapping EBU STL to EBU-
TT v1.0
• Tech 3370, part 3: mapping EBU STL to EBU-
TT v1.0
• Tech 3380, subtitling distribution
format v1.0.1 (2018)
• Tech 3390, part M: metadata definitions
v1.0
Conservazione No; cfr. §2.8
Racc. per la
lettura
Speciale; obbligatorio in campo
cinetelevisivo
Racc. per la
scrittura
Speciale; raccomandato il campo
cinetelevisivo ove richiesto da
applicativi o capitolati
8. La EBU ha adattato il formato TTML agli specifici vincoli del mondo
dell’audiovisivo, definendo così una specifica del medesimo formato, chiamato
EBU-TT.
Analogamente, anche la SMPTE, ha definito una specifica TTML per i medesimi scopi,
chiamata SMPTE-TT, che però è stata adottata prevalentemente dalla versione dei
pacchetti per il cinema digitale ( DCP) e quindi raccomandata in altra sezione di
questo Allegato ad essi dedicata, cfr. §2.12.
STL FORMATO DI FILE
Nome completo EBU Subtitling Data Exchange
Format Estensione/i .STL
Magic number 0x3?3?3? STL
Tipo MIME —
Sviluppato da European Broadcasting Union
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, binario
Livello
metadati 1
Derivato da —
Revisione 1.0 (1991)
Riferimenti • EBU – Tech 3264 (1991)
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Speciale; raccomandato in campo
cinetelevisivo
Racc. per la
scrittura
Speciale; sconsigliato per la produzione
e archiviazione
9. Il formato STL (da non confondersi con l’omonimo formato per modelli 3D per
applicazioni stereolitografiche, cfr. §2.7) è stato per anni lo standard di riferimento
in campo cinetelevisivo, perciò un grandissimo numero di contenuti risultano dotati
di sottotitoli e didascalie in questo formato, in svariate lin gue. Il formato tuttavia
contiene solo indicazioni relative ai TimeCode ove i sottotitoli appaiono e
scompaiono, al testo della lingua e a pochissime indicazioni visive su come
presentare i sottotitoli, peraltro ampiamente non sempre utilizzate o rispettate dagli
applicativi rispettivamente di creazione e riproduzione video.
2.11.1 Raccomandazioni per la
produzione di documenti
1. Per la produzione di sottotitoli e didascalie in ambito cinetelevisivo , così come
per finalità di conservazione, si raccomanda l’utilizzo del formato TTML del W3C,
conforme al profilo IMSC1 e senza la specifica di caratteri tipografici esterni.
2.12 Contenitori e pacchetti di file multimediali
1. La registrazione e riproduzione di immagini e suoni contemporaneamente
necessita innanzi tutto del sincronismo tra gli elementi costituenti un flusso
multimediale. Per questo motivo tali flussi o file (a seconda del livello di astrazione
adattato) sono disposti in una “linea temporale virtuale” ( timeline, in inglese) che
adotta un riferimento temporale autonomo
41 chiamato TimeCode.
2. Un esempio di sintassi per un TimeCode sincronizzato con un flusso video
digitale (la cui unità indivisibile è il fotogramma) è, ad esempio, “ 04: 23: 56: 07”42.
Un esempio di sintassi per un TimeCode sincronizzato con un flusso audio digitale
41 Per analogia, mentre la datazione di un’evidenza informatica mediante marcatura temporale è un riferimento
temporale “assoluto”, la temporizzazione di uno specifico punto della timeline è un riferimento temporale “relativo”,
che diviene assoluto solo nel momento in cui la riproduzione della timeline inizia ad un determinato istante temporale.
42 Leggasi «4 ore, 23 minuti, 56 secondi e 7 fotogrammi» (i fotogrammi si azzerano al secondo in base al numero di
fps, cfr. §2.10).
(la cui unità indivisibile è il campione sonoro) è, ad esempio, “ 00: 06: 32. 01436”43.
Più in generale i TimeCode sono normati da standard di riferimento , quali la
raccomandazione BT.1366 della ITU, la famiglia di standard ST12 della SMPTE, la EBU
Tech 3097.
3. Nel caso multimediale un flusso o file contiene spesso evidenze informatiche
diverse per audio, video, e altri tipi di metadati (quali ad esempio sottotitoli,
informazioni per i non udenti, uno o più TimeCode di riferimento, ecc.), che sono
complessivamente chiamate essenze. Esse –ciascuna potenzialmente codificata con
parametri e algoritmi diversi – sono racchiuse in un unico file contenitore, il quale
ne facilita il sincronismo (eventualmente grazie alla presenza di una o più essenze
TimeCode) e le descrive allo scopo di migliorarne la riproduzione o l’utilizzo.
4. Le essenze possono a loro volta contenere più canali. Nel caso dell’audio essi sono
associati ad un particolare dispositivo di riproduzione ovvero alla direzione spaziale
della sorgente sonora, p.es. canale dei totali sinistra (
Lt), canale centrale ( C), canale
degli effetti a bassa frequenza ( LFE), canale per il surround di destra ( Rs). Nel caso
di immagini statiche o video, i canali possono codificare un singolo canale cromatico
dello spazio-colore riprodotto (cfr. §2.6), ad es. rosso (
R), verde (G), blu (B) ovvero
uno di due stereogrammi (occhio destro e occhio sinistro):
5. Così come un a partitura musicale descrive per prima cosa tutti gli strumenti
coinvolti e contiene le informazioni – sia comuni che specifiche per ogni parte –
affinché un’orchestra possa rieseguire il brano, allo stesso modo un contenitore
multimediale può contenere uno o più dei seguenti fattori (la cui presenza possibile
e/o obbligatoria dipende dallo specifico formato della busta, cfr. §1.1.1):
• informazioni globali circa il documento multimediale (e.g. titolo del
film/brano, nome dell’autore/regista, anno di produzione, durata nominale,
livello di censura, data/ora di masterizzazione del file, ecc.);
• numero e tipologia delle essenze presenti e loro suddivisione in “tracce” per
la riproduzione; per ciascuna essenza possono essere presenti altri metadati
come, ad esempio:
o nome o altro tipo di descrizione dell’essenza;
o codec dell’essenza (ad esempio tramite codice FourCC);
o velocità dell’essenza video (fotogrammi/secondo) o audio
(campioni/secondo);
o nome e numero di canali dell’essenza video (e.g. RGB, RGBα, CMYK,
…; occhio destro/sinistro) o audio (e.g. monoaurale, stereo,
quadrifonico, ‘5.1’, ‘7.1’, Dolby-E
®, ‘22.1’, Dolby® Atmos™, …);
o in caso di essenza multi-canale, eventuale nome dei singoli canali;
43 Leggasi «6 minuti, 32 secondi e 1436 ca mpioni» (i campioni si azzerano al secondo in base al sample rate: p.es.
44100Hz, cfr. §2.9).
o profondità digitale dell’essenza immagine/video (bit/pixel) o audio
(bit/campione);
o data-rate minimo, medio e/o massimo di ciascun essenza.
o lingua utilizzata per il parlato nell’audio (se presente) ovvero nei
sottotitoli;
• 1 essenza video (nel caso di video stereoscopic o potrebbe essere presente
un’unica essenza con due canali , ovvero due essenze video distinte — una
per ciascun o stereogramma, associati rispettivamente all’occhio destro e
sinistro;
• 3 essenze audio (e.g. ‘suoni ed effetti’, ‘colonna sonora italiana’, ‘colonna
sonora inglese’);
• 5 essenze sottotitoli (e.g. ‘sottotitoli in italiano’, ‘sottotitoli in italiano per non-
udenti’, ‘didascalie in inglese , ‘sottotitoli in francese’, ‘didascalie in tedesco
per non-udenti’).
• 1 essenza TimeCode
44.
6. Come primo vantaggio, l’utilizzo di un formato contenitore consente ad
applicazioni di conservazione e archiviazione di estrapolare molte informazioni da
un file complesso e di grandi dimensioni (quale spesso è il file multimediale) senza
dover implementare tutti i possibili codec necessari per decodificarne le essenze
audio\video (cosa necessaria, invece, per poter riprodurre il file). Inoltre, il formato
contenitore separa molto nettamente, al suo interno, le evidenze informatiche delle
singole essenze, permettendone un’estrapolazione segmentata, molto più efficace e
spesso anche con economia di spazio di archiviazione e tempi di elaborazione.
7. In alcuni casi di pertinenza multimediale, ad esempio, una o più essenze vengono
ricodificate allo scopo di alternarne il data-rate o semplicemente per cambiare il
codec utilizzato: si parla in tal caso, di transcoding delle essenze. Quando si cambia
una o più essenze per un file multimediale ( ad esempio per togliere una colonna
sonora non più necessaria, aggiungere una traccia sottotitoli, ovvero sostituire una
traccia video monoscopica con una stereoscopica) si parla di re-wrapping. Quando
infine si cambia il formato di busta contenente l’intero file multimediale, ma
mantenendo invariate le essenze, si parla di trans-wrapping — che è tipicamente
un’operazione molto meno computazionalmente onerosa.
44 Un esempio in cui sono presenti più tracce TimeCode è q uando sono necessari più riferimenti temporali diversi
(allo scopo di sincronizzare il flusso con altri sistemi informativi o altri flussi): ad esempio potrebbe essere presente
un TimeCode “assoluto” espresso in orario diurno sulle 24 ore e uno “relativo” a un inizio temporale arbitrario
rappresentato da “00: 00: 00: 00”.
Figura 1 Esempio di una timeline semplice di un file multimediale con una traccia video
(monoscopica) e una traccia audio biaurale (2 canali stereo).
Figura 2 Esempio di una timeline di un file multimediale più complesso, con 9 tracce
video (di cui una stereoscopica), 18 tracce audio mono o biaurali (cioè a 1 o 2 canali), 1
traccia TimeCode e diverse tracce sottotitoli nascoste.
8. Un’alternativa all’impiego di buste multimediali (cfr. §1.1.1) come sopra descritta
è costituita dall’organizzazione delle singole essenze in file separati, poi riorganizzati
in un pacchetto di file, ove le essenze siano logicamente associate fra loro i n vari
modi, come definito nel §1.1.2. Esempi di pacchetti multimediali sono ad esempio
il pacchetto di master interoperabile (IMP), il pacchetto per il cinema digitale (DCP)
e il pacchetto XDCAM, cfr. §2.12.
9. Per quanto riguarda le essenze video –nel caso di semilavorati o master di elevata
qualità– è spesso preferito l’impiego della sola naming convention, ove ogni
fotogramma del video è contenuto in un file separato, mentre i file sono numerati
in sequenza cronologica (rispetto alla loro timeline relativa), costituendo dunque un
pacchetto chiamato “sequenza di fotogrammi” (frame sequence, ovvero frame-per-file in
inglese). Formati di immagini raster spesso adottati per tali sequenze di fotogrammi
sono l’OpenEXR, il DPX (§2.6), così come il TIFF (soprattutto nei pacchetti DCDM),
e il CinemaDNG (§2.12).
MXF FORMATO CONTENITORE
Nome completo Material Exchange Format
Estensione/i .mxf
Magic number —
Tipo MIME application/mxf
Sviluppato da Society of Motion Picture and
Television Engineers
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, binario
Livello
metadati 4
Derivato da —
Revisione 2018
Riferimenti • RFC-4539 (2006)
Documenti SMPTE, prevalentemente standard
(‘ST’):
• base: ST377; EG41, EG42
• schemi operativi: ST378, ST390–393,
ST407, ST408
• contenitori: ST379, ST381–389, ST394,
ST405
• registri e dizionari di metadati:
ST380, ST436; RP210, RP224
• www.smpte.org
Conservazione Sì, solo usando codec adatti alla
conservazione
Racc. per la
lettura
Speciale; obbligo in lettura in tutti i
settori audiovisivi
Racc. per la
scrittura
Speciale; raccomandato per la produzione,
lo scambio e l’archiviazione di contenuti
cinetelevisivi
10. Il formato contenitore MXF è stato introdotto dalla SMPTE in un tentativo di
standardizzare un formato per contenuti e flussi (cfr. § 1.1.1) audiovisivi
professionali che fosse utilizzabile lungo l’intera filiera cinetelevisiva, supportando
il maggior numero di procedimenti: dalla produzione dei contenuti (camere digitali
e animazione), attraverso tutte le fasi della post-produzione, sino alla distribuzione
su diverse piattaforme (cinema digitale, televisio ne digitale terrestre e satellitare,
streaming via internet, ecc.) e successiva archiviazione. Il formato MXF è
regolamentato da diversi standard dell’SMPTE (fare riferimento alla tabella qui
sopra), ma il principale fra loro è l’ST377. Il contenitore è professionale in quanto
estremamente flessibile nell’ imbustare più essenze di tipologie differenti, e
supportare un’ampia gamma di metadati interni, associabili a diversi livelli semantici
del contenuto, incluse specifiche posizioni della timeline)45. I metadati supportati
sono estendibili: oltre ad una serie di metadati minimi supportati, la SMPTE mantiene
45 Metadati associabili a particolari posizioni della timeline sono, ad esempio, commenti e annotazioni di montatori,
coloristi, tecnici digitali o assistenti alla regia; l’elenco delle persone reali (e.g. ospiti, attori) ovvero finzionali
(personaggi) inquadrati in quel momento.
un registro ove ad ogni semantica è associato un codice binario ( UL, ovvero unified
label in inglese). Il registro è consultabile applicativamente o interattivamente sul sito
smpte-ra.org, ovvero direttamente sotto forma di XML (§2.2). Per supportare
molteplici casi di utilizzo, procedure di elaborazione e di tecnologie di stoccaggio e
trasporto dei contenuti e dei flussi multimediali, le essenze stesse possono essere
disposte in una molteplicità di strutture differenti all’interno dell’evidenza
informatica complessiva. Ad esempio, la registrazione simultanea e in tempo reale,
nel medesimo file MXF, di due flussi video provenient i da una cinepresa
stereoscopica e di flussi audio provenienti da più microfoni disposti in scena,
prevede che le essenze audio e video siano disposte in ma niera “interlacciata”: il
contenitore MXF avvolge perciò, sequenzialmente, ciascun fotogramma, seguito
dalle essenze audio relative alla durata del medesimo fotogramma, seguito dal
fotogramma successivo e così via.
Figura 3 Tassonomia degli schemi operativi del formato MXF: sulle ascisse è rappresentata la complessità
della timeline (indicata con un numero ordinale); sulle ordinate quella dei pacchetti (indicata con una lettera
minuscola).
11. Per completare la descrizione di insieme del formato MXF , la SMPTE fornisce
degli schemi operativi (operational patterns in inglese, abbreviati in OP), per i quali si
invita a far riferimento ai relativi standard in tabella (oltre che allo standard
principale
ST377). In questi schemi operativi una timeline è astratta ulteriormente
separando la suddivisione (e la “complessità”) delle sue tracce e canali, dall’insieme
di file (“pacchetti materiali”) da cui è logicamente composta. In una tale tassonomia
un contenuto multimediale (un’unica timeline) è rappresentato da un pacchetto di
contenitori MXF , ciascuno contenente una o più essenze. La costruzione della
AND AND
OR OR OR
1 2 3
a
b
c
timeline logica del contenuto a partire dai file MXF costituenti può avvenire in modi
diversi, la cui complessità dipende da una duplice organizzazione virtuale. Da una
parte vi è quella delle essenze lungo la timeline (cfr. l’elenco alfabetico per righe, di
complessità crescente, in Figura 2):
a. ogni istante della timeline è riferito a una o più essenze contenute in un unico
file;
b. ogni istante della timeline è riferito a più essenze contenute in uno o più file;
46
c. vi sono due o più timeline alternative47, ciascuna delle quali è riferita a una o
più essenze contenute in uno o più file;
Dall’altra vi è l’organizzazione di come le varie essenze della timeline siano
distribuite in un pacchetto di uno o più file (cfr. l’elenco numerico per colonne, di
complessità crescente, nella medesima Figura 2):
1. il pacchetto contiene essenze usate interamente e della medesima durata della
timeline;
48
2. il pacchetto contiene più sequenze di essenze, usante interamente, adiacenti
fra loro lungo la timeline;49
3. il pacchetto contiene più sequenze di essenze, ciascuna delle quali (contenuta
in file differenti) può essere usata parzialmente o interamente.50
12. Ad esempio, lo schema operativo OP1a corrisponde a quello della singola clip
audio\video con le cui essenze sono tutte di pari durata51, dove cioè un singolo file
contiene all’interno l’audio, il video e gli eventuali sottotitoli e può quindi essere
riprodotto autonomamente dall’inizio alla fine. Lo schema operativo OP3c, invece,
prevede un montaggio asincrono tra le varie tracce, con i contenuti potenzialmente
estratti da essenze di durata più lunga e contenuta in diversi file del pacchetto e, in
più, la possibilità che vi siano più montaggi alternativi tra cui scegliere . Gli schemi
operativi permettono di indicare queste differenti tipologie mediante metadati nei
file MXF costituenti il pacchetto, ma anche di vincolarli logicamente fra di loro, cosa
particolarmente utile sia nel caso in cui i file perdano l’affinità per referenza
46 Nel gergo del montaggio audiovisivo , si dice che tali essenze sincronizzate sono ‘in gang ’ (letteralmente,
“raggruppate”) fra loro.
47 La selezione di una delle timeline alternative, o il passaggio dall’una all’altra, non fanno parte dello schema operativo,
anche se ciò è solitamente computo in automatico dall’applicazione che riproduce il contenuto, ovvero da una scelta
manuale dello “spettatore”.
48 In questo caso la timeline è fatta da una sola sequenza (o “taglio”), la cui riproduzione coinvolge per intero le
essenze di uno o più file.
49 In questo caso la timeline è fatta da più sequenze (o “tagli”), fra loro contigue nel tempo, come avviene nel caso
d’uso della playlist.
50 Questo è lo scenario tipico usato nel montaggio audiovisivo, ove porzioni di clip “sorgenti” sono montate in una
timeline, tipicamente separate da tagli netti.
51 Un altro schema operativo non descritto in Figura è l’OP-Atom: una variante dell’OP1a ove le essenze sono inoltre
tutte auto-contenute in un singolo file.
(venendo archiviati in percorsi differenti o non stabili nel tempo), sia nel caso di
successive modificazioni del contenuto. In quest’ultimo caso, modifiche parziali del
contenuto multimediale vengono effettuate sui soli file MXF che contengono le
essenze interessate, senza ricostruire o modificare il contenuto nella sua interezza.
Più avanti sono descritti alcuni pacchetti di file che implementano proprio questa
flessibilità degli schemi operativi del contenitore MXF: il formato di master
interoperabile (IMF) e il pacchetto di cinema digitale (
DCP).
13. Per tutti i motivi sopra esposti il contenitore MXF è fortemente raccomandato
come formato contenitore d’elezione per la produzione e il riversamento di
qualunque contenuto multimediale (audio, video, dialoghi), accomp agnato
ovviamente da una scelta adeguata dei codec da impiegare.
MP4 FORMATO CONTENITORE
Nome completo MPEG-4, Part 14
Estensione/i .mp4, .m4a, .m4v
Magic number 0x00000000 ftyp
Tipo MIME video/mp4, audio/mp4
Sviluppato da Society of Motion Picture and
Television Engineers
Tipologia di
standard
aperto, estendibile, retrocompatibile,
de iure, binario
Livello
metadati 3
Derivato da Apple® QuickTime™, MPEG-4 Part 12
Revisione 2018
Riferimenti • ISO/IEC 14496-14:2018
• ISO/IEC 14496-12:2015
• RFC-4337 (2006)
• mp4ra.org
Conservazione Sì
Racc. per la
lettura
Generico; obbligatorio
Racc. per la
scrittura
Generico; altamente consigliato per la
produzione audiovisiva generica di
contenuti auto-consistenti
14. La parte 14 del gigantesco standard MPEG -4 della ISO, ma anche contenuta
nella RFC-4337 (più colloquialmente chiamata MP4) descrive uno standard de iure
derivato moltissime sue caratteristiche dal format o Apple QuickTime (si legga
sotto). Per questo motivo, e anche a causa della sua elevata versatilità sia nel numero
e tipologie di essenze supportate al suo interno, che per la capacità di includere
molteplici metadati interni nel file, è obbligatoria la c apacità di leggere tale
contenitore da parte di qualunque organizzazione, mentre è fortemente consigliato
di adottarlo per la produzione di documenti solo video o audiovisivi — laddove non
sia preferibile un formato con gradi di interoperabilità ancora mag giori — quale
IMF ad esempio (sotto descritto).
IMF FORMATO DI PACCHETTO
Nome completo Interoperable Master Format
Estensione/i [.pkl|cpl], .xml, .mxf, …
Tipologie MIME application/xml, /mxf, …
Sviluppato da Society of Motion Picture and Television
Engineers
Tipologia di
standard
aperto, estendibile, retrocompatibile, de
iure
Livello
metadati 4
Derivato da SMPTE Digital Cinema Package
Revisione 2019
Riferimenti Famiglia di standard ST2067 della SMPTE:
• base: ST2067-1, ST2067-2:2013, ST2067-
3:2016, ST2067-5:2012, ST2067-101:2017,
ST2067-102:2014, ST2067-200:2018;
• audio: ST2067-6:2012, ST2067-8:2013;
• applicazioni: ST2067-10, ST2067-20:2013,
ST2067-21:2016, ST2067-30:2013, ST2067-
40:2017, ST2067-50:2018
• SMPTE RDD47:2019, Isochronous Stream of XML
Documents (ISXD) plugin
• SMPTE Report, TTML features for IMF Data
essence, 2012
• www.smpte.org
• www.imfug.com
Conservazione Sì, con Applicazioni IMF che usano codec conservabil i
Racc. per la
lettura
Speciale; obbligatorio per il trattamento e
l’interscambio di master e semilavorati
cinetelevisivi
Racc. per la
scrittura
Speciale; obbligatorio per interscambio,
archiviazione e conservazione di contenuti
cinetelevisivi.
15. Il formato master interoperabile ( IMF) è descritto dalla famiglia di standard
ST2067 della SMPTE ed è nato dall’esigenza condivisa dai maggiori studi cinetelevisivi
del mondo di gestire e conservare contenuti audiovisivi in maniera organizzata e
attenta all’impatto che tale tipo di documenti , –per effetto delle loro grandi
dimensioni informatiche – hanno nei pr ocessi di produzione, trasferimento ,
archiviazione, localizzazione e distribuzione internazionale. Una metodologia che è
stata seguita nell’individuazione di tale formato è quella di massimizzare il riutilizzo
di porzioni di contenuti audiovisivi che sono identici fra l’oro, archiviate nello stesso
formato di pacchetto. Ciò avviene immancabilmente nelle riedizioni del medesimo
contenuto (in caso di doppiaggio e altri adattamenti), nonché quando lo stesso
master viene trasferito tra più enti durante le fasi di post-produzione, distribuzione
e archiviazione.
16. Un documento informatico in tale formato è chiamat o ‘pacchetto master
interoperabile’ (IMP) e comprende sempre dei contenuti multimediali rappresentati
nel tempo lungo una timeline (cfr. §2.10 articolo 1), chiamata composizione.
17. IMF utilizza ampiamente le caratteristiche di estendibilità offert e dal formato
XML (usato per file sidecar di un IMP, che ne contengono i metadati globali) , così
come l’interoperabilità della busta MXF e dei suoi schemi operativi, per contenere
le essenze aud io, video, oltre ai dialoghi e ad altri metadati “temporali” (cioè
localizzati cronologicamente in punti specifici della timeline).
18. Un IMP contiene sempre almeno i seguenti file XML:
• un ‘elenco di impacchettamento’ (PKL, packing list in inglese), che contiene il
nome completo di un dato pacchetto, l’UID ad esso associato e altri suoi
metadati, oltre nome, dimensione, impronta crittografica (cfr. §2.16) e UID
associati a ciascuno dei file facenti parte dell’IMP;
• una ‘scaletta della composizione’ (CPL, composition playlist in inglese) che
descrive come la timeline del contenuto sia composta a partire dalle risorse
(file) indicizzate nella PKL del medesimo pacchetto e, opzionalmente, anche
da PKL di altri pacchetti.
19. Un pacchetto master interoperabile è un pacchetto di file in base alla definizione
data in §1.1.1, ma la sua CPL, potendo riferirsi anche ad altre PKL oltre alla propria,
può descrivere il contenuto di una composizione utilizzando anche contenitori
multimediali appartenenti ad altri IMP. Un pacchetto IMF che faccia uso di altre PKL
oltre la propria viene chiamato ‘pacchetto complementare’ (supplemental package, in
inglese),52 in quanto dipende da uno o più IMP differenti dal proprio. Il caso d’uso
degli IMP complementari è quello di riedizioni o adattamenti successivi del
medesimo contenuto, quali:
• doppiaggio (i.e. cambio della lingua parlata);
• aggiunta, o cambio, di timed text (i.e. sottotitoli di vario tipo, cfr. § 2.11);
• sostituzione di cartelli e altre parti di video ove vada inserito un testo in una
lingua differente (texted), o ne vada aggiunto ove non era presente (textless);
• riedizione di parti del contenuto audiovisivo per altre finalità di adattamento;
• aggiunta o sostituzione di marche, loghi, o interi titoli di testa o di coda;
• sostituzione dell’intero contenuto con altre codifiche con diverse specifiche
tecniche (ad esempio video stereoscopico, HDR/WCG, HFR; 53 audio con
diverso numero di canali, ecc.).
20. IMF ammette anche altri tipi di file sidecar opzionali, sempre in XML, quali:
52 In tal caso la CPL di un pacchetto complementare si dice essere un versioning file (VF) — mentre invece un pacchetto
IMF che si riferisce soltanto alla propria PKL (e qundi ai suoi file MXF ), si dice essere – almeno tecnicamente– nella
‘versione originale’ (OV).
53 Acronimi commerciali che stanno rispettivamente per high dynamic range, wide colour gamut e high frame rate.
• un ‘elenco dei profili d’uscita’ (OPL, output profile list in inglese), che contiene
informazioni tecniche su come generare file multimediali auto-consistenti in
altri formati di file, incluse informazioni sul formato video (risoluzione,
rapporto d’aspetto, ritagli e ingrandimenti) e audio (numero di canali e lingue
impiegate) da utilizzare;54
• una ‘mappa di composizione accessoria’ (SCM, sidecar composition map), che può
racchiudere commenti, annotazioni, ovvero metadati “globali” associabili
all’IMP nella sua interezza — particolarmente utile ai fini dell’archiviazione a
lungo termine di qualunque tipi di informazione accessoria riguardo al
contenuto audiovisivo stesso.
21. Gli eventuali sottotitoli, così come i metadati associabili a particolari punti della
timeline (cosiddetti “locali”) sono entrambi rappresentati come tracce in un IMP,
venendo codificati in XML imbustati ciascuno in file MXF facenti parte del
pacchetto. Il dialetto XML dei sottotitoli è sempre TTML o sue ulteriori
specializzazioni (cfr. §2.11).
22. Gli altri tipi di metadati locali sono codificabili in file XML senza ulteriori vincoli
di specializzazione, associati a particolari istanti della timeline e raggruppati in uno
o più buste. Ciascun siffatto contenitore di metadati costituisce un flusso isocrono di
documenti XML (ISXD). Si racco manda di avere un file MXF separato per ogni
tipologia macroscopica di metadati.55
23. Allo scopo di incrementare l’interoperabilità, accanto agli standard che
descrivono i componenti generici di IMF , ve ne sono altri che descrivono i suoi
schemi operativi, chiamati “Applicazioni”. In questi documenti vengono descritti
ulteriori vincoli tecnici che armonizzano gli IMP formati per determinate finalità,
come ad esempio i codec da usare per le essenze, la loro risoluzione, le specifiche
sugli spazi-colore e altre informazioni colorimetriche, la suddivisione delle tracce
audio multicanale in “campi sonori”, la compressione audio -video, il for mato dei
sottotitoli, e così via. Molte di queste Applicazioni sono diventate standard di
consegna per diversi attori del mercato cinetelevisivo, soprattutto nel campo
SVOD
(distribuzione a consumo via etere/satellite/internet).
24. Sebbene IMF resti un formato specifico per i settori cinetelevisivi, all’interno di
questi è fortemente raccomandata la produzione di documenti in questo formato :
sia nei casi di documenti “semilavorati”, per i quali siano cioè previsti ulteriori
54 Bisogna ricordare che, sebbene IMF sia un formato adatto per la post -produzione e l’archiviazione, il suo uso
principale è come master cinetelevisivo, da i ntendersi successivamente convertito in formati specifici agli scopi di
post-produzione, distribuzione e conservazione.
55 Ad esempio 4 file MXF per contenere 4 differenti ISXD: uno con l’elenco dei nomi di attori e/o personalità presenti
in ad ogni cambio di scena; uno con informazioni di produzione ad ogni cambio scena (illuminazione, ottiche,
parametri delle configurazioni della cinepresa); uno con parametri relativi al restauro fotogramma per fotogramma
(difetti fisici della pellicola sia riparati che so lo individuati, finestra del fotogramma completo da cui è estratto il
fotogramma cinetelevisivo, ecc.); uno con informazioni di postproduzione e visualizzazione in tempo reale
(correzione del colore in
HDR, parametri degli effetti speciali, coordinate giroscopiche della camera, ecc.).
adattamenti quali mo ntaggio, doppiaggio o altro; sia qualora il contenuto sia
destinato ad archiviazione a lungo termine e conservazione. Le PP.AA. di settore sia
adoperano per adottare il formato IMF per tali scopi nel minor tempo possibile.
25. Per le organizzazioni che manipolano un elevato numero di IMP, si raccomanda
l’uso di un applicativo di gestione dei contenuti che –sfruttando i file sidecar di cui
all’articolo 18– consenta una migliore razionalizzazione degli storage contenenti tali
contenuti, tramite il tracciamento completo dei file costituenti ogni pacchetto IMP.
MATROSKA FORMATO CONTENITORE
Nome completo Matroska
Estensione/i .mkv, .mka, .mks, .mk3d
Magic number 0x1A45DFA3
Tipo MIME video/x-matroska, audio/x-matroska
Sviluppato da comunità open source
Tipologia di
standard
aperto (licenza CC BY 4.0), de facto,
binario
Livello
metadati 3
Derivato da Multimedia Container Format (MCF),
Extensible Binary Meta Language (EBML)
Revisione 1.4.9 (20 aprile 2017)
Riferimenti • www.matroska.org
• github.com/Matroska-Org
• matroska-org.github.io
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Generale con obbligo in lettura
Racc. per la
scrittura
Generale; raccomandato per la produzione
non cinetelevisiva di contenuti
cronologicamente continui
26. Il contenitore Matroska è un altro formato estremamente versatile capace di
contenere molteplici essenze di vario tipo. Se ne raccomanda inoltre l’uso in tutti i
campi della produzione audiovisiva, salvo nei casi d’uso specifici della post -
produzione o sua archiviazione, dove so no preferibili formati contenitori più
professionali, quali MXF ovvero MP4.
WEBM FORMATO CONTENITORE
Nome completo WebM
Estensione/i .webm, .weba
Magic number 0x1A45DFA3
Tipo MIME video/webm, audio/webm
Sviluppato da Google; On2 Technologies
Tipologia di
standard
proprietario (licenza tipo BSD), de
facto, binario
Livello
metadati 1
Derivato da Matroska, VP9 (video), Vorbis (audio)
Revisione 2018
Riferimenti • www.webmproject.org
• www.matroska.org
• www.vorbis.com
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Generico; raccomandata la lettura
Racc. per la
scrittura
Generico; raccomandata la produzione per
brevi clip finalizzate alla distribuzione
via internet
27. Il contenitore WebM è ad oggi uno degli standard de facto per la condivisione
di contenuti audiovisivi sottoforma di flussi in streaming via internet. È in pratica
costituito dalla combinazione di una busta Matroska, del codec VP9 per le essenze
video e di quello Vorbis per le essenze audio.
MPEG2-TS FORMATO CONTENITORE
Nome completo MPEG-2 Transport Stream
Estensione/i .ts, .m2ts
Magic number G
Tipo MIME video/MP2T
Sviluppato da Moving Picture Experts Group
Tipologia di
standard
aperto, estendibile, de iure, robusto,
binario
Livello
metadati 1
Derivato da MPEG-2
Revisione 2018
Riferimenti • ISO/IEC 13818-1:2018
• ITU-T Recommendation H.222.0 (2018)
• ETSI TS-101-154 v2.6.1 (2019)
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Generale raccomandato
Racc. per la
scrittura
Speciale; raccomandato per la produzione
finale di contenuti cronologicamente
continui
MPEG2-PS FORMATO CONTENITORE
Nome completo MPEG-2 Program Stream
Estensione/i .mpg, .mpeg, .vob, .m2p
Magic number 0x0001BA
Tipo MIME video/MP2P
Sviluppato da Moving Picture Experts Group
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, binario
Livello
metadati 1
Derivato da MPEG-2
Revisione 2018
Riferimenti • ISO/IEC 11172-3:1993
• ISO/IEC 13818-1:2018
• ITU-T Recommendation H.222.0 (2018)
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Generale; raccomandato
Racc. per la
scrittura
Speciale; sconsigliato per
archiviazione/conservazione
28. L’MPEG-2 Transport Stream (TS) e Program Stream (PS) sono due formati busta
utilizzati per contenere essenze audiovisive, in due scenari di utilizzo diversi:
• MPEG2-TS, introdotto originariamente per una riproduzione sequenziale
sotto forma di flusso digitale (cfr. § 1.1.1) trasmesso attraverso un canale di
comunicazione non affidabile, quale ad esempio il “digitale terrestre”;56 per
questo motivo l’MPEG2-TS è dotato di messaggi di verifica dell’integrità legati
a meccanismi di protezione del flusso digitale. Adotta inoltre una
disposizione interlacciata delle essenze per migliorare le prestazioni dovute
allo scenario d’uso della riproduzione sequenziale.
• MPEG2-PS, introdotto originariamente per la distribuzione televisiva aerea o
via cavo, è disegnato per contenere flussi audiovisivi digitali (cfr. §1.1.1, con
estensioni preferite .mpg e .mpeg), insieme ai metadati necessari al
mantenimento della sincronia, al controllo di qualità della banda impiegata e
all’organizzazione del canale di comunicazione di tipo televisivo (e.g.
supporta il numero e il nome del programma/canale, ecc.) . L’
MPEG2-PS è
disegnato per la riproduzione casuale ed è adottato come contenitore per le
evidenze informatiche nei dischi di formato DVD e simili (adottando, in
questo caso, l’estensione .vob).
29. Inizialmente questi formati di busta supportavano codec della famiglia MPEG-2,
anche se è possibile utilizzare altri tipi di codec.
AVI FORMATO DI FILE
Nome completo Advanced Video Interleave
Estensione/i .avi
Magic number RIFF
Tipo MIME video/avi, video/msvideo
Sviluppato da Microsoft Corporation
Tipologia di
standard proprietario (libero), de iure, binario
Livello
metadati 3
Derivato da Resource Interchange File Format (RIFF)
Revisione 2008
56 Cioè i canali di comunicazione che seguono gli standard di comunicazione denominati DVB della ITU e della EBU.
Riferimenti • Microsoft, AVI RIFF File Reference, vs.85
(2008)
• RFC-2361
• Hackaday, AVI File Format
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Generale con obbligo in lettura
Racc. per la
scrittura
Generale; sconsigliata la produzione
30. Il formato di busta AVI è una declinazione del più generico formato contenitore
RIFF (da cui derivano anche WAVE e AIFF nel campo audio, cfr. § 2.9). È stato,
storicamente, uno dei primi formati di contenitore destinato a documenti
audiovisivi e dunque a supportare l’uso di codec molteplici per le sue essenze. La
mancanza di particolari metadati professionali, tuttavia, oltre ad una poca
descrizione dei codec impiegati, lo rendono poco adatto ad usi professionali, perciò
se ne sconsiglia l’uso per la creazione di nuovi file laddove vi sia un’alternativa
possibile.
OGG FORMATO CONTENITORE
Nome completo Ogg encapsulated format
Estensione/i .ogg, .oga, .ogv
Magic number OggS
Tipo MIME audio/ogg, video/ogg, application/ogg
Sviluppato da comunità open source
Tipologia di
standard
aperto (licenza tipo BSD), de iure,
binario
Livello
metadati 3
Derivato da —
Revisione 0 (2003)
Riferimenti • RFC-3533
• RFC-5334
• xiph.org/vorbis
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Speciale; raccomandata lettura
Racc. per la
scrittura
Speciale; sconsigliata post-produzione
cinetelevisiva
31. Il formato O GG è un contenitore completamente aperto ed estremamente
versatile, raccomandato per l’archiviazione di essenze audio, ma al di fuori del caso
d’uso cinetelevisivo, dove si raccomandano altri forati di file.
QUICKTIME FORMATO CONTENITORE
Nome completo QuickTime™ File Format
Estensione/i .mov, .qt
Magic number 0x00000000 moov
Tipo MIME video/quicktime
Sviluppato da Apple
Tipologia di
standard
proprietario, estendibile, de facto,
deprecato
Livello
metadati 4
Derivato da —
Revisione 2016
Riferimenti • Apple, QuickTime File Format
Specifications (2016)
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Generale; raccomandata la lettura
Racc. per la
scrittura
Generale; sconsigliata la produzione
32. Il contenitore QuickTime, di proprietà della Apple, è stato a lungo uno dei
contenitori più usati per le essenze multimediali, grazie soprattutto alla sua
estendibilità. Nonostante si tratti di un formato aperto (la Apple pubblica e revisiona
continuamente le sue specifiche tecniche), ne detiene la proprietà intellettuale e ne
ha solo parzialmente liberalizzato la produzione al di fuori di applicativi o dispositivi
hardware di proprietà della Apple o vincolati da accordi di licenza. Per questo
motivo, nonostante ne sia fortemente consigliata la capacità di riproduzione da parte
di tutte le organizzazioni che utilizzano, elaborano, o producono contenuti
audiovisivi, la produzione di nuovi contenuti in questo formato è fortemente
sconsigliata (a meno che non sia l’unico formato supportato da specifici applicativi).
Inoltre la smpte e la iso hanno derivato dal QuickTime il formato
MP4,
completamente aperto.
DCP FORMATO DI PACCHETTO
Nome completo SMPTE Digital Cinema
Package
Estensione/i [.pkl|cpl].xml, .mxf,
…
Tipologie MIME application/xml, /mxf,
…
Sviluppato da Society of Motion Picture and
Television Engineers
Tipologia di
standard
proprietario (libero), estendibile, de
iure
Livello
metadati 3
Derivato da DCP della DCI (Digital Cinema
Initiative) e “InterOp”
Revisione 1.3 (2018)
Riferimenti Famiglie di standard (‘ST’), prassi
raccomandate (‘RP’), regole tecniche (‘EG’)
429–433 della SMPTE:
• pacchetto: ST429-2:2009, ST429-3:2007,
ST429-6:2006, ST429-7:2006, ST429-8:2007,
ST429-9:2007
• video: ST429-4:2006, ST428-11:2009,
ST428-21:2011, ST428-2:2006, EG432-
1:2010;
• audio: ST428-1:2006, ST428-2:2006,
ST428-3:2006
• sottotitoli: ST429-5:2009, ST429-
12:2008, ST428-21:2011;
• www.smpte.org
• www.dcimovies.com
Conservazione No (cfr. §2.8 per i sottotitoli)
Racc. per la
lettura
Speciale; raccomandato per la
distribuzione e post-produzione
cinematografica
Racc. per la
scrittura
Speciale; raccomandato per distribuzione
e (non criptato) per archiviazione di
contenuti cinematografici
33. Il formato di pacchetto per il cinema digitale (DCP, digital cinema package in inglese)
è un pacchetto di file il cui scopo è contenere una copia di conten uto
cinematografico da distribuire nelle sale di proiezione. Esistono due tipi di standard
DCP: quello della Digital Cinema Initiatives (DCI), ora obsoleto, e quello della SMPTE,
più recente, che attualmente supporta tutte le novità tecniche.
34. Un DCP è costituito da file multimediali MXF , con schema operativo OP2b,
contenenti separatamente almeno una traccia audio (in formato PCM non
compresso) e una video (con compressione inter-frame di tipo wavelet),57 più alcuni
sidecar file in XML. Da questo punto di vista, l’architettura del pacchetto è simile a
quella del formato di master interoperabile (IMF, sopra descritto). Ciò che rende le
DCP peculiari sono i vincoli ai formati audiovisivi delle sale teatrali ; la possibilità,
mediante messaggi inseriti in specifici istanti della timeline della composizione, di
comandare operazioni in sala quali il controllo del proiettore, del sistema di tende,
sipari e luci, o di altri dispositivi di intrattenimento proprietari; la possibilità di cifrare
l’intero contenuto sbloccandolo soltanto con una chiave crittografica (cfr. § 2.16)
generata in maniera sicura, tipicamente dallo stesso applicativo che ha masterizzato
la DCP.
35. Le DCP cifrate hanno infatti tutti i loro file MXF cifrati, ciascuno mediante
crittografia simmetrica (algoritmo AES) con chiave-contenuto a 256 bit . La chiave -
contenuto di ciascun MXF è sempre archiviata e distribuita cifrata da una chiave
pubblica (RSA), la cui corrispondente chiave privata è confidenzialmente mantenuta
57 La compressione impiegata, visivamente priva di perdite ( visually lossless in inglese), è la medesima utilizzata
dall’algoritmo JPEG2000, cfr. §2.7.
da dispositivi certificati dalla DCI — tipicamente dispositivi di masterizzazione o
riproduzione del contenuto (atta ccati ai proiettori delle sale cinematografiche), ai
quali viene distribuita l’evidenza informatica contenente la chiave- contenuto da
sbloccare per riprodurre il DCP. Tale evidenza è formata in un particolare file
chiamato KDM (cfr. §2.16).
36. L’uso della crittografia per proteggere i DCP pone tuttavia diverse problematiche
in merito all’archiviazione a lungo termine e alla conservazione dei documenti
cinetelevisivi in tale formato: in seguito a smarrimento o a scadenza naturale dei
certificati a chiave pubblica , infatti, non sarebbe più possibile generare altre KDM
che potrebbero sbloccare la DCP.
37. Mentre da una parte si raccomanda che le organizzazioni dedicate alla
produzione e riproduzione di opere cinematografiche compiute siano in grado di
riprodurre almeno le DCP non cifrate, si sconsiglia alle medesime organizzazioni di
produrre DCP, salvo per le seguenti finalità:
• DCP non criptate per finalità di archiviazione a lungo termine e conservazione
del master dedicato alla proiezione cinematografica;
• DCP criptate per la sola finalità di distribuzione nelle sale cinematografiche.
85. Si sconsiglia di produrre DCP secondo lo standard DCI (ovvero secondo lo
standard de facto e intermedio fra i due qui elencati, denominato “InterOp”),
favorendo invece lo standard de iure SMPTE in quanto è l’unico a supportare,
mediante aggiornamenti lenti ma costanti delle specifiche, le migliorie tecnologiche
delle sale cinematografiche, sia in campo audio, che video, che intrattenimento di
sala in generale.
39. Si raccomanda alle organizzazioni che archiviano un contenuto in formato
DCP
di archiviarne anche una versione in un formato indipendente dalle caratteristiche
tecniche di una sala cinematografica digitale, quali quelli individuati in questo stesso
capitolo.
DCDM FORMATO DI PACCHETTO
Nome completo Digital Cinema Distribution Master
Estensione/i .tif/.tiff, .wav
Tipologie MIME image/tiff, sound/wav
Sviluppato da Society of Motion Picture and
Television Engineers
Tipologia di
standard
aperto, estendibile, retrocompatibile,
de iure
Livello
metadati 2
Derivato da Tagged Information File Format
Revisione 1.3 (27 giugno 2018)
Riferimenti Famiglia ST428 di standard/prassi SMPTE:
• video: ST428-1:2006, ST428-5:2010,
ST428-9:2008, RP428-6:2009; Adobe® TIFF™
Revision 6.0 (1992)
• audio: ST428-2:2006, ST428-3:2006,
ST428-4:2010, ST428-3:2006; EBU – Tech
3285-1 2.0 (2001)
• sottotitoli: ST428-7:2010, ST428-
10:2008, ST429-5: 2009; ST428-5:2010
• www.smpte.org
Conservazione Sì (cfr. §2.8 per i sottotitoli)
Racc. per la
lettura
Speciale; obbligatorio per la post-
produzione e distribuzione cinematografica
Racc. per la
scrittura
Speciale; raccomandato per
l’archiviazione di contenuti per la
distribuzione cinematografica, previa
riversamento in pacchetto IMF Application
#4
40. Il master per la distribuzione del cinema digitale ( DCDM) è un altro formato
basato su sequenze di fotogrammi, ove l’essenza audio è costituita da file WAVE
monaurali (uno per ciascun canale stereo, 5.1 ovvero 7.1) mentre l’essenza audio è
costituita da file TIFF adeguatamente formati (cfr. §2.6), che codificano l’immagine
nello spazio -colore DCI X’Y’Z’, basato su code-value a numeri interi e sulla
colorimetria riferita alla luce proiettata su uno schermo bianco, che però, da un
punto di vista teorico, comprende ogni colore visibile da un “osservatore standard”.
Il pacchetto
DCDM, così come il DCP sopra descritto, esistono in due versioni: uno
primo standard de facto della DCI e il più recente standard de iure della SMPTE, cui ci si
raccomanda di attenersi.
41. Sebbene la lettura del DCDM sia obbligatoria per le organizzazioni che si
occupano della post -produzione e della masterizzazione per il cinema digitale,
nonché fortemente consigliata per l’archiviazione a lungo termine dei contenuti
cinematografici, si consiglia altresì la produzion e dei futuri master cinematografici
nel formato IMF , che presenta caratteristiche di maggior interoperabilità con le
filiere contemporanee di distribuzione cinematografica, oltre a supportare un
maggior numero di metadati e di resilienza alle riedizioni.
42. Si consiglia il riversamento di tutti i pacchetti
DCDM in pacchetti IMF
Application #4 (cosiddetta “Cinema mezzanine”).
CINEMADNG FORMATO DI FILE
Nome completo Adobe® CinemaDNG™
Estensione/i .dng; .wav
Specializzazione
di TIFF/EP
Tipo MIME video/x-adobe-dng
Sviluppato da Adobe Systems
Tipologia di
standard
proprietario (brevettato), estendibile,
de iure, binario
Livello metadati 2
Derivato da Adobe® DNG
Revisione 1.1.0.0 (2011)
Riferimenti • Adobe, CinemaDNG image data format
specification v1.1.0.0, 2011
• Adobe, Digital Negative (DNG)
Specification v1.4.0.0, 2012
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Speciale; fortemente raccomandato per
archiviazione, conservazione e post-
produzione fotocinematografica
Racc. per la
scrittura
Speciale; fortemente consigliato per
archiviazione/ conservazione fotografica;
consigliato riversamento su IMF in caso
cinematografico
43. Il formato CinemaDNG™ è una specifica aperta della Adobe per rappresentare
il video professionale sotto forma di sequenze di fotogrammi, ove ciascun file è
rappresentato come DNG.
D.I. BASATO SU EXR FORMATO DI PACCHETTO
Nome completo Digital Intermediate
Estensione/i .exr; .wav
Tipologie MIME image/exr, sound/wav
Sviluppato da major film studio
Tipologia di
standard aperto, retrocompatibile, de facto
Livello
metadati 2
Derivato da —
Revisione —
Riferimenti • www.smpte.org
Conservazione Sì
Racc. per la
lettura
Speciale; obbligatorio in post-produzione
cinetelevisiva
Racc. per la
scrittura
Speciale; fortemente raccomandato per
l’archiviazione cinetelevisiva;
consigliato riversamento in IMF
D.I. BASATO SU DPX FORMATO DI PACCHETTO
Nome completo Digital Intermediate
Estensione/i .dpx; .wav
Tipologie MIME image/x-dpx, sound/wav
Sviluppato da Technicolor; Kodak
Tipologia di
standard
aperto, retrocompatibile, de facto,
deprecato
Livello
metadati 2
Derivato da —
Revisione —
Riferimenti —
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Speciale; obbligatorio in post-produzione
cinetelevisiva
Racc. per la
scrittura
Speciale; consigliato per archiviazione
di scansioni da pellicola
cinematografica; consigliato riversamento
in IMF, ovvero in DI basato su EXR
44. Il nome Digital Intermediate (DI) indica il processo di post -produzione
cinematografica digitale che ha soppiantato l’analogo processo fotochimico su
pellicola da 16mm, 35mm o 65mm. Agli albori della post -produzione digitale,
quando la fotografia era prevalentemente su pellicola negativa e la proiezione nelle
sale basata su pellicole positive, il processo DI cominciava con la scansione digitale
del negativo già sviluppato –fotogramma per fotogramma – e terminava con la
stampa digitale (film-out, in inglese) su pellicola internegativa o interpositiva di pari
calibro, da cui venivano poi stampate le copie positi ve in 35mm o 70mm per la
distribuzione. Con l’avvento predominante delle cineprese digitali da un lato del
processo e i proiettori per il cinema digitale dall’altro, il termine di è oggi diventato
semplice sinonimo di post -produzione interamente digitale. È rimasta comun que
l’esigenza di memorizzare i contenuti video in pacchetti di file a “sequenza di
fotogrammi” (cfr. §2.12) in quanto ciò rende più semplice la modifica di singole
scene, parti di scene e persino fotogrammi individuali — sia dal punto divista dello
storage ove il contenuto è memorizzato, che delle p restazioni degli applicativi
impiegati. Per gli stessi motivi, le sequenze di fotogrammi non utilizzano
compressione, o al più utilizzano algoritmi lossless (dunque, considerando la
sequenza di fotogrammi come un unico flusso video, si tratta sempre di
compressione intra -frame, cfr. § 2.10). La suddivisione in “rulli” (cioè clip
audiovisive della durata di 15 –25 minuti circa 58) è di solito rispettata divi dendo le
sequenze di fotogrammi in sottocartelle del medesimo pacchetto
45. L’audio viene invece codificato in uno o più file WAVE (cfr. §2.9), tipicamente
monoaurali, uno per canale. Non esistono veri e propri documenti che descrivono
tali specifiche, così come la loro archiviazione a lungo termine (storicamente in
nastri digitali
LTO mediante il formato di archiviazione TAR, cfr. § 2.13): si tratta,
dunque, di uno vero e proprio standard de facto.
46. Per quanto riguarda il formato di file usato per i singoli fotogrammi, il DI
tradizionale ha da molto tempo adottato il formato DPX (creato dalla Kodak® come
evoluzione del Cineon™ e standardizzato poi dalla SMPTE, cfr. §2.6), in quanto tale
formato permette nativamente la rappresentazione digitale della densitometria di
58 Considerando un framerate di 24fps tipico del cinema, questo equivale dai 20'000 ai 30'000 fotogrammi.
una pellicola negativa scansionata, ovvero di una positiva stampata, oltre a
supportare metadati tipici della postproduzione cinematografica. 59 Il formato DPX
tuttavia, nonostante sia attualmente sotto revisione da parte di SMPTE, non è più
adeguato agli standard di archiviazione multimediale moderni, a causa della poca
efficacia nel mantenere metadati inerenti alle annotazioni o alla codifica
colorimetrica. Per questo e altri motivi, come ad esempio le esigenze tecniche della
computer-grafica (
CG) e degli effetti speciali digitali ( VFX), i pacchetti DI
contemporanei hanno abbandonato il formato DPX in favore di OpenEXR
(anch’esso introdotto in §2.6).
47. Si raccomanda a tutti gli enti operanti nel settore della post -produzione
cinematografica di poter leggere pacchetti di file di entrambe i tipo , anche se si
sconsiglia fortemente la produzione di nuove sequenze di fotogrammi in formato
DPX (in favore del f ormato OpenEXR). Per la produzione di nuovi pacchetti
destinati all’archiviazione o conservazione, si raccomanda inoltre l’impiego dell’IMF
(sopra descritto), per la sua maggiore capacità di interoperabilità e riusabilità.
AMF FORMATO DI PACCHETTO
Nome completo ACES Metadata File
Estensione/i .amf
Tipologie MIME application/amf+xml
Sviluppato da Academy of Motion Picture Arts and
Sciences
Tipologia di
standard
aperto, estendibile, retrocompatibile,
testuale
Livello
metadati 3
Derivato da ACESclip
Revisione 1.2 (2019)
Riferimenti Standard e bollettini tecnici dell’AMPAS:
• TB-2014-009, ACES clip-level metadata
file format
• S-2014-006, A common file format for
Look-Up Tables
• TB-2014-012, ACES version 1.0 component
names
• TB-2014-010, design, integration and use
of ACES LMT
• www.oscars.org/aces
• www.acescentral.com
Conservazione Sì
Racc. per la
lettura
Speciale; consigliato in post-produzione
cinetelevisiva
59 Quali il TimeCode (cfr. §2.12) e il KeyCode™: quest’ultimo, in pratica, un UID che si associa al singolo fotogramma
–addirittura della singola perforazione – al numero di serie di ogni rullo, insieme alla sua marca ed emulsione
fotochimica.
Racc. per la
scrittura
Speciale; consigliato in post-produzione,
archiviazione e conservazione di
contenuti cinetelevisivi in ACES
48 Il formato ACESclip è un dialetto XML riservato ad un file sidecar che possa
accompagnare diversi tipi di file video, all’interno di un processo di trasporto,
elaborazione o archiviazione di contenuti che rispetti, colorimetricamente, il sistema
ACES introdotto in § 2.6. In particolare si consiglia di affiancare un file ACESclip
(estensione .ACESclip.xml) sia a file con contenuti compatibili alle specifiche
colorimetriche ACES (in pratica, il solo spazio -colore ACES2065-1 descritto nello
standard ST2065-1).
XDCAM FORMATO DI PACCHETTO
Nome completo XDCAM™ package
Estensione/i .mxf, .xml, …
Tipologie MIME application/mxf, /xml,
…
Sviluppato da Sony Corporation
Tipologia di
standard proprietario (chiuso), de facto
Livello
metadati 4
Derivato da —
Revisione —
Riferimenti —
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Speciale; raccomandato in post-produzione
e distribuzione di contenuti
cinetelevisivi
Racc. per la
scrittura
Speciale; sconsigliata la produzione
49. Il formato di pacchetto proprietario XDCAM è utilizzato da alcune cinecamere
della Sony Corporation, anche se il nome XDCAM™ si riferisce a una gamma ben
più ampia di prodotti per il video professionale, inclusi dispositivi di archiviazione
(Professional Disc, ovvero dischi P2) e di riproduzione. Come formato di pacchetto,
XDCAM prevede una ramificazione in sottocartelle predefinite, l’uso di vari codec
video (e.g. DV, MPEG-2 parte 2 , MPEG-4 ovvero M4V), più alcuni file XML di
contorno, che ne descrivono i metadati e il pacchetto d’insieme. A causa delle licenze
d’uso legate al formato, se ne sconsiglia fortemente l’uso per la produzione di nuovi
contenuti (salvo laddove il capitolato tecnico di consegna lo preveda come unica
opzione per una data qualità oggettiva). Tuttavia, la sua ampia diffusione come
standard de facto impone di considerarlo come formato da poter aprire da parte delle
organizzazioni che si occupano di post-produzione o masterizzazione dei contenuti.
2.12.1 Raccomandazioni per la
produzione di documenti
1. Per quanto riguarda la produzione di documenti audiovisivi in generale, come
verrà anche ribadito nel capitolo sul riversamento (§ 3.3), si raccomanda una
valutazione di interoperabilità su tutti i formati di tutte impiegati in un documento
informatico multimediale. In particolar modo, qualora il contenuto audiovisivo sia
rappresentato da un pacchetto di file (ove, tipicamente, ciascun file descrive
metadati, singole essenze o loro porzioni) andrà valutata l’interoperabilità del
formato del pacchetto, seguito dall’interoperabilità di ogni file potenzialmente
contenuto in esso . Per ciascun file andrà valutata l’interoperabilità del formato
contenitore ( wrapper, cfr. § 1.1.1), se del caso , la tipologia di essenze in esso
rappresentate e dunque l’interoperabilità dei codec usati da ciascuna essenza nel
contenitore.
2. Relativamente ai soli formati di contenitori e pacchetti multimediali oggetto di
questa sezione, si fanno le seguenti raccomandazioni:
• Per contenuti audiovisivi, prevalentemente di natura cinetelevisiv a o
comunque con destinazioni d’uso professionali –siano essi master per la
distribuzione tramite i canali della televisione tradizionale o OTT– da
sottoporre o meno a procedimenti di archiv iazione o conservazione, si
raccomanda particolarmente il formato master interoperabile (IMF). Tale
formato di pacchetto di file consente, tecnicamente, una separazione delle
essenze (anche relativamente a edizioni multiple e localizzazione);
operativamente, può trasportare anche la separazione del contenuto in sue
parti funzionali (e.g. marche e loghi iniziali, prologo, titoli di testa, “capitoli”,
titoli di coda, ecc.). In entrambe i casi, tali separazioni possono essere
sfruttate in caso di riedizione, t rasporto e archiviazione, allo scopo di
minimizzare tempi, risorse computazionali e occupazione di storage,
riducendo i costi infrastrutturali e migliorando al contempo le caratteristiche
archivistiche del contenuto. Si raccomanda, tuttavia, di formare i p acchetti
IMF secondo una specifica “Applicazione” (anch’esse standardizzate dalla
SMPTE) relativa al dato contenuto, in modo da estendere l’interoperabilità con
le aziende di settore che le adottano. Il formato IMF può invece non essere
ideale quando si verificano una o più delle seguenti condizioni:
o sia necessario conservare le essenze audiovisive senza perdita di qualità
della compressione,
o non via sia un’Applicazione IMF adeguata al processo, o
o sia necessaria una modifica del contenuto per cui è preferibile l’utilizzo
di sequenze di fotogrammi (cfr. qui sotto).
• Per contenuti sempre con destinazioni d’uso professionale (prevalentemente
cinetelevisivi) ove sia necessario preservare la massima qualità video (tramite
assenza di compressione o l’uso di compres sione lossless) e, al contempo, è
preferibile un approccio basato su sequenze di fotogrammi, si raccomanda
l’uso di DI basato su EXR.
• Per particolari casi d’uso cinetelevisivi, vincolati a specifiche regole tecniche,
è possibile adottare altri formati, come ad esempio:
o il pacchetto di cinema digitale (DCP) per la distribuzione finale dei film
nelle sale cinematografiche;60
o il DI basato su sequenze di DPX per contenuti scansionati da pellicole
cinematografiche e non ulteriormente elaborati;
o l’MPEG2 per la sola trasmissione dei contenuti come flussi in tempo -
reale (e.g. televisione via cavo, satellitare, ovvero OTT).
• Per tutti gli altri tipi di contenuto, si raccomanda l’utilizzo di un solo file
contenitore che racchiuda tutte le essenze e i metadati necessari comunque
alla riproduzione del documento audiovisivo. In particolar modo, si
raccomanda l’utilizzo del wrapper MXF, in quanto potenzialmente integrabile
con funzionalità avanzate che rendono facilmente riutilizzabile un contenuto
generico anche in ambiti professionali.
• Per contenuti audiovisivi generici, ove sia prioritario facilitarne la
riproduzione da parte di applicativi di larga diffusione (anziché dotarlo di un
contenitore professionale che supporti metadati interoperabili e una migliore
facilità di riversamento), si raccomanda in particolar modo il wrapper
MP4.
2.13 Archivi compressi
1. Nota Bene : Alcuni dei pacchetti di file oggetto del presente Allegato sono di
fatto creati, come ultimo passaggio, impacchettando una porzione di filesystem (cfr.
§1.1.2) in un unico file compresso, utilizzando formati descritti nel presente capitolo
o meno. Tali documenti sono dunque rappresentati, grazie a questo stratagemma
tecnico, da un unico file anziché da un pacchetto — con indubbi vantaggi sia
operativi che normativi.
2. Alcuni di questi formati mantengono l’estensione file del formato di archiviazione
sopra descritto (e.g. .zip , .tar,.7z, …); altri utilizzano estensioni proprie (e.g.
.docx/.xlsx/.pptx, .od?, .woff/.woff2, .jar, .apk, .ipa).
60 Si sconsiglia di utilizzare il DCP come formato per archiviazione e conservazione per via della compressione
jpeg2000 delle essenze video e, soprattutto, a causa della crittografia a chiave mista pubblica/privata con cui vengono
formate le copie per le sale e che rischia, senza una corretta gestione delle chiavi crittografiche (cfr. §2.16), di rendere
inutilizzabile il documento archiviato in DCP.
3. Un tipico esempio ove sono impiegate entrambe le convenzioni è rappresentato
quando il documento, originariamente costituito da più file, è riversato in un unico
file mediante due passaggi distinti e consecutivi: prima viene “pacchettizzato” in un
unico file; successivamente tale file viene compresso usando un formato a scelta tra
una pluralità di formati (e i corrispondenti algoritmi di compressione). Molto
diffuso è l’uso della pacchettizzazione in formato TAR seguita da compressione, ove
si adottano due nam ing convention alternative: quella con ‘doppia estensione ’
(all’estensione .tar viene concatenata quella dello specifico algoritmo di
compressione) e quella ove un’unica estensione di file indica la concatenazione dei
due formati. Tale dualismo si trova, a d esempio, per le compressioni GZIP (.tar.gz
ovvero .tgz), BZIP2 (.tar.bz2 / .tbz), 7-Zip (.tar.7z / .t7z), LZMA (.tar.lzma / .tlz), XZ
(.tar.xz e .txz), ecc.
TAR FORMATO CONTENITORE
Nome completo UNIX Standard Tape Archive (TAR)
Estensione/i .tar
Magic number ustar
Tipo MIME application/x-tar
Sviluppato da comunità open source
Tipologia di
standard
aperto, retrocompatibile, de iure,
binario
Livello
metadati 1
Derivato da PKZIP
Revisione 7 (2017)
Riferimenti • IEEE 1003.1:2017, POSIX base
specifications, issue 7
• GNU, Basic Tar Format, (2017)
Conservazione Sì, ma dipende dal contenuto della
busta TAR
Racc. per la
lettura
Generico; obbligatoria la lettura
Racc. per la
scrittura
Generico; raccomandata la produzione per
archivi su nastri digitali generici o
file applicativi Linux/UNIX
ZIP FORMATO CONTENITORE
Nome completo Zip
Estensione/i .zip, .zipx
Magic number PK 0x[0304|0506|0708]
Tipo MIME application/zip
Sviluppato da PKWARE®
Tipologia di
standard
proprietario (libero), retrocompatibile,
de iure, binario
Livello
metadati 3
Derivato da PKZIP
Revisione 6.3.5 (2018)
Riferimenti • ISO/IEC 21320-1:2015
• PKWARE, .ZIP File Format Specification,
v6.3.5 (2018)
Conservazione Sì, ma dipende dal contenuto della
busta ZIP
Racc. per la
lettura
Generico; obbligatoria dalla versione
6.3.1 (2007)
Racc. per la
scrittura
Generico; raccomandata la versione 6.3.1
o precedenti
GZIP FORMATO CONTENITORE
Nome completo GNU Zip
Estensione/i .gzip
Magic number 0x01F8B
Tipo MIME application/gzip
Sviluppato da comunità open source
Tipologia di
standard
aperto (GNU LGPL), retrocompatibile, de
iure, binario
Livello
metadati 1
Derivato da PKZIP
Revisione 6.3.5 (2018)
Riferimenti • RFC-1952
• RFC-6713
• www.zlib.org/rfc-gzip.html
Conservazione Sì, ma ipende dal contenuto della
busta GZIP
Racc. per la
lettura
Generico; obbligatorio
Racc. per la
scrittura
Generico; raccomandato per archivi
contenenti applicativi Linux/UNIX
7-ZIP FORMATO CONTENITORE
Nome completo 7-Zip compressed archive format
Estensione/i .7z
Magic number 7z 0xBCAF271C
Tipo MIME application/x-7z-compressed
Sviluppato da Igor Pavlov
Tipologia di
standard
aperto (GNU LGPL), retrocompatibile, de
facto, binario
Livello
metadati 3
Derivato da compressione Lempel-Ziv-Markov (LZMA)
Revisione 18.06 (2018)
Riferimenti • Pavlov I., LZMA SDK (2018)
Conservazione Sì, ma ipende dal contenuto della
busta 7-Zip
Racc. per la
lettura
Generico; consigliato
Racc. per la
scrittura
Generico; consigliato
RAR FORMATO CONTENITORE
Nome completo Roshal Archive file format
Estensione/i .rar; .r[00–99]
Magic number Rar! 0x1A0700, Rar! 0x1A070100
Tipo MIME application/java-archive
Sviluppato da Eugene (algoritmo) e Alexander
(applicativi) Roshal
Tipologia di
standard aperto (lettura), proprietario (scrittura), retrocompatibile, de facto
Livello
metadati 3
Derivato da compressione Lempel-Ziv-Storer-Szymański (LZSS)
Revisione 5.61 (2018)
Riferimenti • www.rarlab.com
• theunarchiver.com
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Generico; altamente sconsigliato; valutare
opportunità di riversamento in altro
formati di archiviazione
Racc. per la
scrittura
Generico; Sconsigliato.
JAR FORMATO CONTENITORE
Nome completo Java Archive file format
Estensione/i .jar
Magic number 0x5F27A889
Tipo MIME application/jar-archive
Sviluppato da Verizon Media; Oracle Corporation
Tipologia di
standard proprietario (libero), retrocompatibile, de facto, binario
Livello
metadati 3
Derivato da ZIP
Revisione 2018
Riferimenti • Oracle, JAR File Overview, 2018
• Oracle, JAR File Specification, 2018
Conservazione Sì, ma dipende dal contenuto della
busta JAR
Racc. per la
lettura
Specifico; raccomandato in ambito ICT e
sviluppo codice
Racc. per la
scrittura
Specifico; raccomandato in ambito ICT e
sviluppo codice in linguaggio Java
ISO FORMATO CONTENITORE
Nome completo Immagine di volume ISO9660
Estensione/i .iso
Magic number CD001 (dal 32768,mo 34817,mo o 36865mo
byte)
Tipo MIME application/x-iso9660-image
Sviluppato da International Organization for
Standardization
Tipologia di
standard
proprietario (libero), retrocompatibile,
de iure, binario
Livello
metadati 1
Derivato da
Revisione 6.3.5 (2018)
Riferimenti • ECMA-119, 3rd Ed. (2017)
• ISO/IEC 13490-1:1995, […]: General
• ISO/IEC 13490-2:1995, […]: Volume & file
structure
• ECMA-168, 2nd ed., 1994
• Famiglia di standard 13346 della ISO/IEC
• ECMA-167, Universal Disk Format (UDF), 3rd
ed., 1997
Conservazione Sì, ma dipende dal contenuto della
busta ISO9660
Racc. per la
lettura
Specifico; fortemente raccomandato in
ambito ICT
Racc. per la
scrittura
Specifico; raccomandato in ambito ICT per
immagini normali e forensi di dispositivi
di storage a blocchi
4. Questo standard descrive prevalentemente due oggetti che possono a livello
logico contenersi l’una nell’altra:
1. un contenitore generico per la memorizzazione “byte per byte” di
un’evidenza informatica costituente il volume di un dispositivo di storage a
blocchi (tipicamente ad accesso casuale);
2. un filesystem (cfr. § 1.1.2), la cui specifica è codificata nello standard
deprecato ISO 9660;
4. Lo standard ISO 9660, obsoleto, è stato sostituito , sia come stor age che come
filesystem virtuale, da altri due standard: l’ISO 13490, che è prevalentemente un suo
aggiornamento; l’ISO 13346, denominato Universal Disk Format (UDF), che introduce
invece contenitore e filesystem nuovi. In passato, diverse estensioni furono
introdotte –come standard de facto però– da alcune organizzazioni: le Apple ISO9660
Extensions (per il filesystem proprietario HFS+), l’IEEE P1282 (“Rock Ridge”), il
Microsoft® “Joilet”, l’IBM “El Torito ”. Come filesystem invece, l’ ISO9660 (che
continua a dare il nome al formato di file) e le sue estensioni furono originariamente
impiegati per i dischi ottici di tipo
CD, DVD e BluRay (BD) — nelle versioni “ROM”
a sola-lettura o meno. Il formato, rappresentato in un unico file è stato utilizzato per
distribuire immagini trasportabili di tali dischi, allo scopo di masterizzarli in un
secondo momento. In una terza fase temporale, si è consolidato come standard de
facto per conservare immagini “pseudoforensi” di versioni installabili o preinstallate
di alcuni software, simulandone la distribuzione nell’obsoleto supporto informatico
basato su disco.
VMDK FORMATO CONTENITORE E DI PACCHETTO
Nome completo Virtual Machine Disk Format
Estensione/i .vmdk
Magic number KDMV 0x[01|02]000000
Tipo MIME application/x-vmdk
Sviluppato da VMware (Dell Incorporated)
Tipologia di
standard
aperto, retrocompatibile, de facto,
binario o testuale
Livello
metadati 3
Derivato da ISO 660
Revisione VMFS-5 (2011)
Riferimenti • VMware, Virtual Disk Format (2011)
• VMware, Virtual Disk Development Kit
(VDDK) v6.7.1
Conservazione Sì, ma dipende dal contenuto della
busta VMDK
Racc. per la
lettura
Usare SOS o applicativi commerciali nei
reparti IT.
Racc. per la
scrittura
Usare SOS o applicativi commerciali nei
reparti IT.
5. Il formato VMDK, proprietario VMware ma standard de facto , permette di
rappresentare uno storage a blocchi in formato “sparso” (cioè rappresentando solo
i blocchi effettivamente inizializzati dal dispositivo), in uso da parte di macchine
virtuali e container. È un format o sia di contenitore che di pacchetto perché è
disponibile in due varianti: nella prima è un singolo file che contiene sia l’header con
i metadati interni, sia il contenuto a blocchi vero e proprio dello storage
virtualizzato. Nella seconda variante, invec e, è costituito da un file di testo
contenente i soli metadati più uno o più file binari contenenti solo la
rappresentazione blocco per blocco di parti del dispositivo.
DMG FORMATO CONTENITORE
Nome completo Apple® Disk Image
Estensione/i .dmg
Specializzazione
di Immagine di volume ISO9660
Tipo MIME application/x-apple-diskimage
Sviluppato da Apple Incorporated
Tipologia di
standard proprietario (libero), retrocompatibile, de facto, binario
Livello metadati 3
Derivato da Apple New Disk Image Format (NDIF,
.img)
Revisione —
Riferimenti • newosxbook.com/DMG.html
• Apple, File System Programming Guide
(2018)
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Nessuna raccomandazione
Racc. per la
scrittura
Valutare riversamento in altri formati
per dati semplici. Conservare/archiviare
i file .dmg in caso di backup di
applicativi nativi Apple (macOS®, iOS®,
ecc.).
2.13.1 Raccomandazioni per la
produzione di documenti
1. La raccomandazione circa i formati da utilizzare per la produzione di archivi
compressi non può che essere dettata dalle finalità d’uso dell’archivio. Per il resto –
con l’eccezione del formato RAR e del DMG di Apple– tutti i formati descritti in
questa sezione sono sufficientemente aperti. Mentre la scelta su ZIP, GZIP (e loro
varianti) piuttosto che 7-Zip è dettata spesso da esigenze tecniche specifiche degli
algoritmi di compressione.
2.14 Documenti amministrativi
1. Sono qui elencati alcuni formati di file utilizzati per documenti amministrativi di
utilizzo generale, da parte delle PP.AA. e di altri enti, su tutt o il territorio nazionale,
quali:
• fascicolo sanitario elettronico,
• fatturazione elettronica,
• protocollo informatico,
• asserzioni elettroniche legate a schemi di identificazione elettronica e a loro
utilizzi in capo ad autenticazione, autorizzazione, sottoscrizione o altro.
2. Si precisa che, per lo svolgimento di procedimenti amministrativi non contemplati
in questa sezione, le PP.AA. posso utilizzare anche altri formati di file descritti sia nel
resto di questo Allegato, sia non compresi da esso qualora, in quest’ultimo caso, i
formati non siano sostituibili con formati previsti nell’Allegato e sia comunque stata
fatta una valutazione di interoperabilità.61
FATTURAPA FORMATO DI FILE
Nome completo fattura elettronica FatturaPA
Estensione/i .xml
Specializzazione
di XML
Tipo MIME application/xml
Sviluppato da Agenzia delle Entrate
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, testuale
Livello metadati 4
Derivato da —
Revisione 1.2.1 (2018)
Riferimenti • www.fatturapa.gov.it
• Specifiche tecniche operative del formato
della fattura del sistema di interscamio
v1.2.1 (2018)
• Schema del file XML Fattura PA v1.2.1
(2018)
• Foglio di stile per visualizzare la
fattura v1.2.1 (2018)
• Agenzia delle Entrate, Allegato A del
D.M. 55/2013
Conservazione Sì
Racc. per la
lettura
Specifico; consultare la normativa in
materia
Racc. per la
scrittura
Specifico; consultare la normativa in
materia
3. La fattura elettronica è creata, trasmessa, elaborata e conservata centralmente dal
Sistema di Interscambio (SdI) dell’Agenzia delle Entrate, ovvero da altri applicativi
ad esso interconnessi. Il formato della fattura elettronica è costituito da un file XML
nel dialetto FatturaPA, che comprende tutte le varianti di processo della fatturazione
convenzionale, suddivisi in tre macro-aree:
• dati anagrafico -fiscali delle parti (prestato re/cedente e
committente/cessionario),
• metadati relativi alla fattura elettronica stessa, alle valute e al suo trasporto
nel SdI,
61 Si veda in tal senso, per quanto riguarda il protocollo informatico le Linee guida cui questo Allegato afferisce, per
quanto riguarda gli schemi di identificazione elettronica e i servizi fiduciari elettronici il § 2.16 del presente Allegato,
che rimanda alla normativa attualmente in vigore.
• descrizione dei beni o servizi oggetto della fatturazione da un punto di vista
fiscale,
• metadati inerenti all’eventuale traspo rto fisico dei beni oggetto della
fatturazione.
4. È anche prevista la possibilità di allegare alla fattura uno o più allegati che
vengono codificati 62 e “immersi” all’interno del file (che diviene così un
contenitore).
CDA2 FORMATO DI FILE
Nome completo Clinical Document Architecture
Estensione/i .xml
Specializzazione
di XML
Tipo MIME application/xml
Sviluppato da HL7 International
Tipologia di
standard
proprietario (libero), estendibile, de
iure, testuale
Livello metadati 2
Derivato da HL7 CDA Rel. 1.0
Revisione 2.0 (2018)
Riferimenti • ISO/HL7 27932:2005, HL7 Clinical Document
Architecture
• www.fascicolosanitario.gov.it/Standard-
documentali
• Foglio di stile per la consultazione
interoperabile
• Circolare AGID No4/2017
Conservazione Sì
Racc. per la
lettura
Specifico; consultare la normativa in
materia
Racc. per la
scrittura
Specifico; consultare la normativa in
materia
5. Il CDA è uno standard di markup basato su XML pensato per lo scambio
informatico di documenti clinici ed è, inoltre, uno degli standard di riferimento per
il Fascicolo Sanitario Elettronico (
FSE), la cui normativa si può trovare sul sito
ufficiale del FSE: www .fascicolosanitario.gov .it. Il CDA è uno standard definito
originariamente da ANSI e successivamente sviluppato dall’organizzazione senza
scopi di lucro Health Level 7. Il CDA specifica la sintassi e fornisce una struttura di
base (data set di riferimento) per realizzare l'intera semantica di un documento
clinico (guida implementativa). Un documento
CDA è in grado di contenere
qualunque tipo di informazione clinica; supporta inoltre testo non strutturato e può
incorporare documenti nei formati PDF, DocumentML e RichText Format, così
62 Per la precisione, la codifica binaria è ottenuta mediante algoritmo Base64, specificato in RFC-4648.
come immagini di tipo JPEG e PNG. La versione 2 del CDA è stata adottata dallo
standard ISO/HL7 27932 del 2005.
SEGNATURA DI PROTOCOLLO FORMATO DI FILE
Nome completo Segnatura di protocollo
Estensione/i .xml
Specializzazione
di XML
Tipo MIME application/xml
Sviluppato da Agenzia per l’Italia Digitale
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, testuale
Livello metadati 2
Derivato da —
Revisione 2013
Riferimenti • Allegato 6 alle Linee guida per la
formazione, gestione e conservazione del
documento informatico
• Foglio di stile per visualizzare la
segnatura (2018)
Conservazione Sì
Racc. per la
lettura
Specifico; si veda la normativa nelle presenti Linee guida
Racc. per la
scrittura
Specifico; si veda la normativa nelle presenti Linee guida
6. La segnatura di protocollo è descritta nell’Allegato 6 delle presenti Linee guida.
ASSERZIONE SPID FORMATO DI FILE
Nome completo Asserzione SPID
Estensione/i .xml
Specializzazione
di XML
Tipo MIME text/xml
Sviluppato da Agenzia per l’Italia Digitale
Tipologia di
standard aperto, estendibile, de iure, testuale
Livello metadati 2
Derivato da Security Assertion Markup Language,
SSO profile; OpenID Connect
Revisione 1.0 (2014)
Riferimenti • www.spid.gov.it
• AGID, Regolamento recante le Regole
Tecniche v1.0 (2014)
• D.P.C.M. 24 ottobre 2014
Conservazione Sì
Racc. per la
lettura
Specifico; consultare normativa in materia
Racc. per la
scrittura
Riservato alla federazione SPID,
costituita da gestori di identità
digitale, fornitori di servizi e
attribute authority.
7. Le asserzioni legate al Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID), siano esse in
linguaggio SAML (basato su XML ), ovvero in formato JWT (basato su JSON ), cfr.
§2.3, sono da considerarsi un formato a se stante in quanto possono trasportate e,
se adeguatamente gestite, conservare a lungo termine dati persona li o sensibili di
persone fisiche o giuridiche. Per tali motivi tali asserzioni sono normate da altre
Regole Tecniche emanate dall’Agenzia per l’Italia Digitale.
2.15 Applicazioni e codice sorgente
1. Esistono una miriade di formati per codificare le applicazioni (altrimenti dette,
impropriamente anche se a causa di una forzatura storica, binari). Tipicamente, tali
formati dipendono dall’architettura dell’hardware e dal SO impiegato. Per tale
motivo fig urano tanto gli eseguibili Microsoft ® (.exe, .com, .msi), quanto quelli
macOS® (.pkg), quanto le app per dispositivi mobili, sia Android ( .apk), che iOS®
(.ipa). Oltre agli eseguibili, le porzioni di codice statico (.a, .lib) e dinamico (.so, .dll,
.dylib) sono anch’esse dotate di formati specifici, largamente dipendenti dal SO.
2. La distinzione si semplifica nel caso dei codici sorgente scritti nei vari linguaggi
di programmazione –interpretati o compilati– per i quali la tipologia di file è in realtà
unica: un semplice file di testo (con codifica dei caratteri ASCII ovvero in qualche
variante di UNICODE o UTF), la cui estensione (e, di conseguenza, anche il tipo MIME)
da un’indicazione logica circa il linguaggio di programmazione o di scripting in cui
sono codificate le proposizioni al suo interno.
3. Né il formato dei file contenenti le applicazioni, né i linguaggi di programmazione
sono oggetto de lle Linee guida di cui il presente Allegato è parte integrante. Si
rimandano le PP.AA. alle Linee guida sul riuso del software per gli obblighi e le
raccomandazioni in materia di sviluppo applicativo.
2.16 Applicazioni crittografiche
1. Per meglio chiarire il contesto, si premette che i servizi fiduciari elettronici sono
normati da fonti di livello pari o superiore a quello delle presenti Linee guida, le
quali contengono obblighi e raccomandazioni anche in merito ai formati di file
utilizzati per tali servizi. Tali fonti, includenti le loro successive modificazioni, sono:
• Regolamento ( UE) N o 910/2014 del Parlamento europeo e del Consiglio
(regolamento “eIDAS”);
• Decisioni di Esecuzione (UE) collegate con il regolamento eIDAS;
• articoli 20, 21, 24, 28, 35 e 36 del CAD;
• Linee Guida contenenti le Regole Tecniche e Raccomandazioni afferenti la generazione di
certificati elettronici qualificati, firme e sigilli elettronici qualificati e validazioni temporali
elettroniche qualificate, emanate con Determinazione AgID No 121/2019;
• D.P.C.M. del 21 maggio 2013 (Nuove Regole Tecniche Firma Elettronica Avanzata).
2. I documenti informatici normati dalle suddette fonti, utilizzati per servizi fiduciari
elettronici e altri servizi che impiegano la crittografia, al fine di aumentare le
caratteristiche di confidenzialità, integrità, autenticità e non ripudio di evidenze
informatiche, si classificano, generalmente, in:
a) buste crittografiche contenenti firme, sigilli o validazioni temporali
elettroniche ed, eventualmente, i documenti informatici stessi a cui tali servizi
fiduciari afferiscono;
b) certificati elettronici di creazione di firma, sigillo o validazione temporale
elettronica;
c) certificati elettronici di autenticazione di siti web (WAC);
d) certificati elettronici di attribuzione o autenticazione;
e) certificati elettronici di certificazione;
f) richieste di sottoscrizione di certificato elettronico;
g) liste di revoca o di fiducia (di certificati elettronici);
h) buste contenenti chiavi crittografiche;
i) buste contenenti documenti cifrati elettronicamente;
j) buste contenenti impronte crittografiche;
3. Nel caso in cui la busta crittografica contenga solo la firma elettronica (o le firme
elettroniche), senza il documento stesso a cui essa o esse si riferiscano logicamente,
si parla di firma detached; quando invece la busta crittografica contiene sia il
documento che la sua firma elettronica si parla di firma enveloping; quando, infine, il
documento informatico costituisca esso stesso busta crittografica per la firma
apposta, si parla di firma enveloped. La stessa distinzione nominativa si applica, mutatis
mutandis, al sigillo elettronico ovvero alla validazione temporale elettronica.
4. Viene aggiunta una specifica relativa allo standard de facto dei file contenenti una
o più impronte crittografiche in un formato puramente testuale (
ASCII) e alcuni
formati relativamente al trasporto di informazioni crittografiche in ambiti specifici.
CHECKSUM FORMATO DI FILE
Nome completo impronta crittografica
Estensione/i .sha2, .sha1, .md5,
.ripemd160, …
Magic Number —
Sviluppato da —
Tipologia di
standard aperto, de facto, testuale
Livello
metadati 1
Derivato da XAdES
Revisione —
Riferimenti • SANS, An introduction to file integrity
checking on UNIX systems, GIAC paper, 2003
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Generale; obbligo di lettura come normale
file di testo
Racc. per la
scrittura
Generale; raccomandato la produzione di
un’impronta detached così costituita in
assenza di altri meccanismi di verifica
dell’integrità impliciti nei formati o
non collegati con essi da vincoli logici
più forti e robusti.
5. Per quanto concerne le impronte crittografiche (anche dette digest o thumbprint in
inglese) e le chiavi crittografiche, ove esse non siano utilizzate per finalità, ovvero
non siano contenute in file il cui formato non è altrimenti definito da altre fonti
normative, si raccomanda di adottare la seguente metodica per creare e archiviare
un digest detached di file (il cui nome generico sia nomefile.ext):
a) scegliere una funzione di hash crittografico adeguatamente robusta (si
raccomanda SHA-256 o superiore, come definito in RFC -6234 ovvero da
Avvisi pubblicati da AgID) e rappresentare il nome dell’algoritmo mediante
una stringa di caratteri alfanumerici minuscoli hash : senza interruzioni,
caratteri di spaziatura o altri simboli (ad esempio, sha256 per SHA-256,
ripemd160 per RIPEMD a 160 bit, md5 per MD5 e così via);
b) calcolare l’impronta crittografica dell’intero file con la funzione di hash di cui
al punto 1;
c) creare un file chiamato nomefile .ext.hash (che avrà dunque estensione . hash),
possibilmente nella medesima cartella ove si trova il file stesso;
d) salvare in questo file, mediante codifica ASCII a 7-bit (cfr. RFC-2045) la sola
rappresentazione esadecimale (con cifre minuscole) dell’impronta di cui al
punto 2; non andranno aggiunti altri caratteri (incluse spaziature e a-capo —
newline in inglese), né prima né dopo l’impronta;
e) per quanto possibile, mantenere la località di referenza tra il file originale e
quello contenente la sua impronta crittografica mediante i metodi esposti nel
§1.1.2, cioè mantenendo sempre file e impronta nella medesima cartella, con
la medesima naming convention definita ai punti 1 e 2 di questo elenco numerato.
KDM FORMATO DI FILE
Nome completo Key Delivery Message
Estensione/i .kdm.xml
Specializzazione
di XML
Tipo MIME application/kdm+xml
Sviluppato da Society of Motion Picture and
Television Engineers
Tipologia di
standard
aperto, retrocompatibile, de iure,
testuale
Livello metadati 4
Derivato da XML Digital Signature
Revisione —
Riferimenti Famiglia di standard ST430 della SMPTE:
• ST430-1:2006, D-Cinema operations – KDM
• ST430-2:2006, D-Cinema operations –
Digital Certificate
• W3C Recommendation XML Signature Syntax
and Processing, 2002 (deprecato)
Conservazione No
Racc. per la
lettura
Specifico; raccomandato per le sale
cinematografiche
Racc. per la
scrittura
Specifico; raccomandato nella produzione
dei master cinematografici per la
distribuzione nelle sale
6. Il formato DCP è un formato di busta contenente le cosiddette “chiavi di
contenuto” nel contesto del cinema digitale (per i cui formati audiovisivi vedasi
§2.12), cioè chiavi simmetriche AES a 256 bit di lunghezza), fino ad uno specifico
server Digital Cinema, cui è concessa la facoltà di riprodurre il contenuto di un
determinato pacchetto di cinema digitale ( DCP) entro un intervallo di tempo finito
e predeterminato. Per ogni DCP cifrato, infatti, le essenze di ciascun file MXF sono
cifrate ciascuna con una chiave di contenuto. La sicurezza del DCP si ottiene cifrando
ulteriormente tutte le chiavi di contenuto di un dato DCP mediante crittografia
asimmetrica (RSA a 2048 bit di lunghezza), ove ciascun server è dotato di un HSM
contenente sia la chiave privata della coppia (e il relativo certificato di creazione di
sigillo elettronico avanzato) che un orologio indipendente anti-manomissione per la
validazione temporale elettronica. Su tutti i KDM si appone un sigillo enveloping che
protegge da contraffazione la specifica DCP da riprodurre ( mediante sia l’UID del
pacchetto stesso che le impronte crittografiche dei singoli file che lo costituiscono,
cfr. §1.1.1), l’intervallo temporale durante il quale ne è concessa la riproduzione e,
soprattutto, la copia cifrata delle sue chiavi di contenuto.
3 Raccomandazioni sui formati di file
1. I formati da utilizzare nell’ambito delle presenti Linee guida sono quelli previsti
nel §2 del presente Allegato. Nello scegliere tali formati di file, da utilizzare per i
propri documenti informatici, le organizzazioni possono effettuare la valutazione di
interoperabilità (§3.1) che prediliga formati aperti, non proprietari, standard de iure,
estendibili, parlanti, completamente robusti, indipendenti dal dispositivo –secondo
la classificazione fatta in §1.2.2– al fine di:
• prevenire il rischio della loro obsolescenza tecnologica (rischio che
incrementa con il divergere delle caratteristiche del formato da quelle
sopraelencate);
• mitigare il rischio del vendor lock -in,63 che sussiste soprattutto per i formati
proprietari, non codificati in standard de iure , o per quelli dipendenti dal
dispositivo;
• facilitare il più possibile un loro futuro riversamento in altro formato,
prediligendo caratteristiche quali l’estendibilità, la codifica testuale, la
compatibilità in avanti e, in misura minore, la robustezza.
2. I formati di file, di contenitori, di pacchetti di file e di codec elencati nel § 2
rappresentano, in generale, una famiglia allargata, con candidati più o meno adatti
ad un particolare scopo. Nel caso dei codec video, allo scopo di indicare esempi di
formati non interoperabili da utilizzare il meno possibile per conservazione o
archiviazione, sono elencati anche alcuni codec chiusi o con particolari limitazioni
d’uso dovute a licenze, brevetti o royalties, allo scopo di indicare esplicitamente le
organizzazioni che avessero documenti multimediali con tali codec verso un
riversamento o altra procedura di gestione documentale mirata.
3. Così come accade per i sistemi di archiviazione digitale ( storage) –e per tutta la
tecnologia in generale– non si può pensare che un formato di file, seppur
revisionato nel tempo, possa essere perennemente attuale né di uso corrente.
L’obsolescenza dei formati di file e dei dispositivi di archiviazione può essere
mitigata soltanto mediante riversamenti periodici da una tecnologia verso un’altra;
questo vale tanto per le tecnologie di storage che per i formati dei file.
4. Per questo motivo, si consiglia che le
PP.AA. e le imprese che hanno necessità di
archiviazione e riuso a lungo e lunghissimo termine dei documenti informatici,
pianifichino in anticipo una strategia di selezione degli storage e dei formati di file
che sia il più possibile congiunta, in modo da minimizzare il numero di riversamenti
relativi a ciascuno di questi due fattori (ottimizzando la continuità operativa e, nel
complesso, riducendo i costi derivanti da tali operazioni).
63 Consiste, in questo caso, nell’impossibilità tecnologica e/o giuridica di elaborare file (inclusa la conversione in altri
formati) senza l’ausilio del proprietario del formato: avvalendosi di sue consulenze, beni, tecnologie, proprietà
intellettuale, licenze software o altro.
3.1 Valutazione di interoperabilità
1. La valutazione di interoperabilità in merito ai formati dei file, prevista dalle Linee
guida di cui il presente Allegato è parte integrante, può essere redatta da qualunque
ente pubblico o privato tratti documenti informatici. La valutazione di
interoperabilità è redatta con cadenza annuale dalle PP.AA. che trattino documenti
informatici in formati diversi da quelli di cui al presente Allegato, ovvero conformi
a questi formati ma utilizzati disapplicando gli obblighi e raccomandazioni ivi
contenuti.
2. Allo scopo di effettuare la valutazione di interoperabilità, le organizzazioni
effettuano una ricognizione di tutte le loro procedure amministrative e/o processi
di business, allo scopo di individuare ogni tipologia di documenti informatici trattati
(o trattabili). Il valore di questa ricognizione può andare ben al di là degli scopi di
cui alle presenti Linee guida.
3. La valutazione di interoperabilità consiste in un dettagliato rapporto circa le
seguenti azioni (obbligatorie se indicate in grassetto):
a) Includere nell’attività di classificazione (cfr. § 1.2.2) un censimento dei
formati di file e delle tipologie di storage attualmente utilizzati, con
particolare riferimento a quelli non elencati nel §2 del presente Allegato.
b) Per ciascun formato di file adottato, elencare tutti i dettagli tecnici dei
medesimi, quali ad esempio:
♦ nome dei formati e, laddove applicabile, dei dialetti, profili, codec,
schemi operativi;
♦ suddivisione tra formati generici e specifici (cfr. §1.2.3);
♦ versioni utilizzate nei documenti già esistenti, ovvero producibili dagli
attuali applicativi;
♦ altre caratteristiche tecniche non vincolate dalle specifiche di cui ai
punti precedenti (e.g. lingue adottate nei testi, numero di canali audio,
spazi-colore, risoluzione per immagini e video, bitrate massimo,
algoritmi di cifratura, presenza di password, ecc.).
c) Elencare i processi di riversamento di formato attualmente in corso
nell’organizzazione, con particolare riferimento ai software applicativi
impiegati e alle procedure tecniche (automatiche, semiautomatiche o
completamente manuali) adottate per configurare tali riversamenti, con lo
scopo prioritario di rendere tali riversamenti riproducibili.
d) Elencare le motivazioni attuali che hanno portato alla scelta di ciascun
formato di file per il trattamento dei documenti informatici. In particolar
modo, se del caso, distinguere i formati di file tra quelli adottati per i
documenti:
♦ accettati “in entrata” dal pubblico ovvero da altre organizzazioni,
♦ utilizzati ad uso esclusivamente interno,
♦ pubblicati, ovvero prodotti “in uscita” verso altre organizzazioni,
♦ archiviati ovvero mandati in conservazione.
e) Valutare l’esistenza di standard o di iniziative di standardizzazione a livello
internazionale, europeo e nazionale, relativamente alle tipologie di documenti
informatici trattati.
f) Quantificare l’eventuale necessità di operare sui medesimi documenti
informatici nell’arco di una finestra temporale futura.
g) Valutare gli scenari ove successive modificazioni o revisioni dei documenti
vengano prodotte in formati diversi da quello originale.
h) Valutare la sussistenza di leggi o altri tipi di obblighi in merito alla
conservazione delle evidenze informatiche nel formato originale di
acquisizione o formazione.
i) Valutare i formati di file di categorie specifiche, nonché l’opportunità di
riutilizzo dei documenti informatici di ciascuna classe (come da punto 1) da
parte di PP.AA. e organizzazioni che operano al di fuori dello specifico settore
per il quale il formato e i suoi scenari d’utilizzo sono stati prefigurati.
j) Dipendenza dei formati di file da:
♦ licenze d’uso, marche e brevetti o altra proprietà intellettuale,
♦ sistemi e architetture proprietarie, o comunque,
♦ sistemi e architetture che, pur senza i suddetti vincoli, sono comunque
associati a costi di manutenzione ordin aria o straordinaria, senza la
quale diviene a rischio o è fortemente ridotta la capacità di elaborare i
suddetti documenti.
k) Inserimento dell’obsolescenza dei formati di file e delle tecnologie di
archiviazione all’interno di una più ampia strategia di trasformazione digitale
dell’organizzazione.
Si faccia riferimento al Glossario delle presenti linee guida per la definizione dei
termini non ulteriormente introdotti in questo Allegato (e che sono qui indicati in
colore azzurro Italia).
4. La valutazione di interoperabilità, in quanto parte della gestione documentale,
andrebbe effettuata periodicamente allo scopo di individuare tempestivamente
cambiamenti delle condizioni espresse dai punti sopra elencati e permettere quindi
di valutare even tuali azioni. È proprio nella ripetizione della valutazione di
interoperabilità ad intervalli regolari che divengono manifesti i formati in via di
obsolescenza (quando non già conservati in un formato obsoleto).
3.2 Indice di interoperabilità
1. Allo scopo di coadiuvare la valutazione dei formati di file relativamente
all’interoperabilità, l’Agenzia propone innanzi tutto un modello semplificato e
quantitativo ove, ad ogni formato di file (anche quelli non elencati nel §2 di questo
Allegato), viene associato un valore numerico. Tale valore assegnato al formato è
dato dalla somma dei valori associati a tutte le caratteristiche di cui ai punti a)–g) del
capitolo §1.2.2.
2. Nel caso di formati di pacchetti o contenitori, andrà fatta una valutazione per
ogni componente e considerato come addendo il valore più basso (cioè peggiore)
per ciascuna delle sue componenti.
Per un formato contenitore andrà valutato sia il formato della busta che il formato
del suo contenuto, ad esempio per i contenitori multimediali (cfr. §2.12), il formato
dei codec di ciascuna essenza ivi contenuta; per un formato di pacchetto andranno
valutati i formati di tutti i file compresi nel pacchetto e, qualora il pacchetto
comprenda dei file contenitori, valutarli con il medesimo criterio sopra esposto.
3. Sia per i formati contenitori che per quelli di pacchetto verrà usato come addendo,
per caratteristica, il valore numerico peggiore tra quelli dei suoi file (o dei codec di
ciascun file). Si prenda, a titolo di esempio, l’indice di interoperabilità di uno
specifico pacchetto di file ove tutti i file utilizzino formati indipendenti dal
dispositivo tranne un file multimediale, la cui busta e tutte le sue essenze sono
anch’esse indipendenti d al dispositivo tranne una sola essenza audio (che ad
esempio potrebbe richiedere la presenza di un dispositivo hardware proprietario per
la sua decodifica). Il pacchetto andrà considerato comunque come “dipendente dal
dispositivo” e quindi gli verrà applicato un modificatore pari a 0 (anziché a +3),
proprio a causa della presenza dell’unico file il cui formato è dipendente dal
dispositivo.
4. Considerando una scala che va dal file più interoperabile (con indice pari a 20) a
quello meno interoperabile (indic e pari a 0), un valore pari a 12 o superiore può
essere considerato sufficiente dal punto di vista dell’impatto di tale formato
relativamente ad interoperabilità e obsolescenza; valori inferiori indicano
problematiche oggettive che vanno affrontate il prim a possibile in ottica di
riversamento o altre metodologie.
5. Si precisa che l’indice di interoperabilità è meramente indicativo, in quanto non
tiene conto di alcuna peculiarità che un’organizzazione possa avere in merito a
specifici formati di file. Ad esempio, l’utilizzo di formati chiusi, proprietari o
dipendenti dal dispositivo dovrebbe essere sempre un fattore di esclusione almeno
nella scelta di formati da usarsi per la formazione di nuovi documenti informatici.
3.3 Riversamento
1. Il riversamento di formato, precedentemente introdotto, comporta il
trasferimento di un documento informatico in un formato di file diverso:
contestualmente, ciò può comportare anche una duplicazione da un sistema di
storage ad un altro (volume, disco, nas tro, filesystem, storage ad oggetti o altri).
Quando si parla di riversamento di file, s’intende un riversamento di almeno il suo
formato. Per quanto già detto nell’introduzione al § 3, le strategie relative alla
gestione dei formati e dei sistemi di storage vanno spesso di pari passo; perciò, può
essere in alcuni casi operativamente ed economicamente vantaggioso effettuare i
riversamenti di formato contestualmente a quelli di storage. I riversamenti vengono
pianificati a seguito di una nuova valutazione di interoperabilità, considerando i costi
e i benefici di una tale operazione.
2. Quando si effettua un riversamento finalizzato alla conservazione del file si può
e, in certi casi previsti dalla legge, si deve, conservare anche la copia del file nel
formato originario. In entrambe questi casi il file originario è conservato
indipendentemente dal suo formato di file originario, purché sia conservata anc he
–in una forma logicamente e univocamente legata ad esso – copia conforme del
medesimo in un formato adatto alla conservazione (tra quelli individuati al § 2 del
presente Allegato). Le considerazioni in questo e nei successivi paragrafi si
applicano non solo ai formati di file, ma anche, mutatis mutandis, ai formati di buste,
pacchetti di file, flussi binari e codec . Lo scopo del riversamento congiunto alla
conservazione del documento nel formato originario è consentire la convalida di
firme, sigilli o validazioni temporali elettroniche che, eventualmente già presenti nel
documento originario, non potrebbero essere ri portate –senza invalidarle – nel
documento riversato.
3. Quando si effettua un riversamento finalizzato alla conservazione, il file riversato
è una copia digitale di un documento digitale e, come tale, la conformità della copia
è attestata in base alla normativa vigente, inclusa la certificazione di processo come
riportata nell’Allegato 3 delle presenti Linee guida.
4. È importante che nella scelta dei nuovi formati di file (e, mutatis mutandis , di
contenitori, pacchetti di file, flussi digitali e codec), co sì come nella scelta
metodologica circa l’esecuzione del riversamento, si considerino le peculiarità
tecniche del formato sorgente e di quello riversato, con particolare riferimento sia
alla perdita di dati e metadati, sia alla diversa qualità o rappresentazione tecnica dei
medesimi.
5. Quando si effettua un riversamento massivo finalizzato alla conservazione di più
documenti informatici –a prescindere se sia conservato o meno il documento nel
suo formato originario– il processo di riversamento include i pa ssaggi indicati nel
successivo elenco numerato. Tali passaggi –particolarmente 1 e 2– possono essere
inquadrati come parte di un processo certificato di conformità della copia riversata
(cfr. Allegato 3 delle presenti linee guida).
1. Il riversamento di un formato viene effettua to mediante un processo
certificato che ne garantisce l’integrità (effettiva o per lo meno sostanziale,
come intesa nel punto 2) e la riproducibilità. Ogni procedura di riversamento
è descritta nel manuale di gestione e, se del caso (cfr. §3.1), nella valutazione
di interoperabilità, in tutti i suoi dettagli tecnici, inclusi quelli sui formati di
destinazione e quelli riversati.
2. Per le PP.AA., il riversamento avviene sempre in formati che ne migliorano
l’interoperabilità, o comunque non la peggiorano (come, stabilito, ad
esempio, mediante il calcolo dell’indice di interoperabilità), tenendo conto
degli obblighi sulla specificità di formato introdotti in §2.2. In par ticolar
modo non sono opportuni, relativamente alla classificazione di formati di cui
al §1.2.2, i seguenti riversamenti, da un formato:
• aperto verso formati chiusi,
• non proprietario, ovvero proprietario a libero utilizzo, verso formati
proprietari,
• non dipendente dal dispositivo verso formati dipendenti da
dispositivo,
• formato parlante verso formati muti.
3. Per ogni file riversato di un processo massi vo automatico ovvero
semiautomatico il processo produce un’attestazione del riversamento
specifico di quel file, ove le attestazioni circa documenti riversati come parte
della medesima procedura vengono collezionati in un registro di
riversamento, che contiene (globalmente rispetto alla particolare procedura e
individualmente per ogni file elaborato) almeno:
a. un riferimento temporale opponibile a terzi ai sensi dell’art. 41
del
DPCM 22 febbraio 2013 relativo all ’inizio o alla fine del
riversamento (indicando chiaramente a quale dei due tempi ciascun
riferimento temporale si riferisca);
b. indicazioni sul sistema informativo impiegato (per esempio: nome,
numero di revisione sia del sistema operativo che del software; nome
della macchina e suoi indirizzi di rete o altri numeri identificativi unici
delle componenti hardware; identificativi unici del software quali i
numeri di licenza; nome o identificativo unico e orario di accesso al
sistema operativo dell’utenza sotto cui l’applicativo ha agito);
c. nome del file sorgente, posizione nel filesystem e metadati esterni (cfr.
§1.1.2);
d. formato sorgente del file, sua versione del formato e metad ati interni
(cfr. §1.1.3);
e. impronta crittografica del file sorgente;
f. nome del file riversato, posizione nel filesystem e metadati esterni;
g. formato di riversamento, sua versione e metadati interni convertiti dal
punto d;
h. impronta crittografica del file destinazione;
i. in caso di file contenitori (come sorgente o destinazione), i metadati ai
punti d, g64 si intendono riferiti alla busta, cui si aggiunge elenco
completo del contenuto della medesima (p.es. essenze e i codec
impiegati per ciascuna di esse, con i loro eventuali metadati e profili);
deve inoltre essere previsto – nei casi ove sia tecnicamente p ossibile–
file con imbustamento nidificato (cfr. §1.1.1);
j. in caso di pacchetti di file (come sorgente o destinazione), i controlli
c–h
65 si intendono riferiti a ciascun file componente il pacchetto, cui
si aggiunge l’indicazione dei metadati deducibili dall’intero pacchetto
nella sua interezza, laddove non esplicitamente descritti negli eventuali
file-manifesto (cfr. §1.1.1);
k. eventuali errori tecnici, anomalie o ambiguità riscontrate durante il
riversamento.
4. Nel rispetto delle leggi sulla privacy in vigore (D.Lgs. N°101 del 10 agosto
2018, del GDPR e loro successive modificazioni), il riversamento in altro
formato di file costituisce un’ulteriore occasione per ottemperare agli
obblighi in materia di adeguatezza, pertinenza, minimizzazione ed esattezza
dei dati personali ivi contenuti, così come della liceità del loro trattamento e
della loro eventuale pseudonimìa.
5. Qualora sussistano obblighi di legge (come nel caso della protezione dei dati
personali o della conservazione sostitutiva) o altri tipi di vincoli nel preservare
l’evidenza informatica costituita dal documento nella sua interezza, il
documento nel formato originale viene conservato insieme a un suo
riversamento in formato più interoperabile. Tale associazione logica deve
anch’essa essere scritta nel registro di riversamento (ad esempio associando
le impronte crittografiche dei due come indicate ai punti e,h
66 del punto 2).
6. Salvo in casi in cui siano applicabili le considerazioni di cui ai punti 3 o 4, un
riversamento di formato altera l’evidenza informatica, intaccandone dunque
l’integrità da un punto di vista strettamente tecnico; esistono tuttavia
riversamenti di formato che mantengono il contenuto documentale
sostanzialmente invariato (inclusi quelli discussi nei punti 3 o 4), costituendo
64 Leggasi «al punto d più al punto g».
65 Leggasi «i controlli dal c all’h».
66 Leggasi «al punto e più al punto h».
una valida possibilità per il riversamento. Tali possibilità di riversamento,
qualora siano individuate, sono comprese nel manuale di gestione
documentale. In esso viene descrit to come il contenuto documentale viene
sostanzialmente preservato, incluse le considerazioni sulla similitudine tra le
due evidenze informatiche. Sono incluse anche una o più delle seguenti
trasformazioni che, se applicabili, sono effettuate durante il riversamento:
• In caso il documento nel formato originale venga mantenuto per
assolvere ad obblighi di legge o altro, specificare come i due file
(l’originale e il riversato) vengano logicamente associati fra loro (come
descritto al punto 4).
• Laddove le evidenze vengano modificate da algoritmi non reversibili
(p.es. compressione con perdita) un’analisi puntuale o statistica
dell’ammontare di informazione persa durante il riversamento (p.es.
misurata in
SNR minimi e massimi tra l’essenza sorgente e quella
destinazione), con riferimento a standard di misura riconosciuti a
livello internazionale, europeo o nazionale.
• In caso di perdita di metadati interni, in dicare quali metadati si
perdono e come essi vengano comunque riportati nel registro di
riversamento.
• In caso metadati convertiti biunivocamente da un formato all’altro
(incluso il caso in cui più metadati nel formato sorgente siano oggetto
di accorpamenti o separazioni in altri metadati nel formato di
destinazione), descrivere gli algoritmi che sono implementati per
ciascun metadato.
67
• In caso di metadati interni convertiti in maniera non invertibile,
descrivere gli algoritmi impiegati (come al punto precedente),
aggiungendo esplicitamente quali informazioni si perdono e come esse
siano trasformate irreversibilmente.68
• In caso il formato destinazione ammetta dei metadati obbligatori che
non hanno un analogo nel formato sorgente (ovvero ammetta
metadati facoltativi che si ritiene comunque opportuno inserire nel
67 A titolo di esempio, sia dato un campo ‘ Scadenza’ nel formato sorgente e un campo ‘ NotAfter’ nel formato
destinazione, le cui sintassi sono, rispettivamente, il numero intero di giorni passati da un’epoca pari al 1 gennaio 2019
(fuso orario italiano: CEST) e una stringa di testo formattata come da RFC -3339 (in fuso orario UTC). Viene dunque
specificato l’algoritmo, perfettamente invertibile, che mappa un valore di “42” in “2019-02-14T01:00:00Z”.
68 A titolo di esempio, sia dato un campo ‘ dimensione1’ nel formato sorgente e un campo ‘ Width’ nel formato
destinazione. Nel manuale di riversamento, andrà giustificata la motivazione per cui un valore di “ -42.58cm” nel
formato sorgente, dotato di segno e unità di misura, viene mappato in “ 426” indicato implicitamente in millimetri e
arrotondato al numero intero più vicino. È anche opportuno che sia indicato il motivo per cui un metadato relativo
ad una dimensione (spaziale?) non meglio identificata sia (sempre?) mappato in un campo riservato alla ‘larghezza’ di
qualcosa.
formato riversato, anche se non hanno un analogo nel formato
originario), specificare come gli vengono assegnati valori.
7. In alcuni ca si,69 imbustando un documento informatico in un contenitore
aggiuntivo potrebbe mantenere integro il contenuto all’interno, perciò un
riversamento in tal senso – cioè un semplice imbust amento del documento
senza alterarlo– può essere reversibile. L’integrità del file nella sua interezza
è tuttavia compromessa. Analogamente reversibile è invece includere un
documento rappresentato da un file all’interno di un pacchetto di file.
Entrambi l e metodologie non risolvono i problemi di interoperabilità e
obsolescenza originali per cui il riversamento è stato concepito, ma possono
mitigarli, soprattutto se vengono scelti contenitori o pacchetti parlanti che
compensano la mancanza di metadati nel formato originale.
8. Analogamente al punto 3, in alcuni casi, un documento che viene re-
imbustato (cfr. §1.1.1), nel senso che il riversamento consiste nel sostituire la
busta che lo conteneva con un’altra, potrebbe mantenere, in alcuni casi,
l’integrità del contenuto della busta. Verrebbe persa c omunque l’integrità
della busta e, come per il punto 3 , l’integrità del file nella sua interezza.
Tuttavia questa metodologia potrebbe risolvere un problema di obsolescenza
e interoperabilità legato al solo formato della busta usata in precedenza.
6. Quando si effettui un riversamento non finalizzato alla conservazione è comunque
opportuno considerare i passaggi elencati al precedente punto 5 , ad eccezione dei
punti 1 e 2 del medesimo elenco, che si riferiscono al riversamento qualora
inquadrato in processi di conservazione o certificazione di processo.
69 Alcuni formati contenitori, imbustando un documento, si limitano ad aggiungervi una busta costituita da una o
più evidenze informatiche in punti predeterminati del documento o essenza originale (tipicamente in testa e in coda,
ma anche inseriti in parti centrali). Quando avviene tecnicamente un procedimento di questo tipo l’evidenza
informatica imbustata è alterata reversibilmente, potendo quindi essere ricostruita bit a bit. Alcuni formati di contenitore
di file, tuttavia, effettuano alterazioni irreversibili del contenuto, che dunque non rimane integro a seguito di
un’operazione di “sbustamento” (in inglese, unwrapping).